Internazionale
Editoriale

Per una difesa collettiva dalla disoccupazione

Le prime inchieste promosse dai familiari delle vittime del virus cominciano già a mettere in luce quanto della strage attribuita alla pandemia sia dovuto alla disorganizzazione del sistema sanitario, risultato di anni e anni di tagli e privatizzazioni. Si contano, com’è noto, quasi trentacinquemila morti e, con numeri del genere, non sarà facile abbuiare tutto.
Alla tragedia dei morti uccisi dal coronavirussi aggiunge ora lo spettro della disoccupazione di massa. La Banca centrale europea calcola che l’anno si concluderà con una disoccupazione al 9,8% nel territorio comunitario, percentuale che salirà al 10,1% l’anno successivo.In Italia si è già perso in ore lavorative l’equivalente di un milione e 660.000 posti di lavoro, una perdita per ora mascherata dalla cassa integrazione ma che preannuncia un’ondata di licenziamenti per i prossimi mesi. È vero che la crisi colpiva già le economie di mezzo mondo, ma lo scoppio della pandemia l’ha aggravata di molto.
Il linguaggio del governo in questi mesi sembra quello delle pubblicità televisive. Al punto che non si capisce più chi fa il verso a chi. La crisi viene presentata anche come un’opportunità, un nuovo dopoguerra da cui ripartire con slancio, tutta una stagione luminosa di riforme, di lavoro e di benessere ci sta davanti.
Di fronte a iniziative come gli “Stati generali” promossi da Conte a metà giugno, la borghesia imprenditoriale non nasconde il proprio nervosismo. Il neoeletto leader della Confindustria, Carlo Bonomi, accusa il governo di non avere un programma preciso per la ripresa e di accontentarsi di una politica di annunci. Nell’aria c’è l’odore dei fondi europei, si tratta di decine di miliardi, di cui il padronato vuole aggiudicarsi la fetta maggiore.
Bonomi si mostra “grintoso” e la quasi totalità delle grandi firme giornalistiche e degli “intellettuali” si adegua scodinzolando. In fin dei conti, però, il presidente degli industriali fa il solito vecchio giochino del fronte dei “produttori”. Gli operai dovrebbero accodarsi dietro Bonomi e soci in quanto “produttori” contro la burocrazia che rallenta, la politica che non capisce, ecc.
Ma, la storia economica italiana ci mostra chiaramente che all’inefficienza dell’amministrazione statale e al ginepraio di norme che dovrebbero regolare l’attività delle imprese, corrisponde un’attività di controllo nell’interesse pubblico quasi inesistente. Su questa impunità di fatto è fiorita gran parte dell’attività industriale italiana. La Confindustria ha sempre detto di volere poche leggi chiare e quindi facili da osservare. Sarebbero facili anche i controlli, ma in questo modo chiuderebbe probabilmente più della metà delle aziende.Ne sono la prova le continue frodi che i pur minimi controlli riescono ad accertare e che, dai recenti casi di forniture fasulle di mascherine e ventilatori agli ospedali, ai pannelli solari esausti spediti in Africa come nuovi, alle finte attività di smaltimento di rifiuti tossici, riempiono le cronache giornalistiche. Tutti casi che coinvolgono non piccoli mariuoli di provincia ma gruppi economici di una certa consistenza, con addentellati negli apparati di stato, nelle banche, nella politica.
Dunque, i lavoratori non devono farsi ingannare né intimidire. Nessuno è dalla loro parte. Né il governo, che non riesce nemmeno a garantire il pagamento della cassa integrazione in tempi decenti, né i datori di lavoro, che hanno ora in mente di incassare il massimo dalla “liquidità” annunciata dalla Commissione europea e di mandare avanti le loro imprese con meno lavoratori, orari più “flessibili”, e libertà di licenziare.
I lavoratori devono difendere le loro vite ed è possibile farlo solo tutti insieme, in una lotta collettiva. È la prima elementare necessità. Una difesa che riguarda tanto il contagio del coronavirus quanto il pericolo di rimanere senza occupazione. Le parole d’ordine e le rivendicazioni si devono basare su questa necessità. Nessuna attività produttiva deve svolgersi senza che sia garantita la sicurezza di chi vi opera. In ogni azienda interessata a un calo di produzione il lavoro deve essere spartito a parità di salario. Il divieto dei licenziamenti deve essere prolungato fino almeno alla fine della crisi. I lavoratori che sono già stati licenziati devono ricevere un’indennità uguale al salario contrattuale fino a una nuova assunzione. Tutti i lavoratori stranieri devono essere regolarizzati e pagati secondo i contratti collettivi della loro categoria. Si deve iniziare una campagna per la riduzione generale degli orari di lavoro a parità di trattamento economico.
I soldi ci sono. E non sono solo quelli della BCE. Ci sono i profitti accumulati negli anni e spesso tramutati in patrimoni. Bisognerà certo profanare il tempio sacro della proprietà privata se non vogliamo che, in numero sempre maggiore, i lavoratori precipitino nella miseria.


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