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Un governo di “salvezza nazionale” degli industriali e dei banchieri

Almeno dai primi di dicembre, le polemiche sul governo Conte, gli attacchi di Renzi, i tentativi di cercare in parlamento qualche nuovo puntello per l’edificio traballante della coalizione “giallorossa”, hanno generato un tale polverone che, alla fine, la crisi economica sembrava non fare più notizia.

Ma la crisi economica c’era e c’è. La pandemia, naturalmente, l’ha aggravata.
Con l’evolvere della crisi di governo si sono anche fatte sentire tutte quelle voci che in un modo o nell’altro possono essere ricondotte agli interessi del grande capitale. Ed è da loro che è venuto, in primo luogo, l’appoggio a Draghi.

In fin dei conti, quello che si è imputato a Conte è non avere una squadra attrezzata per “saper spendere” i 209 miliardi del Recovery Fund che fanno gola a tutti i settori della borghesia industriale e commerciale e alle banche. Draghi sarebbe, da questo punto di vista, l’uomo giusto al posto giusto per la sua lunga esperienza di governatore della Banca d’Italia e successivamente della BCE. In quest’ultima veste passa unanimemente per il “salvatore” dell’economia europea e per quella italiana in particolare grazie all’acquisto senza limiti di titoli del debito pubblico.

Finalmente - gridano tutti in coro – ci saranno al governo ministri competenti! Dovrebbe essere in particolar modo la “competenza” di questo rappresentante del mondo finanziario a rimettere in moto l’economia attraverso i miliardi del fondo europeo. Più o meno, la storia che tutti si raccontano è questa: il nuovo governo, con le sue competenze, riuscirà formulare progetti attendibili su alcuni importanti aspetti dell’economia nazionale, questi saranno messi in atto avviando un circolo virtuoso, l’economia ripartirà e anche le entrate fiscali aumenteranno mettendo sotto controllo l’enorme debito pubblico.

Una visione idealizzata del funzionamento dell’economia capitalistica presentata come un congegno a molla con le sue rotelle dentate ben allineate alle quali mancava solo un po’ di lubrificante e un’energico giro di chiave per farle ripartire.

Ma quello che tutti sembrano essersi dimenticato è che la crisi ha il suo punto focale nella produzione e che questa, già prima del covid, appariva agli industriali di tutto il mondo, come un campo sempre meno redditizio per investire i propri capitali.

Dunque, anche se i soldi del Recovery Fund, accompagnati dalle immancabili “riforme”, arrivassero, come viene chiesto dalle autorità europee, ai settori ad alta tecnologia, alle infrastrutture o alla cosiddetta green economy, non c’è nessuna garanzia che questo si tradurrebbe per le industrie italiane in una ripresa significativa delle vendite e, in ogni caso, tanto significativa da riassorbire la disoccupazione.

Ma anche ammesso che Draghi riesca a imprimere questo colpo di reni all’apparato produttivo, si tratterebbe comunque di un processo che richiede anni. Dopo la crisi del 2008, il Pil italiano è ritornato ai livelli pre-crisi solo dopo un decennio e già nel 2019 cominciava a ristagnare.

È su questo, sul tempo, che per i lavoratori si gioca ora la partita più importante. La grande borghesia ha sufficienti ricchezze per potersi permettere di aspettare e di vedere se l’esperimento funziona o no. Nel frattempo continuerà a speculare e ad arricchirsi sui mercati finanziari come ha sempre fatto. Per le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno già perso con l’occupazione anche la magra fonte di sostentamento, le cose non vanno così. La prospettiva di un via libera ai licenziamenti, sempre più insistentemente chiesto dalle associazioni padronali e dagli economisti compiacenti alle loro dipendenze indicano che la disoccupazione aumenterà ulteriormente.

Il fatto che al governo siedano praticamente tutti i partiti è la migliore dimostrazione di che cosa si sta abbattendo sul mondo del lavoro. Quando i governi si preparano a colpire i diritti dei lavoratori ancora più duramente, tirano fuori la formula della salvezza nazionale. I sindacati, a loro volta, sembrano pienamente entrati in questa logica, rispolverando la “concertazione”. Ma qui non c’è niente da concertare. Qui c’è da garantire, immediatamente, un lavoro e un salario decente a tutti. Questa è la più urgente rivendicazione da mettere all’ordine del giorno in tutte le categorie del lavoro salariato e in tutte le imprese.

8 febbraio 2021

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