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Chi sono i veri garantiti

Nel suo discorso di fine anno, Giuseppe Conte si è detto “molto preoccupato” di quello che accadrà dopo il 31 marzo, giorno nel quale finirà il blocco dei licenziamenti. Si prevedono centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno. Di fronte a questo cupo scenario, il Capo del governo ha assicurato che “ci stanno lavorando”. Può darsi. Del resto il “blocco” in questione è frutto di un’intesa opaca con le rappresentanze degli imprenditori: loro sono stati sgravati dai contributi per la cassa integrazione Covid e i loro dipendenti non hanno ricevuto la lettera di licenziamento. Una “solidarietà sociale” a costo zero per i padroni. Ora anche questa precaria forma di protezione sta per finire.

È abbastanza chiaro che al problema dovrebbero “lavorarci” anche i sindacati, ma per ora non si hanno notizie di mobilitazioni e di lotte annunciate. La giostra dei miliardi europei anima le contese politiche e, di riflesso, monopolizza l’attenzione dei vertici confederali. Ma il problema della disoccupazione presente e futura rimane. E non può attendere i miracolosi risultati che ognuno attribuisce al Recovery Fund.
La difesa più efficace dalla disoccupazione è quella che viene imposta dalla lotta.

Ottenere orari ridotti a parità di salario, organizzare una spartizione delle ore di lavoro nelle grandi imprese, tra occupati e disoccupati, rivendicare per i disoccupati di lungo periodo il “ristoro” immediato di un salario medio operaio. Sono obiettivi che appaiono oggi irrealistici ma che, nel corso della sua storia, il movimento operaio è riuscito a imporre nei momenti di massima tensione delle proprie forze.

Lottare per non farsi licenziare o perché non vengano cancellate opportunità di lavoro finora esistenti è un interesse di tutta la classe lavoratrice. Tutto ciò che ostacola l’unità dei lavoratori ne allontana la possibilità mobilitazione.

Tra gli argomenti tornati di moda per dividere i lavoratori c’è quello della divisione tra garantiti e non garantiti. Una campagna giornalistica e “culturale” strisciante accomuna imprenditori e operai del settore privato, tutti egualmente esposti, si dice, alle tempeste del mercato. Dall’altro lato della barricata starebbero i dipendenti pubblici. Senza dirlo esplicitamente, si fa passare il messaggio che gli operai del settore privato non hanno niente in comune con i lavoratori statali o delle aziende pubbliche, e che, di conseguenza, chi lavora in un’impresa privata dovrebbe scodinzolare dietro al proprio datore di lavoro, magari appoggiandone le rivendicazioni di ulteriori agevolazioni fiscali, esenzioni e provvidenze varie. La rappresentazione della società così dipinta vede nel garantito una specie di zavorra parassitaria che ostacolerebbe lo zampillare dell’energia creatrice dei nostri eroi dell’imprenditoria.

Ma le cose non stanno così: nell’insieme degli uomini e delle donne che hanno come principale o unica fonte di reddito quella che ottengono da una prestazione di lavoro subordinato, alcuni possono aver avuto la relativa “fortuna” di un impiego in un ufficio statale o in un’azienda municipalizzata, ma di fronte all’organizzazione capitalistica della società sono dei “venditori di forza-lavoro", né più né meno come i loro compagni delle imprese private. Non solo, il peggioramento delle condizioni contrattuali di lavoro colpisce tutte le categorie, spesso trasformandone le caratteristiche. Oggi, un numero enorme di operatori di enti pubblici, ospedali, scuole, comuni, è assunto con contratti a tempo determinato quando non è un dipendente di ditte e cooperative. Il precariato, quindi, si è allargato a tutti i settori e si allarga sempre di più.

Ecco che la rivendicazione di tutele di fronte al pericolo della disoccupazione, del lavoro precario e della miseria diventa un interesse collettivo di tutto il mondo del lavoro salariato. I garantiti veri sono quel 3% degli italiani adulti, che detiene il 34% della ricchezza nazionale. Sono quelli che possono anche chiudere la fabbrica di famiglia, mandando a spasso i propri dipendenti, perché i profitti accumulati per decenni si sono trasformati in patrimoni ingenti che consentiranno loro una vita agiata anche in vecchiaia e ai loro figli di bighellonare e sperperare senza nemmeno far finta di cercarsi un’occupazione. I veri parassiti e le vere zavorre sociali bisogna saperli riconoscere. Senza farsi fuorviare dalla sociologia da quattro soldi di giornalisti e intellettuali altrettanto parassitari e altrettanto garantiti.

4 gennaio 2021

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