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Coronavirus: un bilancio catastrofico per il capitalismo

L’economia mondiale è trascinata, oltre un decennio dopo la grande crisi finanziaria, tra stagnazione e deboli momenti di ripresa. Le sue condizioni hanno subìto un drastico e rapido peggioramento con il diffondersi della pandemia del coronavirus. La chiusura di molte attività industriali e commerciali, il blocco degli spostamenti, le quarantene, hanno determinato una quantità di conseguenze di cui è ancora impossibile calcolare tutte le implicazioni.

Il numero dei disoccupati su scala mondiale è salito ancora di più e continua a salire velocemente. L’Organizzazione internazionale del lavoro, ha avvertito, lo scorso 19 marzo, che è prevedibile che altri 25 milioni di disoccupati si aggiungano ai 188 milioni già censiti alla fine del 2019. Il Fondo monetario internazionale prevede per il 2020 un calo del Pil mondiale del 3%. In America e in Europa il pronostico è ancora più buio: un calo del 6,1% per la prima e del 7,5 per la seconda. L’Italia sembra destinata a sprofondare ancora di più nel baratro con un -9,1%.

Sono cifre che danno il senso della drammaticità della crisi ma che nessuno sa quanto siano attendibili, date le tante incognite che ancora gravano sulla diffusione del virus e sulla durata della pandemia. Inoltre, nessuno sa quando sarà messo a punto un vaccino efficace.

I governi di tutto il mondo non sanno che pesci prendere. Mentre subiscono le pressioni di banchieri e industriali per una rapida ripresa delle attività economiche, tutte le autorità scientifiche insistono sulla necessità di mantenere fermo il maggior numero di attività e di limitare gli spostamenti per arginare il diffondersi del virus. Il parere della comunità scientifica riflette, in fin dei conti, la necessità di preservare l’umanità dagli effetti della pandemia, oltre a quella di non paralizzare l’insieme dei sistemi sanitari nazionali. Oltre tutto, tutte le altre malattie rimangono. Anche il capitalismo, nel suo insieme, ha interesse a non impoverirsi troppo di forza-lavoro. Ciò potrebbe comprometterne l’esistenza. Ma è una necessità di cui nessun capitalista, preso singolarmente, e nemmeno nessuna associazione di capitalisti, vuole assumersi i costi fino in fondo. Così torna in primo piano il ruolo dello Stato e, in generale, della spesa pubblica, anche nella sua forma europea.

Uno dei paradossi di questa situazione è che nella loro forsennata lotta per assicurarsi la sopravvivenza, imprenditori e banchieri, finiscono per invocare provvedimenti “socialisti” per… sostenere il capitalismo. Si è passati così dalla mitologia del mercato e dell’imprenditore che “si tira su le maniche” alla rivendicazione di aiuti statali a fondo perduto per le imprese. Il concetto di pianificazione economica, espulso con disprezzo dal vocabolario dell’economia, è ritornato in voga e, più in generale, si fa della ripresa dell’economia un problema in cui dovrebbe essere coinvolta tutta la popolazione. Ma tutto questo “socialismo”, tutta questa solidarietà sociale, si fermano come sempre sulla soglia della proprietà privata della produzione e sul diritto intangibile della borghesia ad essere la padrona assoluta della ricchezza prodotta dal lavoro operaio. Tutto si riduce alla lotta per ottenere dalle banche centrali e dalle casse statali la più ampia fetta di ricchezza. Ed è inutile dire che l’incremento da capogiro del debito pubblico che ne consegue si trasformerà in una nuova ghiotta occasione di speculazioni finanziarie.

In parole povere, si prepara una “fase 2” e anche una “fase 3” e seguenti nelle quali, in nome della solidarietà nazionale, i sacrifici dovranno essere sopportati soprattutto dai lavoratori e da una parte non trascurabile di piccola borghesia che la crisi ha messo completamente a terra. La grande borghesia cercherà invece in ogni modo di utilizzare l’occasione per riorganizzare a proprio favore la struttura malconcia dell’economia capitalistica.

La crisi del coronavirus ha certamente molti aspetti tragici. Ma continua e continuerà a insegnarci molte cose su questa società e sui rapporti tra le classi sociali. L’insegnamento più importante è indubbiamente questo: la società ha accumulato immense riserve di ricchezza e dispone di tutti i mezzi per orientarne la riproduzione sulla base del benessere collettivo, compresa la salute. L’unico insensato ostacolo che si oppone alla piena padronanza della scienza e della tecnologia da parte della collettività è rappresentato dal capitalismo, un sistema diventato tanto reazionario e anacronistico quanto lo fu il feudalesimo con i suoi servi della gleba, le sue corporazioni e i diritti ereditari dei suoi aristocratici.

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