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Periodico comunista

È il momento di farsi sentire!

Il blocco dei licenziamenti non sarà prolungato dopo il 31 marzo. Lo ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

La notizia, alla quale non è stato dato grande rilievo dai mezzi di informazione, rafforza la necessità di una mobilitazione dei lavoratori a tutela delle proprie condizioni di vita.

La crisi economica, divenuta drammatica con il dilagare del Covid-19, mette in primissimo piano l’esigenza di difendere i posti di lavoro. Il blocco dei licenziamenti deve essere prorogato e deve, semmai, essere reso più efficace, estendendone l’applicazione a tutte le fasce di lavoro precario. Dall’inizio dell’anno, infatti, si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Strettamente collegata all’occupazione, c’è la questione dei redditi dei lavoratori, stipendi e salari. Già a maggio, secondo un’indagine dell’Ufficio studi della Banca d’Italia, il 35,4% dei lavoratori a tempo indeterminato e il 49,3% di quelli a tempo determinato avevano subìto una riduzione di un quarto o più del proprio reddito.
In generale, l’abisso della povertà continua ad allargarsi. L’Istat conta oggi 5 milioni e mezzo di poveri. Le code ai centri di distribuzione di pasti gratuiti e di altri generi di prima necessità si ingrossano in tutte le città del Paese.

In questa situazione, dare il via libera ai licenziamenti è un vero crimine. La risposta del movimento sindacale dovrebbe essere ben più risoluta dei timidi balbettii di Landini, della Furlan e di Bombardieri.

I miliardi del Recovery Fund si dirigeranno verso le imprese. I politici si sbranano su come e a chi distribuirli. Ma promettono tutti che grazie a questo denaro si potrà avviare una grande rivoluzione dell’economia nazionale, una rivoluzione di cui dovrebbero beneficiare anche i lavoratori.

Ma, anche non contando la storica inefficienza della burocrazia, le leggi farraginose e l’abnorme estensione dell’illegalità mafiosa e della corruzione, questo flusso di capitali avrà effetti pratici sulla riorganizzazione dell’apparato produttivo solo dopo diversi anni. Anche questi effetti, tuttavia, non sono necessariamente generatori di maggiore occupazione.

Forse qualcuno pensa che per milioni di lavoratori “andrà tutto bene” se trascorreranno i prossimi anni alternando file alla Caritas e lavoretti a tempo determinato, oppure se si rassegneranno a salari da fame in cambio di un lavoro “sicuro”.

A noi sembra invece incivile e inaccettabile. Ci pare un motivo sufficiente per far sentire di nuovo, nei luoghi di lavoro e nelle piazze, la voce dei lavoratori.

L’Internazionale, 8 dicembre 2020

Leggi :

- L’Internazionale n° 175 di dicembre 2020

e leggi anche :

- Settembre 1920, l’Occupazione delle fabbriche

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