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Difendersi dal virus ma anche dal dopo-virus

Il nuovo virus Covid-19, che ormai siamo abituati a chiamare semplicemente coronavirus, data la sua diffusione mondiale, esigerebbe la messa in comune di conoscenze e laboratori da parte di tutti i paesi del mondo. Non è un’affermazione originale, è semplice buon senso. Che cosa lo impedisce? Due pilastri dell’ordine sociale mondiale: gli stati nazionali e un’economia basata sul profitto nella quale le grandi imprese, quindi anche quelle farmaceutiche, sono impegnate a farsi la guerra l’una contro l’altra.

È vero che la ricerca di un vaccino ha messo in moto i centri di ricerca di tutto il mondo. Ma questo grande lavoro, che impegna i migliori scienziati, è frenato dalla limitatezza di mezzi che ogni singolo stato, per quanto ricco, e ogni singola azienda, per quanto grande, possono mettere in campo. Secondo il fondo di gestione AB Bernstein, quattro grandi imprese multinazionali si spartiscono l’85% del mercato mondiale dei vaccini. La messa a punto di un vaccino, come nel caso del Gardasil contro il papillomavirus, da parte del gruppo tedesco-americano Merck, significa un flusso di più di un miliardo di dollari all’anno. Si capisce quindi che per tutelare i propri brevetti le case farmaceutiche cerchino di mantenere il più stretto riserbo sui progressi reali dei loro laboratori di ricerca.

Da parte loro, i governanti e, in genere, le classi dirigenti, sono preoccupati per i possibili disordini che l’estendersi dell’epidemia potrebbe causare. Inoltre, sembra che il virus non faccia sconti nemmeno a loro e quindi lo percepiscono come una minaccia che li riguarda. Ma, come in tutte le catastrofi naturali, si cerca anche di creare ad arte un clima di unità nazionale che può rendere più saldo il potere governativo e mettere in sordina tutti i malesseri sociali che questi anni di crisi economica hanno generato tra i lavoratori e gli altri strati più poveri dei vari paesi.
Sempre più spesso questo appello alla solidarietà nazionale si mischia ad attacchi contro “gli altri”. In Italia c’è chi se la prende con gli altri paesi europei, come la Francia e la Germania, per i quali ci si augura, nemmeno troppo velatamente, che il virus abbia la stessa virulenza e la stessa diffusione che conosce da noi.

I conti con la realtà vanno comunque fatti. In Italia, i tagli alla sanità, 37 miliardi in dieci anni, hanno significato 70mila posti letto in meno, 359 reparti chiusi e innumerevoli piccoli e medi ospedali cancellati. Come ha detto l’infettivologo Massimo Galli, nel corso di un’intervista televisiva, “non si può rifiutarsi di comprare un ombrello quando non piove, perché prima o poi pioverà”. Dei ben stipendiati giornalisti cercano ora di spiegarci che i tagli alla sanità sono dovuti a quei provvedimenti che i vari governi hanno preso, negli ultimi anni, per “alleviare la povertà”: dagli ottanta euro del governo Renzi al “reddito di cittadinanza” e a “quota cento” del governo Lega-Cinque stelle. Si tratta in realtà di briciole in confronto agli enormi profitti e allo smisurato accumulo di ricchezza che ha riguardato la minoranza più privilegiata del Paese. Ma, come al solito, grazie anche alla fattiva collaborazione di accreditati “opinionisti”, i grandi profitti e le grandi rendite sono esclusi da ogni analisi e da ogni ragionamento nello stesso momento in cui si ripete che “ognuno deve fare la sua parte”.

L’ultimo decreto del Consiglio dei ministri ha esteso a tutta l’Italia i provvedimenti restrittivi originariamente limitati alla Lombardia e a molte province del nord. Ora da più parti si chiede il blocco totale delle attività economiche e commerciali, escluse quelle legate alla filiera alimentare e farmaceutica. Già oggi i danni economici sono enormi e il governo promette varie forme di “sostegno” a chi rimane senza un reddito.

I lavoratori, specie quelli delle delle piccole imprese, devono esigere il mantenimento di queste promesse. Il divieto di “assembramenti”, contenuto nel decreto governativo, non deve impedire l’organizzazione e la vigilanza dei lavoratori. Per qualche settimana non si potranno tenere assemblee e riunioni, ma la tecnologia fornisce oggi tutti i mezzi per collegarsi e scambiarsi informazioni. Non possiamo consentire che si prepari un dopo-epidemia fatto di più disoccupazione da un lato e, dall’altro, di diritti ancora più ridotti per chi lavora.

11 marzo 2020

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