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Cento anni di una storia giovane

Se riflettiamo un momento sulla pandemia in corso, dobbiamo riconoscere che la salute di tutti i popoli della terra e la stessa sopravvivenza di milioni di persone dipendono da tre o quattro grandi aziende del settore farmaceutico. In altre parole, tutte le conoscenze scientifiche e i mezzi per trasformarle in strumenti di lotta alla malattia sono nelle disponibilità di un pugno di capitalisti. È un’osservazione elementare ma inoppugnabile. La messa in comune delle conoscenze scientifiche, la pianificazione comune dell’attività di sperimentazione e la comune disponibilità degli apparati necessari alla produzione dei vaccini, per non parlare del loro possibile ampliamento, avrebbero probabilmente accorciato i tempi della messa a punto di uno o più vaccini contro il Covid-19 e ne avrebbero consentito la fabbricazione e la distribuzione in tempi molto più rapidi e su scala molto più ampia. Il diritto di proprietà, la protezione dei brevetti della Pfitzer, di Astra-Zeneca o di Moderna o, detto in altre parole, i loro profitti, valgono di più della vita della popolazione terrestre.

Questo fatto, sotto gli occhi di tutti, aggravato dalle difficoltà vere o presunte, delle case farmaceutiche di soddisfare gli ordinativi già effettuati dai vari governi nazionali, basta da solo a mostrarci l’assurdità del sistema capitalistico.

La lotta contro questo sistema fu alla base del programma che i comunisti si dettero il 21 gennaio 1921. La storia delle origini del Partito Comunista d’Italia, che va di moda descrivere come un episodio della “dannazione” della sinistra italiana, condannata da sempre alle scissioni, è in realtà parte di una storia internazionale che ebbe le sue origini nella Rivoluzione russa del 1917 e nell’odio verso le classi dirigenti, che avevano gettato nelle trincee della Prima guerra mondiale il fiore della gioventù europea uccidendo almeno 16 milioni di persone tra militari e civili e rendendone invalide 20 milioni.

Allo scoppio della guerra, tradendo tutte le proclamazioni di solidarietà proletaria tra i lavoratori di tutti i paesi, il vecchio movimento socialista, incarnato dalla Seconda Internazionale, si frantumò. Ogni partito socialista nazionale si mise al servizio del proprio governo belligerante. Nacque così, fra i socialisti più risoluti e più fedeli ai princìpi del marxismo, la decisione di formare una nuova Internazionale.

L’entusiasmo rivoluzionario, nel dopoguerra, si diffuse in larga parte del mondo e ovunque, all’interno dei vecchi partiti socialisti, si formarono frazioni di rivoluzionari internazionalisti che divennero poi veri e propri partiti, adottando il nome di partito comunista. La guerra aveva dissolto ogni illusione sul lento, pacifico e graduale sviluppo del capitalismo. Il motivo per cui si erano mandati tanti giovani a scannarsi gli uni con gli altri era la spartizione del mondo tra le grandi potenze, la ridefinizione delle zone d’influenza, il presidio di più ampi spazi di mercato. In una parola si trattava di una guerra imperialista.

Se, dopo un secolo, ha un senso muovere un rimprovero ai giovani militanti che animarono la frazione comunista e uscirono poi dal teatro Goldoni per fondare il PCd’I, si può solo rimpiangere che lo abbiano fatto troppo tardi, quando cioè le premesse materiali per un’estensione della rivoluzione in Europa si stavano indebolendo sempre di più e la reazione fascista stava prendendo sempre più piede.
I tanti giudizi che si sono sentiti e letti questi giorni, da parte di politici, intellettuali e storici, tradiscono la loro matrice sociale. È normale che chi ritiene che il capitalismo, con tutti i suoi orrori, rappresenti il capolinea della storia umana, guardi con distacco, disprezzo, sufficienza o, al massimo, con un’ipocrita benevolenza, ogni tentativo che la classe operaia ha fatto nel passato per rovesciare un sistema che si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Quella della fondazione del PCd’I è una storia vecchia? È ben strano che tanti “intelligenti” commentatori la pensino così. Non c’è domenica che tutti i telegiornali non ci somministrino i discorsi di un monarca assoluto, che si ritiene il vicario di Cristo in terra, cioè il portavoce di un profeta nato 2020 anni fa. Ma non pare che qualcuno ci trovi niente di strano. Nemmeno sembra strano che il presidente degli Stati Uniti, al momento del suo insediamento, giuri sulla Bibbia, cioè su una raccolta di scritti la cui origine si perde nella notte dei tempi, impegnandosi a difendere un Costituzione scritta nel 1787!

È vero; è passato un secolo dal primo serio tentativo, da parte della classe operaia italiana, di darsi i mezzi politici e organizzativi per trasformare radicalmente la società. Ma non bisogna dimenticare che le attuali classi dominanti ne hanno impiegati molti di più per liquidare l’ordinamento feudale e costruire l’attuale ordine borghese.

La classe dei lavoratori salariati è ancora giovane se misurata col metro della storia. I suoi pochi successi e le sue molte sconfitte sono il doloroso e inevitabile tirocinio di ogni classe rivoluzionaria. Ma come oggi ci appare incredibile che un tempo si potesse considerare un contadino proprietà di un signore o che nelle città si condannasse con la morte chi esercitava un mestiere senza appartenere a una corporazione, domani gli alunni delle scuole vorranno sapere perché ai nostri tempi si lasciava che pochi ricchi prosperassero sul monopolio della produzione di farmaci che la collettività aveva tutti i mezzi per produrre in abbondanza da sé.

24 gennaio 2021

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