Internazionale
Francia

Contro la riforma delle pensioni, i lavoratori in lotta

In Francia il movimento di lotta contro il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron, cominciato il 5 dicembre, continuava ancora alla fine di gennaio.

Grazie a numerose riforme, dal 1993 il diritto alla pensione è già stato notevolmente ridotto. Così, mentre l’età media di pensionamento era di 61,6 anni nel 2009, ora è di 62,6 anni. Allo stesso tempo, la pensione media è in costante diminuzione. Nel 2017, all’età di 66 anni, un pensionato ha ricevuto una media di 1.514 euro lordi, l’equivalente del salario minimo legale, invece dei 1.589 euro del 2013, con un calo del 4,8%.

Il piano del governo è di accelerare la riduzione delle pensioni e di innalzare ulteriormente l’età pensionabile. Il nuovo calcolo dello stipendio di riferimento, non più sulla base dei migliori 25 anni nel settore privato o degli ultimi sei mesi nel settore pubblico, ma sulla base dell’intera carriera, comporta una prima amputazione. L’introduzione di un’età cardine, inizialmente fissata a 64 anni, ne rappresenta un’altra. L’introduzione di una pensione basata sui punti acquisiti nel corso di tutta la carriera lascerebbe ai futuri governi piena libertà di abbassarne il valore. Con il pretesto dell’universalità, il governo vuole anche porre fine ai regimi pensionistici particolari, in modo da potere appropriarsi le riserve delle varie casse, tra l’altro quelli delle libere professioni o delle professioni paramediche.

L’avidità della classe capitalista

In realtà non esiste nessuna emergenza o un vero e proprio deficit del sistema pensionistico. Esiste solo la crescente avidità della classe capitalista per cercare di mettere le mani su ogni centesimo dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati, così come esige lo smembramento o l’abbandono dei servizi pubblici. Solo a questa condizione un sistema economico in crisi e le cui fondamenta produttive sono traballanti, riesce a pagare dividendi record agli azionisti e ad alimentare l’orco della finanza. L’impoverimento delle classi lavoratrici è indispensabile per mantenere il reddito della classe capitalista. In questo senso, il continuo confronto sulle pensioni è una battaglia in una vera e propria guerra sociale che non può che intensificarsi tra i due campi inconciliabili della società: il capitale e il lavoro, la borghesia e i lavoratori.

Non appena è stato annunciato il piano, il primo settore a raccogliere la sfida è stato quello dei lavoratori della RATP, l’impresa che gestisce tutti i trasporti della regione parigina. Durante l’estate, molti hanno fatto i calcoli e si sono resi conto che avrebbero perso diverse centinaia di euro al mese se questa riforma fosse stata attuata. Una prima giornata di sciopero, il 13 settembre, è stata molto partecipata. Progressivamente, la maggior parte dei sindacati, resisi conto dell’importanza del malcontento, si sono ritrovati intorno ad un appello allo sciopero a partire dal 5 dicembre, non più solo alla RATP ma anche nelle ferrovie (SNCF), nell’istruzione e in molti altri settori. Alla SNCF, alla RATP e nell’istruzione, questo sciopero si è prolungato dopo il 5 dicembre.

Un movimento privo di corporativismo

Nonostante i limiti degli appelli sindacali, la pressione e la determinazione di molti scioperanti, sindacalizzati o no, hanno dato un carattere del tutto nuovo al movimento, privo di corporativismo. E, a sua volta, la volontà del governo di infrangere la resistenza dei lavoratori e di denigrare i sindacati contrari alla riforma ha spinto quelli più influenti, in particolare la CGT, a adottare una politica e un linguaggio combattivi, cercando di fare affidamento sui loro militanti e sugli scioperanti per rafforzare lo sciopero ed estenderlo in nuovi settori. Grazie alla loro rivendicazione unanime del ritiro totale della riforma e ai loro sforzi per coinvolgere gli altri lavoratori, gli scioperanti sono riusciti ad avere il sostegno della maggioranza dell’opinione popolare e a radunare il loro campo, la loro classe, dietro di loro, mentre il governo cercava di screditarli.

Questo movimento è senza dubbio tutt’altro che finito. Alla fine di gennaio, se gli scioperanti della SNCF e della RATP cominciavano a riprendere il lavoro, il movimento continuava nei porti e nelle raffinerie, e riprendeva forza durante le giornate nazionali di sciopero e manifestazione convocate dai sindacati. Qualunque sia il risultato, oltre alla sua durata, questo movimento è già notevole per il livello di coscienza e di determinazione della frazione più attiva dei lavoratori che si sono mobilitati e per aprire un nuovo periodo di lotte.

C B


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