Internazionale
Scuole chiuse da marzo: hanno riaperto (o non hanno mai chiuso) fabbriche, officine e laboratori. Hanno ricominciato strutture alberghiere, campeggi e crociere. Hanno spalancato i battenti perfino le discoteche, richiuse in fretta e furia dopo aver sparso l’infezione a destra e a manca. Ora finalmente dovrebbe toccare alle scuole.

LA SCUOLA NON E’ UN EVENTO

Sarà perché non produce profitti, e a tenerla in vita hanno dovuto arrangiarsi docenti e famiglie (donne, mamme per lo più), la scuola è rimasta per mesi in fondo alle priorità da gestire in pandemia. Nessun insegnante e nessuna famiglia potrà ricordare con serenità i mesi della famigerata DAD (didattica a distanza, per chi non lo avesse ancora imparato). Un calvario che ha assillato il corpo insegnante alla ricerca spasmodica di modi e strumenti per comunicare programmi di studio ormai puramente teorici, e ha messo a dura prova le famiglie, costrette a fare da supplenti a tutto ciò che è mancato: hanno dovuto sostituirsi all’insegnante per convincere a impegnarsi sui compiti alunni riottosi e tutt’altro che inclini a seguirli, risolvere problemi tecnici e diventare esperti delle più svariate piattaforme di videoconferenza, confrontarsi ogni giorno con connessioni deboli e collegamenti che saltavano, far convivere in spazi spesso ristretti più di un’esigenza di lavoro, con figli in didattica a distanza, madri e padri in qualche caso in lavoro da remoto, strumenti tecnici insufficienti. Non si può disporre di tre/quattro computer in ogni casa.
Ma pur nelle difficoltà di tutti, c’è chi ha pagato di più con la scuola confinata nello schermo di un computer o di un tablet, quando andava bene, o di uno smartphone, o addirittura niente nel peggiore dei casi. Anche le opportunità hanno un risvolto di classe. Chi ha pagato di più sono stati gli studenti, le studentesse e le famiglie più deboli, che hanno dovuto fare a meno anche di quel minimo di strumenti di parificazione sociale che la scuola pubblica mette a disposizione. E’ poco, in molti casi, ma è tanto per chi non ha altro. Bene o male, l’ambiente della scuola pubblica, pur con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni, offre - almeno in teoria - o comunque ha fra i suoi obiettivi, quello di offrire a tutti le stesse opportunità di crescita. E’ in ogni caso uno dei pochi ambiti in cui questa società mette a contatto, a pari condizioni, bambini e adolescenti di tutte le condizioni sociali, ne favorisce i rapporti e gli scambi. Tolto anche questo fragile diaframma, il solco si fa più profondo e le differenze di condizione sociale subiscono un moltiplicatore drammatico. In più di un caso insegnanti di ogni ordine e grado hanno lamentato di aver perso o lasciato indietro gran parte della propria classe.
Ora si riapre, o si vorrebbe riaprire. Il messaggio martellante per tutta l’estate, da ogni giornale o tivvù, è stato: "La priorità del governo è la riapertura delle scuole in sicurezza": manco la scuola fosse un evento da pubblicizzare con un semplice slogan. Alla fine della fiera, si vedrà quanto di questo slogan sarà diventato realtà. A parte le difficoltà tecniche, tante e innegabili, a monte ci sono anni anni di incuria e abbandono, sia delle strutture e dell’edilizia scolastica, sia dell’istituzione in generale. Ci sono le classi sovraffollate, gli strumenti della didattica insufficienti, la scarsa innovazione, il corpo insegnante avanti con gli anni, il problema del precariato mai risolto. Difficile costruire un edificio resistente con fondamenta tanto deboli. Il problema non è solo fronteggiare la pandemia, è farlo dovendo già risalire una situazione precaria. D’altra parte, un programma serio di ripartenza dovrebbe anche riguardare il miglioramento e il potenziamento dei trasporti pubblici e del trasporto scolastico; non sembra che, a parte le chiacchiere - e del Governo, e dell’opposizione - si sia visto qualcosa di concreto. Sui fondi messi a disposizione per l’emergenza Covid, Confindustria si è gettata con energia famelica, con l’intenzione di accaparrarsi quanto più possibile. Quanto resterà per i servizi di cui avrebbe veramente bisogno la popolazione? Difficile scommettere sul fatto che non rimarranno l’ultima opzione.
Però c’è anche una buona notizia: a Torino la WINS - World International School of Torino - la scuola dei vips, ha riaperto i suoi battenti già dal 1 settembre. Secondo quanto riferisce il giornale online Torino Today, questa scuola, dietro la quale sono schierati il gruppo Fiat, la Fondazione Agnelli, il Lions Club di Torino, lo Sci Club Sestriere, etc..."Ha pensato a tutto sia nella fase preparatoria a questo giorno, sia nel rientro tra i banchi. Grazie a una convenzione con l’ospedale Koelliker hanno dato la possibilità a studenti e personale didattico di effettuare il test sierologico; hanno distanziato i banchi all’interno delle aule e pensato a più punti di accesso all’istituto; hanno misurato la temperatura a tutti i soggetti entrati dentro la struttura didattica; e in caso di coronavirus all’interno dell’istituto sono pronti con il piano B della didattica a distanza. Qui inoltre è stato anche risolto il problema del trasporto degli studenti da casa a scuola grazie a un servizio proprio di trasporto".
La retta della scuola è di soli 15.000 euro annui; e magari (probabile) la scuola stessa gode dei finanziamenti pubblici alle scuole private. La scuola pubblica, si arrangi.
Aemme


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