Internazionale

Brasile: l’Amazzonia brucia

In Brasile, grazie ai venti che soffiano da nord, le nuvole di fumo sono arrivate fino all’area urbana di San Paolo e ai suoi venti milioni di abitanti, mentre cadevano piogge nere. Era la foresta amazzonica che bruciava, così come l’area della savana che la costeggia, a 2.000 o 3.000 chilometri di distanza.

Ogni anno l’Amazzonia brucia nella stagione secca a causa della deforestazione. I taglialegna abbattono la foresta primaria, tagliano i legni pregiati che possono vendere e danno fuoco a tutto il resto. Il fuoco libera la terra e le ceneri la ingrassano. Allora possono arrivare compagnie minerarie, allevatori, coltivatori di canna da zucchero e soia.

Ma il fenomeno sta accelerando, probabilmente amplificato dal riscaldamento globale. Dall’inizio dell’anno si sono verificati 75.000 incendi boschivi: l’85% in più dello scorso anno. Domenica 25 agosto, l’Istituto Brasiliano di Sorveglianza Spaziale ha annunciato che in 24 ore ne ha contato 1.100 altri. Colpiscono tutto il Brasile settentrionale, ma anche la Bolivia, dove 500.000 ettari sono andati in fumo, e la zona paludosa del Pantanal, al confine tra i due paesi e il Paraguay.

Il Presidente brasiliano Bolsonaro nega la responsabilità di questi incendi, ma la sua politica e i suoi discorsi non vi sono estranei. Durante la sua campagna presidenziale, ha denunciato le riserve indiane e le foreste statali come aree inutili del paese, di cui il suolo e il sottosuolo dovrebbero essere sviluppati. Non sorprende che i trust del settore agroalimentare sentano di avere mano libera.

I grandi proprietari terrieri hanno in Parlamento un gruppo di sostegno composto da quasi la metà dei deputati. Per il governo i loro desideri valgono ordini. Una volta la dittatura militare ha aperto loro questa regione di quattro milioni di chilometri quadrati, tracciando strade attraverso l’Amazzonia e decimando gli indiani. Tutti i governi civili hanno proseguito, chiudendo un occhio sulle pratiche illegali delle grandi aziende agricole, quando non le hanno incoraggiate. Ad esempio, Lula ha permesso la coltivazione della soia transgenica. Bolsonaro ha proclamato che avrebbe dato loro tutti i diritti, e ha mantenuto le sue promesse.

Da quando è salito al potere lo scorso gennaio, ha sistematicamente imbavagliato e smantellato le istituzioni che avrebbero potuto ostacolare la deforestazione: il Funai, che dovrebbe proteggere gli indiani, l’Ibama responsabile dell’ecologia, l’Istituto di ricerca spaziale i cui satelliti monitorano l’Amazzonia. Per quanto riguarda le ONG, dopo aver tagliato i loro fondi, le accusa di avergli dato fuoco per nuocere a lui.

Di fronte all’importanza degli incendi e delle proteste internazionali, e probabilmente sotto la pressione della lobby agraria che teme per le sue esportazioni, Bolsonaro promette ora di reagire con fermezza. Ha mandato alcuni aerei militari per combattere gli incendi e deciso la mobilitazione dei 43.000 soldati di stanza in Amazzonia. Ma lo stato maggiore non darà mai l’ordine di arrestare i grandi proprietari responsabili degli incendi, di confiscare i loro camion, trattori e motoseghe giganti, né di disarmare i loro scagnozzi e di requisire i loro dipendenti.

Lo Stato brasiliano è lo Stato di questi grandi proprietari terrieri, spesso delle multinazionali che forniscono il mercato mondiale del legno, dei metalli, della carne, della soia, dello zucchero e del succo d’arancia. Né Bolsonaro né i leader imperialisti se la prenderanno con questi pilastri del sistema capitalista, fosse anche per la salvaguardia della natura.

V G


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