Internazionale

L’"Ufficio Esecutivo della Quarta Internazionale" in cerca della "formula efficace"

Da “Lutte de Classe” – n° 130, ottobre 2010

Mentre in Francia la Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR) divenuta Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) ha scelto ufficialmente di abbandonare il trotskismo, l’organismo internazionale di cui faceva parte, che si chiamava ancora recentemente "Segretariato Unificato della Quarta Internazionale" esiste ora sotto il nome di "Ufficio Esecutivo della Quarta Internazionale". Bisogna precisare che se l’NPA ha rotto con questa corrente, alcuni dei suoi membri in vista sono anche militanti a titolo individuale o addirittura dirigenti di questo Ufficio Esecutivo.

Questa corrente si presenta ancora come l’unica continuatrice ufficiale della Quarta Internazionale fondata da Trotsky nel 1938. Da molto tempo si può discutere quanto questo sia reale. Al livello internazionale, da già più di mezzo secolo molte altre organizzazioni di differenti dimensioni sono apparse e pretendono, ognuna per il proprio conto, rappresentare la continuità della Quarta Internazionale. Ma è sul piano politico che da molto tempo le pretese dell’ex Segretariato Unificato ad incarnare la filiazione con il movimento fondato da Trotsky sono più discutibili.

Ma oggi, qual’è la politica di questo raggruppamento e delle organizzazioni che ne dipendono? Lo si può intuire leggendo la sua stampa. Percorrendo per esempio l’uscita di agosto-settembre 2010 di Inprecor, "rivista d’informazione e di analisi pubblicata sotto la responsabilità dell’Ufficio Esecutivo della Quarta Internazionale", si può constatare che l’osservazione di Lenin per cui "in politica chi si fida delle etichette è perso" rimane completamente valida.

Elogio del "bolivarismo in un solo Venezuela"?

Questa uscita essenzialmente dedicata a ciò che Inprecor chiama "il socialismo del ventunesimo secolo" nel Venezuela, intende coprire tutti gli aspetti della situazione di questo paese e della politica condotta dal governo di Hugo Chavez. Precisiamo che qui vogliamo discutere, in questo voluminoso dossier, solo ciò che ci è apparso più significativo sia nell’approccio, sia nel punto di vista dei suoi autori, membri dell’Ufficio Esecutivo che si esprimono nella rivista di questa organizzazione.

C’è prima la formula "socialismo del ventunesimo secolo", utilizzata senza virgolette in prima pagina della rivista e in testa del dossier, senza nessuna precisazione nel corso del testo, per cui se ne può concludere che gli autori la riprendono al proprio conto anche se, cosa che non indicano, la sua paternità è da attribuire al presidente venezuelano Hugo Chavez. Quest’ultimo definisce ancora più volentieri il suo governo e il suo regime come “bolivariani”, in riferimento al generale latinoamericano Simone Bolivar che fra il 1810 e il 1830 contribuì a fare sì che Bolivia, Colombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela conquistassero l’indipendenza nei confronti della Spagna e provò a federarle in seno ad una grande Colombia. Passiamo sul fatto che da nessuna parte Inprecor si chiede in che misura questa qualifica di “bolivariano”si può applicare effettivamente al regime di Chavez. Sarà perché la battaglia di Simone Bolivar, pur popolare che sia ancora oggi in America Latina, non ha storicamente e socialmente niente a che vedere con il socialismo, almeno a cui fanno riferimento i marxisti?

Fatto sta che Chavez, ex luogotenente-colonnello di paracadutisti che aveva tentato di arrivare al potere tramite un golpe nel 1992, c’è finalmente riuscito tramite le elezioni nel 1998, e questo senza che la classe operaia avesse qualche ruolo notevole e politicamente indipendente nell’instaurazione del regime “bolivariano”. Ricordarlo non è insultare Chavez. Non è neppure insultare il socialismo constatare che l’azione politica di Chavez, che non pretende iscriversi nell’ambito del movimento operaio ma in quello di un “bolivarismo” attualizzato, cioè di un nazionalismo borghese più o meno radicale che cerca di allentare la morsa dell’imperialismo nordamericano, gode per questo fatto e grazie ad alcuni progressi sociali concessi alla popolazione di un reale sostegno di quest’ultima. Lo testimonia ancora la vittoria del PSUV (il Partito Socialista Unito del Venezuela di Chavez) alle elezioni politiche dello scorso 26 settembre.

Ricordiamo a questo proposito che negli anni ’30 nel Messico un altro alto ufficiale diventato presidente del suo paese, il generale Cardenas, decise di distribuire 180000 km² di terra ai contadini, di nazionalizzare gli interessi delle compagnie petrolifere nordamericane e di promuovere tutta una serie di riforme permettendo per la prima volta a larghi strati della popolazione povera di accedere all’educazione e alla salute. Ma all’epoca, nel movimento comunista, che ovviamente sosteneva queste riforme radicali, nessuno avrebbe avuto l’idea di dire che queste misure o il loro autore fossero socialisti. E Trotsky meno di tutti, lui che alla testa dell’opposizione di sinistra sovietica combatteva la degenerazione burocratica dell’Urss e l’impostura staliniana che pretendeva di potere costruire il socialismo in un solo paese.

Per tutti i marxisti - come peraltro era stato il caso di Stalin finché inventò la teoria del “socialismo in un solo paese” per farsene una bandiera contro gli autentici comunisti - il socialismo può esistere solo su scala internazionale, a condizione che la rivoluzione abbia vinto almeno in alcuni dei paesi economicamente più sviluppati del mondo. Per questo motivo stesso gli oppositori comunisti sovietici combattevano come un fantasma reazionario - e il seguito dimostrò che avevano completamente ragione - l’idea che il socialismo si sarebbe potuto edificare in una Urss isolata, anche se copriva un sesto del pianeta e se il suo regime risultava dalla presa di potere della classe operaia, seguita da un esproprio rivoluzionario delle ex classi possidenti.

Da molto tempo, nei fatti se non nelle parole, l’ex Segretariato Unificato ha rinunciato a vedere nel proletariato la classe che deve dirigere la rivoluzione sociale. Ma in politica come in altri campi, la natura ha orrore del vuoto. E dopo la morte di Trotsky questa corrente in pratica non ha mai smesso di attribuire il ruolo di direzione dei cambiamenti sociali oppure delle rivoluzioni, dai paesi dell’est europeo nell’immediato dopoguerra alla Cina, o da Cuba all’Algeria e al Vietnam, lì all’esercito della burocrazia russa, là a partiti staliniani, altrove a movimenti nazionalisti più o meno radicali appoggiati o meno ad una guerriglia, o ai contadini. Corollario di questa cosa, le varie versioni del cosiddetto socialismo che il Segretariato Unificato credeva di scoprire avevano tutte uno spiccato carattere nazionale, se non nazionalista, agli antipodi di ciò che dovrebbe essere la politica di una internazionale degna di questo nome.

Quindi non c’è da meravigliarsi se Inprecor, pubblicazione dell’Ufficio Esecutivo di questa cosiddetta “Quarta Internazionale” discute gravemente lungo una quindicina di pagine del “socialismo” del regime venezuelano, offrendo ai suoi lettori una versione “bolivariana” del “socialismo in un solo paese”.

Da più di mezzo secolo, da Tito a Mao, da Ben Bella a Castro e Che Guevara, da Ho Chi Minh ai sandinisti nicaraguesi, questa corrente non ha smesso di attribuire delle virtù socialiste o addirittura delle posizioni “quasi trotskiste” a dirigenti di movimenti più o meno terzomondisti, e questo nonostante la politica e gli interessi sociali che questi movimenti difendevano. Ma poiché essi avevano successo in alcuni ambienti della sinistra e dell’intellighenzia occidentali, la corrente rappresentata dal Segretariato Unificato li considerava come i treni ai quali era indispensabile agganciare la sua vettura. Ogni volta questa organizzazione, che aveva rinunciato a cercare di difendere una politica di classe indipendente per la classe operaia del terzo mondo, ha preteso di potere influire sul corso degli avvenimenti e della storia, distribuendo i propri consigli a questi movimenti e ai loro leader che, completamente estranei al movimento operaio e non avendo chiesto niente, non se ne sono mai curati.

Ma le mode passano e tutta una parte dell’estrema sinistra, fra cui il Segretariato Unificato, si è trovata orfana della maggior parte dei suoi idoli “socialisti” passati e ha potuto orientarsi verso il leader “bolivariano” del “socialismo del ventunesimo secolo”.

Il Segretariato Unificato, e poi l’Ufficio Esecutivo, distributori di consigli

Certamente è difficile paragonare Chavez, ex alto ufficiale dell’esercito arrivato al potere tramite il processo elettorale legale, con Castro che aveva creato e animato per anni una guerriglia contro il regime e l’esercito del dittatore Battista e conquistò il potere sull’ondata di un’insurrezione contadina e popolare. Ma l’ex Segretariato Unificato, in materia di tendenze a cui accodarsi, si accontenta di ciò che trova, senza pertanto cambiare discorso.

Sono passati undici anni dall’arrivo al potere di Chavez. E se questo "ha suscitato molte speranze sia in America latina che in altri continenti", scrive Inprecor, tra le avanzate che rappresentano le leggi sull’educazione, sulla proprietà della casa per gli abitanti dei barrios, sui consigli comunali, ciò che Inprecor chiama “democrazia partecipativa” da un canto, e dall’altro la corruzione endemica dell’amministrazione, i passi indietro del governo davanti ai detentori privati del capitale, il fatto che tollera l’assassinio di militanti operai e contadini, l’organo dell’Ufficio Esecutivo è ben lungi dal dipingere un quadro idillico della situazione.

Ma questo non basterebbe a spiegare perché Inprecor non smette di oscillare tra i complimenti al regime e il non risparmiare le critiche. Infatti dal suo primo capitolo intitolato “un progetto ancora da definire” la rivista lascia puntare le sue intenzioni. Il problema sarebbe secondo essa che "troppe poche visioni o decisioni politiche emanano da quelli che dovrebbero però essere i quadri della rivoluzione", che il regime difetta per “l’assenza di una direzione collettiva”, che "il progetto bolivariano manca crudelmente di dibattiti ideologici e di un’analisi accurata delle condizioni obiettive".

Ognuno può constatare che nonostante i difetti ben chiari che Inprecor gli attribuisce, il “bolivarismo” finalmente riesce a barcamenarsi abbastanza bene. Ma il Segretariato Unificato diventato Ufficio Esecutivo non riesce a cambiare : se Chavez volesse accettare qualche consiglio, o addirittura alcuni consiglieri come quando questa stessa cosiddetta Quarta Internazionale aveva inviato uno dei suoi principali dirigenti presso Ben Bella dopo l’indipendenza algerina, le cose potrebbero andare meglio. Nel Venezuela? O alla direzione dell’Ufficio Esecutivo? Comunque quest’ultimo crede di potere fare approfittare Chavez di alcune ricette sicure in materia economica. "Fino a questa parte”, Inprecor scrive, “si assiste ad un modello di sviluppo che non si pone affatto la questione dell’impatto ecologico e non sempre è in accordo logico con i bisogni della popolazione". Ah, se la popolazione volesse essere in accordo con "la questione dell’impatto ecologico" e se Chavez, si legge un po’ più avanti, volesse preoccuparsi delle "energie rinnovabili", Inprecor arrossirebbe di piacere, e con essa ciò che si chiama Ufficio Esecutivo della Quarta Internazionale di cui il congresso mondiale nel 2010 -e non tutti gli anni ha l’occasione di riunirsi in congresso- è stato quasi esclusivamente dedicato alla questione ecologica!

Inprecor affronta un argomento più decisivo ancora per i marxisti, quello dello Stato. Per constatare che l’ex luogotenente-colonnello Chavez non ha, ovviamente, spezzato l’apparato statale della borghesia venezuelana? No, di questo non si parla nemmeno. Eppure se c’è un continente dove l’apparato di Stato, sotto la sua forma poliziesca ed armata, ha lunghe tradizioni d’intervento per schiacciare il movimento popolare e la classe operaia -sotto ogni sorta di governo: ricordiamoci di quello sedicente di sinistra di Allende nel Cile-, sarà certamente l’America del sud. Mettere in guardia contro questo rischio, mostrare come un governo, anche “popolare” come quello di Chavez, non proteggerà affatto le masse se queste non prenderanno la propria sorte nelle mani, questo dovrebbe essere imperativo per chi si appella al marxismo rivoluzionario.

Al contrario, Inprecor cerca di "fare riflettere il governo" (!) sull’esistenza di "gruppi paramilitari armati sino ai denti (e sulle) conseguenze disastrose che potrebbe avere questo flagello, a lungo termine, sul processo bolivariano e la società venezuelana nel suo complesso”.

Meglio, o peggio, gli si rimprovera di avere "abbandonato l’idea di riformare profondamente lo Stato per provare a renderlo più efficiente". Se capiamo bene, Chavez non sarebbe abbastanza... riformista, e lo dice gente che pretende di rappresentare la Quarta Internazionale! Se gli autori dall’articolo hanno mai letto scritti di Marx, Lenin, Trotsky ed altri rivoluzionari marxisti che combattevano il riformismo, bisogna concludere che li hanno dimenticati in fretta.

Invece gli autori dall’articolo dedicano un lungo passaggio ad accusare Chavez di mobilitare "duecento funzionari per rispondere quotidianamente alle richieste dei venezuelani fatte tramite Twitter e il blog www.chavez.org.ve”, un "dialogo diretto tra Chavez e la popolazione tramite Twitter che sembra dimostrare che una riforma profonda dell’apparato di Stato non è ancora all’ordine del giorno". Chi ci capisce qualcosa è bravo.

La “formula efficace”... senza l’Ufficio Esecutivo?

Tutto questo farebbe solo ridere se non fosse penoso, perché Inprecor rimane considerata come la rivista di una corrente che fa ancora riferimento alla Quarta Internazionale. Anche se tale riferimento non ha più niente a che vedere con la realtà. Così Inprecor ha scelto di chiedersi, riprendendo il titolo del suo dossier, come "il socialismo del ventunesimo secolo" potrebbe "trovare la formula efficace" poiché, secondo i suoi autori, "la rivoluzione bolivariana fino a questa parte non è riuscita ad imporre il suo proprio immaginario collettivo".

Chiaramente, se la “rivoluzione” è innanzitutto una questione di "immaginario collettivo", la questione della classe operaia, del suo partito, della politica che propone, dell’organizzazione del proletariato, del suo intervento cosciente nella vita politica e sociale, della sua presa di potere, qui non c’entrano niente. E, ultima conseguenza di questo fatto, la stessa questione dell’esistenza di una Quarta Internazionale sembra sul punto di cadere, anche essa, nel dimenticatoio.

"Se c’è un campo nel quale la politica della rivoluzione bolivariana ha modificato i rapporti di forze, sarà senz’altro quello dell’integrazione regionale" si entusiasma Inprecor, che nota gli accordi di scambio del petrolio venezuelano contro medici cubani, o la creazione dell’ALBA (alleanza bolivariana per i popoli della nostra America), un trattato commerciale che unisce otto paesi, di cui alcuni molto piccoli, dell’America Latina. E saluta “la linea anti-imperialista della diplomazia venezuelana (...) in chiara opposizione a Washington e alle sue pretese egemoniche." Anche se Inprecor preferisce non ricordare gli abbracci Chavez-Ahmadinegiad del 2006 che potrebbero oscurare la “chiara” linea del “bolivarismo”.

Ma non basterebbe per impedire agli autori dell’articolo di esclamare in conclusione: "come non applaudire" a tutta una serie di riforme; "come non sostenere" leggi "che si ispirano ai principi di Bolivar, di sovranità e indipendenza nazionale, di giustizia sociale, di uguaglianza sociale..." che sarebbero "tanti atti concreti che non possono farci dubitare dell’interesse dell’esperienza bolivariana e dell’esempio che può rappresentare per tutto il mondo".

Certamente, ricordano alcune delle loro riserve, come il fatto che "alle riforme dalle chiare avanzate sociali che sembrano essere un passo di più nella costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, possono succedere una serie di atteggiamenti e di decisioni che hanno di che fare dubitare della coerenza nella linea politica stabilita". Ma non al punto, anche quando Inprecor ricorda le "relazioni qualche volta strette, o addirittura incestuose (del regime) con gli interessi del capitale privato", di fare dubitare la rivista dell’Ufficio Esecutivo. Imperturbabile, conclude che "dopo undici anni di potere, si può suppore che il processo ha saputo costruire un certo numero di fondamenti" e che, perché "la strada verso il socialismo del ventunesimo secolo non si trasformi in una chimera in più,(...) è quindi più che tempo che questo processo si acceleri."

Verso che cosa? Verso i "fondamenti" di cui la rivista "suppone" -se questo significa qualcosa- che sono stati costruiti? Ma quali? Quelli del "socialismo del ventunesimo secolo" in un solo paese, il cui regime manterrebbe "relazioni molto strette" con il capitale privato?

Ma anche supponendo che l’accelerazione del “processo”, termine ribadito molte volte dagli autori che, l’abbiamo visto, gli danno però un contenuto più che sfumato, delinei "l’accelerazione della presa di controllo delle banche e dell’apparato produttivo", l’istituzione "di una pianificazione coerente e ambiziosa" come indicato nell’ultimo paragrafo del testo -senz’altro una reminiscenza di scritti (trotskisti) del... ventesimo secolo -da nessuna parte si dice quale forza sociale, quale classe potrebbe adoperare questo programma, né quale organizzazione politica lo difende e come. Si tratta di rivolgersi alla classe operaia? Il testo non ci pensa, né da vicino né da lontano. E ancora meno evoca la necessità della costruzione di un partito comunista rivoluzionario che si darebbe l’obiettivo di condurre il proletariato alla battaglia.

Invece si vede, e tutto il testo lo dice e lo ribadisce, che ciò che si chiama ancora Quarta Internazionale rivolge i propri consigli allo Stato bolivariano "che non vuole riformarsi" e al suo apparato dirigente "che mantiene relazioni strette con il capitale privato".

È una vecchia tradizione per una corrente che, da molto tempo, ha smesso di difendere la necessità di costruire un’internazionale e organizzazioni comuniste rivoluzionarie in ogni paese che cerchino di appoggiarsi solo al proletariato e si limita a dare consigli a dirigenti nazionalisti, certamente più o meno radicali, che sognano solo una cosa - battezzata o meno “socialismo” -: creare le basi di uno sviluppo meno dipendente dall’imperialismo per la propria borghesia, anche se individualmente e pure collettivamente i borghesi del loro paese non gliene sono riconoscenti.

Chiaramente, a forza di correre da decenni dietro le chimere del “socialismo” alla Tito, Ben Bella, Castro o nelle versioni sandinista oppure bolivariana, si finisce con l’essere superato dalla realtà. L’articolo citato ne dà una buona illustrazione poiché dedica un intero capitolo all’appello lanciato da Chavez alla fine del 2009 a creare "una Quinta internazionale che dovrebbe secondo lui raggruppare partiti di sinistra e movimenti sociali", appello che ha "immediatamente suscitato un grande interesse nella sinistra radicale al livello mondiale", o comunque negli ambienti che frequentano i militanti dell’Ufficio Esecutivo, a giudicare dalle discussioni su questo argomento all’ultimo congresso, già evocato, di questo movimento. Certamente durante questo congresso non è stata adottata la proposta di sciogliere questa corrente a vantaggio della Quinta internazionale, la cui riunione di costituzione era stata appena rimandata dalle autorità venezuelane. Ma anche dopo ciò che Inprecor chiama “un effetto d’annuncio” della direzione bolivariana, l’Ufficio Esecutivo nella persona di François Sabado, quindi la direzione di questa corrente, ha fatto sapere che era "importante che i suoi militanti s’impegnino, finché è possibile, nella costruzione della Quinta internazionale, senza pregiudiziali ma riaffermando le nostre posizioni anti-imperialiste, anti-capitaliste ed eco-socialiste. Un coinvolgimento necessario per fare trionfare una Quinta internazionale che dovrà essere indipendente da qualunque governo che sia".

Chiaramente, perché l’ultimo pezzo sta lì solo per camuffare un accodamento a Chavez, in seno ad un raggruppamento di "partiti di sinistra e movimenti sociali" -non si accenna affatto a partiti o organizzazioni rivoluzionarie, a maggior ragione trotskiste- il colmo dei colmi della politica dell’Ufficio Esecutivo di questa Quarta internazionale sarebbe di fare come la LCR ha fatto con l’NPA: scomparire come organizzazione che abbia ancora legami, certamente sempre più difficili da individuare, con il marxismo rivoluzionario.

29 settembre 2010


| Home | Area riservata |

     RSS it RSSLa rivista "Lotta di Classe" RSSLotta di Classe n° 6 - Ottobre 2010   ?