Internazionale
Se dobbiamo credere alle cifre ufficiali, le vittime dell’epidemia di Covid 19 si avviano con un andamento regolare, senza sostanzialmente calare, verso i 90.000 morti. I 35.000 morti della cosiddetta "prima ondata", di fronte alla quale avevamo assistito a una chiusura (quasi) totale, sono ormai triplicati. Ma stavolta la produzione non si è fermata

SE QUALCUNO MORIRA’...

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, si diceva una volta. Hai voglia a voler mostrare una faccia presentabile, a condolerti urbanamente per le altrui disgrazie, ma prima o poi la natura autentica e genuina della razza padrona verrà fuori. Così, quello che è scappato detto a Domenico Guzzini, Presidente di Confindustria Macerata è la vera essenza di come Confindustria abbia cercato di gestire la crisi pandemica, fin dall’inizio. I morti di Bergamo e della provincia industrializzata, la strage della val Seriana agli albori della pandemia, la richiesta di continuare a produrre a qualunque costo, la pretesa di rientrare senza condizioni fra le categorie considerate essenziali, sono la cifra fedele degli obiettivi perseguiti. Così al Guzzini, proprietario della nota azienda produttrice di oggettistica da arredamento, sarà sembrato lì per lì naturale esprimersi con la voce della verità, salvo fare precipitosamente marcia indietro di fronte a un coro di proteste, non si sa quanto sinceramente indignate, comunque vaste. Di fronte alla prospettiva di nuove chiusure in occasione delle festività di fine anno, in occasione di un evento online (Made For Italy per la moda) il Guzzini - si era così espresso: "Significa andare a bloccare un retail che si stava rialzando per la seconda volta da una crisi. Le persone sono un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Così diventa una situazione impossibile per tutti". Per quanto non gli sia mancato il sostegno dell’amico e industriale sindaco di Macerata, nonché del Presidente della Regione Marche, la frase è costata al nostro la poltrona di Confindustria, e una lettera di scuse per salvare la faccia.
La sostanza, comunque, non cambia. La realtà è che in questa seconda ondata abbiamo sentito parlare di discoteche, di movida da interrompere, di negozi di vicinato da chiudere, di centri commerciali da bloccare il sabato e la domenica, di famiglie da isolare, di scuole in didattica a distanza... ma, senza che nessuno sembri essersene accorto, le fabbriche hanno continuato tutte a produrre - senza distinzione di settore di produzione - e i trasporti pubblici di conseguenza hanno continuato a rimanere intasati, soprattutto nei grandi centri urbani, perché ovviamente sono mancati gli opportuni interventi di potenziamento dei mezzi pubblici. L’Inail ha denunciato che durante la seconda ondata si sono avuti più contagi sul lavoro che a marzo-aprile. In tutto ci sarebbero stati - i dati sono stati rilevati tra febbraio e novembre - 104.000 casi denunciati e 366 decessi (Il Fatto Quotidiano, 22.12.20), ma 46.500 casi circa si riferiscono al bimestre marzo/aprile, 49.000 al bimestre ottobre/novembre, mentre la differenza ai restanti periodi. E "il divario è destinato ad aumentare nella prossima rilevazione - precisa l’Istituto - per effetto del consolidamento particolarmente influente sull’ultimo mese della serie". Dato l’andamento dell’epidemia, non possiamo dubitarne. Quasi il 70% dei contagiati sono donne, dato che la dice lunga sui settori più colpiti dalla malattia: quello della sanità, dell’assistenza sociale, della sanificazione degli ambienti, dove le figure professionali più rappresentate sono donne. L’età media è di 46 anni per entrambi i sessi, ma nel complesso i deceduti in misura maggiore sono i lavoratori di sesso maschile.
A fine dicembre, una notizia d’agenzia (AGI Agenzia Italia) ha documentato l’iniziativa di 700 medici, appartenenti a un movimento spontaneo nato in piena pandemia dagli Spedali civili di Brescia. I medici, provenienti da dodici regioni, hanno firmato una lettera comune indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per esprimere il loro sconforto di fronte alla gestione della crisi. Si dichiarano "delusi dalle mancate risposte delle istituzioni alle richieste del mondo medico, che da anni denunciava le carenze del sistema sanitario nazionale e la cattiva gestione di quelli regionali e locali, mancanze che l’emergenza Covid ha solo messo a nudo" e chiedono, con fiducia forse perfino ingenua nel capo dello Stato "un aiuto affinché si riorganizzino, con risorse, capacità e indipendenza, le sanità regionali e soprattutto quella nazionale, scandalosamente sottofinanziata". Fuori dalle chiacchiere e dalle promesse, giacché non si fa che parlare di Recovery Plan, MES, e del diluvio di soldi che dovrebbero essere messi a disposizione (di chi?) per la ripresa, i medici esprimono il loro "sconcerto alla notizia del mortificante stanziamento di 9 miliardi di euro sui 196 totali del Recovery Plan" per la sanità, e denunciano: "Non ce la facciamo più. E’ triste che ce l’abbia ricordato un invisibile virus, quando solo i ciechi negli ultimi anni si ostinavano a ignorare lo smantellamento progressivo del sistema sanitario nazionale".
Ora, se è vero che il sistema sanitario ha subito uno smantellamento progressivo nel corso degli anni, se di 196 milioni alla sanità dovessero andarne 9, e se qualcuno, tanti, tantissimi purtroppo, morirà, e non solo per il virus pandemico, resta da chiedersi chi beneficerà dei rimanenti 187.
Aemme


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