Internazionale
Libano

L’esplosione del porto... e quella del paese

Da “Lutte de classe” n° 210 – Settembre-Ottobre 2020

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Il 4 agosto, l’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate per oltre sei anni nel porto di Beirut ha causato 191 morti e 6.800 feriti. Il centro della città vicino al porto è stato devastato, gli edifici e le aree residenziali distrutte, 300.000 persone sono rimaste senza casa. Eppure, per mesi e fino alla vigilia dell’esplosione, le autorità erano state avvertite dei pericoli senza che venisse presa alcuna decisione; una situazione tipica della trascuranza del governo e di un’amministrazione afflitta dalla corruzione e dal clientelismo.

Il disastro si è verificato in un paese già colpito da una serie di crisi. Quella economica e sociale senza precedenti è aggravata dall’altra della sanità e dal rallentamento dell’economia globale. È anche acutizzata dalle conseguenze della guerra in Siria. Nonostante le sue infrastrutture fatiscenti, questo paese di quattro milioni di abitanti ospita da solo 1,2 milioni di rifugiati siriani, oltre ai 250.000 rifugiati palestinesi presenti da decenni. Il governo di Hassan Diab è stato costretto a dimettersi a seguito delle proteste scatenate dall’esplosione al porto, ma queste sono solo l’ultima espressione della rabbia popolare che ha dato vita ad un vasto movimento di protesta lo scorso autunno.

Un anno di sfida al sistema

Nell’ottobre 2019, la popolazione si trovava ad affrontare un vertiginoso crollo del suo tenore di vita dovuto all’inflazione e alla disoccupazione di massa, oltre e a una vita quotidiana segnata da incessanti tagli all’acqua e all’elettricità. L’annuncio di nuove misure di austerità, tra cui nuove tasse, ha suscitato la rabbia popolare.

Per mesi, centinaia di migliaia di manifestanti hanno espresso il loro rifiuto del sistema e chiesto l’allontanamento dei dirigenti ritenuti responsabili del caos in cui il paese è sprofondato. Le intimidazioni, e le minacce di un ritorno alla guerra civile e le dimissioni date il 29 ottobre dal primo ministro Saad Hariri, capo di un governo di coalizione di tutti i partiti, non sono riuscite a fermare la protesta, che andava oltre le tradizionali divisioni confessionali libanesi.

Quando il debito pubblico del Libano ammontava a quasi 90 miliardi di dollari, il conto veniva presentato alla popolazione con insopportabili misure di austerità. A dicembre, la decisione delle banche di limitare l’importo dei prelievi in dollari ha alimentato ulteriormente la rabbia, poiché non si poteva più nemmeno avere accesso ai propri risparmi. Solo dopo interminabili trattative tra i leader politici, il 21 gennaio è stato insediato un cosiddetto governo tecnocratico. Dicendosi indipendente dai partiti confessionali, doveva garantire il buon governo necessario per far uscire il paese dalla crisi. In realtà, i suoi membri erano tutti legati ai soliti dirigenti politici, ormai sulla difensiva ma sempre attivi. I libanesi non potevano che riporre scarse speranze in questo nuovo governo guidato da Hassan Diab, un ex ministro chiaramente poco attento alle rivendicazioni popolari.

Nella primavera del 2020, la crisi del Covid ha rivelato il fallimento totale del sistema sanitario pubblico. Mentre la pandemia metteva a tacere le proteste, la crisi finanziaria si aggravava. Il 7 marzo, per la prima volta nella sua storia, il governo libanese annunciava di non essere in grado di pagare gli 1,2 miliardi di interessi in scadenza. Tutti i conti personali e aziendali in dollari erano furono congelati e l’accesso alla valuta estera divenne impossibile. Le banche stavano sequestrando i risparmi di tutta la popolazione. In un paese che importa quasi tutto ciò che consuma, la mancanza di valuta estera ebbe conseguenze catastrofiche. L’economia non era più irrigata. Senza poter importare pezzi di ricambio e materie prime, le aziende di produzione dovettero rallentare o interrompere l’attività. La chiusura delle imprese e i licenziamenti aumentarono ancora la disoccupazione e la povertà.

L’unico modo per avere dollari era rivolgersi al mercato nero, dove il corso legale della lira libanese crollava. Anche quei lavoratori il cui tenore di vita era ancora dignitoso lo videro crollare di più. Alla vigilia dell’esplosione del 4 agosto, si stima che più della metà della popolazione fosse già al di sotto della soglia di povertà. A lavoratori e impiegati disoccupati si aggiungevano molti insegnanti licenziati dalle scuole private perché i genitori non potevano più permettersi di pagare le tasse scolastiche. Un insegnante universitario, pagato con l’equivalente di 4.000 dollari nell’ottobre 2019, ormai guadagnava solo tra 700 e 900 dollari. Il salario minimo era sceso all’equivalente di 70 dollari, lo stesso livello di quello pagato in Afghanistan. Naturalmente, le grandi famiglie benestanti che governano il Libano avevano trovato il modo di trasferire i loro dollari nelle banche internazionali. Più di sei miliardi sarebbero stati inviati su conti all’estero, abbastanza per alimentare il senso di ingiustizia e di rivolta del resto della popolazione.

La situazione in cui il Paese si trovava ancor prima dell’esplosione si è aggravata per la distruzione del porto di Beirut, il polmone economico dal quale passano la maggior parte delle merci dirette in Libano e in Siria. Questo è un ulteriore disastro per entrambi i paesi. Attraverso il sistema bancario e il porto di Beirut, le imprese e il regime siriani potevano aggirare le sanzioni economiche e statunitensi. Così l’economia della Siria è soffocata. In Libano, l’80% del grano di riserva era conservato nei silos del porto, che ora sono stati distrutti. La minaccia della carenza di cibo e della carestia si profila a breve termine. Emmanuel Macron, il primo capo di Stato straniero a visitare il luogo dopo il disastro, ha chiesto alle autorità libanesi "risposte chiare sui loro impegni: stato di diritto, trasparenza, libertà, democrazia, riforme indispensabili" e ha chiesto "la ricostruzione di un nuovo ordine politico".

Osservazioni ciniche da parte del dirigente di uno Stato che ha colonizzato il Libano e ha contribuito all’instaurazione del suo sistema politico. Di quest’ultimo hanno beneficiato in larga misura le grandi multinazionali francesi presenti in Libano, a cominciare dalle banche che hanno alimentato il debito del Paese e ne hanno beneficiato. Situato nel cuore delle crisi in Medio Oriente, il Libano è stato una vittima costante delle intrusioni imperialiste e delle rivalità regionali. Il passato pesa molto sul presente e bisogna ricordare il ruolo della Francia nella formazione del Paese e nella guerra civile che insanguinò il territorio tra il 1975 e il 1990.

Una creazione coloniale della Francia

Durante la prima guerra mondiale, mentre una delle questioni in gioco era il controllo dei territori sotto il dominio dell’Impero ottomano, Francia e Gran Bretagna progettarono segretamente di dividerselo, con gli accordi Sykes-Picot. Dopo la guerra, frammentarono questi territori per dominarli meglio. Nuovi confini divisero i popoli arabi. La Francia ottenne un mandato per occupare le zone che oggi compongono il Libano e la Siria. Scelse di appoggiarsi sui cristiani maroniti libanesi creando, il 1° settembre 1920, il Grande Libano, un piccolo Stato, ma tracciato in modo tale che questa comunità fosse in maggioranza, mentre altre minoranze religiose erano emarginate.

La creazione del Grande Libano tagliava fuori la Siria dalla sua facciata marittima, e Damasco isolata da Beirut, il suo naturale sbocco sul Mediterraneo. Questo stroncava canali secolari di scambio economico e sociale e escludeva deliberatamente il popolo libanese dai principali centri del nazionalismo arabo. La Francia laica e repubblicana non si vergognava di istituire in Libano una Costituzione basata sulle strutture confessionali presenti nell’Impero ottomano. Ogni cittadino fu definito in base alla sua religione, indicata anche sui documenti d’identità. Con l’indipendenza del paese alla fine della seconda guerra mondiale, il "patto nazionale" tra i leader delle principali comunità religiose estese il sistema confessionale e in particolare il predominio dei dirigenti cristiani. La presidenza della Repubblica fu assegnata ad un cristiano maronita, la carica di primo ministro ad un musulmano sunnita e quella di presidente dell’Assemblea nazionale ad un musulmano sciita, mentre i seggi di deputati furono distribuiti in base all’importanza teorica delle diverse comunità, stimata secondo un censimento che non fu più ripetuto. I libanesi, credenti e non credenti, si trovarono incatenati alla loro "comunità" dichiarata e ai dirigenti preposti a rappresentarla. Il matrimonio, come tutte le questioni familiari, rimaneva governato dalle autorità delle diciotto comunità religiose ufficialmente riconosciute nel Paese. Per aggirare il divieto dei matrimoni interconfessionali, le coppie dovevano andare sposarsi a Cipro, sempre che potessero permettersi di farlo.

Così, tagliando fuori il Libano dalla Siria e mettendo le comunità libanesi l’una contro l’altra, l’imperialismo francese ha potuto dividere e governare, stabilire il controllo sulla sua colonia e prolungarlo dopo l’indipendenza. La borghesia cristiana maronita si arricchì. Grazie al suo porto e alla presenza delle principali banche francesi, Beirut diventò il principale centro finanziario e commerciale della regione. Le aziende francesi ne fecero la loro porta d’accesso al Medio Oriente. Con lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell’Iraq e delle monarchie del Golfo, la regione diventò essenziale per l’economia mondiale. Per molto tempo, gli emiri del petrolio e gran parte dei nuovi ricchi hanno investito il loro denaro nelle banche del Libano. Il segreto bancario contribuì a fare del paese un paradiso fiscale per tutte le transazioni legali e illegali. Soprannominato allora "la Svizzera del Medio Oriente", il Libano rispetto ai suoi vicini appariva come un rifugio stabile per i grandi borghesi e le loro fortune.
Dopo l’indipendenza dei Paesi arabi, la pressione delle potenze imperialiste non diminuì, soprattutto contro i regimi nazionalisti di Iraq, Siria ed Egitto che cercavano di sfuggire alla loro morsa. All’indomani della seconda guerra mondiale, l’influenza della Francia e della Gran Bretagna calò a favore di quella degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti diventarono i padroni del gioco e strinsero un’alleanza incrollabile con un nuovo arrivato, Israele. Sostenuto dall’imperialismo, questo fu in grado di condurre e vincere le sue successive guerre contro gli Stati arabi e di schiacciare la resistenza del popolo palestinese. Il Libano non poteva rimanere fuori da questi conflitti.

La guerra civile del 1975-1990 e la ricostruzione

All’inizio degli anni Settanta, le masse povere libanesi non accettavano più le disuguaglianze sociali e il disprezzo delle classi dirigenti. Le loro lotte erano incoraggiate dalla rivolta dei palestinesi che, cacciati dalla loro terra da Israele e rifugiatisi nei paesi arabi vicini, e in particolare in Libano, incontravano la simpatia delle popolazioni. L’irruzione delle masse povere libanesi e palestinesi sulla scena sociale e politica fece sperare in un profondo cambiamento. Manifestazioni e scioperi dei lavoratori si susseguirono. Tuttavia, né l’imperialismo né i leader di Israele o degli Stati arabi potevano tollerare una situazione che potesse portare a una rivolta delle masse in tutta la regione. Da parte loro, i dirigenti palestinesi, non volevano indirizzare una lotta al livello delle speranze suscitate da quella del loro stesso popolo, essendo il loro obiettivo mirato solo alla creazione di uno Stato palestinese. Contavano sull’appoggio dei dirigenti arabi e volevano mostrarsi leader affidabili che rispettassero l’ordine sociale.

Nell’aprile del 1975, il partito fascista cristiano Kataeb (le falangi) prese l’iniziativa dello scontro con i palestinesi e le masse libanesi che ne erano solidali. Fu l’inizio di una guerra tra il partito dell’estrema destra cristiana e il cosiddetto campo "islamo progressista". Nel 1976 la Siria intervenne in Libano per impedire la vittoria di quest’ultimo, permettendo all’estrema destra cristiana di massacrare i palestinesi nel campo di el-Zaatar. Il regime di Hafez el-Assad voleva mostrarsi garante dell’ordine imperialista e allo stesso tempo interlocutore essenziale per le altre potenze.

Tuttavia, la guerra civile continuò, ma il suo significato politico e sociale svanì rapidamente, lasciando il posto a contrapposizioni delle varie milizie formatesi sulla base delle comunità religiose. Per quindici anni, fino al 1990, il Libano divenne il campo di un confronto tra le varie fazioni, a loro volta sostenute, armate e finanziate da potenze rivali, ognuna delle quali voleva difendere i propri interessi nella regione.
Nel 1982, Israele occupò il sud del Libano e vi creò un esercito al suo servizio. La reazione fu l’avvento sulla scena politica e militare di un nuovo partito sciita: Hezbollah (il Partito di Dio), sostenuto dal nuovo potere degli ayatollah dell’Iran. La guerra civile si concluse solo dopo il 1989, quando sotto l’egida delle potenze occidentali e dell’Arabia Saudita furono firmati gli accordi di Taif, che avrebbero dovuto portare al disarmo delle milizie e all’allontanamento delle truppe israeliane e siriane dal Libano. I combattimenti si fermarono, ma gli accordi non furono mai realmente applicati: né la Siria né Israele lasciarono il paese, e le varie milizie conservarono il loro armamento.

La guerra aveva causato più di 200.000 morti, ma il regime politico che l’aveva originata rimase al suo posto. I leader delle diverse comunità raggiunsero un compromesso che consacrava la disgregazione del Paese lungo linee confessionali. Approfittarono dello sfacelo dello Stato libanese e del degrado economico. Il capitale era fuggito dalle banche, la lira libanese era crollata, ma molti speculatori si erano arricchiti. Le milizie, grazie al denaro ricevuto dai loro sostenitori, l’Iran o le monarchie del Golfo, avevano gestito il conflitto e fatto affari. I signori della guerra, siano essi cristiani, sciiti o sunniti, ne uscirono tutti rafforzati militarmente e finanziariamente. A prezzo di massacri e distruzioni enormi, avevano creato feudi che intendevano rendere fruttuosi. La ricostruzione del Paese e le continue tensioni geopolitiche gliene avrebbero dato l’opportunità.

Rafik Hariri fu l’architetto della ricostruzione. Proveniente da una modesta famiglia sunnita, negli anni Settanta aveva deciso di fuggire dalla guerra civile e di stabilirsi in Arabia Saudita dove, come promotore immobiliare, aveva conquistato la fiducia dei dirigenti. Diventato il loro tuttofare, fino al punto di fornire prostitute di lusso agli emiri, aveva preso la nazionalità saudita e avuto accesso alla loro fortuna. Le sue attività si erano estese dal settore immobiliare alle banche, all’industria, alla telefonia mobile, ai media, facendone un miliardario. Durante la guerra civile si occupò di finanziare tutte le milizie. Successivamente, come primo ministro dal 1992 al 1998 e di nuovo dal 2002 al 2004, si assicurò la collaborazione dei leader delle comunità affidando loro la gestione dei vari fondi e servizi pubblici. Fu l’inizio di una corsa al tesoro. L’amministrazione del tabacco, il fondo di previdenza sociale, il settore telefonico, la società elettrica nazionale, la società dell’acqua... nulla sfuggì al controllo dei vari capi clan.

Così a Nabih Berri, leader del movimento sciita Amal, attuale presidente del Parlamento, fu affidata la Cassa del Sud, incaricata di risarcire le vittime dell’occupazione israeliana. La Cassa dei profughi fu assegnata a Walid Joumblatt, leader della comunità dei drusi. Rafik Hariri, diventato leader della comunità sunnita, assunse la direzione del Consiglio per lo sviluppo e la ricostruzione (CDR), incaricato di ricostruire le infrastrutture. Prestò ben poca attenzione alle esigenze delle classi lavoratrici in termini di trasporti, salute ed elettricità. Alla sua società immobiliare Solidere fu dato l’appalto per una ricostruzione all’altezza di questo imprenditore senza scrupoli. Accanto ai quartieri devastati, il centro di Beirut fu trasformato in un centro commerciale ultramoderno e dedicato al lusso, senza lasciare spazio alle classi popolari.

Nel febbraio 2005, Rafik Hariri fu ucciso in un attentato di cui la Siria fu incolpata e costretta ad evacuare il suo esercito dal Libano. Hariri lasciava un paese con un debito colossale. Aveva permesso il saccheggio illimitato delle casse pubbliche, consacrando il potere dei clan delle diverse comunità. Le reti di beneficenza e le associazioni che controllavano, permettevano loro di tenere a freno la popolazione, soprattutto i più poveri, che spesso non avevano altra scelta che rivolgersi a loro. Potevano agevolare l’accesso all’assistenza sanitaria, distribuire posti ufficiali, risolvere problemi amministrativi o giudiziari. Di fronte a uno Stato in fallimento, il clientelismo e la corruzione rovinavano più che mai le relazioni sociali. Questa situazione proseguì con i successori di Rafik Hariri e in particolare con suo figlio Saad, presidente del Consiglio fino all’autunno del 2019.

L’elettricità del Libano, esempio di corruzione

Il caso emblematico dell’azienda elettrica nazionale mostra le conseguenze di questo taglio sistematico dello Stato. All’inizio degli anni ’70, Elettricità del Libano (EDL) produceva energia sufficiente per rifornire il territorio nazionale e rivenderne alla Siria. I raid e i bombardamenti israeliani durante la guerra civile, poi quelli ripetuti tra il 1996 e il 2000, e infine quelli della guerra di Israele del 2006 contro Hezbollah, sono stati in parte responsabili della distruzione di centrali elettriche e trasformatori. Allo stesso tempo, si estendeva l’hacking delle linee con la complicità delle milizie. I deficit si accumulavano, aggravati dalla corruzione.

Le ingenti somme stanziate per la manutenzione delle reti elettriche sono state sperperate da società private, a loro volta legate ai capi clan, che si sono aggiudicate contratti di manutenzione. Poiché la rete esistente non è stata più mantenuta, la capacità di EDL di fornire energia elettrica è diminuita, mentre il fabbisogno di energia è aumentato. Questo guasto è stato sfruttato dai fornitori di generatori elettrici. Per avere un fornitura continua di corrente elettrica, le imprese e i privati che potevano permetterselo non avevano altra scelta se non quella di collegarsi a questa rete informale dal giro d’affari di 2 miliardi di dollari, esente da tasse. I più poveri che non potevano assumersi il costo di questi generatori furono condannate a sopportare le interruzioni di corrente della rete ufficiale. A Beirut, per esempio, molti residenti hanno l’elettricità solo per due ore al giorno e alcune località non vi hanno più accesso. Le migliaia di fornitori, installatori e riparatori di generatori che sono in grado di avvantaggiarsi in questo modo, ovviamente non guardano con favore alla possibilità che EDL possa tornare ad essere efficiente. Le persone che hanno ostacolato il buon funzionamento dell’azienda sono i baroni del sistema.

Recentemente, 500 milioni di dollari stanziati per la riforma del settore elettrico sono finiti nelle tasche di alti funzionari, capi e leader politici. La Banca Mondiale stima che quasi il 40% del debito del paese (90 miliardi di dollari) provenga dall’abisso rappresentato dalla EDL.

La folle macchina del debito

Mentre abbandonava servizi pubblici essenziali nelle mani avide dei leader delle comunità, Rafik Hariri voleva che il Libano tornasse a essere "la Svizzera del Medio Oriente". Ryad Salamé fu nominato governatore della Banca Centrale del Libano ed incaricato di salvare il sistema bancario. Per attirare gli investitori finanziari rapidamente, iniziò con l’imposizione di una parità fissa tra la lira libanese e il dollaro. Poi furono predisposti meccanismi finanziari basati su tassi di interesse molto elevati. Attratti da questi tassi, i capitali affluivano nelle banche libanesi dalle banche francesi e da tutto il Medio Oriente. Gli imprenditori del settore produttivo chiudevano le loro fabbriche per investire i soldi in banca, con interessi molto più vantaggiosi. Il già debole tessuto industriale del paese subì un duro colpo. Ryad Salamé diventò una star negli ambienti finanziari, ricevendo per due volte il titolo di miglior banchiere dell’anno nel suo territorio oltre a quello di miglior banchiere del Medio Oriente. Ma doveva costantemente prendere nuovi prestiti per poter pagare gli interessi promessi e, per attirare capitali, aumentare i tassi. Questi andavano dal 6% al 20% a seconda della ricchezza dei depositanti e fino al 40% per i buoni del Tesoro. La loro curva saliva sempre più in alto, così come gli edifici ultramoderni della capitale. La folle corsa all’indebitamento non si è fermata fino alla primavera del 2020, quando la Banca Centrale non è stata più in grado di pagare gli interessi. Con 90 miliardi di dollari, il debito dello Stato ormai in bancarotta ammontava al 170 per cento del PIL
Tra il 2006 e il 2010, le banche avevano attirato la cifra record di 20 miliardi di dollari. Beirut era diventata un posto da approdi sicuri, fungendo, tra l’altro, da interfaccia nel commercio di armi. Il denaro arrivava dall’Arabia Saudita. L’Iran, dal canto suo, finanziava ed equipaggiava le milizie di Hezbollah. Durante la guerra del 2006, esse riuscirono a contrastare l’assalto dell’esercito israeliano, considerato il più potente del Medio Oriente. La feroce resistenza di Hezbollah, rispetto a quella di un esercito libanese incapace di difendere il Paese, contribuì alla sua popolarità nell’intera popolazione, anche oltre la comunità sciita.

Dal 2014 in poi, il calo continuo dei prezzi del petrolio ha ridotto notevolmente le risorse dei due donatori libanesi, Iran e Arabia Saudita. Il Libano ha subito le conseguenze della guerra in Siria, esacerbate dalla rivalità tra queste due potenze regionali, che si combattevano per procura tramite le milizie. L’Iran sosteneva il regime di Bashar el-Assad e forniva risorse materiali e finanziarie ai 7.000 combattenti libanesi di Hezbollah impegnati a fianco dell’esercito siriano. L’Arabia Saudita appoggiava le milizie jihadiste e non più l’esercito libanese, temendo che le armi che forniva finissero nelle mani di Hezbollah. Le tensioni aumentarono dopo l’elezione di Trump negli Stati Uniti alla fine del 2016. Il ripristino delle sanzioni economiche costringeva l’Iran, preso per la gola, a tagliare i finanziamenti a Hezbollah, prosciugando importanti fonti finanziarie per il Libano.

Nel 2018, di fronte al fallimento che minacciava il Paese, l’FMI ha riunito a Parigi i suoi principali donatori in occasione della conferenza CEDRE. Ne è risultata la promessa di investire più di 10 miliardi di dollari nell’economia libanese, a condizione che siano attuate le riforme e un drastico piano di austerità. Con un governo diviso tra forze politiche dagli interessi contrastanti, il piano non poteva essere attuato e il fallimento è diventato inevitabile.

Le rivendicazioni dell’imperialismo francese

Oggi il popolo libanese non ha nulla da aspettarsi dal piano del FMI che, nel tentativo di ristabilire l’equilibrio finanziario, mira solo a farglielo pagare ancora di più. Né possono aspettarsi nulla da un Macron che ha visitato il Libano due volte in tre settimane, fingendo di capire il malcontento e la rivolta popolare e di volerla accogliere. Ad ogni visita, il presidente francese ha curato la sua sceneggiata con una visita al porto distrutto, incontri con gli abitanti, rassegne delle truppe francesi responsabili degli aiuti umanitari, senza dimenticare una visita alla grande cantante Fairouz per mostrare la sua comprensione dell’anima libanese! Queste visite sono in linea con gli interventi dei suoi predecessori a capo della Francia, qualunque sia il loro colore politico.

L’imperialismo francese non può prescindere da quanto sta accadendo in Libano, un’ex colonia che considera ancora parte della sua sfera d’influenza. A chi lo accusa di interferenza, Macron ha risposto che se non interferisce, lo faranno altre potenze. Con il suo atteggiamento e le sue parole di tono colonialistico, affermava che la Francia intendeva continuare a contare nella regione. Il messaggio è rivolto ai leader delle comunità, a chi dà l’ordine di costituire rapidamente un governo e attuare le riforme richieste dal FMI. Ma si rivolge anche alle potenze che hanno rivendicazioni nella regione, dalla Turchia all’Iran.

La ricostruzione del porto di Beirut, vitale per l’economia dell’intera regione, è ormai oggetto delle rivalità. Chi otterrà questo mercato? La Turchia può contare sul sostegno della comunità libanese sunnita. La Cina, che da tempo guarda verso il porto di Tripoli nel nord del Libano, ha buoni rapporti con Hezbollah. Per quanto riguarda Macron, non vuole essere escluso dalle trattative e vuole offrire un mercato alle imprese edili francesi che potrebbero partecipare alla ricostruzione. Con l’attuale caos e le tensioni belliche nel Mediterraneo orientale, il Libano è di nuovo al centro di sfide geostrategiche che non hanno nulla a che vedere con gli interessi della popolazione.

Le classi lavoratrici di fronte alla crisi

L’esplosione nel porto di Beirut è avvenuta in un Paese duramente colpito dalla crisi economica globale. Mentre le classi lavoratrici ne subiscono fortemente le conseguenze sociali, le classi piccole e medie, che fino ad allora avevano goduto di un tenore di vita relativamente alto per la regione, non sono state risparmiate. Negozianti, piccoli imprenditori, avvocati e insegnanti stanno vivendo un impoverimento senza precedenti, che li ha portati a partecipare attivamente al movimento di protesta nato lo scorso autunno. Alcuni di loro sono diventati portavoce della rabbia esplosa per lo spettacolo vergognoso di una classe politica corrotta e di uno Stato in fallimento. Già nel 2015, la mancata raccolta dei rifiuti aveva dato origine a un movimento di protesta contro i leader. Intitolato puzzate! conteneva i premessi della rivolta del 2019-2020. Inoltre mostrava già che il sistema politico medievale basato sulle appartenenze religiose stava diventando sempre più insopportabile, soprattutto per la piccola borghesia.

Come le rivolte che hanno scosso l’Iraq, l’Algeria o il Sudan, la rivolta del 2019-2020 in Libano ha recitato slogan del tipo "se ne vadano tutti" rivolti ai politici, aggiungendo tra l’altro: "Tutti vuol dire tutti". Dopo anni di guerra civile, interventi militari, occupazione da parte di potenze straniere, sfollamenti, bombardamenti e massacri, i manifestanti hanno espresso il loro rifiuto di continuare a subire le conseguenze di questa situazione e delle lotte di clan che si sono appropriati delle ricchezze del paese e lo hanno rovinato.

Tuttavia, quando parlano della necessità di un cambiamento politico radicale, la maggior parte dei loro portavoce si limita a chiedere un "governo buono, giusto e non corrotto". È il limite di questa protesta perché né in Libano né altrove ci sarà un governo giusto e onesto finché l’imperialismo dominerà utilizzando e alimentando le cricche politiche locali. Dall’autunno del 2019, questa impasse è evidente e non sono certo le promesse di un Macron ad indicare una via d’uscita.

La popolazione libanese si trova ora ad affrontare una situazione drammatica in un paese dove si sono concentrate e accumulate una serie di crisi. All’assurdità della divisione del mondo arabo si è unita un’altrettanta paradossale costruzione politica ereditata dal colonialismo francese. A questa si sono aggiunte le conseguenze delle crisi e delle guerre in Medio Oriente, le pressioni e gli interventi militari dell’imperialismo e delle potenze regionali per tenere sotto controllo, costi quel che costi, un edificio estremamente instabile. Il mantenimento delle divisioni e dei conflitti tra Stati e comunità è essenziale per l’imperialismo e per le classi dirigenti locali, non solo per contendersi la loro quota di ricchezza della regione ed appropriarsene, ma anche per tenere a bada le masse popolari e per spezzare tutti i loro tentativi di sfuggire allo sfruttamento e all’oppressione. Il Libano offre un concentrato di queste crisi, ma il particolare decadimento dello Stato e l’irresponsabilità delle classi dirigenti, in fondo, sono solo un caso estremo, la variante locale di una situazione generale al tempo dell’imperialismo decadente.

La crisi finanziaria stessa, che negli ultimi mesi ha messo a nudo tutte le contraddizioni sociali libanesi, è solo il riflesso di quella generale del capitalismo finanziario, in cui la ricerca del profitto può non avere più alcun legame con l’attività produttiva e la soddisfazione dei bisogni. È anche vero che il suo impatto è formidabile su un edificio così fragile e segnato da crisi come quello libanese. Ma è chiaro che i tentativi di rabberciarlo non daranno alle masse popolari libanesi alcuna prospettiva di uscire dalla loro situazione.

"Rivoluzione" proclamava uno striscione apparso in Piazza dei Martiri a Beirut durante i giorni di mobilitazione. Sì, occorre una rivoluzione, non solo in Libano, ma in tutto il Medio Oriente, per spazzare via l’inverosimile intreccio di strutture d’oppressione, di conflitti e divisioni che l’imperialismo e le classi dirigenti sono riusciti a costruire, ma che oggi si sta sgretolando in tutte le parti.

10 settembre 2020


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