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“Andrà tutto bene”? Per ora non sembra proprio

Con il dilagare dell’epidemia di covid-19, la retorica governativa si fa sempre più intollerabile. Non siamo ancora al disgusto di massa, ma ci siamo sempre più vicini.

Come la storia ci insegna, più si lodano i “soldati semplici” e più si nascondono le responsabilità degli “stati maggiori”. Che cosa è più giusto ricordare della campagna di Russia voluta da Mussolini, lo spirito di sacrificio e l’eroismo degli alpini e degli altri soldati o la criminale incuria, dovuta all’ampia corruzione e al ladrocinio sistematico delle classi dirigenti che fornirono di scarpe di cartone i militari italiani, alla prese con il gelo delle steppe russe?

Le “scarpe di cartone” di questi giorni di pandemia sono, per esempio, i ritardi nella produzione e nella distribuzione di Dispositivi di protezione individuale per i medici, i paramedici e per tutti quei lavoratori ai quali si impone di continuare a prestare la propria opera in azienda. Il tutto nell’ambito di un sistema reso molto più fragile da anni di tagli alla sanità. Come ha recentemente affermato Carlo Palermo, segretario nazionale dell’Anaao Assomed, il più forte sindacato dei medici, “piano piano ci hanno portato alla canna del gas. Per favorire il business dei privati e togliere di mezzo il welfare”.

Le politiche dei vari governi, dice ancora Palermo, hanno determinato “la carenza di 40mila posti letto dal 2010, ma dal 2003 il numero è 80mila. A cui si aggiunge la carenza di personale che ha toccato quota 50mila”. Anche il fronte dei medici di famiglia, quello che dovrebbe reggere il “primo urto” dell’ondata epidemica, è stato lasciato completamente a se stesso “mancano quasi ovunque i Dispositivi di protezione individuale per evitare il contagio – si legge sul quotidiano “Sole 24 Ore”dalle mascherine alle maschere facciali, dai camici ai guanti monouso”.

Dunque, se è normale e giusto che i “turni massacranti” di medici e infermieri, di cui si parla di continuo in televisione e nei comunicati ufficiali, suscitino la gratitudine e la simpatia della popolazione, questo non può diventare il paravento dietro al quale le classi dirigenti nascondono le loro responsabilità. La retorica del momento impone di esporre cartelli con lo slogan “andrà tutto bene”. Finora però parecchie cose sono andate male e non solo per il fatale procedere dell’epidemia.

Diverse voci di protesta, fortunatamente, si sono già levate, e non solo tra medici e infermieri. La stessa insistenza sul “restare a casa”, che ha assunto toni sempre più ultimativi e drammatici, ha spinto molti lavoratori a chiedersi quanto era tutelata la loro salute e la loro stessa vita nella propria azienda, quanto, ad esempio, i propri datori di lavoro sapessero applicare le misure di “distanziamento sociale” in fabbrica. Perché se tali misure sono imprescindibili per la salvaguardia della propria e dell’altrui salute fuori dalla fabbrica, non si capisce perché non dovrebbero più esserlo una volta varcati i suoi cancelli. Così un’ondata di scioperi spontanei ha investito tutta l’Italia e particolarmente le regioni del nord. Indirizzandosi al Presidente della regione Lombardia, un dirigente sindacale della Cgil ha chiesto che “oltre alle richieste di Confindustria, ascolti anche il milione di operai che lavorano nelle fabbriche lombarde”.

L’epidemia ha messo in luce l’importanza dei lavoratori nella società, nonostante tanti sociologi superficiali ne abbiano annunciato da tempo la marginalità o, addirittura, la prossima fine, sostituiti da robot. Facciamo in modo che i fra tanti danni che produce il dramma della pandemia non vada perduta questa consapevolezza nei tempi del dopo-virus. Se, come lavoratori di tutte le categorie, vogliamo che “tutto vada bene”, bisogna imporre che la nostra vita e la nostra salute siano oggi messe al primo posto.

21 marzo 2020

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