Internazionale
Bielorussia

L’autocrate, l’opposizione liberale e la classe operaia

Da Lutte de classe n° 210 – Settembre-Ottobre 2020

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La rielezione di Alexander Lukashenko a capo della Bielorussia per il sesto mandato consecutivo in 26 anni e con praticamente lo stesso risultato annunciato dell’80% dei voti, come per le elezioni del 2001, 2006, 2010 e 2015, ha provocato un’ondata di indignazione, seguita da proteste, manifestazioni e scioperi come mai prima d’ora in questo paese. Nemmeno nel 2010, quando 40 000 manifestanti, già numerosi in un paese di appena 10 milioni di abitanti, avevano denunciato la falsificazione delle elezioni presidenziali nelle strade di Minsk, la capitale.

Un’esplosione di rabbia

Il 9 agosto, la vittoria elettorale rivendicata dalle autorità calpestava così tanto ciò che tutti sapevano e potevano verificare con amici, vicini e colleghi che avevano votato per la candidata liberale Svetlana Tikhanovskaya, che ciò si è tradotto in un’esplosione spontanea di indignazione, la cui portata sembra aver colto di sorpresa il governo.

Fin dall’inizio, tale indignazione è andata oltre i soliti circoli di protesta, provenienti spesso dalla piccola borghesia intellettuale. Soprattutto ha messo in moto, almeno per un certo tempo, ampi settori della popolazione e del proletariato industriale. Altra spiacevole sorpresa per i governanti bielorussi: non solo la violenta repressione dei primi giorni non ha permesso loro di spezzare il movimento, ma gli ha anche dato forza, creando una vasta ondata di solidarietà.

Come può evolvere questa situazione? Il tempo lo dirà. Il fatto è che, un mese dopo, Lukashenko rimane contestato nelle piazze e ancor più nell’opinione pubblica, il che ha scosso il suo potere, senza farlo cadere. Avendo usato contemporaneamente il manganello e le promesse, come quella di organizzare nuove elezioni, a condizione che una nuova costituzione sia adottata tramite referendum, quindi non prima di due anni, punta sulla dissoluzione del movimento.

Per controllare la situazione, ha messo in atto una repressione più mirata. Nei confronti dell’opposizione liberale, sta cercando di costringere alcune delle sue personalità a lasciare il paese, una vecchia pratica di questo regime che per lungo tempo ha permesso a Lukashenko di non avere un’opposizione costituita in patria. E, di fronte alle proteste nelle fabbriche, dopo aver chiamato i lavoratori che manifestano pigri, drogati e ubriachi, ha apparentemente scelto di colpire in maniera selettiva gli organizzatori degli scioperi. Li fa licenziare dalle aziende statali, il principale datore di lavoro del paese, e persino sbattere in prigione.

L’obiettivo è quello di spaventare i lavoratori meno determinati per metterli in riga. Con l’attuale effetto che, anche nelle grandissime fabbriche di automobili, di meccanica e nelle miniere di fosfati, dove a metà agosto c’era stato uno sciopero massiccio, i comitati di sciopero che si erano formati per guidare il movimento dicono che ora stanno coinvolgendo solo una minoranza di lavoratori in "scioperi italiani", cioè scioperi dello zelo, rallentando il lavoro.

Altri due fattori, uno bielorusso e sociale, l’altro internazionale, stanno spingendo verso una stabilizzazione della situazione a favore del potere dominante.

Le grandi potenze soccorrono il regime

La Russia e l’Unione Europea (UE) sono in competizione per estendere o preservare la loro influenza ai margini dell’ex Unione Sovietica, di cui la Bielorussia ha fatto parte fino al 1991. Ma entrambi hanno anche interesse ad evitare una nuova fonte di instabilità alle loro porte.

Così l’UE ha denunciato i brogli elettorali in Bielorussia e ha riattivato le sanzioni, già adottate nel 2010 e poi annullate nel 2016 (divieto di visto, congelamento dei beni all’estero), contro una ventina di esponenti di spicco del regime, ma senza includere Lukashenko, secondo il quotidiano tedesco Die Welt. E non sorprende che non abbia nemmeno menzionato lo svolgimento di nuove elezioni, che indebolirebbero il regime e il suo leader. L’UE ha invece dato aiuti finanziari, seppur modesti (50 milioni di euro), a Minsk, cioè al potere, come ha fatto nel 2015 quando, pur sottolineando le sue "violazioni della democrazia", gli ha offerto due miliardi di euro attraverso la Germania e la Polonia.

In attesa che l’autocrate logoro sia sostituito, con il minor clamore possibile, il che è un prerequisito per le grandi potenze, da un leader che sappia "tenere" il suo paese e il suo popolo altrettanto bene, gli Stati imperialisti, garanti di quello che chiamano l’ordine mondiale, potranno ancora convivere con questo regime. Questo è stato chiarito al vertice d’emergenza dell’UE di metà agosto, che aveva posto la Bielorussia all’ordine del giorno.

Macron non ha nascosto di averne discusso in diretta con Putin. Dietro le formule di rito che esprimono le loro "preoccupazioni comuni sulla situazione in Bielorussia", si trattava di concordare come rafforzare la posizione di Lukashenko. L’obiettivo era quello di evitare un ulteriore caos in questa regione d’Europa dove la caduta del muro di Berlino, la disgregazione della Jugoslavia e l’implosione dell’URSS hanno dato origine a nuovi Stati con un nazionalismo esacerbato, alimentando l’irredentismo e lo sciovinismo vendicativo, poiché la modifica dei confini sulla carta geografica dell’Europa è stata fatta dilaniando le popolazioni.

Inoltre, questi Paesi, che per la maggior parte non hanno i mezzi economici per difendersi dalle grandi potenze, sono tra quelli più colpiti dalla crisi dell’economia mondiale e dalla sua recente recrudescenza. Questo ha giocato un ruolo importante nell’improvviso scoppio di rabbia contro il regime bielorusso, e c’è un rischio considerevole, per i sostenitori dell’ordine mondiale, che una tale situazione possa avere effetti altrettanto esplosivi in alcuni paesi limitrofi.

Con l’accordo almeno tacito dell’UE, il Cremlino si sta impegnando a fondo per prevenire questo pericolo in un paese che considera un semi-vassallo, e naturalmente per evitare che sfugga alla sua sfera di influenza diretta. Putin si è congratulato con Lukashenko per la sua "legittima" rielezione e, dopo aver verificato che il suo regime non cedeva, ha espresso il suo "immancabile" sostegno alla "sovranità bielorussa di fronte ai tentativi di ingerenza straniera" mobilitando truppe ai suoi confini, nel caso in cui Lukashenko chiedesse il suo aiuto militare. E ha inviato il suo primo ministro a Minsk per comparire in pubblico a fianco dei leader del regime, per influenzare la popolazione bielorussa legata alla continuazione dei legami con la Russia.

Un regime bonapartista in difficoltà

L’opposizione che si è formata durante le elezioni presidenziali intorno a Svjatlana Cichanoùskaja, moglie di un uomo d’affari e di un importante blogger, imprigionata per aver voluto candidarsi, e intorno alle rappresentanti di altri due noti oppositori, a cui era stato egualmente impedito di candidarsi - un banchiere etichettato come filorusso e un ex ministro di Lukashenko - non aveva altre richieste che l’allontanamento di Lukashenko, al fine di organizzare elezioni oneste, a cui si sono aggiunte, dall’inizio della repressione, la fine della brutalità della polizia e la liberazione dei prigionieri politici.

Come programma, è un po’ troppo breve. Almeno per quello che ne mostra l’opposizione liberale, che si propone anche, ma senza dirlo troppo forte, di continuare e accelerare il programma di privatizzazioni recentemente lanciato da Lukashenko! Questo è ampiamente percepito, ma in che modo ? Non possiamo saperlo. Anche se molti elettori popolari hanno votato Cichanoùskaja per spodestare Lukashenko, è probabile che almeno alcuni di loro sentano confusamente che, per migliorare le loro condizioni di vita, c’è poco da aspettarsi da una vittoria dell’opposizione. Un sentimento, se non una diffidenza, che è stato solo rafforzato dalle dichiarazioni di Cichanoùskaja dal suo esilio in Lituania, sulla lotta per la democrazia che non vale il prezzo della violenza e dello spargimento di sangue, aggiungendo che, in queste condizioni, era meglio restare a casa. Questo suonava come una critica implicita ai manifestanti, che stavano affrontando coraggiosamente le squadre antisommossa.

Naturalmente, più tardi, Cichanoùskaja ha chiesto che le manifestazioni e gli scioperi continuassero. Alcuni dei suoi intermediari nei media e su Internet hanno aggiunto, con un tocco di disprezzo per chi fa la mancia a un servitore, che l’opposizione era addirittura disposta a raccogliere fondi per risarcire gli scioperanti. E c’è la decisione di una delle tre figure di spicco di questa opposizione, Maria Kolesnikova, e del banchiere Viktor Babariko, che è in prigione per aver voluto candidarsi alla presidenza, di creare un partito di opposizione, Vmeste (Insieme), che ha chiesto il riconoscimento della vittoria di Lukashenko. Il che non ha condotto Lukashenko a ricompensarli: Kolesnikova è stata appena rapita dagli scagnozzi del regime, come tanti altri oppositori tolti dalla circolazione.

L’opposizione liberale, che riunisce le correnti filo-occidentali ma anche, a volte, quelle filorusse, ha istituito un consiglio di coordinamento. Questo organismo, che dovrebbe preparare la successione, neanche del regime, ma unicamente del potere dell’autocrate, è composto in particolare da un gruppo di giuristi, da un ex ministro di Lukashenko, da un premio Nobel di letteratura, Svjatlana Alexïevic che, dopo essere stata un autrice di spicco sotto Breznev, è diventata una dichiarata oppositrice dell’"uomo rosso", del regime sovietico in particolare e del comunismo in generale.
Il fatto che uno o più organizzatori dei comitati di sciopero facciano parte di questo consiglio non cambia nulla al suo orientamento di classe. Trasmettono ai lavoratori gli slogan dell’opposizione liberale: elezioni libere, fine della repressione, liberazione dei prigionieri politici. E benché ad esse si aggiungano alcuni punti specifici relativi al mondo del lavoro (il diritto di sciopero, il diritto di formare sindacati indipendenti, l’abrogazione delle misure governative che rendono il lavoro più precario, di quelle che aumentano l’età pensionabile, ecc.), tali rivendicazioni, ampiamente giustificate, non sono all’altezza delle esigenze della lotta. Soprattutto per ottenere un cambiamento di regime.

Per quanto riguarda i rapporti tra l’opposizione e i lavoratori, dobbiamo aggiungere il fatto che il 1° settembre, quando l’ondata di scioperanti si stava affievolendo, l’opposizione ha invitato i suoi sostenitori a recarsi alle porte delle grandi imprese per lanciare un appello ad uno sciopero generale.

Non abbiamo modo di misurare come, in termini concreti, quei lavoratori abbiano ricevuto e percepito questo appello. Ma non è stato quasi mai seguito. E se ciò dimostra una cosa, è innanzitutto che l’opposizione liberale sa di essere socialmente debole, anche con i suoi sostenitori della piccola borghesia intellettuale e imprenditoriale. E sa anche che, per poter contrastare le forze del regime, dovrebbe assolutamente guidare dei settori considerevoli della classe operaia: ma come una fanteria inquadrata da ufficiali e guidata da generali appartenenti a un’altra classe e che difendono prospettive e interessi di quella stessa classe.

In Bielorussia, la classe operaia, retaggio di quella che era stata l’Unione Sovietica, è composta da milioni di uomini e donne concentrati in unità, ognuna con migliaia di lavoratori, spesso situati nel cuore o nelle vicinanze dei grandi centri urbani. In quanto cuore pulsante di un’industria che rappresenta almeno il 30% del PIL (prodotto interno lordo) della Bielorussia, questa classe operaia ha quindi un peso sociale ed economico ineludibile.

Nel 1994, Lukashenko prese le redini di un Paese messo in ginocchio dal crollo dell’URSS. Lukashenko cercò di mostrare agli operai del "suo" paese che erano più fortunati dei loro fratelli e sorelle in Russia o in Ucraina. Non aveva messo fine alle privatizzazioni del periodo precedente? E si vantava di preservare ciò che rimaneva di un potente strumento di produzione, ma senza ammettere, ovviamente, che questa industria forniva soprattutto la base materiale per i privilegi della burocrazia bielorussa. Secondo lui, la Bielorussia era guidata da un Bat’ka (un "padre") che curava gli interessi dei "suoi piccoli", soprattutto dei "suoi" lavoratori. Reminiscenza del paternalismo degli zar e del disprezzo condiscendente dei burocrati stalinisti, questo piccolo padre del popolo bielorusso non ha mai perso l’occasione di visitare le fabbriche, di essere filmato mentre parlava con i lavoratori.

È stato questo, e il fatto di aver conservato qualche altra traccia della defunta URSS, un’economia prevalentemente nazionalizzata, la bandiera nazionale, il nome della sua polizia politica (KGB), ... che ha fatto guadagnare a Lukashenko l’etichetta di "ultimo dittatore in Europa" da parte dei leader degli Stati imperialisti.

Ciò sarebbe comico se questi stessi leader non appoggiassero, in Europa, i grandi "democratici" Erdogan in Turchia, Orban in Ungheria, Kaczynski in Polonia e altri, peggio ancora, in tutto il mondo. Tanto più che vedere Lukashenko come nient’altro che un dittatore è condannarsi a non capire nulla di ciò che è stata a lungo la sua forza. Perché è indiscutibile che il suo regime sia riuscito, tergiversando tra l’Occidente e la Russia, a mantenere l’occupazione e alcuni benefici sociali del periodo sovietico. Fino al 2010 è anche stato in grado di aumentare un po’ i salari reali, anche se la sua promessa di portare il salario medio (equivalente a 350 dollari) a 500 o addirittura a 1.000 dollari è rimasta quella che era: una promessa. Ed è stato vantandosi di aver creato una sorta di mini stato sociale post-sovietico che Lukashenko è stato in grado di soddisfare gli appetiti di una burocrazia statale pletorica, la base sociale del regime, e allo stesso tempo di raccogliere un consenso abbastanza ampio tra il resto della popolazione.

Naturalmente, questo non vale per gli oppositori apertamente filo-occidentali (di solito in esilio), per i nazionalisti bielorussi (poco numerosi), né per i leader che Lukashenko ha escluso perché potevano ambire al suo stesso posto, o i membri privilegiati del regime che si mostravano troppo vicini all’alleato russo e ai suoi giganti industriali e finanziari, alcuni dei quali sono riapparsi sulla scena come membri dell’opposizione liberale. E il regime ha sempre cercato di neutralizzare tutti coloro, sindacalisti indipendenti e attivisti di estrema sinistra, che avrebbero potuto metterlo in difficoltà nella classe operaia.

Il regime e i suoi attacchi alla classe operaia

Negli ultimi anni, però, è proprio il pilastro operaio del bonapartismo bielorusso ad essere più scosso, con l’aggravarsi della crisi globale e il rallentamento dell’economia russa, principale partner della Bielorussia. Mentre il prezzo degli idrocarburi, di cui la Russia è uno dei principali produttori mondiali, calava in un contesto di domanda depressa, Mosca non ha più potuto o voluto concedere a Minsk volumi così grandi di gas e petrolio a prezzi stracciati, che il regime poteva rivendere sui mercati mondiali con un alto margine. È vero che il paese ha svolto proficuamente il ruolo di intermediario tra l’Occidente, che voleva sanzionare Mosca dopo l’annessione della Crimea nel 2014, e la Russia. Ma questo non bastava a garantire le prebende dei burocrati bielorussi; né bastava lo sviluppo del turismo, propugnato dal regime, in realtà la messa a disposizione di strutture di vacanza e stabilimenti di cura risalenti all’epoca sovietica per i turisti dell’Europa dell’Est né, ma se ne vantava di meno, l’apertura di casinò per i giocatori d’azzardo russi o ucraini, dato che Mosca e Kiev avevano chiuso le sale da gioco gestite da mafie troppo avide.

E non sono certo le piccole aziende private focalizzate sull’informatica o sulle nuove tecnologie, anche se prosperano all’ombra dei mastodonti americani del settore, che possono davvero riempire le casse di uno stato squattrinato. Sicuramente portano valuta estera nel paese e, in quanto tali, il regime favorisce la loro attività. Ma allo stesso tempo sono il terreno di coltura di una piccola borghesia apertamente filo-occidentale che sostiene l’opposizione liberale, da cui si aspetta un’apertura ancora maggiore per le sue attività.

Invisibile solo pochi anni fa, questa piccola borghesia commerciale compare ora a Minsk in abiti costosi all’ultima moda di Parigi o New York. E questo in un momento in cui, cosa impensabile fino a poco tempo fa, i senzatetto e i mendicanti sono apparsi per le strade delle grandi città.

Ciò è direttamente collegato al fatto che, per mantenere lo stile di vita dei ricchi del regime, il potere ha scelto di attaccare il tenore di vita delle classi lavoratrici. Dal 2004 ha sostituito quasi ovunque i contratti collettivi con contratti di lavoro individuali di un anno, un sistema in cui il dipendente può essere licenziato in qualsiasi momento, "prestato" ad un’altra azienda, ma senza che lui possa lasciare il lavoro prima della scadenza del contratto. E poiché questi contratti rinnovabili di anno in anno sono estesi al settore pubblico, milioni di lavoratori e di dipendenti precari vivono ora nel timore del mancato rinnovo dei contratti e della disoccupazione, tanto più che delle aziende pubbliche hanno chiuso a causa della crisi. Nell’ambito dei suoi attacchi ai lavoratori, il regime ha anche deciso di porre fine all’inclusione di periodi di formazione, servizio militare e maternità nel calcolo delle pensioni, e ha posticipato di diversi anni l’età pensionabile. E nel 2017 il regime ha introdotto una "tassa sulla dipendenza sociale", di fatto una tassa su chi è disoccupato, il che aveva provocato manifestazioni in tutto il paese. La disoccupazione, fino ad allora quasi sconosciuta, è infatti diventata visibile, con sussidi insufficienti per vivere, anche con gli standard locali.

Tutto questo malcontento è riemerso in modo esplosivo sulla piazza il giorno dopo il 9 agosto : una rabbia popolare accentuata dall’ irresponsabilità dimostrata dalle autorità di fronte alla crisi di Covid-19, in cui Lukashenko dichiarò che un bicchiere di vodka è la migliore medicina.

La classe operaia, le sue prospettive di riorganizzazione della società e il suo partito
Appena quarant’anni dopo i grandi scioperi dell’agosto 1980 che, nella vicina Polonia, diedero vita al sindacato indipendente Solidarnosc, scossero il regime post-stalinista e portarono, dopo il colpo di stato del generale "nazional-comunista" Jaruzelski, alla fine di questo regime e al ritorno della Polonia in seno al mercato, alcuni commentatori in Occidente, in Bielorussia o in Russia hanno voluto tracciare un parallelo tra le due situazioni.

Si possono certamente trovare molte somiglianze. A cominciare dalla relativa importanza numerica della classe operaia in ciascun paese e in ciascuno di questi eventi, o anche nella natura esplosiva della rivolta contro il governo. Ma si vede subito come queste situazioni siano diverse. Il contesto internazionale è cambiato, prima di tutto perché l’URSS non esiste più; inoltre la lunga tradizione di interventi della classe operaia polacca sulla scena pubblica non ha nulla di analogo in Bielorussia; e la crisi globale ha assunto una portata che non sarebbe stata immaginata quarant’anni fa.

Ciò detto una grande somiglianza è evidente in entrambi i casi: la classe operaia è stata certo portata a combattere dei regimi che l’avevano meritato, ma sempre come forza subordinata, incaricata di rafforzare altre classi sociali con interessi generali opposti a quelli del proletariato. E quindi, se la classe operaia lottava "contro", ed era chiaro contro chi e contro cosa, non sembrava mai lottare "per": per un cambiamento radicale, non solo del proprio destino, ma di quello dell’intera società.
Questo non vale solo per la Bielorussia o la Polonia negli anni ’80. Ciò vale per tutto il movimento operaio mondiale da decenni.

Durante tutto un periodo storico, il movimento operaio nascente, poi quello organizzato sotto la bandiera del marxismo con la Seconda Internazionale fino al 1914, e poi quello sotto la bandiera della Rivoluzione d’Ottobre all’interno dell’Internazionale comunista fino agli anni ’30, questo movimento operaio si è affermato come il campione di un mondo nuovo. Si presentava come portatore di un’alternativa al sistema capitalista per tutta l’umanità. Ma questo non esiste più.
Non c’è da stupirsi che una rivolta operaia cominci con un sollevamento contro una dittatura, un governo. È persino la regola generale. Per fare un solo esempio, è così che la rivoluzione è iniziata in Russia nel febbraio 1917: mettendo lavoratori, soldati, contadini e ampi strati dell’opposizione borghese contro lo zar. Ma, a differenza di oggi, c’era in Russia, a quel tempo, un’organizzazione che non solo lottava contro lo zarismo, ma lottava per il socialismo. E questo partito bolscevico aveva messo nel suo programma, pubblicamente, la presa del potere da parte della classe operaia e la completa riorganizzazione della società; la sua trasformazione socialista, non solo in Russia, ma in tutto il mondo.

La questione non è di sapere se ci saranno qua e là lotte operaie, né si tratta di ripetere come una formula magica: "Lotte, lotte!". Di lotte ce ne sono, e ce ne saranno. E un po’ ovunque, perché la classe operaia, spinta dalla crisi e dalla rapacità della borghesia, semplicemente non avrà altra scelta.

In Bielorussia nessuno propone qualcosa alla classe operaia. Nemmeno prospettive apertamente borghesi, perché l’opposizione liberale, di fatto borghese, a Lukashenko è insignificante, senza forza, anche se vorrebbe legare a sè schiere di lavoratori manifestanti. Ciò che spaventa Macron e Merkel, nonostante questo, è che una tale situazione di instabilità sociale e politica, anche in un piccolo paese, può essere contagiosa quando la crisi del sistema capitalista scuote e colpisce l’intera società mondiale.

Ma senza un partito che abbia la prospettiva di una riorganizzazione rivoluzionaria della società, di rovesciare questo sistema capitalista fallito, e che proponga questo programma a tutta la popolazione, in nome della classe operaia, cercando di coinvolgere le altre classi lavoratrici, senza un tale partito anche un intervento massiccio dei lavoratori in eventi come quelli della Bielorussia non potrà cambiare nulla di fondamentale, neanche solamente in quel paese. E, a maggior ragione, non sarà in grado di far avanzare la lotta dell’umanità per la sua emancipazione. Questo è stato tragicamente ricordato dall’esito delle eroiche, massicce e ripetute lotte degli operai in Polonia durante tutta la seconda metà del XX° secolo: non ci può essere un cambiamento reale e positivo per la società, né per la massa degli oppressi, senza organizzazioni che difendano le prospettive socialiste, comuniste, rivoluzionarie, nella classe operaia e nelle sue lotte.

Con il formidabile aggravarsi della crisi mondiale, è più urgente che mai, ovunque, fare tutto il possibile per riportare il proletariato a tali prospettive e creare partiti che le incarnino.

8 settembre 2020


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