Internazionale
Nell’autunno del Covid, 14 milioni di lavoratori tra pubblici e privati hanno i loro contratti di lavoro scaduti. Federmeccanica si porta avanti e abbandona le trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, rifiutandosi anche solo di discutere di aumenti salariali. Nella nebbia della pandemia, le imprese vogliono tutto in cambio di niente

“IL CORAGGIO DEL FUTURO” DEVONO AVERLO I LAVORATORI

Nessuno ormai si azzarda più a evocare lo sciocco slogan “Andrà tutto bene”. Non andrà tutto bene, intanto perché tutto è già andato male; lo si vede chiaramente non solo perché aumentano ogni giorno i morti, e non solo perché i colori sulla mappa dell’Italia si avvicinano sempre di più al rosso, e in questo caso non è una buona notizia. Mentre i contratti di lavoro precari non vengono più rinnovati, comincia a far acqua anche il blocco dei licenziamenti, che molte aziende hanno già cominciato ad aggirare cedendo rami d’azienda, che poi vengono dichiarati in fallimento. Interi settori sono in crisi, il commercio langue, la scuola - la cui ripartenza era stata dipinta come sinonimo di rinascita – rischia ogni giorno la paralisi totale. Teatri, cinema e musei sono chiusi (le chiese no). Nonostante tutto, la popolazione si affanna intasando i trasporti pubblici – per i quali non è stato previsto nessun incremento, ma si è invocata, chissà come, un’ipotetica occupazione al 50% – per raggiungere i posti di lavoro.
Se parlare di caos può sembrare pessimistico, diciamo che la situazione gli si avvicina molto.
Se però c’è un soggetto che non ha perso la freddezza e ha ancora i riflessi pronti, questo è sicuramente Confindustria. Con le redini saldamente in mano a Carlo Bonomi, l’assise annuale dell’associazione del padronato, che si è tenuta a fine settembre, ha delineato la rotta e reso noto il suo programma, partorito in 385 ponderose pagine nel documento “Il coraggio di cambiare”. Ora, non è che dobbiamo assassinarci con la consultazione del gravoso volume, ma basta un rapido esame alle sue linee fondamentali per capire che la pandemia, oltretutto, offre la sponda a Confindustria per azzardare pretese che fino a pochi anni fa sarebbero apparse come mere provocazioni. La visione della società del futuro, che Confindustria vorrebbe esportare al di fuori dei confini della sua assemblea, è un insieme agghiacciante di individui formati e adattati alle esigenze della produzione, mansueti, disciplinati, educati a ritenersi appendici delle imprese e incapaci di qualsivoglia pulsione di rifiuto e di lotta.
Il “coraggio di cambiare” consisterebbe infatti in una revisione generale degli assetti della società, dove tutto sarebbe a uso e consumo del “modello impresa”. Secondo questa idilliaca visione, Confindustria prescrive: incentivi alle imprese (e quando mai sono mancati?), sgravi a chi investe, niente reddito di cittadinanza, niente salario minimo (ci mancherebbe!), accesso ai prestiti del MES (tanto poi i debiti li pagano i lavoratori), meno controlli del fisco, e nel caso sanzioni minime. Ma si può chiedere anche di più: libertà di licenziamento, identificata con la vezzosa espressione “mercato del lavoro più libero e leggero”, estromettendo in pratica i giudici del lavoro e vedendosela con i sindacati, ovviamente compiacenti (sarebbe lo Stato a incaricarsi di tenere in vita e riqualificare i licenziati); infatti “occorre avere il coraggio di affrontare in modo equilibrato il tema dei licenziamenti […] momento fisiologico della vita lavorativa” (Il Fatto Quotidiano, 12.10.20). Il rapporto di lavoro, è chiaro, dev’essere “flessibile” e adattarsi alle esigenze dell’impresa, per cui occorrerà essere anche “partecipativi”, e non “antagonisti”: sarà necessaria quindi una “maturazione culturale”. “Non è certamente foriero di risultati stabili pensare la partecipazione in termini di avere – cioè di ottenere attraverso la contrattazione – se poi la mentalità di fondo è e rimane quella antagonista”. Inoltre “Occorre disciplinare questo rapporto non restando rigidamente ancorati a tutte le caratteristiche del contratto di lavoro classico, connotato da uno spazio e da un tempo di lavoro” (FQ, 12.10.20) Via libera allo smart working quindi, e chi più ne ha più ne metta, se consente il ritorno al sacrosanto cottimo!
Ce n’è anche per i dipendenti pubblici, il sistema scolastico, il sistema sanitario: i primi dovrebbero essere giudicati da specialisti esterni, sanzionati e retrocessi economicamente se sgarrano; nella scuola ci si deve mettere in testa che si formano lavoratori, non persone, quindi generazioni al servizio dell’impresa, in grado di produrre con poca spesa, alto rendimento e nessuna conflittualità; le politiche sanitarie invece vanno misurate “in base al loro impatto sulla struttura industriale (occupazione e produzione) e sulla capacità di attrarre investimenti […]. Piatto ricco mi ci ficco: perché non sviluppare di più il sistema privato con il corollario di assicurazioni, ambulatori e cliniche private, da inserire come welfare nei contratti, anziché alzare i salari? Proprio ciò che intende Federmeccanica, quando il suo presidente, Alberto Dal Poz, sostiene che sia riduttivo parlare di soldi e salario minimo, che un contratto “complesso e innovativo” come quello di cui si discute poggia anche sul welfare aziendale, e che per aumentare le paghe va diffusa di più “la pratica dei premi di risultato” (La Stampa, 9.10.20). Questa storia del welfare aziendale raggiunge un risultato duplice, anzi triplice: spostare capitali dalla sanità pubblica a quella privata, dare meno soldi ai lavoratori, e abituarli alla sanità “americana”, che se la vuoi te la paghi.
Il coraggio del futuro dev’essere dei lavoratori. Sono loro che dovranno letteralmente strapparlo dalle mani rapaci dei loro sfruttatori.

Aemme


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