Internazionale

Di fronte alla crisi e all’estrema destra: La questione dell’armare il proletariato

Da “Lutte de classe” n°201 – Luglio – Agosto 2019

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L’aggravarsi della crisi del capitalismo ha accelerato l’offensiva della borghesia e dei governi al suo servizio. Ovunque la classe operaia paga un prezzo elevato per il ripristino dei profitti del grande capitale e per la sua lotta per la spartizione del plusvalore.

In un contesto di decomposizione della società, prosperano l’estrema destra e le idee reazionarie, anche di tipo fascista. E cio’ non solo sui social network: queste idee si rifletteno nei recenti risultati elettorali di tali correnti in Europa, anche in paesi come la Germania (con Afd) e la Spagna (con Vox), dove esse sembravano destinate a rimanere a lungo marginali. Queste idee si traducono anche nella proliferazione di gruppi attivisti o paramilitari, sulla scia dei neonazisti di Alba dorata in Grecia o di Jobbik in Ungheria. In Francia, il movimento della Manif pour tous (Manifestazione per tutti) del 2013, ed alcune azioni del movimento dei gilets gialli, hanno funto da campi di addestramento e luoghi di reclutamento. In Italia, alla crescita della Lega e di Fratelli d’Italia si aggiunge quella di gruppi come Casa Pound o Forze nuove, che non si accontentano dell’azione elettorale.

Questo sviluppo pone la questione di come i lavoratori e i militanti possano difendersi dagli attacchi fisici, di cui alcuni di loro sono già vittime o potrebbero esserlo in un futuro prossimo. Inoltre le necessità della lotta di classe porranno inevitabilmente la questione dell’arma­mento del proletariato.

Un lento deterioramento della situazione politica che alimenta l’estrema destra
I dirigenti dell’Unione europea stanno comple­tando la trasformazione del continente in una fortezza, circondata da mura e filo spinato e sorvegliata da forze armate sempre più numerose. Un arsenale repressivo legale completa una politica che non ha nulla da invidiare a quella portata avanti da Obama ieri, o da Trump oggi nei confronti dei migranti illegali negli Stati Uniti. Da questo punto di vista il "progressista" Macron si distingue da un Salvini o da un Orban solo per il grado di ipocrisia. Non solo l’Italia del governo gialloverde, ma anche lo Stato francese è stato più volte contestato e condannato per la sua politica nei confronti dei migranti e dei profughi.

Infatti, mentre migliaia di migranti muoiono ogni anno nel Mediterraneo, trasformandolo in un vasto cimitero, si è aperta la caccia agli immigrati, ma anche ad organizzazioni e associazioni che cercano di fornire loro aiuto o consigli. Con il pretesto dell’internamento amministrativo, sorgono innumerevoli campi o aree di detenzione per i profughi in Ungheria, Bulgaria, Cipro, Malta, Repubblica Ceca, Slovacchia, ed anche in Italia o in Francia. Vi si aggiunge un vero e proprio subappalto di questa politica, affidata alla Turchia, o a Stati nordafricani come il Marocco e la Libia. Oltre alle espulsioni verso i loro paesi di origine (oltre 400.000 dal 2010), vi sono anche decine di migliaia di migranti ufficialmente "trasferiti", cioè quelli che ogni anno vengono rispediti in uno dei paesi dell’Unione europea, come conseguenza degli accordi di Dublino, che dispongono che qualunque profugo vada rimandato nello Stato dell’Unione in cui è entrato per primo.

Allo stesso tempo, sono nati una serie di gruppi e milizie di estrema destra, che hanno cominciato ad allenarsi militarmente e fisicamente contro i rom, i migranti o i lavoratori immigrati. Altri, all’interno del movimento identitario in Francia, del NPD o anche dell’Afd in Germania, aspirano a questo ruolo. Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, in quest’ultimo paese, nei primi sei mesi del 2017, ci sono stati "143 attacchi contro le abitazioni di richiedenti asilo e 642 attacchi contro rifugiati e richiedenti asilo fuori dalle loro case". Fatti simili si registrano ovunque, in particolare in Italia, dove sono stati incoraggiati dall’arrivo al potere della Lega, che con la complicità del Movimento Cinque Stelle ha fatto della politica migratoria uno dei temi principali della sua politica.

In assenza di una forte reazione della classe operaia sui suoi interessi di classe, questi atti e questa politica, condotta sotto la pressione dell’estrema destra e già sotto la sua guida in alcuni paesi, proseguiranno e avranno altri obiettivi. La caccia ai lavoratori immigrati, che non può che indebolire e dividere l’unica classe in grado di opporsi al grande capitale, può trasformarsi in una caccia ai lavoratori, ai loro sindacati o organizzazioni politiche e a ciò che resta dei loro diritti di espressione.

L’attuale stagnazione dell’economia capitalistica, l’aumento del protezionismo e la minaccia di una nuova crisi finanziaria preannunciano una tale politica, perché la borghesia non avrà altra scelta che intensificare in futuro gli attacchi contro la classe operaia, a cui deve i suoi profitti.

Armarsi soprattutto di un programma politico

La necessità di una difesa fisica, o addirittura dell’armamento del proletariato, potrebbe imporsi anche in tempi brevi se la situazione politica continuasse a degradarsi in un contesto di caos economico e di barbarie in ogni parte del mondo. La storia del movimento operaio è ricca di esperienze in questo campo, buone o meno, che spetta ai rivoluzionari comunisti trasmettere, non eludendo nessuna delle loro conseguenze politiche. Ma è una questione che non può essere separata dall’evoluzione del rapporto tra le classi e dal livello di coscienza dei lavoratori stessi. Nessun manuale di tattica rivoluzionaria, nessun addestramento specifico o programma potrà sostituire l’iniziativa creativa delle masse in questo campo, quando le masse entreranno in azione.

La necessità di creare organizzazioni di autodifesa può sorgere ad ogni momento della lotta tra il padronato e i lavoratori. Questo è vero al livello più elementare, come nel caso di uno sciopero. In questo caso l’organizzazione di un servizio d’ordine, di una sorveglianza, di picchetti, di azioni "segrete", per lo meno al di fuori del controllo della polizia o degli agenti del padrone, sono tra i compiti che i lavoratori sono chiamati a discutere e a decidere collettivamente. Queste espressioni di una democrazia operaia effettiva sono per i lavoratori delle opportunità di acquisire fiducia nelle proprie forze, ma anche di imparare, o di imparare di nuovo, a controllare le proprie lotte. Ciò può anche riguardare la protezione di un locale, una vendita militante o una manifestazione apparentemente innocua, contro la polizia o gli scagnozzi del padrone. Pur apparendo talvolta frammentate, queste espe­rienze possono essere cruciali per il futuro.

Nel 1934, in Dove va la Francia? Trotsky, osservando i primi segni di un sussulto dei lavoratori di fronte alla crisi economica e al pericolo fascista, spiegava che questa "lotta fisica" è solo un altra modalità della lotta politica, in un certo senso la sua estensione. "È impossibile opporre l’una all’altra, perché è impossibile fermare la lotta politica a piacimento quando, sotto il peso delle necessità interne, si trasforma in una lotta fisica”, aggiungeva. Questa inseparabilità è tanto più necessaria nel contesto di uno scontro più generale tra le classi e ancor più quando esso si trasforma in una vera e propria lotta per il potere. Ovviamente non si può sapere quando, intorno a quali rivendicazioni, o in conseguenza di quali eventi, i lavoratori avvieranno la controffensiva. Ma questa reazione avverrà sicuramente e sorprenderà gli stessi rivoluzionari, perché i potenti movimenti della classe operaia hanno sempre avuto un carattere esplosivo, in gran parte imprevedibile. Fu il caso nel 1848, nel 1871 durante la Comune di Parigi o durante le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917.

Lezioni da ricordare

Quando il suo ordine sociale è minacciato, la borghesia si affida sempre all’esercito, alla polizia o a bande armate addestrate apposta, per mantenere il suo dominio. Il destino di ogni rivoluzione proletaria dipende quindi dalla capacità dei lavoratori di vincere o spezzare questi "distaccamenti speciali di uomini armati" dedicati alla difesa della proprietà, come diceva Engels. L’introduzione della lotta di classe nelle loro file, basata sull’opposizione tra la truppa e il corpo degli ufficiali, può essere raggiunta solo sulla base di un rapporto di forza in cui l’esistenza di milizie operaie, espressione della determina­zione di un’intera classe, diventa una componente essenziale.

Queste conclusioni sono state tratte, da Marx ed Engels, dalle rivolte e dalle rivoluzioni che avevano vissuto o osservato. In primo luogo, nel giugno 1848 a Parigi, ci fu il massacro degli operai da parte dell’esercito comandato dal generale Cavaignac e dalla Guardia Nazionale, formata in nome della nazione, della repubblica e della "fraternità", ma posta sotto il comando dei padroni e della borghesia. L’atteggiamento della borghesia, spaventata dall’emergere della classe operaia durante l’ondata rivoluzionaria che sollevava l’Europa, dimostrò che aveva smesso di essere una classe rivoluzionaria. Gli stessi lavoratori dovevano essere "armati e ben organizzati" attorno ai propri interessi di classe. Per assicurare la vittoria della rivoluzione, Marx ed Engels affermarono la necessità di una "guardia proletaria, con dirigenti scelti da essa, con personale proprio e sotto gli ordini non delle autorità pubbliche, ma dei consigli comunali rivoluzionari" (Discorso del Comitato centrale alla Lega dei comunisti).

Nel 1871, la Comune di Parigi, abolendo l’esercito permanente e armando i lavoratori, fu la prima forma di un tale potere operaio. Per ristabilire il loro dominio, le classi possidenti lo schiacciarono compiendo un vero bagno di sangue.

Durante la rivoluzione del 1905 in Russia, il proletariato attaccò il regime zarista. Trovò nella sua furia di abbattere l’autocrazia e i suoi servi l’energia necessaria per lanciare uno sciopero generale e un’insurrezione. I soviet erano l’embrione del suo potere. Si formarono gruppi di autodifesa e milizie operaie, che associavano la popolazione alle loro azioni, proteggevano le masse lavoratrici dai pogrom e dalla repressione. Altri lavoratori, organizzati in gruppi partigiani, presero le armi contro lo stato zarista: erano altrettante forme della guerra civile che era cominciata. Lenin invitò i militanti bolscevichi a mettersi "alla scuola pratica delle masse" e a diffidare di ogni dogmatismo: si fidava profondamente del fatto che queste iniziative avrebbero rafforzato la coscienza e l’esperienza dei lavoratori. Il 1905 era solo una "prova generale".

Durante la rivoluzione del 1917, questa "scuola pratica", in cui il partito bolscevico ebbe un ruolo decisivo, formò ad un ritmo accelerato milioni di sfruttati già istruiti dalla memoria collettiva del 1905. Sin da febbraio, le guardie rosse, le milizie operaie formatesi nelle grandi fabbriche o nei quartieri popolari, in collegamento e sotto il controllo dei soviet, furono un’espressione della forza rivoluzionaria e della coscienza dei lavoratori della Russia. Non fu mai possibile disarmarle e costituirono uno strumento "fisico", ma soprattutto politico, essenziale alle lotte del proletariato nei mesi successivi alla sua presa di potere, anche all’interno dell’esercito, nei confronti dei contadini, che costituivano la maggior parte delle truppe e che non si erano potuti impegnare nella rivoluzione dodici anni prima.

Di fronte al fascismo: il tradimento dei partiti socialisti e comunisti
Avendo usurpato il potere della classe operaia negli anni ’20, la principale preoccupazione della burocrazia stalinista era quella di difendere i propri interessi come casta parassitaria dello stato sovietico. La sua politica voltò le spalle agli interessi fondamentali del proletariato e alla prospettiva di una rivoluzione operaia.

In Germania, di fronte al disastro economico causato dalla crisi del 1929 e alla rapida crescita elettorale dei nazisti, il Partito socialdemocratico e il Partito comunista tedesco disarmarono politicamente i lavoratori di questo paese che era, dopo l’URSS, quello in cui le loro forze ed esperienze erano più significative.

I socialdemocratici si affidarono fino all’ultimo al processo elettorale e alla speranza di trovare un sostegno nella borghesia e nei suoi partiti. Riproducevano l’atteggiamento legalitario del Partito socialista italiano nel 1920 – 1922, che di fronte allo sviluppo del fascismo non aveva saputo fare altro che affidarsi alle istituzioni dello Stato liberale. Nello stesso modo, e nonostante questa brutta esperienza, i socialdemocratici tedeschi preferirono rivolgersi al maresciallo reazionario Hindenburg e ad altri politici dello stesso calibro che non alle forze, intatte, del proletariato. Da parte sua, il Partito comunista, considerando alla stessa stregua socialdemocratici e fascisti, respingeva la politica di fronte unico che avrebbe potuto permettere alla classe operaia di difendersi a partire dai propri interessi di classe e di spianare la strada ad un rovesciamento rivoluzionario della borghesia.

Eppure questi partiti avevano le proprie truppe, alcune delle quali si erano addestrate da anni durante le battaglie di strada. Quelle del Partito comunista comprendevano decine di migliaia di lavoratori che si consideravano "soldati della rivoluzione", come ricorda il "giuramento di combattimento" della Lega dei combattenti del Fronte Rosso. Ma già nel 1933, queste forze furono sconfitte e disarmate senza combattimento da Hitler, a causa della politica dei loro dirigenti. Lo stesso valle per l’Austria l’anno successivo. I socialdemocratici avevano, con lo Schutzbund, un’organizzazione paramilitare con nascondigli per armi, fucili e mitragliatrici, ma non volevano usarli, troppo intenti a tranquillizzare la borghesia sulle loro intenzioni. La questione fondamentale era quella di avere una direzione e una politica rivoluzionarie, e non solo un’organizzazione militare e delle uniformi.

I proletari della Germania, e quelli di tutto il mondo, hanno pagato un prezzo molto alto per tali tradimenti. Questi furono seguiti da una politica altrettanto criminale nel periodo successivo, quando Stalin impose una svolta a 180 gradi alle varie sezioni dell’Internazionale comunista. Esse furono impegnate nella politica di Fronte Popolare che consisteva nel presentare le borghesie imperialiste americana, britannica e francese, e quindi il loro esercito e la loro polizia, come argini contro il fascismo.

Dai Fronti Popolari alla Resistenza e alla "Liberazione”

In Francia, e in nome di questo Fronte Popolare, che era una caricatura del fronte unico, il Partito comunista e il Partito socialista (SFIO) legarono gli operai alla grande borghesia e li disarmarono sia politicamente che fisicamente. Trotsky, al contrario, non cessava di promuovere la necessità per la classe operaia di organizzarsi sulla base dei propri interessi, con un programma rivoluzionario e con la creazione delle proprie organizzazioni di difesa.

Un anno dopo la sommossa fascista del 6 febbraio 1934 a Parigi, e mentre l’estrema destra occupava le piazze e aggrediva i militanti operai e gli stranieri, Trotsky ricordava che la chiave del successo dei rivoluzionari non stava nella "lotta fisica" in sé, ma in "una politica giusta". Nondimeno forgiare una milizia operaia per difendere le organizzazioni del movimento operaio era proprio in queste circostanze un elemento indispensabile di tale politica. Concludeva: "Sarebbe assurdo sparare con una pistola nelle urne. Ma sarebbe ancora più assurdo difendersi dalle bande fasciste con la scheda elettorale". Eppure questa era l’unica soluzione che i partiti socialisti e comunisti proponevano ai lavoratori.

Nel giugno 1936, tuttavia, i lavoratori si lanciarono in un potente movimento di sciopero con occupazione di fabbriche. Ma i dirigenti del Fronte Popolare misero tutte le loro forze per fermare questa ondata e mettere in riga i lavoratori. I padroni si vendicarono ben presto sulla classe operaia, riprendendo tutto ciò che avevano dovuto cedere sotto la pressione dello sciopero.

Durante la seconda guerra mondiale, il Partito comunista ritrovò, con la Resistenza, la strada della lotta armata, ma fu ancora per mettere i suoi militanti e i lavoratori al loro seguito sotto la guida della borghesia, nella persona di De Gaulle. Le milizie patriottiche del Partito comunista francese, composte in gran parte da lavoratori, non avevano più nulla a che fare, come suggerisce il loro stesso nome, con gli obiettivi e il funzionamento delle milizie operaie che avevano permesso la vittoria della rivoluzione russa, o con l’internazionalismo. La loro stessa esistenza, tuttavia, era una potenziale minaccia per la borghesia: i dirigenti del PCF decisero di dissolverle nel 1944, facendone una merce di scambio per l’ingresso di ministri comunisti nel governo. I quali, per tre anni, diedero il loro pieno sostegno alla politica antioperaia e colonialista dell’imperialismo francese.

Lo stesso si può dire, in modo ancora più lampante, della politica del Partito comunista italiano alla fine della seconda guerra mondiale, sotto la direzione di Togliatti. Nel 1943, il crollo del regime fascista, poi quello dello stesso Stato italiano dopo l’8 settembre, la nascita di una resistenza armata formata in gran parte da elementi dell’esercito sbandato, creavano una situazione prerivoluzionaria in cui il Partito comunista giocò un ruolo determinante. Mentre parte dei suoi militanti si aspettavano una politica rivoluzionaria, la direzione del PCI avvertì che non se ne parlava nemmeno. Alla resistenza comunista fu dato un obiettivo unicamente patriottico, con la lotta contro l’occupante nazista e l’appoggio al governo Badoglio e al re.

Durante questo periodo in Italia il PCI si sforzò di conservare la direzione di tutti gli scioperi e di impedire che sfociassero nella creazione di organismi operai che potessero essere embrioni di soviet. Grazie alla politica del PCI e nonostante la loro composizione popolare e operaia, le milizie della resistenza non ebbero mai il carattere di milizie operaie. Politicamente, si limitarono ad un antifascismo generico che ne faceva lo strumento della piccola borghesia democratica. Poi Togliatti ne decise lo scioglimento come dimostrazione dell’affidabilità dei ministri comunisti quali attori del ripristinamento dello Stato e dell’ordine borghesi. Alcuni vaghi riferimenti democratici e sociali inseriti nella costituzione del 1946 fornirono al PCI un alibi per le sue capitolazioni, un alibi ancora sbandierato decenni dopo da una parte della sinistra italiana. Come risultato di questa grande impostura, la Repubblica nata dalla resistenza fu una repubblica pienamente borghese, copertura di un apparato statale in piena continuità con quello che aveva imperato sotto il fascismo.

Espulsi dai governi all’inizio della guerra fredda, il PCF e il PCI si diedero per un breve periodo l’immagine di oppositori radicali. Per loro si trattava solo di dimostrare che erano indispensabili alla borghesia per controllare la classe operaia, e che dovevano essere riconosciuti come suoi unici rappresentanti. Durante tutto il periodo successivo, questi due partiti comunisti si distinsero dagli altri partiti riformisti solo per i loro legami con l’URSS e la loro base operaia. Rimanevano, insieme a tutte le burocrazie sindacali, forti oppositori all’organizzazione democratica e indipendente dei lavoratori, nonché a qualsiasi forma di autodifesa o di milizia operaia. Questo non impediva loro di avere un robusto servizio d’ordine, tutto dedicato alla politica di partito, ma soprattutto mobilitato per picchiare i militanti di estrema sinistra o servirsi dei pugni per incanalare gli scioperi.

In Francia fu solo nel 1981, e grazie all’elezione di Mitterrand alla presidenza della repubblica, che il Partito comunista riuscì di nuovo ad avere dei ministri in un governo borghese. In Italia il Partito comunista ebbe anche bisogno di proclamare apertamente che non aveva più niente di comunista, diventando un semplice partito della sinistra democratica (PDS, poi DS... e poi PD), elemento determinante dei partiti politici borghesi. Si può osservare che in ambo i casi, i governi di sinistra non hanno in nessun modo impedito la rinascita di partiti d’estrema destra o d’ispirazione fascista, creando anzi le condizioni della loro crescita.

Come si pone la questione oggi?

Oggi la classe operaia si trova sotto molti aspetti infinitamente meno organizzata e politicamente preparata a confrontarsi con la borghesia, il suo apparato statale o gli scagnozzi che lavorano per lei. La classe operaia paga doppiamente, materialmente e moralmente, per le illusioni elettorali e per la politica dei partiti di sinistra al potere, di cui si era fidata in precedenza. Il loro discredito ha solo esteso e approfondito la demoralizzazione al suo interno. Peggio: ha alimentato la crescita dell’influenza delle idee reazionarie dell’estrema destra.

Per decenni, gli scioperi dei lavoratori sono stati confinati dagli apparati sindacali e dai partiti di sinistra nell’ambito delle rituali giornate di protesta, un "calendario di lotta" iscritto in anticipo nell’agenda dei militanti, con i percorsi delle manifestazioni presentati in questura. Il mancato rispetto di questa routine sindacale ha caratterizzato il movimento del gilets gialli nelle prime settimane, ed ha probabilmente garantito parte della sua popolarità per diversi lavoratori, disoccupati e pensionati, stufi delle consuete passeggiate per i viali che sono ormai le manifestazioni sindacali.

Non si tratta di un’assenza o mancanza di coraggio o di determinazione: ai lavoratori coraggio e determinazione non sono mai mancati. Questo stesso movimento dei gilets gialli ha dimostrato che la rabbia sociale e la collera accumulata possono dare molta forza. E ciò malgrado i mezzi e le truppe dispiegate dallo Stato francese e le centinaia di feriti che hanno causato. I lavoratori, attivi o pensionati, che sono stati una parte importante di tale movimento, trarranno le necessarie lezioni politiche da questa esperienza? La classe operaia riuscirà a coglierle e ad organizzarsi sul posto di lavoro attorno ad un programma per difendere i propri interessi materiali e politici? Questo dipenderà in parte dalla capacità dei rivoluzionari di costruire il partito che oggi manca, e di mantenere aperta la prospettiva comunista.

Nel Programma di transizione, Trotsky ricordava: “Solo con un lavoro sistematico, costante, instancabile, coraggioso, di agitazione e di propaganda, sempre in rapporto con l’esperienza delle masse, è possibile estirpare dalla loro coscienza le tradizioni di passività e di docilità, educare distaccamenti di combattenti eroici in grado di dare l’esempio a tutti i lavoratori, di infliggere una serie di sconfitte tattiche alle bande della controrivoluzione, di aumentare la fiducia degli sfruttati in se stessi, di screditare il fascismo agli occhi della piccola borghesia ed aprire la strada alla conquista del potere da parte del proletariato”.

Prepararsi moralmente per non essere colti di sorpresa

L’ascesa dell’estrema destra e dei nazionalisti in vari paesi europei potrebbe richiedere, in un futuro relativamente prossimo, la formazione di gruppi di autodifesa, se non altro per combattere fisicamente le minacce e la pressione politica che queste correnti esercitano contro alcuni lavoratori immigrati o profughi.

Ma solo su un terreno di classe è possibile ostacolare il pericolo mortale della diffusione di idee e organizzazioni reazionarie, e opporre una battuta d’arresto ai regressi imposti dalla borghesia. Ciò richiederà necessariamente una controffensiva generale da parte della classe operaia per difendere i propri interessi e diritti immediati. Il passaggio dalla passività alla mobilitazione la porterà a darsene gli strumenti necessari: comitati di sciopero, assemblee nei quartieri operai, embrioni di un potere operaio, ma anche organizzazioni di combattimento, gruppi di servizio d’ordine, distaccamenti armati e preparati alla "lotta fisica", posti sotto il controllo della classe operaia. Questi strumenti dipende­ranno soprattutto dal livello di combattività e consapevolezza dei lavoratori e si adatteranno alle dinamiche della lotta. Se si solleva in massa, il proletariato non potrà fermarsi a metà strada rispettando la proprietà privata e il dominio della borghesia sulla società.

Di fronte all’ostilità delle burocrazie sindacali e di tutti i riformisti, solo militanti comunisti rivoluzionari possono difendere questa politica. Solo loro sono chiaramente consapevoli della natura e del ruolo dello Stato, indipendentemente dalla sua struttura politica o istituzionale. Sanno che la sua polizia, il suo sistema giudiziario, i suoi alti funzionari, sono soprattutto i custodi di un ordine sociale ingiusto; sanno che il cambiamento di personale politico che le elezioni possono indurre non cambierà questa situazione. E solo loro hanno piena fiducia nella capacità della classe operaia di rovesciare questo sistema e sostituirlo con una società libera dallo sfruttamento e dai difetti del capitalismo.

Ed è anche questo che ci separa e forse domani ci opporrà fisicamente a tutti coloro che, con il pretesto di azioni "radicali" o "antisistema", si pongono come determinati oppositori della polizia e dello Stato. Provenienti dagli ambienti dell’estrema sinistra, i “black bloc” ne sono un’espressione. Il loro disprezzo per i lavoratori, tanto per le loro rivendicazioni materiali quanto per la loro capacità di prendere il loro destino nelle loro mani, li squalifica. Proprio come, in passato e in un altro contesto, le azioni di gruppi che, come i vari gruppi brigatisti in Italia, soste­nevano di trasformare la società usando atti terro­ristici, azioni armate per "risvegliare le masse", o azioni di guerriglia per agire al loro posto.

Quanto all’estrema destra, essa può facilmente prosperare a contatto con certe categorie plebee, declassate, arrabbiate per le condizioni in cui il sistema capitalistico le costringe a vivere, utilizzando anche una fraseologia anti-sistema o addirittura anticapitalista. Questa dimensione esisteva all’origine sia del fascismo italiano che del nazionalsocialismo in Germania, che tra l’altro fece dei disoccupati, di un certo lumpenproletariato, di ex delinquenti, una massa di manovra e una copertura che nascondeva la sua vera natura.

Ricollegarsi alla coscienza e alle prospettive comuniste sarà il miglior modo di attirare a sé gli elementi più determinati del proletariato e dei giovani, che rifiutano l’attuale ordine sociale senza ancora sapere a chi rivolgersi. Per riuscirci, la classe operaia dovrà mostrarsi determinata, designando i suoi principali avversari, il grande capitale e i suoi alleati, e costruendo lo strumento di questa lotta: un partito rivoluzionario che potrà svilupparsi solo durante lotte decisive che coinvolgano vaste masse. Sarà anche il modo migliore per darsi gli strumenti di avere dalla propria parte alcuni elementi della piccola borghesia, impoverita dalla crisi. Sarà inoltre un modo per proteggersi dai provocatori e da coloro che, come i black bloc odierni, si pongono come oppositori dello Stato e del sistema capitalistico, ma sono estranei alle lotte della classe operaia.

"Guai alle organizzazioni rivoluzionarie, guai al proletariato, se si ritrovano di nuovo colti di sorpresa", avvertiva Trotsky nel Programma di transizione.

28 maggio 2019


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