Internazionale

LA GUERRA DI ISRAELE A GAZA E LA LOGICA DEL SIONISMO

La guerra d’Israele a Gaza è solo un nuovo episodio della battaglia contro i diritti nazionali dei palestinesi condotta dallo Stato d’Israele e, prima ancora, dal movimento sionista. La permanente instabilità della regione è il risultato dalla contraddizione tra il progetto sionista di stabilire in Palestina uno stato specificamente ebreo, e la presenza sullo stesso territorio di una popolazione araba che chiede ugualmente il riconoscimento dei suoi diritti.

Il progetto sionista

L’idea di creare uno stato specificamente ebreo nacque alla fine dell’Ottocento. Theodor Herzl, fondatore della corrente che fu chiamata sionista, diceva di volere dare "una terra senza popolo ad un popolo senza terra".

La Palestina però non era un territorio privo di abitanti ; vi abitavano allora 700000 palestinesi. Parte integrante dell’impero ottomano fino al 1917, la Palestina suscitava l’interesse della Gran Bretagna che si fece attribuire dalla SDN, antenata dell’Onu, un "mandato" che faceva della Palestina una colonia britannica di fatto. E mettendo in pratica una politica classica, la Gran Bretagna cercò di aizzare le varie frazioni della popolazione l’una contro l’altra, dichiarandosi favorevole ad un "focolare nazionale ebreo" in Palestina.

Nonostante questo, l’insediamento di una immigrazione ebraica nel paese sarebbe stata possibile in un modo ben diverso. Ma i dirigenti sionisti non progettarono mai una qualsiasi spartizione, né di costruire un paese dove ebrei e arabi potessero coesistere.

Al contrario le organizzazioni sioniste che acquistarono terre dai grandi proprietari feudali espulsero sistematicamente i contadini arabi che spesso le coltivavano da generazioni.

La presenza di una popolazione ebrea che si rafforzò continuamente tra le due guerre mondiali era nell’interesse dell’imperialismo britannico ed anche dell’aristocrazia feudale araba perché permetteva di sviare la collera delle masse povere verso un conflitto che le opponeva ai coloni ebrei.

Tra i 1920 e il 1935 parecchie decine di migliaia di immigrati che fuggivano l’antisemitismo e le persecuzioni in Polonia prima, e in Germania poi, si insediarono in Palestina. Questo sviluppo delle colonie ebree s’accompagnò ad una moltiplicazione delle espropriazioni e delle espulsioni, provocando numerose sommosse antiebrei.

Durante gli anni successivi ci furono importanti movimenti sociali in Palestina. Nel corso di questi avvenimenti le organizzazioni sioniste scelsero il ruolo di ausiliari delle forze di repressione britanniche, e mai di allearsi alle masse arabe contro la potenza coloniale.

Alla fine della seconda guerra mondiale, migliaia di superstiti ai campi di concentramento nazisti affluirono in una Palestina che appariva tanto più come l’unico rifugio possibile quanto meno le “democrazie” vittoriose avevano fretta di accoglierli sul loro territorio.

All’origine dello stato di Israele, il ricorso al terrorismo

Tra le organizzazioni sioniste c’erano piccoli gruppi che si riferivano al socialismo rivoluzionario o addirittura al comunismo e volevano porgere la mano alla popolazione araba. Ma costoro ebbero poca influenza nel seguito degli avvenimenti. Furono la socialdemocrazia tradizionale e l’estrema destra a dare il la. Dopo la seconda guerra mondiale queste organizzazioni lanciarono una lotta armata che doveva portare alla creazione di uno stato ebreo. Ma questa lotta armata fu diretta tanto contro gli arabi di Palestina quanto contro l’occupante britannico. Organizzazioni sioniste d’estrema destra organizzarono attentati contro le forze britanniche, ma anche contro la popolazione araba. L’obiettivo di chi poneva bombe nei mercati arabi era di terrorizzare la popolazione per portarla a fuggire dalla Palestina.

Alla fine del 1947 l’Onu propose di dividere la Palestina in due Stati, uno palestinese e l’altro ebreo. Immediatamente gli Stati arabi vicini, a cui sarebbe piaciuto mettere le mani sulla Palestina, intervennero militarmente per opporsi a questo progetto. Ma il giovane Stato d’Israele uscì come vincitore dal conflitto. Ne approfittò per respingere i confini ben oltre ciò che proponeva il piano di divisione dell’Onu, occupando il 78% della Palestina del mandato.

Tra 700 000 e 800 000 palestinesi erano fuggiti, incalzati dalle truppe israeliane. Tanto più che queste ultime si macchiavano di vere e proprie stragi; come nell’aprile 1948 a Deir Jassin dove un commando massacrò 254 anziani, donne e bambini, un massacro che Menahem Begin, che sarebbe stato primo ministro israeliano, rivendicava ancora nel 1961 apprezzando il fatto che degli 800 000 arabi che si trovavano sul territorio dove fu creato Israele, ne rimanevano non più di 165 000 dopo la cessazione delle ostilità. Gli altri erano in maggior parte divenuti profughi, confinati nei campi di Cisgiordania, di Gaza e dei paesi vicini.

Quanto allo Stato palestinese, non vide mai la luce del giorno. Ciò che rimaneva del territorio che gli era stato attribuito, cioè la striscia di Gaza e la Cisgiordania, furono dopo l’armistizio del 1949 amministrati rispettivamente dall’Egitto e dalla Giordania.

Qualche anno dopo, nel 1967, Israele riprese l’offensiva e durante la cosiddetta guerra "dei sei giorni" riportò una nuova vittoria sull’Egitto, la Giordania e la Siria. I territori conquistati non furono annessi, ma messi sotto occupazione militare. Invece la parte orientale di Gerusalemme fu integrata ad Israele come più tardi il Golan siriano.

Questa nuova sconfitta militare degli Stati arabi finì di discreditarli agli occhi dei palestinesi e nei campi di profughi si costituirono delle milizie. Il primo ruolo in questo movimento fu giocato dall’Olp, organizzazione di liberazione della Palestina, diretta dal dirigente di un gruppo dal nome di Al Fatah, Yasser Arafat.

Nel suo programma Arafat non pretendeva di sconvolgere l’ordine sociale nella futura Palestina. La sua prospettiva, come quella di tutti i movimenti nazionalisti, era di fare accettare dall’imperialismo e da tutti gli Stati della regione uno Stato palestinese.

Dalla metà degli anni 70 Arafat ottenne un certo riconoscimento internazionale. Ma solo la prima intifada (Il sollevamento, che fu anche chiamato la rivolta delle pietre), scoppiata nel 1987, costrinse Israele a discutere con l’Olp.

Infatti se lo Stato ebraico accettò di considerare il progetto di un futuro Stato palestinese e l’insediamento di un embrione di questo Stato, "l’autorità palestinese", era solo perché contava su questa autorità per farne una polizia contro gli stessi palestinesi.

Ma queste apparenti concessioni, sancite dagli accordi di Oslo del 1993, non impedivano allo stato israeliano di rosicchiare ancora il territorio promesso ai palestinesi. In Cisgiordania l’autorità palestinese si esercitava solo su un territorio amputato dalle numerose colonie ebree la cui espansione proseguiva. Così la popolazione dei coloni aumentò da 115 000 nel 1993 a pressoché 500 000 oggi.

Questa politica non poteva che scalzare l’autorità dell’Olp, incapace di fare applicare il contenuto degli accordi di Oslo e intaccata dalla corruzione evidente di alcuni dirigenti. Una parte crescente dei palestinesi si rivolse allora al partito islamista Hamas.

All’inizio gli islamisti si limitavano al terreno religioso. Il loro principale nemico non era l’occupante israeliano ma altri palestinesi, militanti comunisti, militanti laici o "miscredenti". In un primo momento beneficiarono della benevolente neutralità delle autorità israeliane che così speravano di diminuire l’influenza dell’Olp. Così gli islamisti potevano ricevere in piena legalità sussidi dall’Arabia Saudita, e creare centinaia di moschee e una università islamica.

Ci fu una svolta con la prima Intifada del 1987. Hamas capì che se i suoi militanti non avessero partecipato alle manifestazioni rischiavano di essere emarginati, e quindi si unì alla lotta. Nel 1993, prese le distanze dall’Olp, opponendosi agli accordi di Oslo che denunciò come una rinuncia agli obiettivi nazionali dei palestinesi.

Pur continuando ad emarginare il Fatah, il governo israeliano proseguiva la sua politica di usurpazione territoriale ai danni della popolazione palestinese in Cisgiordania.

Il risultato di tutta questa politica fu l’ascesa di Hamas che nel gennaio del 2006 divenne il primo partito palestinese conquistando il 45% dei voti alle elezioni al consiglio consultivo palestinese. Nel giugno 2007 esso prese il controllo totale di Gaza.

La politica dei dirigenti israeliani non solo ha trasformato centinaia di migliaia di palestinesi in prigionieri nel proprio paese, ha anche messo la popolazione israeliana nella condizione, appena migliore, dei carcerieri, continuamente mobilitati, confermando il pronostico di Trotskij, che negli anni trenta vedeva nel sionismo "una trappola sanguinosa".

RM (da LO)


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