Internazionale
Lo sfruttamento è servito

La condizione dei proletari della ristorazione tra inganni mediatici e amara realtà

Ormai la figura dello chef stellato che sul teleschermo maltratta l’aspirante emulo, lo umilia, lo calpesta come se fosse un essere inferiore, è entrata, accettata, nell’immaginario collettivo. Reality, competizioni più o meno sfrenate, sfide ai fornelli si sono moltiplicati, veicolando in genere un paesaggio mentale semplice ma a suo modo solido: al divismo pataccaro del super-cuoco che ha fatto i soldi (e che può ulteriormente moltiplicare le proprie fortune grazie all’immagine acquisita, magari promuovendo i più dozzinali prodotti alimentari industriali) fa da contraltare la sottomissione dei concorrenti, la cui strada per ottenere l’agognato riconoscimento da parte delle divinità culinarie è farsi vergognosamente le scarpe l’un l’altro, con i rari momenti di cooperazione relegati a parentesi e per giunta funzionali ad un rilancio successivo del gioco al massacro mediatico. Il patto su cui si regge questo spettacolo di egocentrismo e sudditanza, di educazione al servilismo e all’individualismo compiacente nei confronti di chi nella fattispecie incarna il “potere”, è la possibilità astratta di passare infine, eliminati i pari grado e soddisfatta la gerarchia superiore, nel rango dei dispensatori di ricette e di legnate. Questa vetrina poco edificante ma comunque lucente, ricca e sfavillante, ha avuto un suo peso nel favorire il boom di iscrizioni agli istituti alberghieri negli anni scorsi.
Peccato che il mondo reale della ristorazione, per chi dovrà entrare in esso quale lavoratore salariato, abbia ben poco di esaltante.
La scena che si è verificata a giugno a Vercelli sembra uscire da un’ulteriore evoluzione, nel segno del drammatico e del grottesco, di qualche reality o format televisivo. Di fronte ad un controllo, un locale del centro è stato teatro di un autentico fuggi, fuggi di dipendenti. Questo esercizio, come altri in provincia, si fondava sul lavoro in nero di immigrati. Le cronache riportano che un dipendente ha cercato persino di darsi alla fuga lanciandosi da una finestra a tre metri di altezza. La stampa locale ha annotato come il proprietario fosse un connazionale dei lavoratori irregolari costretti alla fuga. A ennesima conferma della consistenza teorica e del pregnante significato concreto della discriminante di classe anche in presenza di rilevanti mutamenti etnici del tessuto sociale. Ma questo non è certo un caso isolato, uno scandalo sorprendente, nel settore della ristorazione. Anzi, sono innumerevoli i locali, i ristoranti, i bar, gli agriturismi più o meno in regola con i crismi della tipologia dell’esercizio, i cui menù alla moda, i trionfanti apericena, le degustazioni all’insegna della tradizione più o meno argutamente rivisitata, nascondono cucine infestate dallo sfruttamento dei lavoratori. Spente le luci della sala, svanite le chiacchiere degli avventori, non di rado la musica che si impone è quella del lavoro sottopagato, della cosiddetta flessibilità senza più argini e limiti, del ricatto padronale più gretto.
Né sono solo i piccoli esercizi, magari a conduzione famigliare, a richiedere al personale femminile, oltre ad una piena e incondizionata accettazione della succitata flessibilità, anche il requisito della “bella presenza”. Ancora una volta ad ennesima conferma che, anche nell’era del Me Too, delle diffuse campagne contro la violenza di genere, della promozione delle politiche contro le più svariate forme di discriminazione, tali campagne, se prive del connotato di classe, non possono che risolversi nell’ennesima presa in giro per il proletariato.
Senza dimenticare poi le “innovazioni” in questo campo promosse dai Governi di ogni coloritura politica ma dalla immutata natura borghese. Ormai non è infatti raro imbattersi in attività che si avvalgono abbondantemente di studenti, tenuti a svolgere mansioni lavorative a tutti gli effetti ma gratuitamente, sotto la copertura della formula dell’alternanza scuola-lavoro. Non è un mistero che in cambio talvolta di poco più di qualche dritta, di qualche pillola di sapienza professionale – e ci è capitato persino di vederle dispensate con l’odioso tono arrogante del padrone che sa di avere totalmente il coltello dalla parte del manico – questi giovani debbano di fatto svolgere in tutto e per tutto mansioni come quella di cameriere. Ore e ore avanti e indietro dal bancone ai tavoli, ore e ore che hanno la loro bella ricaduta effettiva nei bilanci dell’attività, il tutto ricompensato dalla saggezza e dalle lezioni di vita del titolare che beneficia di questa forza-lavoro gratis et amore Dei. Non sorprende certo che il sedicente “Governo del cambiamento” si sia guardato bene dal mettere radicalmente mano a questa normativa e abbia lasciato in vigore questi meccanismi di fornitura di forza-lavoro gratuita, introdotti dai precedenti e aborriti governanti Pd. Da questa degradazione di massa, frammentata, e quindi resa agevolmente possibile, in mille e mille piccoli gironi danteschi individuali non se ne può uscire con una soluzione individuale.
La faccia contrita o delusa del concorrente gastronomico irriso e eliminato, stroncato sulla strada della conquista della fama culinaria, lascerà presto spazio nella memoria volubile del pubblico a nuove facce in cerca di gloria mediatica. Anche i ghigni supponenti degli chef-imprenditori milionari, elevati agli altari di una società borghese imputridita, presto o tardi si eclisseranno. Le vite dei proletari del settore della ristorazione continueranno invece a misurarsi quotidianamente con la fatica, l’amarezza, la precarietà della loro schiavitù salariata. Solo la lotta di classe potrà strapparli dalla condanna ad un microcosmo di sfruttamento senza difese. Solo quando saranno parte di un processo storico che vedrà finalmente il lavoro rialzare la testa di fronte al capitale, potranno affermare che quei rapporti di lavoro in base ai quali cucine, sale e cessi di ristorante, bar e banconi sono luoghi senza diritti per chi ha bisogno di un salario, non sono imposti da leggi eterne, ma da rapporti di forza che possono essere messi in discussione. E allora, forse, guarderanno all’inganno dei “paradisi” artificiali della ristorazione mediatica con quel misto di disagio e sollievo che si prova pensando ad un brutto sogno, quando le luci del giorno lo hanno confinato tra i ricordi inoffensivi e superati.

Corrispondenza Vercelli


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