Internazionale

Al di là delle frontiere, una sola classe operaia

Dall’intervento di Nathalie Arthaud alla festa di Lutte ouvrière, giugno 2019

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Cari amici, cari compagni,

il discorso del lunedì è tradizionalmente dedicato alle questioni internazionali e intendo rivolgere un saluto speciale ai nostri compagni venuti da Guadalupa e Martinica, l’Isola della Réunion, Stati Uniti, Haiti, Costa d’Avorio, Belgio, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Turchia. La nostra festa è anche la loro e la loro presenza fa parte della sua ricchezza politica. E oltre all’UCI e alle sue organizzazioni, do il benvenuto anche agli altri militanti di altri paesi.

Rafforzamento dell’estrema destra e guerra generale contro i migranti
Come hanno dimostrato le elezioni europee, l’atmosfera è sempre più reazionaria. I partiti di destra o di destra estrema stanno rafforzando la loro influenza in Europa. Questo vale per la Francia con la Le Pen, l’Italia con Salvini, l’Ungheria con Orban, la Gran Bretagna con il partito Brexit di Farage, la Germania con l’AFD, il Belgio con l’estrema destra fiamminga... Tutti questi partiti fanno i loro affari elettorali col nazionalismo e il ripiegamento su di sé.

Si presentano come anti-migranti, ma sono anche anti-lavoratori. Laddove sono al potere, hanno riportato indietro le condizioni dei lavoratori. Orban in Ungheria ha dato al padronato la possibilità di tassare fino a 400 ore di lavoro straordinario all’anno, pagabili in tre anni ! In Austria, il partito FPÖ al potere fino allo scandalo che lo ha spinto fuori dal governo, ha sostenuto una legge che agevolava i giorni lavorativi di 12 ore e le settimane di 60 ore.

E non c’è motivo di stupirsene perché, in fondo, essere anti-migranti è essere anti-lavoratori. La parola migrante è infatti riservata ai poveri, agli sfruttati. Nessun emiro del Qatar, nessun miliardario indiano, nessun oligarca russo e nessun borghese francese proprietario di fattorie o porti in Africa sono mai stati chiamati migranti. Per essere considerato un migrante, bisogna appartenere al mondo degli sfruttati.

La classe operaia si è costituita con generazioni di migranti. Con generazioni di contadini cacciati dalle loro terre e trasformati in proletari. Con generazioni di donne e uomini catturati in Africa, ridotti in schiavitù e mandati nelle piantagioni in America.

In Francia, nel XIX° secolo, i migranti provenivano da Alvernia, Bretagna e Savoia. Poi sono venuti da più lontano, dal Belgio, Polonia, Italia, Portogallo. Dopo di loro, o allo stesso tempo, sono arrivati lavoratori da ogni angolo dell’impero coloniale, vietnamiti, africani, magrebini. Sempre cacciati dalle loro case a causa della povertà. Oggi in Francia, i lavoratori delle grandi imprese provengono da tutto il mondo.

Quindi attaccare i migranti è attaccare la classe operaia, la classe operaia di oggi e di domani. Dobbiamo rifiutare tutto ciò! Al di là delle origini, al di là della nazionalità, del colore della pelle o delle credenze, siamo un’unica classe operaia. Contro la borghesia, lavoratori di tutti i paesi, uniamoci!

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Non è stato necessario attendere che questa nuova ondata di sostenitori della sovranità nazionale arrivasse al Parlamento europeo, perché l’Europa diventasse una fortezza. I cosiddetti "progressisti" tipo Macron hanno una responsabilità schiaccian­te in merito.

L’UE ha concluso accordi con i paesi di origine o di transito per impedire la partenza dei migranti e riammettere coloro che sono riusciti a fuggire. L’UE paga la Turchia per mantenere tre milioni di siriani in campi infami. Ha anche firmato accordi di riammissione con l’Afghanistan, un paese tanto pacifico (!), con la Libia consegnata alle milizie che maltrattano i migranti o addirittura li vendono come schiavi. Si ritorna alla tratta degli schiavi come ai tempi del commercio triangolare, e l’Unione europea chiama ciò « aiuto allo sviluppo »!

Le relazioni che i paesi capitalisti dell’Europa occidentale hanno con i paesi poveri dell’Africa o dell’Asia sono cambiate nella forma ma non nei contenuti. Il colonialismo si perpetua con il dominio economico dei maggiori trust dei paesi imperialisti. È sempre la stessa barbarie di sfruttamento, saccheggio e miseria.

E per impedire ai popoli di fuggire, i leader europei hanno formato un piccolo esercito. Frontex, l’agenzia che supervisiona i controlli alle frontiere nello spazio Schengen, è proprio questo. Il suo personale è passato da 1500 persone nel 2016 a 10.000 oggi e Frontex si è dotata di sofisticate attrezzature, radar, barche, droni, elicotteri... Come per combattere una guerra ! Sì, questa guerra contro i migranti è l’aspetto più visibile della guerra imperialista che le borghesie più potenti del pianeta stanno conducendo contro gli oppressi.

Ebbene, come hanno fatto generazioni di militanti operai rivoluzionari ogni volta che la loro borghesia ha cercato di metterli contro proletari di altri paesi, dobbiamo dire che si tratta di una sporca guerra e che noi non la accettiamo. Riaffermiamo forte e chiaro il diritto di libera circolazione per tutti gli oppressi di questa terra !
I confini sono superati!

Coloro che, tra i leader delle nazioni più ricche, sostengono la creazione di muri e filo spinato tra i popoli, sono reazionari. Possono prendere voti alle elezioni a causa della crisi e dello smarrimento politico che colpiscono le classi popolari, ma certamente non rappresentano il futuro.

Guardate i politici britannici che hanno combattuto per il Brexit, ma che non sono in grado di realizzarlo perché misurano quanto la loro economia e gli interessi della loro borghesia siano legati all’Europa. Sono demagoghi, e al gioco della demagogia, ci saranno sempre politici che cercheranno di trarre profitto dalla spirale reazionaria, anche se in totale contraddizione con le esigenze dell’organizzazione economica e sociale.

Coloro che più sostengono la sovranità nazionale qui, quelli che parlano solo di "protezionismo", sono forse favorevoli a che i capitalisti francesi interrompano le esportazioni all’estero e si ritirino da questo o quel paese? No, certo. In una recente intervista, Marion Maréchal Le Pen ha detto seriamente che la Francia è una delle maggiori potenze dell’America Latina perché, con la Guyana francese, ha la più lunga frontiera con il Brasile!

Da buoni difensori della borghesia, tutti questi difensori della sovranità nazionale sono favorevoli alla creazione di campioni nazionali o europei. Non li preoccupa il fatto che queste grandi aziende vendano armi letali a monarchie medievali come l’Arabia Saudita, che vendano prodotti di lusso a miliardari di paesi dove la malnutrizione è dilagante ; par loro non è un problema. Questo tipo di globalizzazione va molto bene a loro, perché alla base delle loro convinzioni c’è la dedizione agli interessi dei capitalisti. Gli interessi dei lavoratori sono all’opposto della loro politica.

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La globalizzazione è una realtà irreversibile perché siamo tutti dipendenti l’uno dall’altro. Viviamo sulla stessa terra, condividiamo le stesse acque, la stessa atmosfera e se c’è una costante in tutta la storia dell’umanità, è il fatto di muoversi, di circolare secondo le proprie necessità.

Come ha ricordato una delle conferenze del tendone scientifico, siamo tutti africani e fuori dall’Africa, siamo tutti migranti perché nel corso dei millenni l’umanità ha lasciato l’Africa per popolare l’intero pianeta e ciò ha portato al mescolamento dei popoli sotto la pressione dei loro bisogni vitali e per curiosità, per necessità di capire, di stupirsi. Queste sono le forze che ancora oggi ci spingono ad esplorare lo spazio, a superare i limiti dell’ignoranza.

Ebbene, siamo convinti che è su questa base che gli oppressi prima o poi riusciranno ad abolire le frontiere. E che troveranno la forza di ribellarsi e tentare questo salto nell’ignoto che consisterà nel costruire una società senza borghesia, una società collettiva senza concorrenza, senza questa legge del profitto. Trasformeranno quindi in realtà il nostro slogan: « il nostro paese è la terra e la mia patria è l’umanità » !

Il capitalismo è crisi e minacce di guerra

A più di dieci anni dalla grande crisi del 2008, che ha quasi distrutto il sistema bancario mondiale, l’economia mondiale rimane sotto perfusione di liquidità delle banche centrali e degli stati. Anche gli economisti borghesi sono preoccupati: la produttività del lavoro non aumenta più, gli investimenti nella produzione sono insufficienti, la crescita è troppo debole.

Se i capitalisti hanno ripristinato i loro profitti, non è sviluppando l’economia, non è costruendo abitazioni o ferrovie o portando acqua ed elettricità alle regioni del mondo che ne sono prive. È aumentando lo sfruttamento dei lavoratori, riducendo i salari, aumentando l’orario di lavoro, la precarietà e la flessibilità. Ciò avviene sfruttando maggiormente le strutture esistenti ed acquistando i concorrenti a peso d’oro senza creare nuova ricchezza. E giocando al casinò finanziario a tal punto che sono tutti in attesa del prossimo crollo, incrociando le dita affinché non trascini tutto con sé. In questo contesto di instabilità e crisi caratterizzato da un mercato globale non più in espansione e da una guerra commerciale feroce, le relazioni internazionali non sono altro che lotte di potere permanenti, bluff, misure di ritorsione commerciale e tamburi di guerra. E con Trump a capo della prima potenza imperialista tutto questo è senza fronzoli. Gli incontri internazionali si moltiplicano, ma il braccio di ferro segue gli inchini. Tweet offensivi e minacciosi sostitui­scono il linguaggio diplomatico.

Trump è il leader della prima potenza imperialista e metterà in riga tutti coloro che vorrebbero affrontarlo e rappresentare una potenziale minaccia per gli affari americani. Iran, Venezuela, Cina, Russia, Corea del Nord... Da quando Trump è salito al potere, si diverte ad accendere fiammiferi accanto a barili di polvere. Per ora, ha scelto di spegnere i fiammiferi in tempo. Ma chi può essere sicuro che domani le cose non gli sfuggiranno? Quale fiammifero provocherà l’esplosione?

Forse non ci sarà una nuova guerra mondiale, ma una globalizzazione della guerra, con la molti­plicazione delle guerre regionali. Guerre più o meno latenti come quella condotta dallo stato di Israele contro il popolo palestinese che opprime da più di 70 anni. O come questo braccio di ferro tra la Russia e l’Occidente attraverso l’Ucraina, che è già responsabile di oltre 10.000 morti, centinaia di migliaia di profughi e immense distruzioni. Possono anche essere guerre aperte e sanguinose come quella che l’Arabia Saudita sta conducendo nello Yemen. Una guerra che ha causato almeno 10.000 morti e 50.000 feriti.

E considerate quello che sta succedendo in Africa. Lo stato francese è stato costretto a riconoscere che l’area di instabilità intorno al Sahel è solo cresciuta, dopo il rapimento di due francesi in Benin il mese scorso e la loro drammatica liberazione nel Burkina Faso settentrionale. Immediatamente, si sono levate voci inorridite contro l’idea che domani nessun turista francese sarà in grado di mettere piede in Africa. Come se il problema potesse essere ridotto a safari ed altre avventure turistiche... I primi a pagare le conseguenze della prolifera­zione di bande armate sono gli abitanti. Lo pagano subendo ricatti o essendo cacciati dal loro villaggio, lo pagano con rapimenti e sanguinosi omicidi.

Non solo l’esercito francese non è un argine contro queste bande armate, ma è anche un fattore aggravante. Intervenendo in Libia otto anni fa, la Francia non solo ha consegnato questo paese e la sua popolazione alla legge delle milizie rivali, ma ha anche aperto la strada alla corsa dei gruppi jihadisti e al banditismo, seppure ci sia una differenza tra questi due.

Ovunque nuovi terroristi stanno sostituendo coloro che sono morti. Perché le truppe francesi appaiono per quello che sono: una garanzia per i regimi corrotti, che lasciano la loro popolazione senza protezione, sanità o servizi educativi degni di questo nome; e un’assicurazione per la borghesia francese, affinché continui ad estrarre uranio dal Niger, per continuare a sfruttare le miniere del Kivu, i porti e le piantagioni di cacao in Costa d’Avorio. In altre parole, permettere alle potenze imperialiste di saccheggiare meglio il loro paese. Quindi diciamo: truppe francesi fuori dall’Africa! E diciamo: abbasso l’imperialismo e il capitalismo, perché, come disse Marx, « Abolite lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, e abolirete lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra nazione ».

Contro le forze reazionarie, gli oppressi sono l’unica forza progressista

L’evoluzione delle cose si riflette nel fatto che sempre più politici reazionari dichiarati accedono al potere; lo vediamo con Trump o Putin, con la vittoria elettorale di Bolsonaro in Brasile e il progresso di Vox in Spagna, che sono due forze politiche che hanno in comune l’eredità di feroci dittature militari.

È una vecchia destra che sta riemergendo, con le sue bandiere, la sua patria, i suoi slogan pieni di odio, la sua politica contro i lavoratori e il suo disprezzo per i poveri e le donne. Disprezzo visibile specialmente attraverso la crescente contestazione del diritto all’interruzione volon­taria di gravidanza.

La cosa più grave è che questa destra o questa estrema destra riesce a racimolare i voti delle classi lavoratrici. In Brasile, alcuni ex elettori di Lula, disgustati dalla corruzione che ha infettato il suo regime, hanno votato per Bolsonaro. Questo dimostra l’immensa respon­sabilità della sinistra in questo passo indietro!

Il mondo operaio è colpito dalla crisi e dall’offensiva della borghesia ed è disarmato politicamente e disorientato. Ma, come vediamo in Algeria e Sudan, i popoli e gli oppressi sono ancora in grado di gettarsi anima e corpo in grandi battaglie. Non è lo spirito combattivo e l’iniziativa delle masse che mancano oggi in questi due paesi. Ce n’è voluto del coraggio in Algeria per osare sfidare una dittatura, un potere militare che ha dimostrato con il decennio nero di essere spietato e che non avrebbe indietreggiato davanti a qualsiasi massacro... E ce n’è voluto del coraggio in Sudan, dove il satrapo El Bashir spargeva terrore da decenni !

Sì, ciò che è accaduto negli ultimi mesi in questi due paesi dimostra che ci sono sempre momenti in cui la rivolta è più forte della paura. Momenti in cui l’azione e l’audacia di alcuni incoraggiano altri e portano centinaia, migliaia, milioni di persone ad osare fare ciò che nemmeno si immaginava qualche giorno prima. Leggendo le poche notizie pubblicate sul gigantesco sit-in che si è tenuto per settimane fuori dal quartier generale delle forze armate a Khartum, si poteva solo rimanere impressionati dalla velocità con cui sono emerse le iniziative. Nel giro di un mese e mezzo, i ribelli hanno trasformato la piazza in un quartier generale rivoluzionario. Hanno portato acqua, elettricità, servizi igienici. Sono stati installati una cucina collettiva e dormitori. La solidarietà si è organizzata, si è preso cura dei bambini di strada… Migliaia di donne e uomini hanno passato giorni e notti a discutere di politica, democrazia, relazioni tra donne e uomini, sciopero generale...

Ma, nel frattempo, il potere militare si stava preparando alla repressione, con il sostegno dei suoi alleati regionali, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e, senza dubbio, con la complicità delle grandi potenze. E da una settimana a Khartum infuria una violenta repressione. Più di 100 morti, 500 feriti, e il numero è in costante aumento man mano che vengono recuperati i corpi di coloro che sono stati gettati nel Nilo, legati e, per molti, torturati.

Oggi, Khartum è circondata da forze di sicurezza pesantemente armate e milizie paramilitari. E la loro ferocia ricorda quella di tutte le classi dirigenti che difendono i loro privilegi: la ferocia di Thiers che portò al massacro della Comune di Parigi, quella durante la rivoluzione cinese del 1927 quando i lavoratori furono bruciati nelle locomotive o, più recentemente, la repressione di Pinochet in Cile.

Ciò che sta accadendo a Khartum è un sanguinoso monito a tutti i popoli che alzano la testa. Viene dopo quello dell’Egitto, dove l’effervescenza popolare è stata duramente fronteggiata dal generale al-Sissi. Monito espresso qualche settimana fa da un intellettuale egiziano che si rivolgeva alla popolazione di Khartum in rivolta: « Mezza rivoluzione è un completo suicidio. Non lasciate che l’esercito confischi i frutti della vostra lotta ».

Il futuro ci dirà se il movimento di protesta in Sudan si riprenderà. Ma il risultato dipenderà dalla capacità delle masse ribelli di affrontare l’esercito e trasformare la loro rivolta in una rivoluzione.

Sì, quando gli oppressi si rivoltano non possono contare sulla comprensione dei loro oppressori e nemmeno sulla loro pietà. In alcuni contesti, le dinamiche stesse della lotta di classe portano talvolta gli oppressi a procurarsi le risorse per difendersi e a trovare spontaneamente il modo di spezzare le forze di repressione, attirando parte delle forze armate dalla loro parte, in particolare mettendo le truppe di base, generalmente provenienti dalle classi oppresse, contro lo stato maggiore e la gerarchia militare. Cioè, introducendo la lotta di classe all’interno dell’esercito stesso.

Le masse in rivolta possono vincere solo se hanno questa volontà e questa determinazione. Ciò dipende da una moltitudine di fattori, a cominciare dalla profondità della rivolta e dal radicalismo delle masse. Ma l’esistenza di un partito rivoluzionario può e deve svolgere un ruolo decisivo. Un partito con militanti capaci di addestrare i ribelli anche solo a difendersi e proteggersi. Un partito e militanti capaci di trasmettere le esperienze del passato, e in primo luogo la necessità che le masse si procurino tutte le risorse, anche militari, per prevalere sui loro oppressori. Un partito e militanti capaci di comprendere e trasmettere questa grande lezione che Blanqui aveva imparato dalla rivoluzione francese del giugno 1848: « Chi ha ferro ha pane, ci si prosterna davanti alle baionette, si spazzano via le folle disarmate ».

Quindi sì, in molti paesi, e questo è vero negli ultimi anni in parte del mondo arabo, le masse popolari hanno dimostrato il loro peso e anche la loro vitalità. E ciò che sta accadendo in Algeria e in Sudan deve rafforzare la nostra determinazione a fare tutto il possibile per progredire verso un partito comunista rivoluzionario, dovunque esistiamo.

Mantenere la rotta della costruzione di un partito rivoluzionario

Dobbiamo essere chiari: tali lotte possono scoppiare ovunque con la stessa rapidità, anche in un paese imperialista ricco come la Francia, dove la crisi del capitalismo sta impoverendo una parte sempre più ampia della popolazione. Finché ci saranno sfruttamento e oppressione, ci saranno rivolte degli sfruttati. E abbiamo bisogno di donne e uomini che vi si preparino, che costruiscano un partito in grado di proporre una politica ai lavoratori.

Un partito il cui obiettivo ultimo sia la conquista del potere da parte della classe operaia, non all’interno delle istituzioni della borghesia ma, al contrario, attraverso la distruzione di queste istituzioni e la loro sostituzione con organi democratici del potere dei lavoratori stessi. Armando i lavoratori stessi. Come è stato fatto in passato con la Comune di Parigi, o i consigli dei lavoratori, i "soviet", in Russia.

Al di fuori di ogni grande mobilizzazione dei lavoratori, al di fuori dei periodi rivoluzionari, i rivoluzionari possono essere solo una minoranza e la costruzione di questo partito non può che essere lenta e laboriosa. Ma come hanno espresso diversi leader della borghesia, di fronte a disuguaglianze che sono diventate deliranti, "siamo entrati nell’era della rabbia" e sì, molte cose possono accadere in fretta. È nei rari momenti in cui centinaia di migliaia, milioni di persone si interessano al futuro della società e vogliono diventarne i protagonisti, che le idee rivoluzionarie possono impadronirsi delle masse, come ha detto Marx.

Bene, ovunque, in tutti i paesi, c’è bisogno di donne e uomini che abbiano la volontà di dedicarsi alla causa degli interessi dei lavoratori e costruire un partito operaio rivoluzionario. Affinché una tale organizzazione esista, ci devono essere militanti che abbiano retto, anche in tempi magri, e ci devono essere militanti agguerriti. Impegnandosi in tutte le piccole e grandi battaglie che ci sono aperte nella lotta di classe quotidiana e nelle battaglie politiche. Ed anche armandosi dell’eredità del passato e di tutte le lotte del movimento operaio, che costituiscono il capitale politico dei lavoratori. Questo è l’obiettivo che ci siamo prefissati.

Tutto nella storia recente rafforza la nostra convinzione che il capitalismo ha fatto il suo tempo e che deve cedere il passo ad una forma superiore di organizzazione economica e sociale. Quindi, con tenacia, con perseveranza, convinciamo lavoratori, giovani, una nuova gene­razione, con le idee comuniste rivoluzionarie, per rovesciare un ordine capitalista ingiusto, anacronistico e in decomposizione. Questo è l’unico modo per far uscire la società dall’attuale vicolo cieco e per dare nuovo slancio all’umanità.

10 giugno 2019


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