Internazionale
Editoriale

L’antifascismo non basta

Tutti hanno visto in televisione o in streaming lo spettacolo nauseante di una folla inferocita che si scaglia con grida, insulti e minacce, contro una famiglia di etnia rom che vuole entrare in un alloggio popolare legalmente assegnatole dal Comune di Roma. I fascisti di Casapound hanno orchestrato questa indegna gazzarra al grido di “prima gli italiani”. Non è il primo caso e, purtroppo, non sarà l’ultimo. È stato evidente il ruolo del Ministero guidato da Salvini: la polizia ha lasciato che gli scalmanati si avvicinassero alla famiglia tanto da terrorizzarla. È chiaro che esiste un rapporto politico tra Salvini e i gruppi fascisti. Successivamente a casi di questo genere, si scatenano le polemiche. Il capo della Lega punta proprio su questo. Pensa di lucrare elettoralmente su un risentimento xenofobo abilmente incoraggiato ed alimentato. Alla rivendicazione logica di più alloggi popolari per tutti si sostituisce il grido di “Prima gli italiani!”. Così, con l’aiuto di un manipolo di teppisti in camicia nera, il campo della politica di massa, si divide tra chi difende i “diritti degli italiani” e tutti gli altri. Il volto terrorizzato di una bimba in braccio a sua madre e circondata da minacciosi “patrioti” non conta più niente. Anzi, Salvini e i suoi amici, compresi gli “opinionisti” del Giornale, de La Verità, di Libero, condannano volentieri a parole tutte le violenze, ma… C’è sempre un “ma” in questi casi. E il “ma” è che gli alloggi popolari dovrebbero essere assegnati a famiglie italiane, che gli stranieri godono di condizioni di privilegio, ecc. Tutte fandonie che però hanno una certa presa su un pubblico che la Lega spera sia molto più vasto delle poche centinaia di militanti di estrema destra. Dunque, chi si chiede perché Salvini continui a civettare con i fascisti dichiarati dovrebbe riflettere sui molteplici servigi che questa teppa continua a rendere al titolare del Ministero degli Interni. La stessa tecnica di sollevare vespai, suscitare polemiche e poi intervenire “sdrammatizzando” la si è vista nel caso del libro-intervista a Salvini che la casa editrice vicina a Casapound doveva presentare al Salone del libro di Torino. Oltre a questo, c’è una verità molto semplice: la Lega avrà sempre più bisogno di “uomini di mano” quando si presenta in pubblico, perché non tutte le piazze sono entusiaste di averlo fra le scatole. Ma questi “uomini di mano” non si reclutano troppo facilmente tra i militanti leghisti, molto più propensi ad affrontare salsicce e polenta piuttosto che lo scontro fisico con avversari veri o presunti.
Il continuo ripresentarsi di forze più o meno apertamente fasciste è certamente allarmante. Lo è ancora di più quando avviene nei quartieri popolari. Ma questa non è che una manifestazione di un problema più generale che è l’assenza di forze organizzate alternative, con una base tra gli operai e i ceti più poveri, di segno politico opposto. Il semplice appello ad un antifascismo legalitario e piagnone non offre nessuna alternativa reale. Non serve nemmeno a combattere veramente il fascismo. Basterebbe leggersi qualche libro di storia per capirlo.
La povertà, la disoccupazione di massa, il degrado dei quartieri periferici, sono il prodotto di una crisi strutturale che va avanti da decenni e che ha progressivamente eroso tutti i margini di “riformismo”, compresa la costruzione e la ristrutturazione delle migliaia di alloggi popolari di cui ci sarebbe bisogno. Le riforme necessarie alla maggioranza della popolazione, e certo non solo in Italia, non possono realizzarsi nel quadro dei rapporti capitalistici. Il parassitismo delle classi borghesi è diventato una prigione insopportabile per il progresso e il benessere dell’umanità. Il mantenimento delle immense ricchezze accumulate da queste classi esige un prezzo troppo alto per i popoli e ne impedisce lo sviluppo.
Le classi dominanti hanno piena coscienza di questa realtà. Di fronte al pericolo di movimenti di massa che ne mettano in discussione il potere, accettano di servirsi di demagoghi che sappiano sviare il malcontento sociale verso comodi “nemici” o verso le chimere di un capitalismo “onesto”. Salvini e Di Maio sono la versione italiana di cento altri personaggi simili, a capo di movimenti con caratteristiche analoghe alle loro in Europa e nel mondo.
Sta alla parte migliore della classe lavoratrice, ai suoi elementi più intelligenti e risoluti, gettare le basi di un partito che sappia in prospettiva condurre la battaglia definitiva contro la dittatura del capitale e, nell’immediato, opporre una politica proletaria indipendente alle inconcludenti promesse elettorali di tutti gli altri partiti. C’è molta strada da fare, sarebbe stupido negarlo, ma almeno sappiamo con certezza di quale strada si tratta.


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