Internazionale

“I morti hanno cominciato a parlare”: Attualità della lotta dei trotskisti sovietici

Da “Lutte de classe” n°200 – Giugno 2019

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Nel gennaio 2018 a Verkhneuralsk, una cittadina degli Urali, alcuni operai edili che facevano lavori in una vecchia prigione hanno fatto una scoperta. Sotto il pavimento di una cella del carcere, hanno trovato più di 400 pagine di pubblicazioni trotskiste degli anni ’30, compresi alcuni numeri della rivista Il bolscevico-leninista. Un gruppo di prigionieri bolscevichi-leninisti (nome dato a se stessi dai trotskisti sovietici) aveva scritto queste pagine, poi copiate a mano e fatte circolare. Questa prigione era stata un isolatore, cioè un carcere a regime speciale dove la polizia politica di Stalin, la GPU, raggruppava gli oppositori per isolarli meglio, rinchiudendo fino a 500 trotskisti.

Quello che si sapeva e quello che non si sapeva

Alcune testimonianze erano state pubblicate in Occidente dai rarissimi trotskisti usciti vivi dalle grinfie di Stalin, come Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, Nel paese delle sconcertanti menzogne di Anton Ciliga, che aveva trascorso tre anni a Verkhneuralsk, oppure l’Appello al proletariato mondiale di Arpen Tavitian, detto Tarov, anche lui internato in questo isolatore1. Da questi testi si sapeva che i loro compagni avevano pubblicato dei giornali in carcere e che i loro scritti circolavano in prigione, tra i luoghi di detenzione e tra gli attivisti in generale. Si sapeva che, sebbene Stalin avesse voluto separare Trotsky dai suoi compagni di lotta esiliandolo in Turchia, alcuni di questi testi gli pervenivano. Nel 1929, Serge era riuscito, come disse, "a mandare a Trotsky [.....] una lunga lettera dal carcere di Verkhneuralsk, scritta a caratteri microscopici su nastri sottili". Anton Ciliga ha raccontato il suo stupore nel trovare, quando era arrivato a Verkhneuralsk, i periodici che i trotskisti avevano pubblicato li’, in cui, in dieci o venti articoli per numero, affrontavano tutte le questioni politiche e teoriche dell’attualità: il regime poteva ancora essere riformato pacificamente o ci voleva una nuova rivoluzione? Stalin era un traditore cosciente o solo inconsapevole? Incarnava la reazione o la controrivoluzione?

Non c’erano però documenti tangibili sull’attività dei trotskisti sovietici. Con poche eccezioni, non pareva che i loro scritti fossero sopravvissuti al loro sterminio nel 1937-38 o alla determinazione della GPU di cancellare tutte le tracce di coloro che difendevano l’eredità dell’ottobre 1917 combattendo la degenerazione dello stato operaio e del movimento comunista internazionale, così come la sua espressione politica: lo stalinismo.

Naturalmente, in Occidente, erano conosciuti gli scritti e l’attività di Trotsky, che da solo o quasi da solo aveva incarnato la continuità politica e organizzativa del marxismo militante, fino a quando un sicario di Stalin lo uccise nell’agosto 1940. La volontà di mantenere alta una bandiera, quella della fedeltà al bolscevismo e alle battaglie di Lenin, all’internazionalismo, alla rivoluzione mondiale e agli interessi della classe operaia, di fronte al tradimento stalinista di tutto ciò che per un secolo aveva fatto il movimento rivoluzionario operaio, si poteva riassumere in un nome: quello di Trotsky. Come poteva riassumersi nel suo nome la difesa dello Stato nato dalla rivoluzione di Ottobre, delle sue conquiste socialiste minacciate dal parassitismo e dall’irresponsabilità della burocrazia, questa dittatura poliziesca che lo stalinismo pretendeva fosse socialismo. Contro questo regime e la sua politica fondamentalmente controrivoluzionaria in URSS e all’estero, Trotsky rappresentava anche l’indomito desiderio di ricostruire un’internazionale. La Terza Internazionale, stalinizzata, era affondata nell’appoggio alla politica del Cremlino che aveva facilitato la vittoria di Hitler nel 1933... Ma cosa si sapeva di ciò che i trotskisti avevano fatto, difeso e scritto in URSS, dopo che Trotsky era stato esiliato da Stalin nell’isola turca di Prinkipo all’inizio del 1929?

Molto poco. C’era la lettera mandata nell’agosto 1928 da Khristian Rakovsky ad un altro deportato trotskista, Valentinov, sui "pericoli professionali del potere". Essa costituisce la prima analisi marxista di un fenomeno che nessun rivoluzionario aveva previsto in precedenza: la degenerazione burocratica di uno Stato nato da una rivoluzione vittoriosa. Trotsky dirà la sua stima per questo testo magistrale che era stato diffuso tra le colonie di deportati, e il cui autore sarebbe diventato il principale animatore dell’opposizione di sinistra in URSS fino al 1934.

Ci furono anche alcuni articoli, a volte studi approfonditi sullo stato dell’URSS, la sua economia, le lotte nel partito al potere, sullo stato d’animo e le reazioni della classe operaia, che i bolscevichi-leninisti fecero pervenire al giornale che Trotsky e suo figlio Leon Sedov pubblicavano all’estero, il Bollettino dell’Opposizione, che entrò in URSS, con crescenti difficoltà, fino al 1933 circa. Esistono anche una cinquantina di lettere ricevute in esilio, che Trotsky conservava nel suo archivio per proteggere i suoi compagni: le traduzioni ne sono state pubblicate circa quindici anni fa.

Dopo l’implosione dell’URSS alla fine del 1991 e l’apertura parziale degli archivi del partito e della polizia politica, le cose sono un po’ cambiate. Si è potuto pubblicare gli scritti di Trotsky in Russia. Sono stati pubblicati l’Archivio dell’Opposizione di sinistra 1923-1927 e dei libri su questo argomento. Uno di questi, Trotsky e i suoi compagni, descrive la lotta dei trotskisti degli Urali nel partito nel 1923-25, così come i tesori di dedizione e l’ingegno che impiegavano per trovare il modo di rivolgersi agli operai. Non avendo alcun materiale di stampa, percorrevano 1.700 chilometri per incontrare i compagni a Mosca, o addirittura 2.300 chilometri per arrivare a Leningrado, e altrettanti al ritorno, per procurarsi alcuni pacchetti di opuscoli e di letteratura politica.

Nei paesi occidentali, nel corso degli anni, gli storici hanno raccolto informazioni e testimonianze sui trotskisti sovietici in libri come Autoritratti dei bolscevichi di Georges Haupt e Jean-Jacques Marie, recentemente ristampati, Comunisti contro Stalin di Pierre Broué, o in monografie su Trotsky, Rakovsky, Sedov... e in riviste dedicate al movimento rivoluzionario operaio. Questo ha permesso di chiarire le relazioni politiche e organizzative tra Trotsky e i suoi compagni in URSS, in entrambe le direzioni, la loro stretta comunità di opinioni, la loro consapevolezza di agire come membri della stessa organizzazione nonostante la distanza e la repressione. Nel dicembre 1930, Trotsky ricevette un lungo documento da Verkhneuralsk: La crisi rivoluzionaria. Le prospettive della lotta e i compiti dell’Opposizione di sinistra. La situazione internazionale. Questo testo di circa 50.000 caratteri era stato scritto con un crine di cavallo su fogli minuscoli e aveva viaggiato nella fodera di un cappotto. Ancora alla fine del 1930, in una relazione scritta a nome di 110 prigionieri trotskisti a Verkhneuralsk, due di loro notarono che "venti favorevoli ci hanno portato quasi dieci lettere dei nostri anziani [Trotsky e Rakovsky]", specificando che per loro ciò era stato molto utile per verificare l’accuratezza delle posizioni che avevano sviluppate. "Abbiamo spesso riscontrato con piacere che, di fronte agli stessi eventi, il processo del pensiero e le formulazioni erano identici nelle isole degli Urali [isolatore deriva dalla parola "isola" in latino] e a Prinkipo”.

Ciononostante mancavano elementi concreti sul modo in cui i trotskisti avevano militato in URSS in condizioni sempre più spaventose; una lacuna che viene in parte colmata dai testi scoperti a Verkhneuralsk.

Garantire la continuità del bolscevismo

Tra questi testi, c’è un lungo articolo, "La presa del potere da parte dei fascisti in Germania"2. Scritto tre mesi dopo l’arrivo di Hitler al potere, fa luce in modo militante sulla politica criminale degli stalinisti e dei socialdemocratici che avevano reso possibile tale arrivo. L’analisi di questo disastro e delle sue conseguenze per la classe operaia, non solo in Germania, ha poco da invidiare a ciò che Trotsky scriveva in quello stesso periodo. Imprigionati da anni, i trotskisti avevano ancora accesso alla stampa sovietica e a quella dei Partiti Comunisti stranieri, e quindi ad alcune informazioni. Ma non si limitavano a commentare gli eventi. Li mettevano in prospettiva con l’evoluzione del mondo capitalista fin dalla prima guerra mondiale, con le occasioni rivoluzionarie fallite, con la crisi del 1929 che apriva la strada ad un nuovo conflitto mondiale. E si chiedevano: cosa possono fare i lavoratori sotto la morsa nazista, cosa dovevano dire e fare i militanti, in Germania e altrove?

Questo approccio si ritrova in altri testi. Quello intitolato Le tattiche e i compiti dell’Opposizione leninista tratta di ciò che essa deve fare nell’URSS stalinista, nonché del "ruolo storico dell’Opposizione e dei suoi compiti nel movimento operaio internazionale". In altre parole: cos’è che i trotskisti sovietici, e solo loro, possono e devono trasmettere ai rivoluzionari di altri paesi? La crisi della rivoluzione e i compiti del proletariato, d’altra parte, esamina i "problemi della costruzione dell’URSS dal punto di vista della rivoluzione permanente", stabilendo un legame tra la degenerazione dell’URSS e il declino della rivoluzione mondiale. In modo caratteristico, inizia con un capitolo su "le preoccupazioni del proletariato", per poi affrontare la questione della lotta per ripristinare la democrazia operaia e riformare la società sovietica. Infatti lì sta la lotta contro la burocrazia . Si parte perfino da questo: la difesa quotidiana degli interessi e delle preoccupazioni dei lavoratori.

Il quarto lungo testo a nostra disposizione, La situazione nel paese e i compiti dei bolscevichi-leninisti, parte dalle crescenti contraddizioni del regime stalinista, dalla crisi politica che esse preparavano e che esploderà nel 1934, per concludere che, "contro coloro che vogliono affossare l’Opposizione e rinunciare, dobbiamo orientarci verso una lotta in seno alle masse (...) avanzando allo stesso ritmo dei lavoratori".

L’obiettivo era quello di spostare l’attenzione dalla lotta all’interno del partito alla lotta tra la massa dei lavoratori come contrappeso ai membri dell’opposizione demoralizzati che si schieravano con la direzione del partito o si arrendevano dopo essere stati distrutti dalla repressione. Questa lotta contro le capitolazioni, difficile in queste condizioni, ma vitale, poiché tre quarti dei membri dell’opposizione disertarono in pochi mesi, fu guidata politicamente da Rakovsky e da dirigenti come Boris Eltsin (bolscevico dal 1903, membro della direzione dell’opposizione nel 1927-1928, fu giustiziato nel 1937 e i suoi tre figli morirono in prigione o deportazione), che si trovava con suo figlio Viktor a Verkhneuralsk insieme a giovani leader dell’opposizione. Alcuni avevano avuto un ruolo durante la rivoluzione del 1917, ma tutti avevano combattuto duramente nella guerra civile e nelle battaglie per costruire lo stato operaio. Tra i più famosi c’era Eleazar Solntsev; residente all’estero, dove aveva posto le basi dell’opposizione di sinistra internazionale sotto la copertura di missioni commerciali sovietiche, aveva scelto di tornare in URSS per partecipare alla lotta dei suoi compagni, sapendo che sarebbe stato arrestato immediatamente; morì nel 1936 a seguito di uno sciopero della fame. C’era Man Nevelson, liceale nel 1917, entrato nella Guardia Rossa, che fu commissario dell’esercito durante la guerra civile; marito di Nina, la figlia minore di Trotsky, fu arrestato nel 1928 e divenne uno dei leader trotskisti di Verkhneuralsk; fu poi fucilato. C’era Fedor Diengelstedt, entrato nel partito nel 1910, deportato nel 1928, che organizzò diversi scioperi della fame e scomparve nel 1937. C’era Karl Melnaïs, comunista lettone, deportato e poi mandato in un isolatore, che partecipò allo sciopero della fame dei trotskisti a Vorkuta, dove fu fucilato nel 1938. C’era Grigori Yakovin, membro dell’opposizione di sinistra a Leningrado nel 1923, passato alla clandestinità nel 1928 a Mosca dove aveva guidato il "centro" trotskista per più di un anno, co-autore delle tesi sulla Crisi della rivoluzione, trasferito nel 1938 a Vorkuta, dove fu fucilato.

Grazie alla loro perseveranza e alla loro politica, il flusso delle capitolazioni alla fine si prosciugò. Ci fu persino un afflusso di nuovi sostenitori e il ritorno di alcuni rinunciatari. La loro lotta si confondeva con l’attuazione di un programma di difesa del bolscevismo che l’opposizione fu l’unica a condurre con coerenza nel partito e nella classe operaia, fin dall’inizio. Lo si può verificare in una serie di testi e risoluzioni risultanti da dibattiti tra militanti detenuti, ritrovati a Verkhneuralsk. Tutto questo spiega perché, fra tutte le correnti che si opponevano allo stalinismo nel PC (bolscevico) dell’URSS, l’unica che resistette nel tempo, e che attirò i migliori elementi delle altre opposizioni, fu la corrente trotskista, nonostante le pressioni e la repressione.

Le battaglie da essa combattute non sono una questione storica, ma sono attuali per i rivoluzionari odierni; Trotsky e i suoi compagni sono infatti rimasti gli unici ad innalzare la bandiera del bolscevismo contro la borghesia e la controrivoluzione stalinista, in URSS come altrove. Il trotskismo, e solo il trotskismo, ha rappresentato la continuità del marxismo e del leninismo durante questo periodo. Non si può essere marxisti senza assumere l’eredità del bolscevismo, quella della lotta per il potere e contro il tradimento della socialdemocrazia. Allo stesso modo, non si può validamente affermare di essere marxista senza seguire consapevolmente le orme di Trotsky e dei trotskisti sovietici, gli unici continuatori del bolscevismo.

Ciò va sottolineato tanto più che tanti gruppi che un tempo si dichiaravano trotskisti ora professano, nel migliore dei casi, una grande indifferenza nei confronti del trotskismo. Poco importa a loro la fedeltà all’Ottobre, al programma comunista, alla difesa degli interessi storici della classe operaia, alla lotta fino alla morte di migliaia di bolscevichi leninisti in URSS. Alcuni hanno persino scelto di prendere le distanze da questo patrimonio per seguire le orme dell’anti-leninismo, del rifiuto dell’idea di partito, del rifiuto del comunismo e della rivoluzione socialista mondiale ed altre idee alla moda nella piccola borghesia intellettuale tinta di ecologia o anarchismo, a cui cercano di piacere.

Anche dietro le sbarre3, i trotskisti sovietici lottarono sul terreno della classe operaia, del comunismo e dell’internazionalismo. Avevano visto l’ascesa della rivoluzione in Russia e in altri paesi, poi il suo riflusso quasi ovunque, ma non avevano seguito la corrente. Vedevano l’intensificarsi della repressione e sapevano che lo stalinismo non poteva lasciarli in vita, ma tra di loro discutevano di tutti i temi, e questo in un’atmosfera di totale libertà.

Trattandosi di carceri, può sembrare strano parlare di libertà. Eppure di questo si tratta. Lo stalinismo aveva soffocato l’ampia libertà di discussione e di critica che aveva prevalso nel partito durante la rivoluzione, e anche durante la guerra civile, quando Lenin e Trotsky guidavano la giovane Russia dei soviet. E, al di là del partito, il regime burocratico poteva stabilire la sua dittatura solo se sopprimeva ogni tipo di democrazia e di libertà nell’intera società. Ma di fronte a questo socialismo da caserma, era proprio nelle sue prigioni che si poteva confrontare nel miglior modo i punti di vista e discutere liberamente di tutto.

È per questo che molti testi manoscritti di Verkhneuralsk sono firmati da coloro che li hanno sostenuti, che li hanno impaginati come in un vero giornale, in tre copie, in modo che circolino più velocemente tra i detenuti. Cercavano anche di mandarli ai militanti all’esterno, perché era anche per loro che scrivevano e discutevano di ciò che andava fatto da coloro che volevano agire con la classe operaia contro la dittatura della burocrazia. A un livello molto concreto, quando si vedono questi testi scritti in formato miniaturizzato, bisogna immaginare quale organizzazione, quale rete di militanti in libertà ma clandestini, quanti sostenitori in vari ambienti, quante simpatie attive erano necessarie per fare sì che le idee contenute in questi opuscoli riuscissero a varcare l’ostacolo dei carcerieri e poliziotti, per arrivare ai loro destinatari! Così anche per fare sì che il Bollettino dell’Opposizione e gli scritti di Trotsky arrivassero fino a loro varcando migliaia di chilometri, parecchi confini e le alte mura degli isolatori.

Questa era l’espressione dell’attività politica di un gruppo di militanti comunisti rivoluzionari che combattevano a tutti i costi, anche durante due massicci e parzialmente vittoriosi scioperi della fame: all’inizio del 1931, in seguito allo sparo di una sentinella che aveva ferito uno dei loro, e nel maggio 1933, per esigere che la GPU smettesse di ricondurre automaticamente le condanne scadute.

La lotta dei bolscevichi-leninisti

Questi militanti, insieme con altri, avevano, sotto la guida di Trotsky, iniziato la lotta alla fine del 1923, quando la classe operaia, stremata dalla guerra civile e dalle privazioni, demoralizzata dal fallimento della rivoluzione in altri paesi e dal conseguente isolamento dell’URSS, aveva in pratica rinunciato all’esercizio del proprio potere. Rimasti soli in lizza, i membri dell’apparato statale aspiravano a godere in pace dei privilegi derivanti dalla loro posizione. Vedendo una minaccia nell’opposizione trotskista che faceva appello alla classe operaia, i burocrati si riconobbero nel suo nemico: la frazione stalinista a capo del partito, tanto più disposta a difendere questi nuovi ricchi che si sarebbe appoggiata su di loro. E poi, alle critiche trotskiste, Stalin poteva opporre un forte argomento: aveva in mano l’apparato del partito, dello stato e quindi della polizia. Così poté tanto meglio isolare i membri dell’opposizione, poi espellerli dal partito e deportare gli irriducibili.

I trotskisti, invece, denunciavano la politica erratica della direzione. Tra le altre cose, la gestione burocratica delle situazioni rivoluzio­narie all’estero, che provocava ripetuti fallimenti; la rinuncia alla prospettiva della rivoluzione mondiale per il "socialismo in un solo paese", una pseudo-teoria adatta alla difesa degli interessi della burocrazia. Combattevano l’appoggio dato dalla direzione di Stalin e Bukharin alla borghesia che stava rinascendo nelle campagne e in città. Tale borghesia era una minaccia per lo Stato sovietico, e la frazione al potere ne consentiva il rafforzamento perché, a sua volta, essa indeboliva la classe operaia e quindi l’opposizione.

Gli avvenimenti avrebbero confermato l’accuratezza del programma e delle critiche dei trotskisti, su tutti i punti sui quali suonavano il campanelleo di allarme, denunciando la politica degli stalinisti e dei loro alleati.

Ciò fu confermato dal fallimento della rivoluzione in Germania, provocato alla fine del 1923. Poi nel 1925-1927 in Cina, dove operai e comunisti furono lasciati in balia dei loro carnefici per colpa della politica che il Cremlino aveva imposto al giovane PC cinese, con il suo conseguente allineamento dietro una presunta borghesia progressista. E, alla fine del decennio, ci fu in URSS la guerra civile che devastò le campagne. I kulaki, i ricchi contadini che Stalin e Bukharin avevano favoriti, ora si sentivano abbastanza forti da rifiutare di consegnare il grano al prezzo fissato dallo Stato, trascinando dietro di loro i contadini meno abbienti per combattere il regime che mandava squadre di requisizione nei villaggi. Cio’ avrebbe potuto portare al crollo dell’URSS, se un nuovo intervento armato straniero si fosse appoggiato su campagne insorte. Ma alla fine del 1929, per una coincidenza favorevole alla sopravvivenza dell’URSS, con la crisi mondiale appena scoppiata, le potenze imperialiste avevano problemi ben più urgenti da risolvere.

Questo non ha impedito che l’URSS dovette pagare un terribile prezzo umano, sociale, economico e politico per il modo in cui la direzione stalinista, presa dal panico, risolse la questione. La collettivizzazione forzata delle campagne e la "liquidazione dei kulaki come classe" fecero milioni di vittime. Questo fece sprofondare l’agricoltura russa in una crisi dalla quale non doveva mai più uscire e allontanò gran parte dei contadini dal regime. Su questa scìa, con una nuova svolta, il regime decretò l’industria­lizzazione forzata. Aveva criticato l’opposizione per aver sostenuto l’industrializzazione; era ora necessario realizzarla il più rapidamente possibile, su larga scala, per realizzare i piani quinquennali in quattro anni. Tutto questo si svolgeva sotto la frusta dell’apparato, senza preparazione, senza alcuna democrazia, mentre solo essa avrebbe permesso di adeguare i ritmi e le modalità di industrializzazione e collettiviz­zazione alle aspirazioni delle masse, alle possibilità della tecnologia e ai mezzi di produzione. Ma non si poteva parlare di gestione democratica dell’economia statale, la cui opacità era essenziale affinché la burocrazia potesse nascondere i suoi furti e consolidare i suoi privilegi che ufficialmente non esistevano.

Scritti al momento di questa crisi multipla del regime, i testi ritrovati negli Urali sottolineano l’accuratezza delle analisi e degli avvertimenti trotskisti. Non per vantarsene, ma per valutare ciò che è mancato all’opposizione per avere il sostegno delle classi lavoratrici, e come porvi rimedio.

Alla fine l’opposizione trotskista resistette e dopo il 1934, mentre la maggior parte dei suoi militanti erano imprigionati, si rafforzò nonostante l’illegalità a cui il regime la costringeva. Lo sottolinea, nella sua biografia di Trotsky, Isaac Deutscher, pur non sospetto di esagerare il peso del trotskismo, con cui aveva rotto trent’anni prima: "Sembrava che il trotskismo fosse stato definitivamente annientato. Ma le grandi purghe e deportazioni di massa gli diedero una nuova vita (...). I trotskisti, con intorno a loro decine e persino centinaia di migliaia di persone recentemente bandite, (...) un nuovo immenso pubblico, (...) erano a capo di quasi tutti gli scioperi della fame (...) e con la loro condotta temeraria, spesso eroica, aiutavano altri a resistere. Organizzati con fermezza, politicamente ben formati, costituivano la vera élite di quell’enorme frazione della nazione che era stata respinta dietro i fili spinati.”

Ma ciò che né lo zarismo né la peggiore reazione erano mai riusciti a fare da nessuna parte, cioè rompere il filo della tradizione comunista che era stata tramandata da generazioni di militanti rivoluzionari, lo stalinismo lo fece in tempi brevi: non solo rinnegava l’eredità dell’Ottobre, ma lo distruggeva dal punto di vista umano. Lo stalinismo avrebbe liquidato militanti che avevano guidato tre rivoluzioni, rovesciato il potere della borghesia, stabilito il potere della classe operaia in Russia, iniziato a costruire una società socialista e, ciò che fa parte di una medesima politica, creato un partito mondiale della rivoluzione, l’Internazionale comunista.

Lo stalinismo cercò di cancellare la memoria stessa di questa schiera di combattenti che avevano scosso il mondo del capitalismo e accumulato una formidabile esperienza di lotta, un capitale politico ineguagliabile in tutta la storia del movimento operaio. Proprio come aveva imbalsamato Lenin di cui tradiva la politica, Stalin aveva organizzato il culto statale di quella che lui chiamava rivoluzione, ma che nella migliore delle ipotesi era solo una reliquia senza vita. Con la sua polizia del pensiero, la sua storia falsificata secondo le esigenze del potere e la sua scolastica detta marxista-leninista che copriva la sua politica miope e i suoi misfatti, chi poteva capire per cosa aveva combattuto il partito bolscevico?

La storia ufficiale presentava coloro che avevano compiuto la rivoluzione, i lavoratori, i militanti bolscevichi, come se avessero naturalmente sostenuto Stalin, la sua cricca, la sua politica e la sua dittatura dopo la morte di Lenin nel gennaio 1924.

Trotsky e i suoi compagni

Non fu così! Lo storico Pierre Broué osserva che nel 1927 "il 44% degli espulsi per appartenenza all’opposizione erano operai di fabbrica e il 25% ex lavoratori collocati in posizioni di responsabilità, e che il totale sarebbe superiore se si tenesse conto della precedente professione dei commissari politici dell’Armata Rossa e degli studenti delle facoltà operaie". E nel dicembre 1927, al 15° congresso del partito che l’avrebbe espulsa, l’opposizione aveva ottenuto 9 000 voti solo a Mosca. È probabile che all’epoca contasse 12 000 membri (secondo una cifra citata nel 1989 dall’operaio tipografo trotskista Dogard, sopravvissuto senza essersi mai arreso), tenendo conto inoltre del fatto che gli stalinisti avevano già cacciato un migliaio di trotskisti dal partito.

La maggioranza dei quadri bolscevichi aveva, in un momento o nell’altro, simpatizzato con coloro che denunciavano lo stalinismo come la negazione stessa del leninismo. E molti sostennero l’opposizione trotskista che la dittatura, anche al culmine del suo potere, non riusciva a spezzare.

Per questo nel 1936 Stalin decise di sterminare, durante i processi di Mosca e senza processo nei campi di concentramento migliaia di donne e uomini che avevano formato ed erano il partito bolscevico. Sapeva che, se la classe operaia si fosse sollevata, in URSS e in altri paesi, avrebbe naturalmente trovato in questi comprovati quadri rivoluzionari dei dirigenti in lotta contro la reazione stalinista e il sistema capitalista, due elementi che erano collegati. Perché non ci può essere "socialismo in un solo paese", qualunque cosa sostenesse Stalin, che aveva fatto di questa assurdità (per i marxisti) la bandiera di una burocrazia nazionalsocialista, mentre i bolscevichi rimasti fedeli a Marx difendevano con Trotsky la sua teoria della rivoluzione permanente.

Per questo i prigionieri di Verkhneuralsk ponevano la rivoluzione permanente al centro del loro ragionamento. Li si vede, nei loro scritti, affrontare tutti i problemi dal punto di vista degli interessi della classe operaia considerata su scala globale. Tramite questi testi, sono i nostri compagni che ci parlano a 85 anni di distanza perché, se scrivevano e lottavano per i loro compagni dell’epoca, lo facevano anche per le generazioni future.

I militanti odierni hanno tutti i motivi di vedere un esempio da seguire nella tenacia con cui i trotskisti sovietici hanno difeso una bandiera e un programma fino alla fine. Hanno pagato un alto prezzo per la loro lealtà al comunismo. Ma sapevano di dover resistere, sperando che ci fossero donne e uomini per continuare la lotta. È questo che ci hanno voluto trasmettere e che lo stalinismo, come la borghesia, avrebbe voluto far scomparire per sempre.

Lutte Ouvrière è orgogliosa di fare riferimento alla loro lotta. Se oggi si vuole difendere gli interessi della classe operaia e lottare per il socialismo, quindi perché la rivoluzione rovesci il sistema capitalista, bisogna far proprio il capitale politico e militante di coloro che hanno condotto questa stessa lotta in altri tempi. E quando era "mezzanotte nel secolo" per il movimento operaio, l’unica corrente che difendeva la politica rivoluzionaria contro il capitalismo, sia nei paesi sviluppati che nelle colonie, contro il fascismo e contro i dirigenti traditori della classe operaia, faceva capo a Trotsky, e dietro di lui e con lui all’unico partito che ne era uno nel senso leninista del termine: quello dei migliaia di trotskisti in URSS.

Era un partito di tipo diverso dai piccolissimi gruppi trotskisti occidentali dell’epoca, estranei alla classe operaia e senza una tradizione rivoluzionaria. Certamente in URSS i trotskisti non dicevano di essere un partito. Ma agivano, ragionavano, militavano come un partito; un partito che aveva un capitale unico, frutto dell’esperienza, dell’attività rivoluzionaria di generazioni di militanti che avevano condotto una rivoluzione proletaria vittoriosa in Russia, che avevano fatto tutto il possibile affinché le rivoluzioni emerse sulla scia dell’Ottobre russo trionfassero in Germania, Ungheria, Finlandia, ecc. Questo partito riuniva la parte migliore delle generazioni di militanti che avevano combattuto senza sosta la degenerazione del loro stato, e il conseguente tradimento da parte degli stalinisti delle lotte operaie in tutto il mondo. E questi migliaia di militanti hanno lottato fino all’ultimo respiro, in nome di idee che rimangono le nostre: quelle che, di fronte alla crisi dell’intera società in cui il capitalismo fa sprofondare l’umanità, propongono un esito socialista e rivoluzionario a questa crisi, l’unico modo per l’umanità di uscire dalla barbarie, dalla propria preistoria, e di raggiungere infine una società degna di essa, libera da ogni sfruttamento e oppressione, una società comunista planetaria.

È necessario valutare quale perdita storica fu per la rivoluzione il massacro di tali militanti. Il capitale politico e organizzativo che rappresen­tavano, che è in gran parte scomparso con loro, ancora non è stato ricostituito dalle nuove generazioni di combattenti del socialismo. E dopo l’assassinio dei suoi compagni in URSS, Trotsky rimase l’unico ad incarnare questo capitale perché, nonostante il loro coraggio, coloro che si orientavano verso il trotskismo in Occidente non avevano né la competenza, né la convinzione, né le tradizioni dei bolscevichi.

Un esempio per i rivoluzionari odierni

Quando, nell’ex carcere politico degli Urali, sono stati ritrovati questi testi, che erano in cattive condizioni, la polizia li ha confiscati, come di riflesso. La legge le consente di vietare per 30 anni, rinnovabili, cio’ che considera una minaccia per i suoi "agenti operativi" o i loro metodi. Quindi, se la sezione di polizia regionale ha promesso di restituire questi testi, non li ha consegnati tutti. Solo quattro di loro sono stati pubblicati, in modo piuttosto confidenziale, sul sito web di un’università locale e su quello del giornale economico Kommersant, col titolo: "I morti hanno cominciato a parlare". La formula suona bene. Infatti, quali tracce sono rimaste dei migliaia di quadri e militanti bolscevichi che sono stati calunniati, deportati e infine assassinati nei campi di Vorkuta e Magadan?

Evgenia Guinzburg, autrice di Le vertigini e Il cielo della Kolyma, che raccontano i suoi diciotto anni di prigione e campi di concentramento, diceva che nel 1939, quando era arrivata alla Kolyma, i trotskisti erano stati tutti sterminati. Per quanto riguarda la documentazione scritta dei quindici anni della loro attività clandestina, la GPU e il KGB l’ha metodicamente distrutta o tenuta segreta. Uno dei pochissimi sopravvissuti del trotskismo sovietico, Alexander Boyarchikov, ha raccontato come, anche dopo la morte di Stalin, ha aspettato anni prima di scrivere le sue Memorie. E ha fatto bene, perché la polizia politica interrogava regolarmente i suoi vicini per verificare se scrivesse, la sera, nell’isba del villaggio dove, una volta liberato, era stato relegato e messo sotto sorveglianza.

La vita di Evgenia Guinzburg è istruttiva. Era stata la moglie di un burocrate nella linea del partito. Ma per imporsi il regime doveva imporre un terrore permanente a tutti, burocrati compresi, per cui suo marito fu fucilato. Quanto a lei, fu arrestata per "attività controrivoluzionaria trotskista" perché, anche se non c’erano quasi più trotskisti vivi, la dittatura ne vedeva ovunque. Nel suo caso, la GPU si sbagliava solo a metà perché in gioventù aveva fatto parte di un circolo di oppositori, che non era mai stato scoperto. Nondimeno, anche se diventò famosa durante il periodo di disgelo kruscioviano, il trotskismo era rimasto l’equivalente del diavolo agli occhi del regime e delle sue forze repressive, per cui non fece mai sapere niente della sua gioventù militante, tranne prima di morire e solo al suo figlio Vasily Axionov, che poi ha evocato sua madre con la figura di una studentessa trotskista presente nel suo romanzo Una saga moscovita.

Sotto Brezhnev, la dittatura si era un po’ allentata, e i dissidenti pubblicarono molti scritti di protesta che circolavano ampiamente di mano in mano. Ma, nella massa di questo samizdat (termine che in russo significa “edizione fai da te”), non si trovava niente sui trotskisti. Era come se non avessero mai lottato per delle idee di cui il pubblico non doveva sapere niente.

Così, nel suo romanzo Il primo cerchio, Solzhenitsyn si riferisce positivamente, tra l’altro, all’opposizione di sinistra, ma senza dire nulla su ciò per cui stava combattendo, anche se lo sapeva bene. In seguito, diventato una gloria letteraria mondiale, ha presentato il trotskismo come gemello dello stalinismo nel suo Arcipelago del gulag. E si è servito degli scritti dei trotskisti russi per accumulare fatti contro il regime, senza citare però coloro di cui stava sfruttando gli scritti, né le loro idee, e senza fare passare all’Ovest, come aveva promesso loro e come aveva modo di farlo, le Memorie che alcuni gli avevano affidate nella speranza di far conoscere la loro lotta.

Solo alla fine dell’URSS furono pubblicati i ricordi di coloro che erano scampati al massacro. Una lunga notte racconta così quelli di Maria Joffé, moglie di Adolf Joffé, leader sovietico e amico di Trotsky che si suicidò nel 1927: era stata deportata per la sua attività di militante trotskista. Citiamo anche le opere di militanti trotskisti di origine operaia nati agli albori del XX secolo, che avevano partecipato alla rivoluzione e alla guerra civile, come le Memorie di Alexander Boyarchchikov. Entrato nell’Armata Rossa a 16 anni come volontario, deportato a 28 anni, capitolò ma rimase per un quarto di secolo nei campi di concentramento, in prigione o relegazione. Citiamo anche Ricordi e opinioni che Isai Abramovich, conquistato giovanissimo dal bolscevismo, scrisse dopo più di vent’anni di campo. Nelle sue Memorie dedicate al "gruppo di studenti militanti dell’Istituto Plekhanov di Economia Politica di Mosca - la maggior parte dei quali di origine operaia o contadina, studiavano dopo essere passati dall’Armata Rossa durante la guerra civile - che lottarono nelle file dell’Opposizione di sinistra, guidata da Lev Trotsky, e morirono nelle prigioni e i campi all’epoca del terrore stalinista", dice tra le altre cose come gli scritti di Trotsky aiutavano i suoi sostenitori ad orientarsi e lottare. Citiamo anche Grigori Grigorov, il cui libro Le svolte del destino e l’arbitrario si ferma nel 1927, quando venne deportato.

In francese, c’erano i romanzi dell’anarchico diventato comunista, poi trotskista, Victor Serge: Città conquistata, Il caso Tulaev, Se è mezzanotte nel secolo, e le sue Memorie che mostrano come la lotta dei bolscevichi si prolungò in quella dei trotskisti sovietici. Ma si sapeva poco della loro attività. A meno che non la si immagina dagli scritti di Trotsky, innanzitutto La rivoluzione tradita (1936), in cui una lettura un po’ attenta rivela come il suo pensiero e il suo approccio non siano quelli di un dirigente isolato, ma si basano su ciò che facevano, si nutrono di ciò che dicevano, scrivevano e gli avevano trasmesso i suoi compagni rimasti in URSS. Perché oltre le cifre, che variano a seconda del periodo, sui trotskisti che militavano in URSS, in libertà e sempre più spesso nelle prigioni, sotto la cappa della censura, delle menzogne e della repressione stalinista, sono migliaia di militanti di eccezionale statura che, assieme a Trotsky, ci danno l’esempio di quali possano essere realmente i rapporti tra militanti di un partito di tipo bolscevico. Questi militanti si ergono, combattono, pensano, scrivono e agiscono come membri di uno stesso partito, di una stessa falange di combattenti per la causa dell’emancipazione della classe operaia, del comunismo e, in ultima analisi, di tutta l’umanità.

Possano le nuove generazioni ispirarsi al loro esempio ed elevarsi alla loro altezza.

28 maggio 2019


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