Internazionale
Un secolo fa:

l’influenza spagnola associata alla barbarie capitalista

Da “Lutte de classe” n° 208 - Giugno 2020

Tra la primavera del 1918 e quella del 1919 tre ondate di epidemia influenzale devastarono tutti i continenti e condussero alla morte di 50 a 100 milioni di persone. Questa epidemia, insieme alla Prima guerra mondiale, messe in luce il grado di putrefazione e di barbarie al quale era arrivato l’imperialismo. Ma per tanti versi fa anche luce sulla situazione attuale, creatasi con la pandemia di Covid ed i suoi effetti devastatori, attuali e prossimi, per le classi popolari.

La Prima guerra mondiale, come pure altri conflitti precedenti, fu, per riprendere l’espres­sione di Lenin, un “vigoroso acceleratore” della storia, che sconvolse le società e la vita stessa dell’umanità in tanti suoi aspetti per un lungo periodo storico. Lo scontro tra le principali potenze industriali per spartirsi di nuovo il mondo prese la forma di una terribile e sanguinosa mischia che rivelò la natura profonda, criminale ed abietta, dell’ordine sociale borghese. Ed è per questo che la guerra provocò l’insurrezione della classe operaia russa nel 1917 ed una potente ondata rivoluzionaria che fece vacillare il mondo per parecchi anni.

Come lo scrisse Rosa Luxemburg nel 1915: “Insozzata, disonorata, invischiata nel sangue, ricoperta di fango e di sudiciume: ecco come si presenta la società borghese, ecco quello che è. Non è quando, ben ordinata e ben onesta, si dà le sembianze della cultura e della filosofia, della morale e dell’ordine, della pace e del diritto; ma bensὶ quando somiglia ad una bestia feroce, quando danza il sabba dell’anarchia, quando soffia la pestilenza sulla civiltà e l’umanità che si mostra tutta nuda, tale e quale essa è veramente”.

Questo scatenarsi della barbarie nata dalle profondità della società capitalista fece, in poco più di quattro anni, dieci milioni di morti tra i combattenti e altrettanti tra le popolazioni civili. La guerra fu accompagnata, tra il 1918 e il 1919, dalla pandemia più devastante che l’umanità abbia avuto ad affrontare. Il suo tremendo bilancio umano, forse cinque volte maggiore di quello della guerra, proviene anche ampiamente dalla stessa organizzazione dell’economia capitalista, dal saccheggio imperialista e dalla politica degli stati, servitori degli interessi delle rispettive borghesie.

Le necessità della guerra rafforzano la pandemia

Se fino ad oggi gli scienziati non sono riusciti a definire precisamente l’origine del virus dell’influenza spagnola, che irruppe nel mondo nel 1918, è invece sicuro che la guerra precipitὸ notevolmente la sua diffusione e peggiorὸ i suoi effetti devastanti.

Il contagio rapido fu infatti favorito dal bisogno sempre rinnovato di soldati, lavoratori e materie prime, che le potenze belligeranti facevano arrivare da ogni parte del mondo per combattere, ed alimentare la macchina da guerra in Europa, nel Medio-oriente o in Africa. I governi e gli stati maggiori non potevano ignorare il rischio di contagio, poiché esso era un fatto assodato in ogni guerra, da secoli. Misure di quarantena erano inoltre messe in atto fin dal medioevo. Per dare solo un esempio, tutta la Provenza era stata isolata dal regno francese nel 1720, per due anni, al fine di impedire l’estensione della pandemia di peste che la colpiva.

Oltretutto gli scienziati e i militari conoscevano fin dalla fine dell’Ottocento le principali vie di trasmissione sul globo.

Il virus dell’influenza spagnola apparse probabil­mente nel gigantesco campo di allenamento dell’esercito americano di Fort Riley, in Texas, nel marzo 1918, facendovi le sue prime vittime. Si sparse poi attraverso il paese, verso i porti della costa est, dove erano concentrati i soldati del corpo di spedizione americano per l’Europa. Le autorità americane negarono allora l’esistenza di una pandemia, il presidente Wilson diede l’ordine di non comunicare il numero degli ammalati (che pure raggiungeva la metà delle truppe) per non rallentare la mobilitazione. Il ministero della Guerra americano affermò dal canto suo a fine giugno 1918, che le sue truppe non avevano “mai mostrato nessuna forma di malattia, qualunque sia”. Imporre l’entrata in guerra l’anno precedente era stato difficile per le classi dirigenti e la coscrizione era alle prese con l’opposizione importante delle reclute e di una parte della popolazione: si escludeva di mettere in pericolo l’intervento nel conflitto, dove si giocava la supremazia tra potenze imperialiste.

Sbarcando in Francia, a Brest, nelle settimane seguenti, questi soldati sparsero la prima ondata d’influenza spagnola su tutto il continente. Altri dati individuano una possibile origine asiatica, avendo il virus, secondo questa ipotesi, attraver­sato gli oceani con le truppe coloniali ed i lavoratori dell’attuale Vietnam e della Cina, che Francia e Gran-Bretagna avevano reclutato a decine di migliaia.

Comunque sia, quasi ovunque il trasporto di truppe, dirette verso i campi di battaglia o di ritorno dalla guerra, diffusero il virus sul continente africano, nel Pacifico, in Asia e perfino nell’Artico.

Fino all’armistizio del 1918, la censura militare impedì che la popolazione fosse avvisata dell’esistenza stessa dell’epidemia. Tuttavia si stima che mezzo milione di soldati degli eserciti francesi, britannici ed americani si trovarono fuori combattimento per causa dell’influenza spagnola nell’autunno 1918 sul territorio francese. E lo stesso valse per il campo delle potenze centrali. Questa censura è d’altronde la ragione per cui l’influenza fu chiamata spagnola, nome che è poi rimasto: la Spagna era rimasta neutrale nel conflitto mondiale ed i suoi giornali furono gli unici a rendere conto dell’ampiezza della prima ondata della malattia, nella primavera e l’estate del 1918. Alcuni hanno cercato di chiamare l’attuale pandemia di Covid-19 “virus cinese”, con secondi fini così palesi e stupidi che l’operazione non è riuscita così bene questa volta.

In un primo tempo la censura impose il silenzio, e lo impose ancor di più l’impegno dei media, degli intellettuali, del corpo medico e delle forze politiche riunite nella ”unione sacra” con la propria borghesia. E questo allorché la maggior parte dei reggimenti era stata colpita dalla pandemia. La propaganda fece il resto: in Francia, i giornalisti, sull’attenti, spiegarono che i soldati resistevano a meraviglia ad una malattia che decimava i tedeschi, spiegarono che gli scienziati tedeschi avevano introdotto bacilli patogeni nelle scatole di sardine fatte in Spagna. Quanto alla rivista “Giornale di medicina e di chirurgia pratica”, esso scriveva nel settembre del 1918, alla vigilia della seconda ondata di influenza spagnola: “L’influenza è una condizione poco grave, per la quale le misure di quarantena o di sanificazione ai confini, che si applicano per altre malattie, sarebbero ingiustificate e d’altronde inutili”.

A dispetto di ogni regola igienica, bisognava ad ogni costo nascondere la verità sullo stato sanitario degli eserciti alle opinioni pubbliche e alla classe operaia, dalla quale la borghesia temeva le reazioni, al momento in cui la fine della guerra era prossima, e mentre il prestigio della Rivoluzione d’Ottobre stava crescendo. Rimasero aperti ristoranti, cabaret e scuole, tranne quando non c’erano più abbastanza dipendenti in buona salute per lavorarci. Le imprese, come i trasporti, non potevano essere rallentati, allontanando gli operai ammalati, mettendo a rischio l’approvvigionamento del fronte o l’alimentazione della popolazione… e mettendo a rischio le commesse governative e i benefici colossali degli industriali. Nel migliore dei casi, orari e cadenze di lavoro furono ridotti, con la speranza di trovare gli operai sui posti di lavoro il giorno dopo. Ma il più delle volte, i lavoratori, come quelli delle ferrovie, da cui dipendeva il trasporto delle truppe e del materiale per le prime linee, erano requisiti.

Per non intasare gli ospedali militari, gli ammalati furono convogliati, a volte in piedi, in treni strapieni, verso altri centri di cure, diffondendo ancora di più l’influenza spagnola in tutto il paese. Per riprendere una parola ripetuta da mesi dai giornalisti, le caserme, gli ospedali, le stazioni, le fabbriche, ma anche i bordelli di campagna organizzati dagli eserciti furono altrettanti “clusters” di una epidemia rafforzata dagli incessanti spostamenti delle truppe tra la prima linea e il retro fronte. I medici militari pensarono ad un certo punto di sospendere i permessi per rallentare la progressione del contagio, ma l’alto comando si oppose: aveva in memoria gli ammutinamenti del 1917, quando la riduzione dei permessi era stata una delle ragioni della collera e della rivolta dei soldati. Smistare e isolare i contagiati invece di concentrare gli ammalati negli ospedali, ciò sorpassava la capacità dei sistemi sanitari, interamente dedicati alla necessità di mantenere il maggior numero possibile di soldati nelle condizioni di combattere, anche a costo di rimandare in prima linea decine di migliaia di uomini vettori del virus.

Infatti, gli imperativi della guerra tra potenze imperialiste impedivano delle misure di grande portata, capaci di contenere il diffondersi dell’epi­demia.

Ma la sporca guerra che le diverse borghesie stavano combattendo l’una contro l’altra sulla pelle delle classi popolari ebbe altre conseguenze disastrose, che in parte spiegano la mortalità eccezionale di quest’influenza, o per essere più precisi, delle tre onde d’influenza che la caratterizzarono. L’influenza spagnola uccise in modo preponderante persone tra i venti ed i quarant’anni, probabilmente perché i più vecchi erano in parte già immunizzati da un precedente episodio di influenza (quella detta russa, del 1889-1890); ciò fu facilitato dal fatto che gli organismi delle popolazioni civili, come quelli dei combattenti, erano molto indeboliti dalle privazioni e dall’esaurimento fisico. I soldati austro-ungheresi impegnati in costanti operazioni in Italia, che pativano della fame e della malaria, registrarono due o tre volte più perdite dovute alla malattia che ai combattimenti. Inoltre tutti i soldati esposti agli attacchi chimici subirono in pieno gli effetti dell’influenza spagnola e morirono di più, per via della loro insufficienza respiratoria.

I soldati, ma anche i lavoratori, le donne, che dovevano lavorare nei campi da sole, curare i bambini, non potevano ovviamente seguire gli ottimi consigli dei medici che prescrivevano di riposarsi, di bere e di mangiare bene. Migliaia di donne incinte morirono o partorirono bambini nati morti, che in genere non vengono contabilizzati fra le vittime dell’influenza spagnola.

L’annuncio dell’armistizio del novembre 1918 ed i festeggiamenti che lo accompagnarono, avvenuti all’apice dell’epidemia, furono di per sé una fonte importante di contagio: non si poteva rovinare la pace dei vincitori e l’operazione di propaganda che vi era legata in Francia, in Gran-Bretagna e negli Stati-Uniti.

Le classi popolari maggiormente colpite

La situazione sanitaria dei paesi belligeranti, cosὶ come quella delle loro colonie, si era parecchio deteriorata con l’entrata in guerra. Da una parte perché l’immensa maggioranza delle infermiere, dei medici, dei chirurghi, era stata requisita in prima linea. Era diventato quasi impossibile consultare un medico e fare analisi. I servizi sanitari militari erano d’altronde gli unici a disporre di dati affidabili sul numero degli ammalati, giacché la dichiarazione dell’influenza era stata resa obbligatoria solo dopo il picco dell’epidemia e senza che esistesse un organismo vero e proprio capace di trarne misure in grado di frenare il contagio. La mancanza di personale sanitario era tanto più chiara che gli ospedali erano cosὶ pieni da rendere impossibile la cura dei malati e il loro isolamento dal resto della popolazione. Quelli che, soffrendo di un’altra patologia, erano ammessi in ospedale, vi contrattavano l’influenza. Quelli che l’avevano già aspettavano la morte, per via della mancanza di cure e di riposo. Nello stesso tempo, molti ammalati, in assenza di diagnosi, morirono a casa, senza cure, in particolare durante l’autunno del 1918, nella seconda ondata dell’influenza, particolarmente fulminea.

La guerra aveva per altro provocato una penuria di medicine, di letti ospedalieri, di combustibili per il riscaldamento, di benzina per i veicoli degli scarsi medici che esercitavano ancora nelle zone rurali, e di mezzi di disinfezione (sapone e candeggina tra l’altro). A Lione, è la pressione dell’opinione pubblica che costrinse la giunta comunale ad organizzare in fretta un corpo speciale d’infermiere incaricate delle visite ai malati, e servizi speciali incaricati della disinfezione quotidiana dei locali industriali, dei commerci e di alcune amministrazioni.

Il collasso del livello di vita delle classi popolari, in parte legato all’intensificazione dello sfruttamento nelle fabbriche, all’aumento generale dei prezzi, alle penurie alimentari, alle difficoltà di trasporto, indebolὶ notevolmente gli organismi e le infezioni polmonari si fecero più numerose e letali, in particolar modo quelle legate alla tubercolosi. Questa malattia provocava allora in Francia quasi 100 000 morti all’anno e colpiva le categorie più povere della popolazione. Un responsabile del Servizio di sanità degli eserciti scriveva allora: “La tubercolosi regna in mezzo ai tuguri delle grandi città, in mezzo alle catapecchie dei contadini che la tassa su porte e finestre ha chiuso all’aria e al sole. I quartieri operai in zone di lavoro o di commercio sono troppo spesso spaventosi agglomerati di case marce, sudicie, dove le strade sono trincee profonde, strette e umide. (…) La tubercolosi regna per via degli stipendi troppo bassi, soprattutto nei mestieri femminili. (…) La tubercolosi regna per via del sovraffaticamento delle lunghe giornate di lavoro, del lavoro di notte imposto alle donne, ai bambini”. La situazione era cosὶ critica che aveva minacciato gli stessi ranghi dell’esercito francese per l’intera durata della guerra, fino al punto di provocare l’inizio di una politica di prevenzione e di trattamento della tubercolosi. Ma il problema era lungi dall’essere risolto.

Le file formatesi nelle grandi città davanti ai forni e ai negozi di generi alimentari, o per procurarsi mezzi di riscaldamento, costituirono altrettanti vettori dell’epidemia nelle classi popolari, alle quali scampavano la borghesia e parte dei ceti medi. Osservando una mappa delle vittime dell’influenza spagnola a Parigi, alcuni hanno pensato scorgervi una sovra rappresentazione dei quartieri dell’ovest della città, più ricchi, prova secondo loro che le classi sociali erano uguali di fronte al virus, come tanti altri pretendevano fossero uguali anche sotto la divisa. Ma in realtà, questo proviene dal grande numero di cameriere morte per il benessere dei grandi borghesi dei quartieri perbene, dopo essersi rovinate la salute in alloggi indegni, piani soppalcati troppo caldi d’estate e troppo freddi d’inverno, o pianterreni umidi che favorivano le infezioni polmonari.

In Austria-Ungheria come in Germania, l’embar­go imposto dagli imperialisti francesi e britannici aveva creato carenze alimentari e fatto rinascere la carestia nel centro dell’Europa. In un’economia di guerra che colpiva pesantemente la classe operaia, l’influenza spagnola ebbe effetti devastanti in parecchie città ungheresi dove l’acqua non arrivava più nei quartieri popolari e dove si svilupparono altre malattie. In Polonia, nessuno fu in grado di contare i morti, che si stimano oggi tra 68 000 e 130 000. A Praga, l’ospedale principale rischiὸ la chiusura per mancanza di carbone; altrove non ci furono più pasti caldi. In parecchie città degli Stati-Uniti, il tasso di mortalità rilevato negli alloggi popolari fu almeno due volte più alto di quello dei quartieri ricchi. I neri furono colpiti in modo particolare. A New-York, il bilancio fu relativamente misurato dopo la guerra, quando i giornali poterono avvisare la popolazione della crescente crisi sanitaria, probabilmente perché furono prese misure di chiusura precoce delle scuole, dei principali luoghi pubblici, di dichiarazione obbligatoria della malattia ai servizi sanitari comunali, di divieto di funerali pubblici e di ricovero in ospedale di tutti quelli che vivevano in alloggi sovraffollati. La mascherina resa obbligatoria a San Francisco ebbe anche un ruolo abbastanza efficace.

Ciarlatani e produttori di cure di ogni genere approfittarono di questo periodo per arricchirsi. Per via dell’epidemia e del sequestro dei beni dell’industriale Bayer nel 1914, la Società chimica del Rodano dispose del monopolio sull’aspirina: le sue vendite ed i suoi profitti andarono alle stelle. Divenne nel 1928 Rhône-Poulenc, per decenni primo gruppo chimico privato francese.

I popoli sotto il tallone di ferro dell’imperialismo

Nei paesi sottomessi al dominio delle grandi potenze da decenni, o da secoli, la guerra, il saccheggio delle materie prime e lo sfruttamento della mano d’opera, avevano reso ancora più spaventose le conseguenze dell’influenza spagno­la per i popoli. L’epidemia, che giunse dai porti, fu devastante, mettendo in luce l’assenza quasi totale di personale sanitario, di ospedali, di dispensari e soprattutto la povertà e il sotto­sviluppo nel quale il dominio dell’imperialismo faceva sprofondare i due terzi dell’umanità.

L’Africa, interamente sotto il giogo coloniale, che aveva fornito quasi 500 000 uomini per alimentare la macchina da guerra e le fabbriche europee, ebbe un tasso di mortalità due volte superiore a quello dell’Europa. In Senegal, dove la pandemia arrivὸ dopo due ondate micidiali di peste bubbonica, l’influenza spagnola fece quasi 40 000 morti, senza commuovere più di tanto il corpo medico coloniale. Nel Congo belga, la stima del numero di vittime è di 300 000 ; 250 000 nel Camerun, mentre in Nigeria fu probabilmente più vicina ai 450 000.

Con il ritorno dalla Francia del Corpo dei lavoratori indigeni che era stato utilizzato nelle retrovie il virus sbarcò nel Sudafrica, dopo la Sierra Leone dove la loro nave fece scalo. L’ecatombe fu particolarmente micidiale (300 000 morti) per via dei numerosi porti e dell’estesa rete ferroviaria che portavano le ricchezze minerarie verso il mercato mondiale. L’influenza spagnola decimò tra l’altro le popolazioni nere del Transkei e del Ciskei, nella zona di Città del Capo, rin­chiuse in tuguri sovraffollati. In Rodesia del sud (attuale Zimbabwe), altro dominio britannico, il tasso di mortalità nella popolazione di origine europea fu del 9,3 %, del 25,4 % fra gli africani delle riserve e del 91,7 % tra i minatori. Vicino a questo focolaio dell’Africa australe, l’influenza spagnola uccise probabilmente 90 000 malgasci e tra 7 000 e 20 000 persone dell’isola di La Réunion, per una popolazione di 175 000 abitanti, massacrando gli operai del porto, devastando poi i quartieri popolari, dalle condizioni di vita spaventose. Nella cittadina del Porto, che registrava solo un medico, i cadaveri, lasciati davanti alle case, erano caricati dall’unico veicolo: una carretta tirata a braccia da detenuti.

In parecchie isole, come nelle Filippine, occupate dalle forze americane, a Tahiti (Papeete) o nelle isole Samoa occidentali, sotto controllo neozelan­dese, le autorità coloniali lasciarono sbarcare uomini ammalati, a disprezzo delle conseguenze sulla popolazione. Il governo neozelandese aspet­terà il 2002 per riconoscere la sua responsabilità nella morte di 8 500 persone nelle Samoa, un quarto della popolazione, in seguito a questa decisione criminale. Lo stato francese non ha mai riconosciuto la propria responsabilità verso le vittime di Tahiti. Ma è certamente in India che la barbarie del dominio capitalista si è dimostrata più forte, con più di 18 milioni di morti dovuti alla pandemia. L’influenza spagnola aveva colpito Bombay il 29 maggio 1919, all’arrivo di una nave che trasportava truppe indiane che tornavano dalla guerra. In due settimane, la città fu devastata dall’epidemia.

Non fu mai preso in considerazione il fatto di imporre la quarantena nei porti indiani, data l’importanza economica di questa colonia per l’imperialismo britannico. Fin dall’apertura del canale di Suez, il porto di Bombay era diventato il più grande dell’India e la sua industria tessile occupava decine di migliaia di operai. Il potere coloniale si disinteressava completamente delle condizioni sanitarie o dell’insalubrità delle case e delle strade delle metropoli nelle quali aveva mantenuto o precipitato milioni di abitanti. L’India era inoltre regolarmente colpita da alluvioni o siccità che facevano spesso migliaia, e più spesso ancora milioni di vittime. E mentre la siccità del 1918 aveva precipitato di nuovo la popolazione nella carestia, le navi continuavano a trasportare verso i porti britannici i cereali prodotti nel paese. La guerra, che aveva ridotto ulteriormente il numero di medici, requisiti in prima linea, peggiorò ancora la situazione sanitaria in un paese la cui la speranza di vita media non andava oltre i 25 anni.

L’epidemia d’influenza spagnola colpì gli operai agricoli, i piccoli contadini, gli operai e gli innumerevoli poveri che popolavano le città del subcontinente indiano. Le donne costituirono la maggioranza delle vittime perché subivano una doppia oppressione: si alimentavano meno nei periodi di penuria, sopportavano un carico di lavoro maggiore e curavano gli ammalati.

Esisteva un precedente a questa situazione: all’indomani di un’epidemia di peste che aveva colpito Bombay e minacciava questo centro dell’economia coloniale nel 1896, il potere aveva cercato di risolvere a modo suo, cioè brutalmente, i problemi d’insalubrità di cui dava la responsabilità agli stessi abitanti. Con il pretesto di promuovere l’igiene, i soldati erano stati mandati nei quartieri più poveri. Le abitazioni erano state perquisite, spesso incendiate con i pochi effetti personali dei loro occupanti, questi erano stati umiliati, a volte violentati e trasferiti a migliaia. La situazione sboccò in sommosse e in uno sciopero generale che costrinse il potere ad indietreggiare. Il ricordo era ancora vivido nelle memorie quando arrivò l’epidemia di influenza spagnola.

Di nuovo, il potere coloniale fu completamente incapace di far fronte al caos creato dalla malattia, e spesso furono gli abitanti stessi, appoggiati dai militanti della causa indiana, che compensarono la sua incuria, il che accelerò la contestazione del dominio britannico ed il movimento per l’indipen­denza. All’indomani del voto, nel febbraio 1919, della legge Rowlatt, che prolungava la legge marziale stabilita durante la guerra, la contesta­zione minacciava di generalizzarsi. Il 13 aprile del 1919, a Amritsar, l’esercito fece fuoco sulla folla ed uccise parecchie centinaia di persone.

Oggi più che mai: socialismo o barbarie

Se i limiti delle conoscenze scientifiche dell’epo­ca, la scarsa conoscenza dell’origine virale dell’influenza e l’assenza di vaccino hanno avuto, un secolo fa, un ruolo importante nella diffusione e nella letalità della pandemia d’influenza spa­gnola, il capitalismo porta una schiacciante responsabilità nel suo spaventoso bilancio. Gli imperativi della guerra imperialista a vantaggio del grande capitale e le loro drammatiche conseguenze sul livello di vita e sulla salute delle popolazioni, la situazione indegna di alloggio delle classi popolari, la mancanza di una politica igienica e di salute pubblica che possa rispondere ai bisogni, il sovrasfruttamento dei lavoratori e dei popoli coloniali mantenuti in una spaventosa oppressione materiale e culturale: tutto questo avrebbe dovuto portare la società borghese alla sua perdita. La salvὸ il tradimento dei principali dirigenti socialisti nel 1914, lasciando i lavoratori senza prospettive e senza direzione nel momento in cui la rivoluzione russa rovesciava il dominio borghese nel 1917.

Oggi, le conoscenze scientifiche ed i mezzi per fronteggiare la pandemia di Covid-19 sono molto più sviluppati di quanto lo erano un secolo fa. Quindi, di fronte al caos e al numero di morti provocato dall’attuale epidemia e di fronte alle conseguenze prevedibili della crisi economica di cui l’epidemia è solo un fattore scatenante, spazzar via il marciume del vecchio sistema rimane l’unica prospettiva per l’umanità. Come scriveva Engels in Anti Dühring: “Le forze produttive generate dal modo di produzione capitalista moderno, così come il sistema di distribuzione dei beni che esso ha creato sono entrati in flagrante contraddizione con il modo di produzione stesso, e questo ad un livello tale che diventa necessario uno sconvolgimento del modo di produzione e di distribuzione, se non si vuole vedere naufragare l’intera società moderna”.

2 aprile 2020


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