Internazionale

Amianto, un crimine del capitale

Casale Monferrato (Alessandria) e Broni (Pavia) sono alcune delle località in cui l’attività produttiva, l’azienda Eternit nella cittadina piemontese e la Fibronit nel comune lombardo, ha per decenni esposto i lavoratori, le loro famiglie e le popolazioni locali ai danni dell’amianto. Tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio si sono svolte in questi due comuni le iniziative legate alla giornata mondiale delle vittime dell’amianto. Ormai la consapevolezza della gravità di questa esposizione, moltiplicata dalla presenza di materiale nocivo impiegato sul territorio, è ampiamente diffusa.
La condanna di chi ha fatto i soldi sulla pelle di intere comunità è ormai radicata nel sentire comune di queste zone. Al punto che sull’edizione alessandrina de La Stampa si può leggere senza giri di parole come le «vittime» siano state «sacrificate al profitto economico». Eppure, per anni e anni ai lavoratori è stato imposto, come è drammatica regolarità nel capitalismo, lo scambio salute/salario. Uno scambio mortale e vergognoso reso possibile dalla condizione proletaria, dalla situazione e dalle necessità della classe che possiede solo la propria forza-lavoro come risorsa per vivere. Uno scambio i cui costi reali per i lavoratori, le loro famiglie e le popolazioni locali sono stati occultati, negati, minimizzati in forza dell’influenza che sul territorio e sul contesto politico gli interessi borghesi legati a queste produzioni potevano esercitare. È quando infine questa influenza sì è ridotta, quando queste attività hanno abbandonato il territorio e questi interessi hanno perso peso nel quadro politico, che si sono davvero poste le condizioni per una generale, diffusa, aperta condanna, perché alle prime, coraggiose, e non di rado contrastate, voci si aggiungesse l’unanime riprovazione di mass media, esponenti politici e istituzioni. Senza peraltro che sia tramontata la pratica di declinare la condanna in formule apparentemente perentorie e definitive, ma in realtà oggettivamente funzionali a sfumare la precisa identificazione di una omicida logica capitalistica in un generico e vago orizzonte deresponsabilizzante.
Difficile, infatti, non cogliere questo tratto nel roboante ma indistinto mea culpa espresso dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa, tornato a Casale per le celebrazioni della giornata mondiale vittime dell’amianto: la persistente necessità di bonifiche testimonierebbe che «la nostra generazione ha fallito». La responsabilità come condizione generazionale lascia nell’ombra la responsabilità di classe. Ma quello che più colpisce è la tendenza, dalle profonde radici e motivazioni nella società del capitale, a coniugare la condanna al passato, contro quelle frazioni borghesi, direttamente responsabili del dramma, la cui presa sul territorio si è però allentata, chiamando così in causa interessi che ormai si sono assottigliati nel tessuto sociale. “È invece perché il dramma si è infine manifestato in tutta la sua lampante, incontrovertibile portata”, si potrebbe obiettare.
Obiezione che però scopre il fianco, in maniera imbarazzante per non pochi ambiti politici e istituzionali, alla constatazione che la conoscenza del pericolo e dei danni non risale alla fine delle attività produttive ma che, anzi, è stata a lungo contrastata, rimossa e combattuta. Quando gli interessi a proseguire nell’avvelenamento avevano ancora la forza per farlo impunemente. Quando Eternit era ancora troppo forte per essere definita, come avviene oggi sulla stampa locale, «la fabbrica della morte».
Oggi il polo logistico dell’Oltrepo pavese attrae importanti investitori internazionali, ingenti capitali, tra le manifestazioni di soddisfazione delle aziende costruttrici dei siti. Alla schiera plaudente non hanno mancato di unirsi nel tempo anche amministratori locali.
L’eldorado delle logistiche, il mercato della carne proletaria accalcata ai centri di selezione per le assunzioni ispirano inni alla ritrovata vitalità economica della zona, sulla sempiterna falsariga della legge illusoria di un benessere generale, destinato a riversarsi a cascata dai profitti e dall’accumulazione capitalistica. Talvolta, qualche voce si fa largo ad indicare criticità, contraddizioni e costi umani di questo boom.
Su la Provincia Pavese è toccato ad un docente dell’Ateneo di Pavia ricordare, a fronte degli annunci di mirabolanti investimenti, le condizioni dei lavoratori impiegati nel polo logistico: «Una manodopera a basso costo che arriva ad accettare qualsiasi tipo di lavoro». Forse un domani, quando il peso economico, sociale e politico, di questo settore capitalistico si sarà ridimensionato, si potrà parlare più puntualmente e diffusamente, magari sfoggiando sofferte meditazioni, delle ripercussioni che la ricattabilità di questa forza-lavoro, minacciata anche dalla concorrenza della robotica, sta producendo sulle condizioni di vita e di lavoro, sulle effettive condizioni di sicurezza. Intanto, il 2 maggio, un operaio impiegato nel parco logistiche di Broni è stato ricoverato in condizioni gravissime per un infortunio sul lavoro.
Solo a determinate condizioni, e rapporti di forza inter-borghesi permettendo, i proletari precari e sottopagati delle logistiche potranno vedersi riconosciuti pacificamente un domani come le «vittime» che sono state «sacrificate al profitto economico». Oggi sono il carburante umano di una macchina capitalistica ancora troppo vispa e profittevole. Oggi le loro condizioni di sfruttamento fanno ancora troppo gola. Non è nel tardivo riconoscimento borghese delle proprie sofferenze, non è nella postuma celebrazione quali “vittime” che i lavoratori possono trovare gli argini contro lo sfruttamento che oggi subiscono. Solo la lotta di classe può spezzare la maledizione della condanna borghese coniugata regolarmente al passato. Solo attraverso la lotta di classe i lavoratori possono trovare vita, maggiore sicurezza e dignità nel presente.

Corrispondenza Pavia


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