Internazionale
50 anni fa

Dicembre 1969, la “strage di Stato” di Piazza Fontana

Sono passati 50 anni dal 12 dicembre 1969 e dall’esplosione di una bomba nell’atrio della Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano. In questa sala affollatissima nel tardo pomeriggio, l’esplosione uccise 17 persone e ne ferì 86. Altri tentativi d’attentato, nello stesso tempo, avevano luogo nella stessa Milano e in altre città, fortunatamente senza le stesse conseguenze. Non a caso questo succedeva mentre da settimane nel paese si succedevano grandi scioperi e manifestazioni di milioni di lavoratori.
Partito dalle roccaforti operaie delle grandi fabbriche del Nord, questo "autunno caldo" aveva messo sul tavolo tutte le richieste dei lavoratori contro i salari al ribasso, le condizioni di lavoro indecenti, il regime da caserma esistente nelle officine. Solo con difficoltà le direzioni sindacali erano riuscite a mantenere la situazione sotto controllo. Avevano esaurito la combattività dei lavoratori scomponendola secondo obiettivi categoriali. A dicembre il movimento si era concluso, almeno provvisoriamente, con la firma dei contratti nella maggior parte dei grandi settori industriali.

La responsabilità dei gruppi fascisti
Questa esplosione sociale però aveva scosso fortemente il potere politico e imprenditoriale, e l’attentato di Piazza Fontana faceva il gioco di tutti coloro che, dal governo al mondo padronale e a tutte le correnti reazionarie, parlavano di anarchia, di "caos sociale" e della necessità di ristabilire l’ordine.
Mentre le macerie erano ancora fumanti e i morti e i feriti appena raccolti, la polizia di Milano si affrettò a dirigere le indagini contro i gruppi anarchici. Mentre niente indicava che avessero voluto organizzare un attentato, la polizia arrestò una dozzina di militanti. Stampa e governo diffusero articoli e comunicati denunciando "i mostri comunisti e anarchici" e la "furia di queste bestie umane" che, dopo "aver cercato di sabotare l’economia, ora volevano seminare morte e terrore nelle nostre piazze". Oltre gli ambienti anarchici, i lavoratori in sciopero, le organizzazioni d’estrema sinistra e persino il Partito comunista e il sindacato CGIL erano accusati di aver provocato un clima di disordine sfociato poi in questo esito sanguinoso.
Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli fu arrestato e interrogato per tre giorni negli uffici della Questura di Milano e morì cadendo da una finestra del quarto piano. La polizia sostenne, contro ogni evidenza, che si era suicidato. Un altro militante anarchico, Pietro Valpreda, fu accusato di aver piazzato la bomba.
Un mese dopo, però, la versione della polizia che accusava gli anarchici era rimessa in discussione. Guido Lorenzon, segretario di una sezione della rispettabile Democrazia cristiana, allora pilastro del governo e del sistema parlamentare, si presentò ai carabinieri per riferire quanto gli aveva detto un suo amico militante d’estrema destra: il gruppo di cui faceva parte aveva progettato una serie di attacchi volti a creare un clima politico favorevole ad una svolta autoritaria e all’instaurazione di una dittatura militare.
Ci vollero mesi prima che tale testimonianza fosse presa in considerazione e Giovanni Ventura, il neofascista denunciato dal Lorenzon, fu arrestato con un complice per aver organizzato l’attentato. Fu solo il 23 febbraio 1972 che si aprì il processo, in cui un agente dei servizi segreti apparve a fianco dei militanti neofascisti, dimostrando il coinvolgimento di parte dell’apparato statale nell’attentato.
Questo coinvolgimento dell’apparato statale spiega il percorso particolarmente tortuoso della giustizia. Il processo, previsto a Roma, fu trasferito a Catanzaro in Calabria, poi gli imputati furono assolti per mancanza di prove. Un secondo processo li condannò, poi un terzo processo li assolse di nuovo. Tra un verdetto e l’altro, i neofascisti erano riusciti a lasciare il paese. Nel 1987 l’anarchico Valpreda fu assolto, ma anche i neofascisti Freda e Ventura e l’agente dei servizi segreti alla fine furono assolti. Nel 2005, 36 anni dopo l’attentato, la Corte di Cassazione chiuse definitivamente il caso, ma lo attribuì ufficialmente all’organizzazione fascista Ordine Nuovo.

La “strategia della tensione”
L’attentato di Piazza Fontana apriva quella che fu definita la "strategia della tensione", in cui i gruppi fascisti vedevano un modo di porre fine ai disordini sociali, di rimettere in riga la classe operaia e di arginare la cosiddetta "minaccia comunista". Avevano l’appoggio di parte dell’apparato poliziesco e militare e dei dirigenti politici. Altri attentati indiscriminati, quali l’attentato al treno Italicus nel 1974 o l’attentato alla stazione di Bologna che nel 1980 uccise 85 persone, furono compiuti dall’estrema destra fascista. In ogni caso, la complicità di membri dei servizi segreti o addirittura della mafia fu accertata, senza che gli organizzatori e i mandanti venissero mai chiaramente identificati, e tanto meno condannati.
Per anni, molti militanti di sinistra e d’estrema sinistra denunciarono questi attentati compiuti da gruppi fascisti come una "strage di Stato". Ma i dirigenti dei partiti di sinistra e dei sindacati non potevano immaginare di proporre ai lavoratori una politica all’altezza della situazione. Si accontentarono di consigliare loro di fare affidamento sullo "Stato democratico", mentre gli ispiratori di questa strategia della tensione rimanevano nascosti e protetti all’interno dell’apparato di Stato.
Alcuni militanti dell’estrema sinistra pensarono che al terrorismo nero dei fascisti dovevano rispondere con attentati contro dirigenti politici e padroni, un orientamento caratteristico di chi non si fida delle capacità di risposta della classe operaia. Fu l’inizio delle Brigate Rosse e di gruppi simili, le cui azioni, individuali e totalmente estranee alla classe operaia e al suo controllo, avrebbero dovuto "risvegliarne" la coscienza. In realtà, lungi dal portare alla rivoluzione, questa politica consentì ai dirigenti politici di attribuire il terrorismo sia all’estrema sinistra che all’estrema destra, di condannare la violenza in generale e di screditare coloro che, all’interno della classe operaia, proponevano una politica di lotta. Lo stesso Partito Comunista, desideroso di proporsi come partito di governo, chiamò alla "solidarietà nazionale" e alla "preservazione della democrazia", giustificando così il suo sostegno ai governi democristiani e alle loro politiche di austerità.
Se il piano dei gruppi fascisti e dei loro sostenitori all’interno dell’apparato statale non portò all’instaurazione di una dittatura militare, le forze di repressione furono notevolmente rafforzate in tutto il periodo. Il governo usò il pretesto gli attentati e il clima di violenza per fare approvare leggi speciali e misure di emergenza, costruire super-carceri, dare poteri speciali alla magistratura e ai carabinieri. Questi mezzi, usati contro le Brigate Rosse, risparmiarono in gran parte i terroristi fascisti.
Per quanto riguarda l’attentato di piazza Fontana, cinquant’anni dopo rimane il mistero su chi, precisamente, ne sia stato il vero ispiratore politico. Una cosa è certa, però: è stata davvero una strage di Stato.
N C


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