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Riflettere ma davvero

In questi giorni di domicili forzati e quasi di coprifuoco ci si sente dire che il maggior tempo libero ritrovato può essere utilizzato, tra le altre cose, per riflettere. Ma riflettere su cosa? Qualcuno suggerisce di “ritrovare se stessi”, altri ci dicono che possiamo finalmente apprezzare nel loro valore la famiglia e gli affetti di chi ci sta vicino.

Ma, a costo di guastare questa atmosfera dolciastra, sempre mischiata a richiami patriottici, varrebbe la pena di sviluppare una riflessione su qualche cosa di cui non parla nessuno. Soffermiamoci un po’ su quanto la pandemia ci ha rivelato della società nella quale viviamo. E non si parla solo e tanto della società italiana ma in generale della struttura economica della società contemporanea.

Partiamo dal fatto che in tutti i paesi si sono verificati comportamenti simili e sconcertanti. È il caso delle imprese che gestiscono piste, impianti di risalita e alberghi all’Abetone che l’8 marzo hanno lanciato una campagna promozionale per gli studenti, approfittando della chiusura delle scuole. Caso ancora più grave quello della stazione sciistica di Ischgl in Austria che ha chiuso solo il 12 marzo, pur sapendo che già si erano verificati casi di positività al tampone. Sono esempi di un atteggiamento comune: ovunque nel mondo gli imprenditori cercano di ritardare o “annacquare” le norme restrittive dettate dalla necessità di non diffondere ancora di più l’epidemia. Le polemiche di questi giorni tra Confindustria e sindacati lo testimoniano.

I governi, preoccupati di non fermare il meccanismo di accumulazione capitalistica, hanno recitato dappertutto lo stesso copione: negare la gravità del virus all’inizio e applicare solo dopo i primi provvedimenti, quando molti luoghi di assembramento avevano già assunto il ruolo di moltiplicatori e propagatori del virus.

Seguendo il buon senso, appena avuto notizia del virus, scienziati e laboratori di tutto il mondo avrebbero dovuto mettere in comune le conoscenze, procedendo in stretto continuo rapporto tanto nella ricerca di un vaccino, quanto nella messa a punto di quelle buone pratiche che servono indiscutibilmente a rallentare l’estendersi dell’epidemia. Il buon senso avrebbe suggerito di unificare il lavoro delle industrie farmaceutiche e di quelle produttrici di presidi sanitari per rifornire rapidamente la popolazione, cominciando da medici, infermieri, personale addetto alle pulizie degli ospedali, personale addetto all’accudienza degli anziani, ecc. il buon senso, in altre parole, conduce diritto verso la pianificazione razionale delle risorse. Ed è solo con questa che il buon proposito di mettere “la salute avanti a tutto” cessa di essere solo uno slogan e una presa di giro.

Ma la razionalità e il buon senso cozzano contro l’ordine economico capitalistico. Che il lavoro umano sia organizzato in imprese che pensano ognuna al proprio profitto ci sembra ordinariamente un fatto scontato, ma questo fatto emerge d’improvviso in tutta la sua assurdità e in tutto il suo anacronismo tutte le volte che si presentano situazioni catastrofiche che minacciano la salute e la vita di intere comunità.

Riflettiamo, per esempio, su questo: quando sentiamo dire che si stanno accelerando gli ordinativi per la produzione di mascherine protettive, non ci stanno dicendo che nella comunità umana esistono già i mezzi tecnici per produrle e che quindi non esisteva, fin dall’inizio, nessun ostacolo materiale a produrle e distribuirle? Quando qualche riccone, come Berlusconi, con i suoi 5,3 miliardi di dollari di patrimonio, o Benetton 2,1 miliardi ci fanno la grazia di “donare” un po’ di quattrini per comprare attrezzature per gli ospedali, non significa che nella società si è accumulata sufficiente ricchezza per allestire un numero sufficiente di ospedali attrezzati con ventilatori, tende a ossigeno, ecc. e che l’unico ostacolo è la monopolizzazione di questa ricchezza nelle mani di una minoranza di privilegiati?

È questa la riflessione vera e radicale che ci suggerisce la vicenda del covid-19, ed è qualcosa che va molto più in là della pur doverosa critica agli episodi di superficialità, di faciloneria, di incoscienza dei governanti e alle speculazioni degli accaparratori.
Il capitalismo è diventato una gabbia per lo sviluppo civile dell’umanità ed è una minaccia ben più pericolosa del covid-19. Non ci sono dubbi che la salute e il benessere dei popoli si possono costruire solo sulla base della scienza e della sua applicazione pratica nella vita della collettività. Ma lo sviluppo e l’applicazione della scienza vengono continuamente imbrigliati, ostacolati e bloccati da un sistema che ne ha fatto degli schiavi della proprietà privata e del profitto.

Anche attraverso la drammatica esperienza delle epidemie, il socialismo torna all’ordine del giorno.

Il 28 marzo 2020

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