Internazionale

La situazione internazionale

Da “Lutte de classe” n°204 – Dicembre 2019 - Gennaio 2020

Testo votato dal congresso di Lutte ouvrière (Dicembre 2019)

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La crisi del capitalismo e l’aggravarsi della guerra sociale condotta dalla borghesia contro la classe operaia e, più in generale, contro le classi popo­lari domina la situazione a livello internazionale. In assenza di una direzione rivoluzionaria, il proletariato, l’unica classe che potrebbe opporsi al potere della borghesia capitalista nella sua lotta per la direzione della società, è assente dalla scena politica.
La guerra della borghesia contro le classi sfruttate assume diverse forme in vari paesi, ma è diventata l’elemento dominante sia nelle relazioni sociali all’interno di ogni paese che nelle relazioni internazionali.

A livello mondiale, non mancano la combattività, le rivolte e persino le sollevazioni di massa. Le classi popolari algerine hanno avuto bisogno di combattività per rimanere mobilitate per otto mesi, ed anche le masse sudanesi per sbarazzarsi del dittatore Omar Al-Bashir.

L’aspirazione a liberarsi di un oppressore o di un regime odiato è un potente fattore di mobilita­zione. Tuttavia, il problema per la società non è solo quello di chi mettere al posto del dittatore destituito. Nel peggiore dei casi, un altro prende il sopravvento, come in Egitto; nel migliore dei casi, è un regime più parlamentare, come in Tunisia, senza alcun cambiamento per la stra­grande maggioranza delle classi povere.
Non basta rovesciare un dittatore per porre fine al potere assoluto del denaro, o più precisamente del grande capitale. I dittatori sono come i politici nei paesi che si dichiarano democratici: sono intercambiabili.

Ci sono differenze fondamentali tra i paesi imperialisti e i paesi poveri, tra i paesi la cui borghesia saccheggia e opprime e quelli che ne sono le vittime. Ma tutti hanno in comune, in questo momento in cui la vita economica dell’umanità è in una situazione di stallo, il fatto che il proletariato, invece di riprendere la lotta contro la borghesia, è disorientato e senza una bussola politica.

La cancrena del capitalismo si sta diffondendo, anche nei campi dei diritti e della morale e anche all’interno della classe sociale, il proletariato, l’unica in grado di avere una prospettiva diversa dal sistema capitalistico.

Di fronte al marciume del capitalismo, i lavora­tori, la classe operaia, non prevedono aspettative politiche, neanche false come quella che il ritorno al potere della sinistra sembrava offrire negli anni Settanta, in Francia per esempio.

La prospettiva di rovesciare il potere della borghesia e di cambiare la società da cima a fondo, che ha fatto agire parecchie generazioni del movimento operaio, è quasi completamente scomparsa dalla coscienza collettiva della classe operaia.

Questa situazione non è nuova. Ma nei quasi due decenni tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni Settanta, quando in un paese imperialista ricco come la Francia l’economia capitalista forniva alla maggioranza "vitto e alloggio", fintanto che c’era lavoro con un salario con cui si poteva vivere, la situazione oggettiva stessa sembrava corroborare la visione riformista.

Questa epoca è finita. Ma, a differenza della crisi del 1929, non è stata una fine improvvisa. Le illusioni riformiste, l’idea che un certo miglioramento della sorte dei lavoratori fosse possibile all’interno del sistema capitalistico, sono sopravvissute a lungo anche dopo che la crisi economica ha spinto la borghesia a intensificare la sua offensiva contro la classe operaia.

Non poteva essere diversamente mentre il Partito comunista, gli apparati sindacali, continuavano a seguire le stesse vie riformiste. Di fronte alla crisi e all’offensiva del grande capitale per farne sopportare le conseguenze ai lavoratori, continuano a diffondere l’illusione che la crisi dell’economia possa essere superata con un’altra politica all’interno dello stesso sistema capitalista.

Poi, con il declino elettorale dei partiti comunisti, altri illusionisti si sono candidati a prendere il testimone. In Francia, Mélenchon lo ha tentato senza successo. Peggio ancora, l’estrema destra si sta imponendo anche nell’elettorato operaio.
Politicamente, la classe operaia è rimasta in ritardo rispetto alla borghesia. L’intensificarsi della lotta di classe nelle aziende, come le misure antioperaie dei governi, hanno incontrato una classe operaia disorientata.

Il peso degli apparati riformisti e l’abbandono della lotta al fine di rovesciare il capitalismo fanno sì che la crisi e tutto ciò che ne consegue appaiono alle masse come fatti oggettivi, quasi come catastrofi naturali, in cui il meglio che si possa fare è proteggere se stessi, la propria famiglia, la propria comunità.

Non si può capire l’evoluzione reazionaria della vita politica e sociale, l’ascesa del cosiddetto "populismo" in molti paesi, se non si capisce che queste dinamiche sono il risultato dell’assenza della classe operaia sulla scena politica. È la conseguenza della mancanza di un partito operaio che porti avanti la prospettiva del rovesciamento della società borghese. In mancanza di questa prospettiva i lavoratori, anche quelli più consapevoli dei danni dell’economia capitalista, anche quelli più combattivi, non trovano sulla loro strada altro che demagoghi.

I danni del capitalismo hanno finora suscitato soprattutto preoccupazione, repulsione e disorien­tamento per il carattere nocivo del sistema. Secondo Joseph Stiglitz, "c’è un consenso sui mali del capitalismo". Questo è innegabile, ma è significativo che uno degli uomini più in vista negli ambienti intellettuali non trovi altro da dire al riguardo se non quello che milioni di lavora­tori, di poveri e anche i meno politicizzati dei gilets gialli provano nella loro vita e sulla proprio persona.

Perché la classe sfruttata si trasformi in una forza sociale capace di rovesciare il potere della borghesia e di cambiare l’organizzazione sociale nelle sue fondamenta, ha bisogno di coscienza, di organizzazioni, di partiti rivoluzionari. Tutta la storia dei rapporti sociali durante i due secoli di dominio della borghesia è la dimostrazione di questa necessità e delle immense difficoltà del compito.

Man mano che il capitale si forma e cresce, "la borghesia produce i propri becchini" (Il Mani­festo del Partito comunista), ossia il proletariato, la classe sociale capace di rovesciarlo, per creare una nuova forma di organizzazione della società.

Lo sviluppo del proletariato è stato accompagnato dallo sviluppo del movimento operaio. Esso è cresciuto attraverso lotte successive che lo hanno portato da reazioni istintive come la rottura dei macchinari alla consapevolezza dei suoi specifici interessi materiali con la creazione di società mutue, di sindacati, ecc, e alla coscienza dei suoi interessi politici, di cui il cartismo fu a suo tempo l’espressione più potente.

Ma l’idea del suo ruolo insostituibile nella trasfor­mazione da un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata, lo sfruttamento e la concorrenza, ad un’altra, superiore, gli è stata portata in gran parte da generazioni di militanti e intellettuali sorti dalle file della borghesia. Dopo i tentennamenti del "socialismo utopico", è stato il marxismo a dare alla classe operaia "la scienza della sua disgrazia" (Fernand Pelloutier).

Fin dall’inizio però, il capitalismo ha esercitato una potente pressione degenerativa con la quale si sono scontrati gli sforzi organizzativi del movimento operaio. Il Manifesto comunista, dopo aver rilevato che "la condizione dell’esistenza del capitale è il lavoro salariato", aggiunge: "Il lavoro salariato si basa esclusivamente sulla concorrenza tra i lavoratori". È "il progresso dell’industria, di cui la borghesia è l’agente senza volontà e senza resistenza" che "sostituisce l’isolamento dei lavoratori risultante dalla loro concorrenza con la loro unione rivoluzionaria tramite l’associazione".

Ma finché il capitalismo non sarà distrutto, l’antagonismo persisterà tra il collettivismo - nel senso di interesse collettivo - della classe operaia e l’individualismo della borghesia. Non è una lotta di idee e di valori, ma quella effettiva di due classi sociali opposte. Ma le idee, i valori e i programmi sono allo stesso tempo di fondamentale importanza nello scontro tra le classi sociali.

In ogni caso la forza sociale del proletariato dipende dalla consapevolezza che ne ha di essa, mentre quella della borghesia dipende dal suo monopolio sul grande capitale e sugli apparati statali al suo servizio.

L’effetto dissolvente del capitalismo sulle orga­nizzazioni del movimento operaio ha assunto molti aspetti nel corso della sua storia. Nel movimento operaio sono susseguite molte forme d’integrazione delle proprie organizzazioni nel sistema capitalista, segnate da tradimenti e momenti di crollo. Il tradimento della social­democrazia durante e dopo la prima guerra mondiale ne è stato una delle espressioni più gravi. Ancora più grave è stato il tradimento dello stalinismo, che ha trasformato l’unico stato operaio durevole, nato dalla rivoluzione prole­taria, in un pilastro dell’ordine capitalista a livello mondiale.

Il capitalismo decadente ha esacerbato la contrad­dizione tra l’evoluzione della società, con la sua economia sempre più centralizzata e globalizzata, e l’individualismo spinto ad oltranza.

Il progresso scientifico e tecnico e il suo utilizzo illustrano questa contraddizione. L’informatica, ad esempio, capace di collegare le persone tra regioni remote del pianeta, fornirebbe straordinarie risorse informative e gestionali a una società umana consapevole dei propri interessi collettivi. Ma i computer più potenti, compresi quelli della più grande società di gestione patrimoniale del mondo, la BlackRock, vengono utilizzati in modo che la moltitudine di dati che sono in grado di raccogliere possano servire a consigliare i propri clienti e azionisti sugli investimenti più redditizi. In altre parole, vengono usati per speculare.

Anche gli smartphone, pur permettendo la comunicazione con tutto il mondo, il più spesso isolano i loro utenti in bolle individuali, il naso di tutti sullo schermo!
L’alternativa formulata più di un secolo fa da Rosa Luxemburg, "Socialismo o barbarie", assume un’ulteriore rilevanza che si aggiunge alla barbarie del secolo scorso (due guerre mondiali, fascismo, ecc.).

Il progresso scientifico e tecnico fornisce alla borghesia dominante e ai suoi servitori politici ulteriori mezzi. Oggi si può speculare al milionesimo di secondo, recuperare dati personali su scala globale per scopi di mercato, utilizzare i social e il riconoscimento facciale per la repressione, e così via.

Il Vaticano ha appena consacrato un rosario collegato alla rete che, come ha detto il gesuita che l’ha presentato, unisce "il meglio della tradizione della Chiesa con il meglio della tecnologia". Così la tecnologia moderna reinventa l’antica ruota delle preghiere dei monaci buddisti!

L’alternativa fondamentale per il futuro della società umana rimane quindi tra il socialismo o la barbarie: un’organizzazione della società secondo gli interessi collettivi degli uomini o il perpetuarsi di relazioni sociali basate sullo sfruttamento e sull’oppressione, magari affidandosi al "meglio della tecnologia".

La borghesia conquistò il potere con la violenza rivoluzionaria delle masse popolari oppure grazie ai compromessi con le ex classi privilegiate, poi durante il periodo ascendente della sua storia, riuscì a farsi portatrice di idee progressiste. Una piccolissima minoranza della borghesia, l’intelli­ghenzia in particolare, seppe sposare gli interessi del proletariato preoccupandosi dei problemi sociali. Lo fece in modo paternalistico per i socia­listi utopisti, e in modo rivoluzionario per una generazione i cui migliori rappresentanti furono Marx e Engels.

Oggi la borghesia e la sua casta intellettuale non ne sono più capaci. La grande borghesia ha fatto dell’intellighenzia un suo mercenario, destinato a servirla nel funzionamento del suo apparato statale, ma anche nei mass media e nella cultura.
Certamente non è un fatto recente: tra l’altro in Francia l’intellighenzia borghese ha svolto un ruolo rivoluzionario solo in un periodo in cui la borghesia stava ancora combattendo contro il vecchio ordine sociale. Ma già più di un secolo fa, un rappresentante della corrente socialista in formazione come Lafargue denunciava la pusillanimità degli intellettuali del suo tempo.

In Russia, in ritardo rispetto all’evoluzione della borghesia dell’Europa occidentale, una frazione dell’intellighenzia, da Plekhanov a Lenin e Trotsky, ha permesso lo sviluppo della social­democrazia russa e poi del bolscevismo.

Attualmente, dai paesi imperialisti ai paesi poveri, non solo nessuna frazione della piccola borghesia intellettuale ha svolto questo ruolo, ma essa ha contribuito alla demolizione della corrente rivoluzionaria del movimento operaio trasmettendo idee e valori che servono alla conservazione dell’ordine borghese.

Nei paesi imperialisti, gli intellettuali più famosi hanno completato il ruolo degli apparati riformisti sorti dall’aristocrazia operaia nel promuovere il riformismo come unica politica possibile per il movimento operaio. Sono stati intermediari tra il riformismo stalinista e la classe operaia. Alcuni, come Aragon e una schiera di intellettuali più o meno stipendiati dalla burocrazia sovietica, hanno presentato il riformismo stalinista come se fosse il comunismo moderno. Altri, come Jean-Paul Sartre se ne sono fatti i compagni di viaggio per, secondo le loro proprie parole, "non disperare Billancourt".

Nei paesi poveri che conoscevano nel secondo dopoguerra una situazione esplosiva, la stessa categoria ha avuto un ruolo decisivo nell’organizzare le masse oppresse in modo da incanalare la loro rivolta verso il nazionalismo, progressista o meno. Le potenti scosse che hanno travolto il mondo dopo la guerra, dalla Cina all’India, all’Indonesia e a molti altri paesi, hanno portato dalla rivolta intorno alle idee nazionaliste all’installazione dei regimi che conosciamo, tutti integrati nel sistema mondiale imperialista.

La particolare situazione delle ex Democrazie popolari dell’Est europeo ha dato vita a una generazione di militanti di origine intellettuale, come Kuron e Modzelewski in Polonia, che sono riusciti a legarsi alla classe operaia e hanno pagato il prezzo della loro attività politica. Ma il loro ruolo è stato, in ultima istanza, solo quello di permettere alla Chiesa cattolica e alla borghesia di utilizzare ai propri fini la più potente successione di esplosioni operaie nell’Europa del dopoguerra, nel 1981-1989.

Nel 2013 Modzelewski ha intitolato la sua autobiografia: Abbiamo fatto galoppare la storia, confessioni di un cavaliere logoro. È morto (nell’aprile del 2019) senza riconoscersi nel regime reazionario della Polonia attuale, ma senza essersi posto la questione dell’evoluzione del suo paese e soprattutto senza interrogarsi sulle proprie responsabilità.

Non si può immaginare una rinascita delle correnti rivoluzionarie senza la presa di coscienza di almeno una parte del proletariato. Ma a tale ripresa potranno contribuire solo gli intellettuali che avranno rotto con la loro origine piccolo-borghese e inoltre sapranno appropriarsi del mar­xismo e delle idee del comunismo rivoluzionario.
È inutile fare congetture sul momento in cui la classe operaia ricomincerà a svolgere un ruolo politico e farne sul luogo dove ciò accadrà è ancora più inutile. Il capitalismo in crisi rende la situazione più instabile ed esplosiva in tutti i paesi.

Senza una rinascita del comunismo rivoluzio­nario, le esplosioni più violente della classe operaia e delle classi popolari in generale non portano in nessun caso ad un cambiamento del­l’ordine sociale.

La nostra ragion d’essere è quella di trasmettere queste idee senza ammorbidirle, senza annac­quarle, in modo che possano tornare a essere lo strumento di lotta di cui le masse in ribellione potranno impadronirsi.

Come comunisti rivoluzionari, per quanto deboli siano oggi le nostre forze, siamo ottimisti per il futuro. Da quando l’umanità è emersa dalle epoche primitive, è sempre stata capace di trovare il modo di garantire il suo crescente controllo sulla natura. Prima o poi riuscirà a controllare la propria vita sociale.

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Il Medio Oriente

Il Medio Oriente non uscirà a breve dalla situazione di guerra permanente in cui si trova da anni. Il desiderio dichiarato degli Stati Uniti di far cadere il regime iraniano minaccia di portare a un conflitto aperto. In ogni caso, equivale già a dare ai suoi stretti alleati di questa zona il via libera all’azione. L’Arabia Saudita ne sta approfittando per proseguire una guerra micidiale nello Yemen, dove fa ampio uso di armi americane e francesi. I dirigenti israeliani stanno ordinando incursioni in Siria su obiettivi che considerano avamposti iraniani. Più che mai, nonostante le difficoltà politiche interne, i dirigenti israeliani possono affermare la loro intransigenza nei confronti dei palestinesi, al punto di pianificare l’annessione ufficiale della Cisgiordania.

Il ritiro dell’esercito americano inviato presso i curdi in Siria è stato anche un via libera dato alla Turchia per lanciare un nuovo intervento contro di loro. Come sempre, il governo Erdogan si sta imbarcando in un’avventura bellica per cercare di uscire dalle sue difficoltà interne. Vuole ricreare l’unità nazionale intorno a sé e ritrovare il suo credito, malconcio in seguito alla crisi economica, come si è visto nelle elezioni della scorsa primavera, quando il suo partito ha perso il controllo delle principali grandi città. Non gli importa, e non importa ai leader americani che gli hanno dato il via libera, che questo intervento militare significhi ulteriori sofferenze per la popolazione curda e che rischi di rilanciare la guerra di milizie che da anni lacera la Siria, proprio quando sembrava che stesse per finire.

L’apertura di questo nuovo fronte con l’accordo del governo americano nasconde senza dubbio molti calcoli e negoziati segreti, in particolare con la Russia, sulla divisione delle zone di influenza in questa regione. Sottolinea in ogni caso il cinismo delle politiche delle grandi potenze. Gli Stati Uniti hanno sostenuto i curdi in Siria solo finché avevano bisogno dei loro combattenti per sconfiggere l’Isis. Adesso l’intervento turco fa loro un favore, evitando loro di dovere pronunciarsi per l’autonomia dei curdi siriani, una cosa che non hanno mai avuto l’intenzione di fare.

I governanti imperialisti sono capaci di affermarsi favorevoli alla democrazia e ai diritti dei popoli solo durante il tempo necessario per usarli per i propri scopi, prima di riconsegnare tali popoli ai loro nemici. La storia delle lotte dei curdi per la loro esistenza nazionale è una lunga storia di tali strumentalizzazioni da parte delle potenze vicine, invariabilmente seguite da violente repressioni e delusioni. Questo li rende ostaggi di queste potenze, dell’evoluzione delle loro alleanze e dell’uso che ne fa l’imperialismo. La politica stessa dei leader nazionalisti curdi, che non vedono alcuna via d’uscita se non quella di cercare il sostegno di uno Stato o di un altro, li rinchiude in questa situazione.

Le prime vittime della situazione in Medio Oriente sono le popolazioni che stanno subendo guerre, bombardamenti e massacri, che sono ora costrette a vivere in paesi in gran parte distrutti, dove non sono più garantiti i bisogni primari come la fornitura di acqua ed elettricità e un minimo di servizi pubblici, o anche solo la possibilità di cibo e di alloggio. In Siria, e soprattutto in Iraq, il relativo sollievo successivo al periodo di guerra aperta, suscita inevitabilmente nella popolazione speranze che si scontrano con la realtà. In Iraq, la lentezza della ricostruzione, la corruzione che l’accompagna e il disprezzo delle autorità stanno portando a rivolte che le milizie e i partiti comunitari non riescono più a controllare e alle quali risponde una sanguinosa repressione. In Iran, che è colpito dalle conseguenze delle pressioni americane, come in Turchia, che sta attraversando una violenta crisi economica, si è anche sull’orlo di rivolte che solo l’esistenza di regimi dittatoriali e le loro impennate nazionaliste riescono finora a contenere.

Otto anni dopo la cosiddetta "primavera araba", le ragioni che hanno dato origine a queste rivolte sono più che mai presenti e rese ancora più pressanti dalla crisi globale.

Il regime tunisino, l’unico che ha mantenuto una facciata democratica, non è riuscito a soddisfare nessuna delle aspirazioni delle masse popolari, a cominciare da quella di avere un lavoro e uno stipendio che permetta di vivere dignitosamente. In Egitto, l’inasprimento della dittatura militare è stata l’unica risposta al peggioramento della situazione delle masse. In Libia, Yemen e Siria, gli interventi dell’imperialismo e delle potenze regionali hanno portato a guerre e caos con conseguenze drammatiche.
Tuttavia, le stesse cause continuano a produrre gli stessi effetti. In Sudan le manifestazioni contro la dittatura militare non erano cessate negli ultimi anni, incoraggiate anche dall’esempio di altri paesi arabi. Ma alla fine del 2018 si è verificata una vera e propria esplosione sociale a seguito della decisione del regime di triplicare il prezzo del pane. Di fronte alle manifestazioni, il dittatore Omar al-Bashir ha dovuto abbandonare il potere, e i vertici dell’esercito lo hanno sostituito per istituire una finta transizione democratica. Questa manovra, un tentativo di ripetere quanto accaduto in Tunisia e in Egitto nel 2011, non ha avuto molto successo. L’esercito è riuscito a fermare le proteste solo attraverso una repressione sanguinosa, segnata dal massacro del 3 giugno con centinaia di morti, prima di istituire un governo in cui alcuni civili fungono da copertura per la dittatura militare. Come in Egitto, l’ultima risorsa per la dittatura della borghesia locale e dell’imperialismo è questo esercito, sponsorizzato e finanziato dalla ricca borghesia dell’Arabia Saudita e degli Emirati.

In Algeria, continuiamo ad assistere ad un movimento di massa ampio e duraturo. Il profondo malcontento sociale si sta volgendo contro il regime e la corruzione dei clan al potere. Lo slogan "abbasso il sistema" riassume, come è avvenuto in Tunisia e in Egitto, l’idea che l’intero sistema politico debba cambiare perché non risponde in alcun modo alle aspirazioni della popolazione. È una richiesta democratica, nel senso che le masse vorrebbero un sistema politico che le rispetti, in cui abbiano voce in capitolo e che soddisfi i loro diritti fondamentali. Questo movimento, che non si identifica in nessuna forza politica costituita, ha trovato in sé risorse sufficienti per continuare da diversi mesi a mobilitare i giovani e anche gran parte degli strati popolari. Coinvolgendo l’intera società, incoraggia i lavoratori ad organizzarsi per portare avanti le loro rivendicazioni all’interno delle proprie aziende, anche se finora la classe operaia non è emersa come una classe organizzata con obiettivi propri. Per il momento, le manovre del potere politico non sono riuscite a fermare una mobilitazione tanto ampia da impedire loro di ricorrere a una repressione diretta e violenta. Tuttavia, rimane una delle eventualità a cui aspettarsi.

In Sudan e in Algeria è in corso la seconda fase dei movimenti nati nel 2011 nel mondo arabo. Tuttavia vi è stata l’esperienza egiziana, in cui l’esercito ha affermato di realizzare una transizione democratica, ma ha finito per riprodurre una dittatura militare peggiore di quella di Mubarak. In Sudan, appena uscito da anni di dittatura militare, la transizione è in realtà il rispondere al movimento di massa con massacri. In Algeria, suscitano solo diffidenza i tentativi del capo di stato maggiore dell’esercito di presentarsi come l’uomo di una rinascita democratica.

Inoltre le correnti politiche fondamentaliste, che erano fiorite in una grande parte del mondo musulmano, sono oggi molto screditate. Questo è il risultato della loro partecipazione al potere politico non solo in Iran, ma anche in altri paesi come il Sudan, dove i partiti islamisti erano tra i sostenitori della dittatura e davano lo spettacolo della corruzione e del disprezzo per le masse. Laddove si sono radicalizzati, dando vita a movimenti jihadisti pronti a esercitare la loro dittatura sul popolo, come in Algeria durante il "decennio nero" e successivamente in Iraq e in Siria nei territori conquistati dall’Isis, queste correnti hanno lasciato un pessimo ricordo. Tuttavia, in assenza di movimenti in grado di far loro concorrenza, non si può escludere che essi tornino alla ribalta.

Le masse che si ribellano durante questa seconda fase della "primavera araba" sono spinte da una situazione che la crisi e le sue manifestazioni locali rendono sempre più insopportabile. Allo stesso tempo, nessuna corrente politica si mostra capace di rappresentare le loro aspirazioni. Questo rende solo più evidente la necessità di una direzione rivoluzionaria, e più drammatica la sua assenza.

Gli Stati Uniti

La politica americana rimane dominata dalla personalità di Trump, dalle sue dichiarazioni e dai tweet spesso stupidi, a volte volgari, sempre reazionari, e dalle difficoltà dei democratici ad esistere di fronte a un tale demagogo. Nelle elezioni presidenziali del 2016, Trump era riuscito a conquistare i voti di una parte della classe operaia bianca, un elettorato tradizionalmente più favorevole ai Democratici. La lealtà di questo elettorato nei suoi confronti sarà una delle poste in gioco nelle prossime elezioni presidenziali.

Alle elezioni di metà mandato del novembre 2018, i Democratici hanno vinto la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, ma non al Senato. In altre parole, i Democratici possono essere una spina nel fianco di Trump, ma non possono impedirgli di condurre la sua politica, ammesso che sia diversa dalla loro. Negli ultimi mesi, nella prospettiva delle elezioni presidenziali del novembre 2020, hanno iniziato al Congresso un processo di destituzione di Trump, che potrebbe non avere successo ma che ha lo scopo di indebolirlo o almeno di dimostrare ai loro elettori che essi stessi non sono inattivi. È anche cominciata la loro campagna per la candidatura presidenziale.

Non possiamo dire adesso chi vincerà le primarie democratiche e chi vincerà poi le elezioni stesse. C’è comunque da osservare che i candidati che si affermano di sinistra (Bernie Sanders e Elisabeth Warren) hanno il vento in poppa, almeno tra i giovani e gli studenti. Già nel novembre 2018, le elezioni di metà mandato avevano mandato al Congresso dei rappresentanti che sostenevano Sanders nel 2016 e che erano favorevoli al fatto che lo Stato si assuma la responsabilità della sanità e dell’istruzione superiore. Alcuni, come la giovane rappresentante di New York Alexandria Ocasio-Cortez, si dichiarano addirittura "socialisti democratici". Da un lato, questi successi elettorali, dopo il relativo successo della campagna di Sanders nel 2016, riflettono l’insoddisfazione di una parte della popolazione lavoratrice e dei giovani di fronte ad un capitalismo sempre più selvaggio, sempre più feroce, sempre più aberrante. Allo stesso tempo il loro progetto di socialista ha solo il nome. Come figure del Partito democratico si iscrivono nella continuità dello Stato borghese americano e del suo ruolo di potenza imperialista, assunto in passato sia dai presidenti democratici che da quelli repubblicani.

I mass media occidentali ripetono che l’economia degli Stati Uniti sta andando bene. Secondo l’amministrazione Trump, la disoccupazione è ufficialmente al 3,7%, il tasso più basso dal 1969, la metà della media dei paesi dell’eurozona. In realtà, la situazione occupazionale non sta migliorando. Innanzitutto, gran parte dei lavoratori lavora a tempo parziale e, pur avendo uno o più posti di lavoro, è al di sotto della soglia di povertà. Mentre il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che misura la quota della popolazione che ha o è in cerca di lavoro, era del 66% nel 2008, è ora del 62,7%. In altre parole, almeno 23 milioni di americani di età tra 25 e 54 anni sono fuori dal mercato del lavoro. Mentre sono sempre più numerosi gli anziani, a volte tra i 70 e gli 80 anni, costretti a lavorare per completare le loro basse pensioni, tutta una parte di coloro che sono nel fiore degli anni è emarginata, spesso dopo anni di lavoro precario. E per chi rimane dentro al mercato del lavoro, i posti creati dalla new economy sono degni dell’Ottocento. Alcuni servizi hanno mostrato la vita di quei pensionati che impacchettano pacchi alla Amazon per completare la loro pensione, o dei "lavoratori del clic", che lavorano a casa per 30 centesimi l’ora.

In quello che rimane uno dei paesi più ricchi del mondo, la speranza di vita è in calo da tre anni, un fatto che non si vedeva dalla prima guerra mondiale e dall’epidemia di influenza spagnola. Le disuguaglianze continuano ad aumentare. L’1% degli americani possiede il 40% della ricchezza nazionale; lo 0,1% dei più ricchi possiede tanto quanto il 90% dei più poveri. Come potrebbe essere altrimenti? Lo Stato ha sempre favorito i più ricchi, a livello federale e locale. Negli ultimi dieci anni, il salario minimo federale (7,25 dollari l’ora, ossia 6,50 euro) non è aumentato e le tasse pagate dai più ricchi sono state ridotte. Seguendo le orme dei suoi predecessori, Trump ha portato avanti una riforma fiscale che ha tagliato le tasse per le grandi imprese e per i più ricchi, di centinaia di miliardi di dollari. Nel 2018, i miliardari sono stati effettivamente tassati ad un’aliquota inferiore (il 23%) rispetto al resto della popolazione (il 28%). Queste agevolazioni fiscali si traducono in un debito pubblico record di 22 trilioni di dollari.

Trump ha continuato la sua guerra commerciale contro la Cina e, in misura minore, contro l’Unione Europea. Quest’anno sono state imposte sui prodotti tecnologici, in particolare nel settore delle telecomunicazioni, le imprese cinesi ZTE e Huawei. Le misure protezionistiche vengono adottate strombazzando, e la loro dimensione demagogica nei confronti dell’elettorato popolare americano è evidente. In molti casi, c’è stata una discrepanza tra le misure annunciate e quelle effettivamente attuate. Spesso le multinazionali statunitensi si oppongono a un aumento delle tariffe doganali. Ad esempio, la Apple è certamente in concorrenza con la Huawei, ma importa massicciamente dalla Cina e ha chiesto di non essere tassata. Le grandi case automobi­listiche americane vogliono poter continuare ad acquistare acciaio a basso costo. La Boeing e la Airbus sono certamente in competizione, ma la Boeing acquista sempre più componenti dai produttori europei (ad esempio, per 6,3 miliardi di dollari in Francia nel 2017, con un aumento del 40% rispetto al 2012). La Boeing non vuole una guerra commerciale con la Cina, a cui vende molti aerei.

Tuttavia, la guerra commerciale non è fatta solo di annunci, discorsi e calcoli politici. Essa riflette anche un’esacerbazione della concorrenza tra le imprese capitaliste. Huawei non produce solo smartphone, ma è anche all’avanguardia nel­l’infrastruttura delle reti di telecomunicazioni, dove compete direttamente con gli interessi degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno cercato di forzare la mano ai loro interlocutori canadesi, messicani o cinesi per imporre accordi che siano più a loro vantaggio. Lo spettro degli anni Trenta e della crescita inarrestabile del protezionismo viene regolarmente evocato. E così come gli incidenti militari possono portare ad una guerra vera e propria, non si può escludere che una guerra commerciale possa degenerare.

L’aberrazione della dominazione capitalistica è stata recentemente illustrata dagli incendi che devastano parte della California. In California, nel novembre 2018, giganteschi incendi hanno devastato più di 100.000 ettari, distrutto la città di Paradise (20.000 abitanti) e fatto 85 morti. Gli incendi sono stati causati dalla cattiva manutenzione della rete elettrica. Di recente, di fronte al clima secco e ai venti forti, il principale fornitore di energia della regione, Pacific Gas and Electric (PG & E), ha rapidamente preso una misura drastica, tagliando la fornitura d’energia a più di due milioni di persone in California. Molte aziende hanno dovuto chiudere, gli abitanti hanno dovuto usare candele per illuminare le loro case, persone in dialisi o in assistenza respiratoria hanno rischiato la vita, mentre le TV mostravano scene di incidenti negli incroci dai semafori spenti. PG & E guadagna molti soldi, ma ha preferito irrorare gli azionisti piuttosto che mettere in sicurezza le sue strutture, con le conseguenze che appaiono ora. La California ospita i settori di punta dell’economia americana ed è orgogliosa di sviluppare le innovazioni tecniche più avanzate; questo stato, di cui si dice che sia la quinta economia del mondo, è una sorta di Eldorado capitalista. Ma dietro questa vetrina, qualche stanza sul retro va illuminata con le candele!

In questo contesto di feroce offensiva della borghesia, i lavoratori subiscono più colpi di quanti ne restituiscano. I momenti di resistenza sono tanto più notevoli. Così, i 48.000 lavoratori della General Motors sono in sciopero dal 15 settembre per aumenti salariali, per una migliore copertura sanitaria e migliori contratti. Dopo sei settimane di sciopero, la maggioranza dei lavoratori ha accettato l’offerta della direzione, con circa il 40% dei voti per continuare lo sciopero. Se i lavoratori non hanno vinto sulla questione dell’occupazione, hanno imposto delle concessioni al padrone per quanto riguarda le assunzioni a posto fisso e i salari. In ogni caso, è la prima volta dal 1976 che decine di migliaia di lavoratori scioperano in tutto il Paese in una delle tre grandi multinazionali dell’automobile. Questa lotta, che questa volta non partiva dalla classe capitalista ma dalla classe operaia, è, agli occhi di milioni di lavoratori, un buon segno per il futuro.

La Cina e le sue relazioni con gli Stati Uniti

Rivolgendosi ai 90 milioni di membri del Partito comunista nel 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, oggi leader indiscusso del paese dopo la progressiva eliminazione dei suoi principali rivali, si è vantato di questo "miracolo di sviluppo economico senza precedenti nella storia dell’umanità" (riportato da Le Monde), aggiungendo "la Cina è riuscita a compiere una cosa che i paesi sviluppati hanno impiegato diverse centinaia di anni per realizzare".

Lo sviluppo è indiscutibile. Questo immenso paese, saccheggiato dalle principali potenze imperialiste per un secolo, dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, colpito da interventi militari, persino da invasioni - in particolare britanniche, francesi, e poi giapponesi - strozzato, umiliato, è riuscito a liberarsi dalla morsa diretta dell’imperialismo e a sbarazzarsi dei signori della guerra e delle caste parassitarie che mantenevano la stragrande maggioranza della sua popolazione in condizioni medievali.

Il Partito comunista cinese (PCC) è stato portato al potere, durante e dopo la seconda guerra mondiale, dalla più potente rivolta contadina dell’Asia.

È stata questa rivolta contadina a liberare la società cinese da alcuni degli aspetti più medievali, accettati con tanto compiacimento dalle democrazie imperialiste al momento della loro presa di controllo sulla Cina (oppressione illimitata dei contadini da parte dei proprietari fondiari, abietta oppressione delle donne, ecc.). Basandosi su questa rivolta un gruppo nazionalista con l’etichetta comunista è riuscito a creare uno Stato forte e centralizzato, come questo paese non ne aveva avuto da un secolo.
Questo apparato statale ha permesso alla Cina di resistere a tutti i tentativi dell’imperialismo di riprendere il controllo del paese. Ha potuto resistere militarmente ma anche resistere al boicottaggio economico.

Noi abbiamo sempre considerato l’apparato statale cinese, che a differenza dello Stato sovietico non era il prodotto della rivoluzione proletaria, come uno strumento dello sviluppo borghese della Cina, anche quando era alleato con l’URSS e faceva parte del cosiddetto campo socialista; e anche un po’ più tardi, quando la Cina era vista come l’incarnazione del puro comunismo di fronte all’URSS revisionista.
Oggi, anche se il partito al potere porta ancora l’etichetta "comunista", questo paese è diventato un paese di capitalismo "selvaggio", dove è emersa una grande borghesia, in parte sorta dalla vecchia classe borghese che da tempo aveva trovato rifugio fuori dal paese, e in parte sorta dalla burocrazia statale.

Il motivo fondamentale di questo "miracolo dello sviluppo economico", come lo chiamava Xi Jinping, era questo statalismo che ha posto le basi dell’economia attuale, direttamente a spese dei contadini nei primi tempi e poi, mentre i conta­dini cacciati dalle campagne si proletarizzavano, a spese della classe operaia sfruttata.
Sono stati lo statalismo e la centralizzazione a permettere alla Cina di proteggersi dalla morsa diretta dell’imperialismo e di sviluppare la sua economia. Ha potuto farlo contando su una popolazione numerosa, dalla quale il governo centrale ha potuto attingere abbastanza per ottenere una sorta di accumulazione primitiva, a differenza di tanti altri paesi sottosviluppati, tra cui l’India, dove l’accumulazione è in parte a beneficio della classe privilegiata locale, ma molto di più a beneficio della borghesia imperialista.

Fin dalla sua nascita, l’apparato statale ha avuto un ruolo ambivalente. È stato uno strumento di oppressione delle classi popolari, soprattutto della classe operaia, e uno strumento di resistenza contro l’imperialismo.

L’aspetto "protezione contro la minaccia imperialista" fu decisivo proprio all’inizio del regime di Mao, quando l’imperialismo, soprattutto quello statunitense, lo sottopose al blocco economico e alla minaccia militare. Questa minaccia si trasformò in uno scontro diretto in Corea e se ne avvicinò in alcune fasi della guerra del Vietnam.
Ma nel corso del tempo, pur mantenendo la sua forma dittatoriale, il regime ha permesso e poi incoraggiato l’accumulo di capitali privati. Fu lo sviluppo economico dovuto proprio allo statalismo a trasformare lo Stato da strumento di difesa contro l’imperialismo a fattore di integrazione nell’economia mondiale dominata dall’imperialismo.

L’apparato statale stesso ha funto da intermediario tra la borghesia imperialista e la Cina, ma sulla base di un nuovo rapporto di forze, più favorevole allo sviluppo della borghesia cinese di quanto non lo fosse nelle possibilità, e persino nella volontà, della borghesia compradora dell’epoca di Ciang Kai Shek.

Nell’ultimo periodo, più o meno da quando Deng Xiaoping è salito al potere nel 1978, la Cina si è integrata al mercato mondiale sempre di più. Economicamente e poi diplomaticamente, la Cina è salita alla ribalta della scena internazionale.

Essa rimane però un paese sottosviluppato per molti aspetti della sua economia: ciò si riflette in particolare nel fatto che mentre il PIL del paese è secondo solo a quello degli Stati Uniti, in termini di PIL pro capite la Cina rimane dietro al Messico, all’Azerbaigian e alla Repubblica Dominicana! (dati del Fondo Monetario Internazionale nel 2017), ma anche ben più avanti dell’India.

Sebbene il relativo sviluppo economico del paese sia dovuto agli sforzi volontari, ma più spesso costretti, delle masse operaie e contadine, Xi Jinping può vantarsi del fatto che la oggi Cina domina l’industria manifatturiera mondiale. È oggi il più grande produttore mondiale di acciaio, alluminio, mobili, abbigliamento e persino telefoni cellulari e computer (fonte: Verso la guerra, di Graham Allison).

L’arricchimento della borghesia locale, l’emergere di una piccola borghesia relativamente numerosa, ma soprattutto la dimensione colossale della sua popolazione, ha portato la Cina a diventare il più grande mercato mondiale di automobili e telefoni cellulari; conta più utenti Internet di qualsiasi altro paese. Secondo le notizie più recenti, ci sarebbero 475 miliardari cinesi nel mondo invece di 16 nel 2008 (Les Échos). Non a caso negli ultimi anni c’è stata un’infatuazione per il mercato cinese da parte delle multinazionali dei paesi imperialisti.

Un altro aspetto di questa stessa realtà è la fusione del capitale delle potenze imperialiste con i capitali cinesi, statali o privati. Con l’integrazione della Cina nell’economia mondiale imperialista, parte dell’accumulazione dovuta allo sviluppo industriale va a beneficio del capitale occidentale o giapponese.

Ma questa crescente integrazione, che rafforza la dipendenza della Cina dall’economia mondiale dominata dall’imperialismo, avviene nell’era di un capitalismo in crisi e sempre più finanziarizzato. A testimonianza della forma che questa integrazione sta assumendo oggi, il giornale Les Échos (31 luglio 2019) titolava "La Cina, Far West degli hedge fund" e scriveva: "quasi 9.000 manager alternativi sono in competizione in Cina. Le fortune si fanno e si disfano da un anno all’altro seguendo le montagne russe dei mercati azionari cinesi. Di fronte al rischio di abusi, le autorità cominciano a reagire". Se lo fanno con la stessa efficienza delle potenze imperialiste, dagli Stati Uniti all’Europa, siamo messi male.

Da un po’ di anni ormai la Cina è stata definita dagli economisti "l’officina del mondo". Ma questa officina ha lavorato in gran parte per joint-ventures tra lo stato cinese come azionista e azionisti privati dei paesi imperialisti, oppure come subappaltatore per le grandi multinazionali attratte dalla crescita del mercato cinese, ma anche dal fatto che questa crescita era protetta da un regime dittatoriale.

In quanto tale, da alcuni anni la Cina è il motore dell’intera economia mondiale, in particolare del settore produttivo. Al fine di rifornire di materie prime i subappaltatori cinesi dei trust interna­zionali, sono state riaperte miniere di ferro in Australia, miniere di rame in Bolivia, ecc.

Ma la crisi globale del capitalismo doveva avere ripercussioni sulla Cina. È già il caso, per ora non con un calo della produzione manifatturiera, ma con un rallentamento della sua crescita.

Le conseguenze sociali di un declino dell’economia cinese, anche solo relativo, potrebbero essere catastrofiche per le classi sfruttate. Pur dittatoriale che sia il regime, non può permettersi di rimandare nelle campagne milioni di proletari sottopagati. La situazione potrebbe essere ben più esplosiva che nei paesi imperialisti in cui esiste ancora un certo "materasso sociale". Il proletariato cinese è ora il più numeroso del mondo. I leader cinesi hanno motivo di temerlo, e non solo loro.

Nel suo discorso citato da Le Monde, Xi Jinping ricordava alle potenze imperialiste che se la nave cinese affonda, il mondo imperialista rischia di affondare con essa. Giusto per ricordare a questi dirigenti occidentali che, di fronte alla classe operaia cinese, i loro interessi e quelli del regime sono fondamentalmente gli stessi. E diceva: "Negli ultimi settant’anni, il successo della Cina è stato il successo della dirigenza del Partito comunista cinese. Per la vastità del suo territorio e per le sue complesse condizioni nazionali, governare la Cina è di un’eccezionale difficoltà. Senza una leadership centralizzata, unificata e ferma, la Cina avrebbe avuto tendenza a dividersi e a disintegrarsi, causando un caos generalizzato oltre i propri confini".

Il progresso economico della Cina e alcune delle manifestazioni di tale progresso (tra cui quella che è stata chiamata la "Via della seta") stanno alimentando le fantasie di alcuni economisti e politologi. Alcuni, come Graham Allison (l’autore citato, professore emerito ad Harvard, consulente di diversi segretari alla difesa sotto le presidenze di Reagan, Clinton e Obama), la cui preoccupazione è contenuta nel titolo del suo libro Verso la guerra (in questo caso sarebbe la guerra tra America e Cina), affermano che tra una potenza nascente e una già affermata, il conflitto diventa inevitabile.

Basa questo ragionamento non solo sui progressi della Cina in molti settori produttivi, ma anche sulla sua crescente competenza nel campo della tecnologia (sonda spaziale lunare), per non parlare del suo rafforzamento militare, di cui la parata durante la commemorazione del settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare è stata un’illustrazione spettacolare.

Va comunque sottolineato che questa potenza militare rimane molto indietro a quella degli Stati Uniti: nel 2016 la Cina ha stanziato 216 miliardi di dollari per le spese di armamento, mentre gli Stati Uniti hanno speso 600 miliardi. Gli Stati Uniti hanno 11 portaerei, la Cina ne ha due. Gli Stati Uniti dispiegano 200.000 uomini in 800 basi militari nel mondo, al di fuori del loro territorio. La Cina ha una sola base all’estero, a Gibuti.

Esistono già zone di attrito tra Cina e Stati Uniti, o con gli alleati di questi ultimi (Giappone, Taiwan, Filippine, Sud Corea). E non mancano le scintille che potrebbero provocare un’esplosione.

Sarebbe ridicolo cercare di prevedere tramite quale catena di eventi i due paesi potrebbero arrivare ad uno scontro. È sicuro però che la minaccia viene dall’imperialismo. L’origine della seconda guerra mondiale non era, all’epoca, dalla parte dell’URSS, ma derivava dalla rivalità tra le grandi potenze imperialiste. Una guerra tra Stati Uniti e Cina sarebbe la terza guerra mondiale.

Russia e Ucraina

Vent’anni fa, succedendo a Eltsin al Cremlino, Putin promise di "liquidare la classe degli oligarchi" alla maniera di Stalin a proposito dei kulak. La popolazione vedeva in questa classe il frutto marcio del crollo dell’URSS, di un decennio di caos politico, dell’indebolimento del potere centrale, del saccheggio sfrenato dell’economia da parte di clan e mafie burocratiche, con il conseguente impoverimento di decine di milioni di lavoratori.

Riuscendo a prendere il sopravvento rispetto ai nuovi ricchi che avevano acquisito troppo peso nei confronti dello Stato, Putin era riuscito a consolidare quest’ultimo. Una relativa ripresa economica aveva permesso ai dignitari del regime e a uomini d’affari dell’epoca di entrare nelle classifiche della ricchezza mondiale. Secondo la classifica di Forbes, nel 2000 la Russia non aveva miliardari in dollari; otto anni dopo erano 82 e ce ne sarebbero 98 nel 2019, nonostante il sempre più evidente ristagno dell’economia dopo la crisi del 2008, aggravato dalle sanzioni occidentali prese col pretesto dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.

Un risultato del deterioramento della situazione economica è che molti uomini d’affari, grandi e piccoli, stanno lasciando la Russia in cerca di migliori opportunità di arricchimento. Uno degli oligarchi più famosi, Arkadi Rotenberg, magnate dell’edilizia e amico di Putin, ha appena fatto assumere a un colosso semipubblico, la Gazprom, il controllo dell’azienda a cui deve il suo arricchimento. I soldi così ottenuti potranno essere investiti, probabilmente nella speculazione, ma in un luogo più sicuro della Russia, anche per chi gode della protezione del presidente.

Il Cremlino all’inizio si vantava del fatto che, lungi dall’indebolirlo, le misure di ritorsione dell’Occidente avrebbero stimolato l’economia costringendo finalmente coloro che ne avevano la possibilità ad investire. Oggi il risultato, tranne nel settore agroalimentare, è ben diverso. Il risul­tato è comunque ben lungi dal controbilanciare i colpi subiti dall’economia russa, costretta ad una certa autarchia ma sempre più dipendente dal mercato mondiale, dai suoi scossoni e dai suoi rallentamenti, in quanto esporta principalmente materie prime. Infatti, con l’aggravarsi della crisi globale, l’economia delle potenze imperialiste e dei loro subappaltatori, i cosiddetti paesi emer­genti, tende sempre meno a sviluppare la produzione, per cui la Russia ha più difficoltà a vendere il suo gas e il suo petrolio, e quindi meno valute per comprare ciò che le manca altrove.

D’altra parte, i combinati russi che erano passati sotto controllo di trust occidentali (Volkswagen, Renault, Skoda) o le fabbriche che Ford, PSA, Mitsubishi avevano costruite per produrre veicoli con una forza lavoro qualificata molto meno pagata che in Occidente, hanno ridotto la produzione e i salari, tagliato il personale (5.000 in tre anni alla AvtoVaz), o hanno addirittura chiuso.

Uno dei motivi è che, per le stesse ragioni dovute alla crisi, la solvibilità della piccola borghesia e dell’aristocrazia operaia si è ridotta in Russia, come la capacità dei mercati esteri di assorbire la produzione russa. E non è solo l’industria automobilistica ad essere colpita.

Una conseguenza è l’esplosione del debito, sia pubblico che privato. Solo tra il 2006 e il 2014 è quasi triplicato, e se Putin recentemente si è vantato di essere riuscito a ridurre in qualche misura il debito del governo centrale, lo stesso non si può dire per le regioni, i privati e soprattutto le imprese, la cui dipendenza dal credito e dai suoi fornitori esteri è aumentata notevolmente. L’aumento è limitato solo dal fatto che l’economia russa è poco inserita nella divisione internazionale del lavoro, e l’attuale crisi sta limitando ancora questa sua integrazione nell’economia mondiale.

Le conseguenze della crisi globale in Russia si manifestano per la popolazione con l’aumento del prezzo delle merci, importate o meno, il ritorno del fenomeno dei salari non pagati, i tagli netti alle spese sociali e alle somme stanziate a livello centrale per il funzionamento dei servizi pubblici.

Ne risulta una recrudescenza delle reazioni operaie. Anche se rimangono isolate, la novità è che non riguardano più solo i settori più sfruttati (edilizia) e precari (migranti) del proletariato o quelli in cui il decisivo sostegno statale è quasi scomparso con la fine dell’era sovietica (metallurgia, costruzione di macchine utensili, miniere, o anche trasporti urbani). Quest’anno sono scesi in sciopero gli operai specializzati di fabbriche strategiche del complesso militaro-industriale, così come i lavoratori degli ospedali, il personale dei centri di pronto soccorso, gli insegnanti, ecc. Per la prima volta da più di vent’anni va notato che dei lavoratori sono venuti alle manifestazioni "ufficiali" del Primo maggio con rivendicazioni economiche e sociali concrete, di cui alcune denunciavano le conseguenze delle politiche delle autorità locali o centrali.

Nel 2018 il governo centrale aveva direttamente preso di mira la popolazione con il forte aumento dell’età pensionabile, con il risultato di tre mesi di proteste nelle piazze, e soprattutto un notevole discredito presso ampi strati sociali, in particolare tra i lavoratori. Oggi si sta preparando, per gli stessi motivi, a lanciare un nuovo attacco contro la classe operaia.

Secondo il primo ministro Medvedev, "viviamo in nuove condizioni da quasi tre decenni (la fine dell’URSS) e regole risalenti all’epoca sovietica rimangono in vigore. Molto spesso fanno sì che il mondo degli affari si trovi legato mani e piedi". Con questo pretesto il governo si prepara, secondo le sue parole, a "passare alla ghigliottina" quasi 20.000 norme che regolano l’attività economica, e allo stesso tempo a ridurre drasticamente tutte le possibilità di controllo ufficiale del lavoro e degli affari. Secondo lui tutto questo "danneggia lo sviluppo del Paese e vincola l’economia".

Queste misure, come quelle sulle pensioni, sono la risposta di un potere che si trova di fronte all’aggravarsi della crisi nel mondo e in Russia e non può più contare sulla relativa ripresa economica degli anni 2000 per comprarsi un po’ di pace sociale.
La risposta è brutale tanto quanto i metodi che ha ripreso a usare negli ultimi mesi al suo interno per serrare le file, con il valzer di arresti di responsabili a tutti i livelli, compresi generali e ministri. Il pretesto è la lotta alla corruzione, e le potenziali vittime sono innumerevoli, tanto questa pratica diffusa è organica dentro ciò che è e rimane lo strato sociale dominante, la burocrazia: un organismo che garantisce i propri privilegi solo parassitando la società nel suo complesso. Riprendendo una strategia che i suoi lontani predecessori stalinisti avevano applicato con i burocrati del loro tempo, Putin cerca di assicurarsi la lealtà dei burocrati attuali mantenendoli nel timore permanente. È così che spera di garantire la stabilità del regime, che è stata minata negli ultimi anni.

Infatti la piccola e media borghesia delle grandi città, con l’aggravarsi della crisi di cui anche loro stanno subendo le conseguenze, non sostiene più il Cremlino e il suo dirigente come quando egli sembrava garantire lo sviluppo degli "affari". Al contrario, man mano che questi diventano più difficili, la piccola borghesia sopporta ancora meno i prelievi effettuati dai milioni di burocrati di cui Putin è e vuole essere il capo. Da questo punto di vista le incessanti campagne contro la corruzione non ingannano nessuno, soprattutto negli strati più ricchi e privilegiati della popolazione.

Ciò spiega perché alle elezioni comunali di quest’anno, a differenza delle precedenti, il potere non ha permesso nemmeno ai candidati dell’opposizione "liberale" (la più apertamente pro-borghese, la cui figura di riferimento è Alexei Navalny) di esprimersi, anche solo un po’. Invece hanno represso o vietato le manifestazioni di coloro che chiedevano il diritto di scegliere i propri candidati alle elezioni.

Il potere è stato tanto più repressivo in quanto questa contestazione della piccola borghesia urbana, anche se rimane sul terreno politico di questa classe e nell’ambito scelto dai suoi dirigenti, poteva essere vista da altri strati e classi sociali come una breccia nel regime autoritario di Putin. Avrebbe potuto incentivare la contesta­zione da parte della classe operaia in un momento in cui essa subisce numerosi attacchi (posti di lavoro, condizioni di lavoro, salari...).

In Ucraina, il vincitore dell’elezione alla presidenza, Vladimir Zelensky, si è presentato come un uomo nuovo e un outsider rispetto al mondo politico-mafioso al potere dalla fine dell’URSS. Questo risultato esprime innanzitutto il profondo disgusto della popolazione di questo paese nei confronti di tutti coloro che fino a questa parte lo hanno governato saccheggiandolo. Ma questo non ha in alcun modo indebolito le posizioni né l’avidità della mafia e dei clan burocratici, essendo Zelenskij legato a uno di loro.

Almeno per qualche tempo ciò sembrava mettere la nuova presidenza in una posizione migliore per cercare di uscire dalla sanguinosa impasse della guerra nell’Est del paese. Ma non appena Zelensky ha abbozzato quella che poteva essere una base di discussione con i clan politico-militari filo-russi che controllano la maggior parte del Donbass, cioè la base industriale e mineraria del Paese, gli ultranazionalisti ucraini, le bande armate degli oligarchi che combattono all’Est e fanno affari intorno a questa guerra, sono scesi in piazza per denunciare un presidente pronto a tradire e a vendere il paese a Mosca.

Ci sarebbe da ridere, se si dimenticassero i 13.000 morti di questa guerra, le centinaia di migliaia di sfollati, le distruzioni, perché allo stesso tempo era agli Stati Uniti, anzi a Trump, che Zelensky, volontario o costretto, si preparava a vendere i suoi servizi contro la ripresa delle forniture di armi per combattere i filo-russi del Donbass.

Impotente di fronte ai suoi oligarchi, debole di fronte ai separatisti armati da Mosca, sottomesso a Washington: solo contro il suo popolo il potere ucraino potrà mostrare la sua forza, alla pari dei suoi predecessori. Il motivo è lo stesso: deve difendere gli interessi dei privilegiati e dei possidenti d’Ucraina, e ancor più quelli delle grandi potenze.

I paesi sotto dominio dell’imperialismo

Gli effetti della crisi del capitalismo sono particolarmente devastanti nella parte povera del mondo. Oltre la loro grande diversità, questi paesi hanno in comune il fatto di essere sotto il dominio globale dell’imperialismo. "Per questo il loro sviluppo ha un carattere combinato", secondo l’espressione di Trotsky, "e unisce in sé le forme economiche più primitive e l’ultima parola della tecnica e della civiltà capitalista" (Programma di transizione).

Esistono, naturalmente, situazioni molto diverse tra i paesi definiti "emergenti". Molti paesi dell’America Latina o dell’Asia sono semisvi­luppati, ma sono anche più integrati nell’eco­nomia mondiale dominata dall’imperialismo e quindi ne sono più dipendenti rispetto ai paesi ancora più poveri. Molti di questi ultimi si trovano, per la maggior parte, in Africa, alcuni in Asia e nel Pacifico, ma anche, come Haiti, nell’emisfero americano.

Ma le esplosioni sociali avvenute in tanti paesi, dal Cile al Libano o alla Bolivia, hanno come origine comune il peggioramento della situazione delle classi povere. Noi non possiamo analizzare tutte queste situazioni più oltre di quello che abbiamo scritto sopra a proposito del Sudan e dell’Algeria. In assenza di nostri militanti sul campo, espressione dell’assenza di una internazionale rivoluzionaria, possiamo solo constatare queste esplosioni, così come la loro natura caotica e, in fondo, disperata, per mancanza di prospettive.

Dietro la varietà delle rivendicazioni politiche, o anche l’assenza di richieste politiche altre che la caduta di governi corrotti, c’è ovunque la rabbia delle classi sociali povere.
Quello che sta succedendo ad Haiti dimostra come, finché il proletariato non è sufficiente­mente organizzato per intervenire sulla scena politica, anche la rabbia gira su se stessa e si esaurisce in sterili scontri di cricche politiche tramite le loro bande armate. I nostri compagni di Haiti diranno la loro analisi della forma assunta dalla rabbia nel paese e qual’è l’asse politico delle loro attività militanti.

I nostri compagni della Costa d’Avorio ricor­deranno come il programma della rivoluzione permanente si traduce concretamente nelle condizioni di questo paese e come, nell’attività politica quotidiana, anche di un’organizzazione a uno stadio embrionale, le prospettive comuniste rivoluzionarie si mescolano con alcuni aspetti di un programma democratico rivoluzionario: contro l’etnismo, contro i molti residui del passato resuscitati dal colonialismo, nella realtà sociale così come nelle menti.

La crisi del capitalismo potrebbe prendere una piega ancora più violenta nel prossimo periodo. Le Monde del 4 ottobre scorso titolava: "La trappola del debito si richiude sui paesi poveri". Precisava che il debito dei paesi in via di sviluppo "è aumentato del 5,3% a 7.810 miliardi di dollari. La situazione è particolarmente preoccupante nei 76 paesi più poveri del mondo. I loro livelli di debito estero sono raddoppiati dal 2009 ... e in questo periodo sono addirittura aumentati del 885% in Etiopia, del 395% nel Ghana e del 521% in Zambia". Ancora secondo Le Monde: "Di conseguenza, le economie dei paesi poveri sono diventate più dipendenti dalle politiche monetarie dei paesi ricchi su cui non hanno alcun controllo". Pertanto sono più vulnerabili agli urti esterni". Le Monde cita un portavoce della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Cnuced): "Il debito non è più uno strumento finanziario a lungo termine al servizio della crescita dei paesi in via di sviluppo, ma un’attività finanziaria rischiosa soggetta agli interessi a breve termine dei creditori".

Il capitalismo in putrefazione non lascia alle masse povere di questi paesi un altro futuro prossimo se non quello di crepare letteralmente di fame per rendere ancora più ricca questa minoranza di grandi capitalisti che speculano sul debito del loro paese.

Tanto diversi sono i vari paesi arretrati dal punto di vista dello sviluppo, quanto vari sono i loro proletariati. In alcuni di questi paesi, la classe operaia aveva una lunga tradizione di lotta. In altri, la classe operaia è recente, senza tradizione e talvolta annegata in un vasto sottoproletariato.

La responsabilità dello stalinismo è schiacciante nella degenerazione dell’Internazionale comu­nista, completata dal suo scioglimento. Ai primi tempi del proletariato e delle sue lotte, le idee e le politiche si trasmettevano da un paese all’altro e il proletariato di ogni paese era educato dalle esperienze buone o cattive del paese vicino. Lo stalinismo ha rappresentato una brutale rottura. Ha snaturato le idee comuniste in vari modi nei paesi arretrati dove il proletariato aveva avuto un certo sviluppo (Cina, Vietnam, ecc.). Negli altri non ha trasmesso più nulla, tranne vaneggiamenti che stroncavano sul nascere ogni possibilità di una presa di coscienza di classe.

In molti Paesi dove la situazione è esplosiva, il proletariato dovrà rifare la strada della sua emancipazione. Ma si rialzerà!

Quello che possiamo sperare è che compaiano militanti provenienti dalla classe operaia o intellettuali che rilancino la tradizione rivoluzionaria e inizino a lavorare sulla base del marxismo. Per quanto limitate siano le nostre forze, abbiamo il dovere di aiutarli nell’unico modo possibile: trasmettere nel miglior modo le idee rivoluzionarie comuniste.

25 ottobre 2019


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