Internazionale
Trent’anni fa

Il massacro di piazza Tienanmen

Trent’anni fa, la notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, il dirigente cinese Deng Xiaoping inviava l’esercito a sgombrare Piazza Tienanmen, occupata da 100.000 studenti dalla metà di aprile. Questo massacro poneva fine a due mesi di protesta politica per chiedere la "quinta modernizzazione", cioè democrazia e multipartitismo.

Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong, aveva da una decina d’anni impegnato la Cina in una politica di apertura economica verso il mercato capitalistico. Zone economiche speciali per attirare gli industriali occidentali, incoraggiamento dell’arricchimento individuale, emergenza di capitalisti cinesi sotto l’egida dello Stato: la liberalizzazione economica aveva accelerato la differenziazione sociale tra una manciata di nuovi ricchi e l’immensità dei poveri.

Queste riforme avevano alimentato la corruzione, la speculazione e l’inflazione. Queste cosiddette "quattro modernizzazioni" si erano svolte sotto la guida del Partito Comunista Cinese (PCC), senza alcuna liberalizzazione politica. Nel 1949 il PCC era riuscito, sotto il pugno di ferro di Mao e con l’aiuto delle masse contadine ribelli, ad unire la Cina saccheggiata dalle potenze imperialiste, ma era innanzitutto un partito nazionalista che, tranne il nome, non aveva niente di comunista.

Il PCC non era unanime a sostenere le riforme di Deng. Alcuni suoi esponenti temevano sconvolgimenti sociali che avrebbero destabilizzato il paese. Deng stava navigando tra le correnti. Come concessione ai conservatori, aveva licenziato il primo ministro riformista Hu Yaobang nel 1987. La sua morte, nell’aprile 1989 scatenò una rivolta studentesca. Gli studenti di Pechino chiedevano altre riforme, ma soprattutto un sistema multipartitico e la democrazia. I loro insegnanti chiedevano aumenti di stipendio.

Il 21 aprile, 100.000 studenti si stabilirono sulla grande piazza Tiananmen di Pechino, che fu rapidamente bloccata dalla polizia. In questa piazza, nelle università, nelle scuole superiori, a Pechino e in altre città, si scrivevano e si esponevano numerosissimi cartelli, striscioni, pannelli con slogan ostili a Deng, mentre le manifestazioni si sviluppavano.

La rivolta ebbe uno scarso impatto sui lavoratori, per non parlare dei contadini, ma fu popolare. Nello stesso anno 1989, l’Unione Sovietica e il blocco orientale erano scossi dalla perestroika di Gorbaciov. La rivolta se ne sentiva incoraggiata in Cina. La storica visita storica di Gorbaciov a Pechino a metà maggio, con grande affluenza di giornalisti, la fece conoscere a livello internazionale.

Un massacro di cui hanno beneficiato i capitalisti occidentali

Dopo alcune settimane di esitazione, Deng Xiaoping decise di fare intervenire l’esercito contro gli studenti in sciopero della fame in piazza Tienanmen. Giudicando le truppe di stanza vicino a Pechino poco sicure, mobilitò 22 reggimenti per circondare la capitale. Nei paesi occidentali, questo massacro lasciò un segno nella mente della gente, con i carri armati che schiacciarono gli studenti. L’immagine di un uomo che da solo arrestava una colonna di carri armati fece il giro del mondo. Mentre il regime riconobbe 600 decessi, la Croce Rossa cinese li stimò a 2.500.

A parole i dirigenti delle grandi potenze condannarono il metodo utilizzato ma il massacro non rallentò gli scambi economici con la Cina. La stabilità politica nei trent’anni dopo Tienanmen, l’assenza di proteste sociali visibili nonostante lo sfruttamento dei lavoratori, spiegano in gran parte perché la Cina è diventata la grande officina industriale dei maggiori gruppi occidentali. Il generale Wei Fenghe, ministro della Difesa cinese, lo ha riconosciuto a suo modo. Chiedendosi, con falsa ingenuità, perché il mondo rimproverava alla Cina di "non aver gestito correttamente l’evento", ha concluso: "Grazie alle misure adottate all’epoca (....) la Cina ha goduto di stabilità e sviluppo”. Questo è cinicamente vero.

Nessuna dittatura impedirà definitivamente la rivolta

In Cina, il regime ha fatto tutto il possibile per sradicare la rivolta del 1989 dalla coscienza collettiva. I sopravvissuti al massacro, quando non hanno potuto scappare all’estero, sono stati condannati a lunghe pene detentive. Coloro che cercano di mantenere questa memoria, gli ex detenuti, le famiglie delle vittime o gli oppositori, sono cacciati. Liu Xiaobo, uno dei dirigenti del 1989, premio Nobel della pace nel 2010, è morto in carcere nel 2017. Sotto Xi Jinping la repressione e il controllo della popolazione sono ancora aumentati.

Questo fa dire oggi ai commentatori che in Cina non è più possibile una rivolta. Un giornalista ha anche scritto che i cinesi "hanno rinunciato alle libertà" in cambio di "un miglioramento del loro tenore di vita". Quanto disprezzo c’è in queste parole! Sul piano intellettuale, mentre molti tra gli studenti del 1989 sono diventati dirigenti del regime, altri, avvocati, storici, giornalisti, si sono impegnati nonostante i rischi a fianco dei migranti interni o delle minoranze perseguitate. Per quanto riguarda i lavoratori, che sono centinaia di milioni in Cina, lottano, anche se solo al livello locale, per il salario, contro le chiusure di fabbriche o le truffe di un dirigente. Proprio perché rappresentano un’immensa forza collettiva, il regime e i suoi complici occidentali temono la loro potenziale rivolta. Nonostante la dittatura, lo sfruttamento e la crisi del capitalismo finiranno per provocarla.

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