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Italia

La Mafia, lo Stato e l’economia capitalista

Da “Lutte de Classe”, n° 128, maggio – giugno 2010

Nonostante la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata sia stata da decenni all’ordine del giorno di tutti i governi italiani, probabilmente mafia e criminalità non sono mai state così influenti. La serie di arresti, i processi e maxi-processi, gli annunci di colpi decisivi portati alla mafia con l’arresto di un boss di primo piano, poi di un altro, si spezzano come le onde sugli scogli : la potenza della mafia, o meglio delle mafie si evidenzia dal loro crescente giro d’affari, dal controllo di settori dell’economia e anche dal fatto che evidentemente dispongono di numerose complicità a tutti i livelli del sistema politico.

Se i tentacoli della Mafia, come quelli dell’Idra di Lerna, risorgono man mano che vengono tagliati, è perché la Cosa nostra siciliana o la ’Ndrangheta calabrese, la Camorra napoletana o la Sacra Corona Unita pugliese, non solo hanno una vecchia storia ma ricavano dalla società, e più particolarmente dai circuiti economici del capitalismo, gli alimenti in cui trovano sempre nuove forze.

Mafia e Risorgimento

Il fenomeno mafioso e i suoi rapporti speciali con le autorità statali, particolarmente in Sicilia, rimandano alle condizioni in cui, nella seconda metà dell’Ottocento, lo Stato unitario si impose contro la resistenza del Regno di Napoli, detto Regno delle Due Sicilie, che controllava l’isola e tutto il sud della penisola. Se il Risorgimento fu per l’Italia un processo di rivoluzione borghese, fu una rivoluzione borghese incompleta.

La Sicilia ha conosciuto lungo tutta la storia l’esistenza di società segrete ed armate che si presentavano come organizzazioni di resistenza all’occupante straniero, oppure di difesa dei poveri contro i potenti, pur intrattenendo con questi potenti relazioni ambigue. D’altra parte, ben prima dell’unità, gli aristocratici siciliani mantenevano uomini armati e milizie private per imporre ai contadini il rispetto dell’ordine feudale, e tra l’altro il pagamento delle tasse e il rispetto dei loro obblighi nei confronti dell’aristocrazia. L’abolizione del feudalesimo nel 1812 non fece altro che rafforzare tale necessità. Non fu la fine della proprietà latifondistica; invece aprì la strada ad un lento processo di disgregazione del sistema fondiario. I latifondisti vissero sempre di più nelle città dando la gestione dei loro feudi ai gabellotti, amministratori il cui compito era prelevare le tasse dovute dai contadini. Con l’aiuto dei campieri, prelevano in particolare la gabella, termine utilizzato in Sicilia per indicare gli affitti dovuti ai proprietari.

Contemporaneamente la pressione dei contadini per ottenere il diritto alla terra aumentava, portando nell’ultimo periodo del regime dei Borboni di Napoli a sussulti e anche insurrezioni contadine, a cui i gabellotti risposero ricorrendo ai metodi tradizionali e organizzando le loro proprie bande armate. La nuova borghesia rurale rappresentata dai gabellotti si faceva giustizia da sé, il che non era altro che proseguire le vecchie abitudini dei latifondisti, per conto di questi ultimi ma anche per proprio conto, man mano che gli stessi gabellotti concentravano nelle loro mani una parte della proprietà fondiaria.

La borghesia del Nord voleva costituire uno Stato esteso a tutta la penisola, che a sua volta le avrebbe garantito la disponibilità di un mercato dalle stesse dimensioni. Ma il regno di Napoli si appoggiava alle classi possidenti delle regioni del sud, cioè innanzitutto la vecchia aristocrazia proprietaria dei latifondi, alleata ad una borghesia cittadina ancora debole, che solo a Napoli conosceva l’inizio di uno sviluppo.

Si tende a ricordare di questo periodo dell’unificazione dell’Italia solo l’avventura eroica di Garibaldi e delle sue mille "camicie rosse" sbarcate in Sicilia nel maggio 1860 per liberare l’isola dal dominio borbonico e conquistarla al nuovo Stato, che doveva essere quello di tutto il popolo italiano. Ma il re di Sardegna e il suo ministro Cavour, che dirigevano il processo di unificazione, utilizzarono Garibaldi entro stretti limiti. Capivano l’interesse di utilizzare l’uomo per dare al processo un’apparenza rivoluzionaria, e così assicurarsi il sostegno della piccola borghesia patriottica. Ma dietro questa facciata, la borghesia e lo Stato del Nord non volevano una mobilitazione delle masse, che avrebbe rischiato di prendere un carattere rivoluzionario e di stravolgere il fragile equilibrio sociale delle regioni meridionali.

Al contrario, nei confronti delle classi possidenti di queste regioni lo Stato piemontese cercava il compromesso. Voleva dimostrare che il nuovo Stato unitario poteva essere un miglior protettore, un garante più sicuro del loro dominio sociale di quanto non lo fosse lo Stato dei Borboni di Napoli in fase di decomposizione. Nel 1848 Ferdinando Secondo di Borbone si era ridotto a fare bombardare Messina per mantenere il suo dominio sulla Sicilia. Bisognava dimostrare alle classi possidenti dell’isola che il nuovo potere sarebbe stato almeno tanto duro quanto questo sovrano, che si era conquistato con l’avvenimento di Messina il soprannome di "re bomba".

Lo stesso Garibaldi fu ben presto portato a dare questa dimostrazione, poco dopo lo sbarco in Sicilia, quando le masse contadine interpretando il suo arrivo come il segnale della loro liberazione cominciarono a sollevarsi contro l’aristocrazia terriera e ad occupare i grandi demani per proprio conto. Il "rivoluzionario" e le sue mille "camicie rosse" inviate da Cavour si rivolsero immediatamente contro le masse. Garibaldi, che si era proclamato dittatore per conto del re, organizzò la repressione del movimento contadino, con grande sollievo dell’aristocrazia siciliana. Così il passaggio di potere dalle mani dei Borboni a quelle del Regno piemontese, e la presa di controllo di quest’ultimo sulla Sicilia e il Meridione, poterono portare secondo la famosa frase del principe Salina, eroe del romanzo "Il gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a "cambiare tutto perché tutto rimanga com’è". Il dominio di classe dei grandi latifondisti si mantenne, cambiando solo il protettore.

Al tempo stesso però questa scelta impediva al nuovo Stato di conquistare una larga base sociale in seno alla popolazione del sud. Lo sbarco di Garibaldi e l’instaurazione dello Stato unitario in Sicilia e in tutto il Meridione non furono la profonda rivoluzione che, sgomberando tutto il campo sociale, avrebbe potuto sconvolgere i rapporti di classe, e tra le altre conseguenze togliere la loro funzione alle bande armate dei gabellotti. Al contrario, il mantenimento della vecchia struttura sociale, il compromesso tra le vecchie classi possidenti e il nuovo Stato, aprivano uno spazio allo sviluppo e al consolidamento di queste bande. Le organizzazioni mafiose poterono imporre la loro esistenza come quella di una specie di potere occulto, necessario intermediario tra la società siciliana e uno Stato unitario troppo distante.

Una forza armata della borghesia siciliana

La stessa origine della parola "mafia" è ancora oggetto di discussione fra gli storici, anche se molti oggi la individuano nella parola araba "muhafiz" che significa "protettore, custode". La storia della mafia siciliana rimane poco conosciuta per l’evidente motivo che si tratta di un’organizzazione segreta, e tale cerca di mantenersi ad ogni costo. Nelle sue ricerche sul fenomeno mafioso alla fine dell’Ottocento, lo storico Salvatore Lupo dimostra come il ceto dei ricchi contadini e dei notabili, e tra l’altro dei gabellotti, riuscì a trarre vantaggio dal contesto sociale per imporre la sua presenza ad un’aristocrazia declinante e al potere di uno Stato che rimaneva senza forti collegamenti con la società.

Non esitando a ricorrere alla violenza armata, all’intimidazione e all’assassinio, in un contesto di debolezza dello Stato e della sua autorità, i mafiosi riescono allora ad imporsi come gli intermediari necessari per risolvere i conflitti. Un furto di bestiame, un conflitto sul pagamento di un debito, trovano una soluzione non tanto grazie all’intervento dello Stato e della giustizia, ma nell’ambito di una “componenda”, una transazione in cui il mafioso locale fa da arbitro, non dimenticando di trattenere la sua commissione. Questa specie di tribunale dei conflitti impone tanto più facilmente il suo arbitrato in quanto tutti cominciano a sapere, almeno in seno alla popolazione povera, che chi non lo dovesse rispettare rischierebbe un bel giorno di ritrovarsi cadavere crivellato di pallottole in qualche campo, senza che sia mai possibile trovare un colpevole e neanche un testimone, perché la legge del silenzio, l’omertà, s’impone a tutti. Da parte loro, aristocratici e grandi proprietari, un po’ più rispettati dai mafiosi, non rischiano in generale di subire tali estreme conseguenze. Ma se volessero fare a meno dell’arbitrato mafioso, anche loro potrebbero subire qualche ritorsione, rapina o avvelenamento di pozzi. L’esperienza dimostra anche a loro che è più ragionevole accettare questo arbitrato, che non quello di un lontano potere statale.

In due occasioni ancora, dopo l’unità d’Italia, il potere mafioso fu portato ad esercitare una violenta repressione contro la popolazione siciliana. Fu il caso nel 1866, quando l’esercito schiacciò nel sangue l’insurrezione di Palermo, organizzata in parte da elementi del vecchio regime, ma basata su un profondo malcontento popolare. Poi, nel 1891-1894, fece fronte al movimento ben più largo e più cosciente dei fasci siciliani dei lavoratori. Anche se 25 anni dopo Mussolini avrebbe rubato il loro nome, questi fasci siciliani della fine dell’Ottocento ovviamente non avevano alcun rapporto con il movimento fascista. Organizzazioni della popolazione povera, contadini, braccianti, mezzadri, operai, minatori, artigiani, i fasci, nati in tutta la Sicilia, erano l’espressione delle rivendicazioni di questi ultimi e tra l’altro della fame di terra dei contadini, ma erano anche improntati ad uno spirito ugualitario e socialista. L’esercito rispose al movimento dei fasci reprimendo le occupazioni di terra, tra l’altro con l’eccidio di Catalvuturo nel gennaio 1893. Ma di fronte a questo movimento di massa, che divampava in tutta la Sicilia, il governo liberale di Giolitti fu costretto a fare concessioni, prima di essere sostituito alla fine del 1893 dall’ex garibaldino e uomo della sinistra storica Francesco Crispi. Quest’ultimo, obbedendo alla pressione delle classi possidenti siciliane, organizzò una vasta repressione e mandò in carcere i dirigenti del movimento. Quanto alla mafia, anche se a livello locale alcuni dei suoi membri aderirono al movimento dei fasci, il suo intervento fu innanzitutto di aiuto alla repressione.

“Lo Stato è una banda di uomini armati” ha riassunto Engels in una famosa formula, indicando così, in una società divisa in classi, la necessità di un potere basato su una forza armata che faccia rispettare questa divisione a vantaggio della classe possidente. Ma nelle condizioni di instabilità della Sicilia post unitaria, la sola forza armata dello Stato italiano si rivelava insufficiente per adempiere a questo compito in modo durevole, e la mafia diventava per le classi possidenti un complemento indispensabile.

Le condizioni originali della rivoluzione borghese in Sicilia e in tutto il Meridione, quindi, hanno fatto sì che alla banda armata dello Stato italiano se ne aggiungesse un’altra, occulta ma non meno necessaria della prima al mantenimento dell’ordine borghese. Espressione di una parte della borghesia locale, al tempo stesso rivale e ausiliaria del potere di Stato ufficiale, questa banda, la mafia, divenne un elemento inevitabile della società. Essa stessa aveva bisogno di darsi un’organizzazione, e lo fece sotto il nome di ’”Onorata società”, sotto la direzione di Don Vito Cascio Ferro, che pare sia stato, alla fine dell’Ottocento, il primo autentico capo della mafia. Fu sotto il suo controllo che la mafia si dette una struttura centrale, un’organizzazione territoriale, definendo i feudi di ogni “cosca”... e un finanziamento sistematico tramite il pizzo, prelievo mafioso sui redditi di ciascuno. L’organizzazione mafiosa avrebbe poi preso il nome di Cosa nostra, reimportando dagli Stati Uniti il nome preso dalla mafia italiana in questo paese.

Questa “Onorata società” e i suoi membri, gli “uomini d’onore”, trovarono inevitabilmente delle complicità e anche dei rappresentanti all’interno del potere di Stato. Organizzazione nata in una società ancora precapitalista, seppe poi seguire le evoluzioni economiche e prendere posizione nel mondo degli affari, specializzandosi ovviamente in tutti quelli per cui era necessario fare largamente a meno della legalità borghese.

Mafia e borghesia mafiosa

In Sicilia già alla fine dell’Ottocento si può parlare dell’esistenza di un’autentica borghesia mafiosa. L’assassinio di Emanuele Notarbartolo, nel febbraio 1893, solleva uno scandalo nazionale perché la vittima è un ricco borghese, che è stato sindaco di Palermo dal 1873 al 1876, poi direttore generale della Banca di Sicilia fino al 1890. Ma il mandante dell’assassinio è anche lui un potente notabile, Raffaele Palizzolo, deputato eletto grazie alla rete di clientele politiche a cui dispensa favori. Si conoscono i suoi numerosi conflitti con Notarbartolo, che gli rimprovera i suoi intrallazzi finanziari, conflitti a cui l’assassinio di Notarbartolo da parte di un sicario di Palizzolo permette di porre termine. Nonostante tutto, lo scandalo porta Palizzolo in carcere davanti ai tribunali del Nord, prima di essere finalmente liberato per insufficienza di prove, e di tornare trionfalmente in Sicilia con l’aureola del martirio. Comunque il caso dimostra che la mafia ha già cambiato epoca e che, da organizzazione della borghesia rurale, è diventata anche quella di una parte della borghesia urbana, e dispone di importanti complicità in seno al sistema politico. Messa sotto accusa dalla stampa nazionale, alla quale lo scandalo dà l’occasione di scoprire la sua natura mafiosa, la buona società siciliana risponde ovviamente che la mafia non esiste: è solo un’invenzione della gente del Nord, un nuovo modo per denigrare, ancora una volta, la gente del Sud e i suoi costumi.

In seguito, il periodo fascista - cominciato nel 1922 - fu difficile per la Mafia, o almeno per un certo numero di mafiosi. Mussolini voleva dimostrare che la sua dittatura non tollerava che una parte del paese potesse sfuggire al suo controllo. Inviò nell’isola il prefetto Mori, con l’ordine di fare la guerra alla mafia con tutti i mezzi dello Stato. Egli organizzò vere e proprie operazioni militari, portando all’arresto e alla deportazione di centinaia di mafiosi, di cui alcuni si salvarono solo con la fuga, verso gli Stati Uniti in particolare. La repressione del prefetto Mori, che in questa occasione meritò il soprannome di “prefetto di ferro”, fece sparire una parte della delinquenza mafiosa, ma in realtà toccò solo il livello degli esecutori, degli sgherri, delle famiglie che controllavano questa o quella parte del territorio. Non solo il livello più alto dei finanzieri e dei grandi latifondisti non fu toccato, ma essi riuscirono a darsi una rappresentanza in seno al partito e al potere fascisti. Lo stesso “prefetto di ferro” cadde in disgrazia, e in realtà il solito compromesso tra Mafia e potere fu mantenuto, anche se in modo meno vistoso.

Passato quel periodo di mezza clandestinità, la Mafia poté risorgere con forza dopo lo sbarco anglo-americano del 1943, che essa facilitò, e la fine del potere fascista nell’isola. Riprese rapidamente il controllo del territorio, con l’appoggio delle autorità d’occupazione, soddisfatte di trovare interlocutori autorevoli e capaci di controllare la popolazione. Una parte della Mafia appoggiò anche un effimero movimento per l’indipendenza della Sicilia, dichiarando che l’isola sarebbe divenuta il cinquantesimo Stato degli USA.

Ma innanzitutto, la Mafia affermò ancora di più il suo potere sulle campagne siciliane, nel momento in cui, con la fine della guerra, il movimento contadino riprendeva a crescere. Sindacalisti contadini e militanti del Partito comunista organizzavano nuove occupazioni delle terre dei latifondisti, la cui influenza si era piuttosto rafforzata nel periodo fascista. Una convergenza si organizzò allora, tra le forze di repressione del cosiddetto Stato Democratico che si stava instaurando e la Mafia. Già nel 1944 a Villalba, feudo del boss mafioso Calogero Vizzini, quest’ultimo diede l’ordine di sparare su un comizio del dirigente comunista Li Causi. L’episodio più famoso fu però la strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947, quando la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sui contadini riuniti lì per un comizio, facendo una decina di morti. Ma ogni giorno i sindacalisti contadini rischiavano la vita, minacciati dai mafiosi, i quali erano coperti da numerosi complici in seno all’apparato di Stato e fino a Roma.

Lo stesso Salvatore Giuliano, la cui banda fu utilizzata dalla Mafia, fu ucciso nel 1950 dal suo luogotenente Pisciotta, il quale a sua volta sarebbe morto in carcere quattro anni dopo, per avere bevuto un caffè avvelenato. In tutti questi casi le complicità risalgono fino al ministro degli Interni dell’epoca, Mario Scelba, uomo forte della Democrazia Cristiana. Grazie a questi omicidi successivi, eliminando testimoni fastidiosi, si riuscì ad evitare di sapere di più su chi li aveva coperti.

Così ristabilito “l’ordine”, il periodo che si apre col secondo dopoguerra mondiale sarà favorevole. Gli anni 1950-1960 rimangono famosi come quelli del “sacco di Palermo”, periodo in cui un certo numero di imprese edili, fra le quali quelle del mafioso Francesco Vassallo, fanno affari d’oro grazie alle loro relazioni con tutti i dirigenti democristiani. Nel complesso però è un periodo abbastanza incerto per Cosa nostra, perché negli anni dal 1950 al 1960 il controllo della Mafia sulla società siciliana diminuisce. L’espansione economica di quel periodo, lo sviluppo dell’industria, dei servizi, degli impieghi pubblici, ma anche la massiccia emigrazione verso il Nord per la mancanza di lavoro, consentono infatti a tutta una parte della società di non essere più alle sue dipendenze. In questa società che sembra in progresso “l’uomo d’onore” non ispira più lo stesso rispetto. Anche se Cosa nostra prosegue le sue solite attività, il suo ruolo diminuisce, almeno relativamente allo sviluppo del resto della società. Purtroppo, sarà solo una parentesi.

Da questo punto di vista gli anni ’70 rappresentano una svolta. Mentre il periodo di espansione economica volge alla fine, le attività più parassitarie diventano più importanti. La collusione con i Comuni amministrati dalla Democrazia Cristiana permette di approfittare delle licenze di costruzione e degli appalti pubblici. La Mafia preleva il pizzo sulla maggior parte degli affari, che si tratti dei mercati agroalimentari o della costruzione di una strada. Si può allora verificare che la Mafia e i mafiosi hanno fatto un salto decisivo: la borghesia mafiosa è ormai una borghesia d’affari, radicata nell’immobiliare, nell’edilizia, nei lavori pubblici e nella finanza. Al tempo stesso la Mafia si apre al commercio internazionale, prende una posizione di primo piano nel narcotraffico, la cui espansione diventa mondiale. La sua organizzazione clandestina, la sua pratica delle armi e delle intimidazioni, i suoi collegamenti con le famiglie di Cosa Nostra negli StatiUniti, sono in questo senso vantaggi importanti.

Tuttavia non tutto è semplice in seno a Cosa nostra. L’esistenza di una “Cupola”, una specie di direzione suprema che riunisce le famiglie mafiose, destinata ad arbitrare sulla delimitazione di territori e campi di competenza, evidentemente non basta a risolvere i conflitti. Le guerre mafiose scoppiano quindi periodicamente tra le famiglie, lasciando morti sul terreno. Ogni tanto, anche i poliziotti, o i giudici troppo curiosi, o che credono troppo alla loro funzione, sono minacciati o eliminati. Lo Stato così sfidato è allora costretto a reagire, e i governi a rimettere all’ordine del giorno la lotta alla Mafia, limitando per qualche tempo la sua libertà d’azione o almeno le sue manifestazioni troppo vistose.

Camorra, ’Ndrangheta e altri

C’è nella storia della Camorra, la mafia della regione napoletana, un certo parallelismo con quella del suo corrispettivo siciliano, anche se è nata in un contesto urbano ben diverso dal contesto rurale dell’isola. Anche in questo caso, la stessa origine della parola “camorra” è ancora discussa dagli storici, che però sembrano ormai preferire un’origine spagnola dalla parola, Guarduña. Sembra comunque che almeno sin dal Cinquecento il nome sia stato dato alle bande di malfattori che imperavano nei quartieri di Napoli, e prelevavano la loro decima. Nel 1820 queste bande si diedero una struttura, costituendo la “Bella società riformata”, nel corso di una riunione tenutasi nella Chiesa Santa Caterina a Formiello, nel quartiere di Porta Capuana a Napoli. Da parte sua il regime regio, che stentava a controllare questa città socialmente esplosiva, incapace di impedire l’esistenza di bande di delinquenti che sfruttavano sistematicamente i quartieri, preferiva tollerarli ed eventualmente utilizzarli. La polizia dei Borboni di Napoli collaborò con queste bande, integrandole anche parzialmente al suo organico e utilizzando la Camorra come strumento di controllo sociale.

Lo Stato Unitario, sostituendo dopo il 1860 il vecchio Stato dei Borboni, riprese anche i suoi metodi. Con alti e bassi le relazioni di complicità, di collaborazione o almeno di rispetto reciproco - ognuno lasciando all’altro il suo proprio terreno - si mantennero. L’organizzazione della camorra subì alcune trasformazioni: la Bella società riformata fu sciolta ufficialmente nel 1915. Fino a quel momento, i tentativi per darle un’organizzazione piramidale sul modello siciliano erano falliti. La “Nuova Camorra Organizzata”, lanciata dal boss Raffaele Cutolo negli anni ‘70 come tentativo di resuscitare la Bella società riformata dell’Ottocento, si scontrò con la resistenza dei concorrenti, facendo esplodere una sanguinosa guerra di clan. Oggi ne risulta però una divisione di fatto del territorio tra le varie famiglie. La Camorra è sopravvissuta grazie alla tolleranza dello Stato e perché ha saputo seguire l’evoluzione economica, occupando gli spazi offerti dai traffici di ogni genere e quello dell’economia sommersa, al punto da diventare nel pieno del ventunesimo secolo una potenza, forse ancora più radicata in Campania di quanto lo sia Cosa Nostra in Sicilia.

Anche nella storia della ’Ndrangheta calabrese c’è qualche parallelismo con quella della sua corrispettiva siciliana. La parola deriva dal greco andragathìa, (virilità, coraggio) e ha indicato nel corso dell’Ottocento le organizzazioni segrete create dai contadini per resistere al potere dei grandi proprietari. Praticando le estorsioni in risposta alle estorsioni dei ricchi, queste associazioni diventarono semplici associazioni criminali, i cui membri però godevano sempre di un certo rispetto da parte della popolazione. I ceti più ricchi a loro volta si accordarono con esse. Anche in questo caso il potere occulto della ’Ndrangheta poté imporsi come una necessità, accanto ad un potere di Stato distante o assente. Dopo le difficoltà del periodo fascista, i boss locali della ’Ndrangheta poterono riapparire alla fine della Seconda guerra mondiale dopo lo sbarco alleato. Come in Sicilia, le autorità d’occupazione preferirono affidare l’amministrazione di molte città a questi uomini, capaci di esercitare la loro influenza e di controllare un territorio.

La ’Ndrangheta è anche l’organizzazione mafiosa che ha conosciuto lo sviluppo più spettacolare in questi anni. Discreta, basata su una struttura familiare e riti di appartenenza e di selezione che la rendono difficilmente penetrabile, ha potuto stabilire il suo controllo sull’economia agricola della regione Calabria. Poi, partita dal sud della penisola, è riuscita a controllare parti notevoli dell’economia del Nord.

La Sacra Corona Unita, la mafia della regione pugliese, la Stidda del sud della Sicilia, sono organizzazioni mafiose dalla storia più recente, nate come emanazioni della ’Ndrangheta o di Cosa Nostra, per iniziativa di alcune famiglie di queste due organizzazioni.

Tutte queste organizzazioni mafiose ereditano della loro storia caratteristiche comuni. Alcune sembrano solo folcloristiche, come le procedure di adesione alla società segreta, i riti di iniziazione con cui i nuovi membri devono giurare fedeltà alla tradizione, giurare di ubbidire ai capi, accettare in anticipo la sentenza di morte, in caso di tradimento o di rivelazione di segreti dell’organizzazione. Eppure tutto questo risponde, più che al folclore e alla tradizione, a una necessità concreta, trattandosi di costituire società segrete che possano agire efficacemente ai margini della legge, e farsi rispettare, sia dai loro propri membri che da tutti quelli con cui fanno affari.

La cosiddetta “cultura” mafiosa si aggiunge a queste necessità. Secondo le sue regole, “l’uomo d’onore” siciliano membro di Cosa nostra deve obbedire a determinati principi: rispettare la parola data, non ammettere il tradimento, punire chi lo pratica, essere giusto nell’arbitrato, accettare il sacrificio di sé per la causa degli “amici”, cioè dell’organizzazione. Questa morale, che si pretende specificamente siciliana, non manca anche di ispirarsi al conformismo cattolico: “l’uomo d’onore” dovrebbe anche essere un buon cristiano, non avere altra ambizione che far vivere bene la famiglia, rispettare le donne e - per esempio - rifiutare di sfruttare la prostituzione o di traviare i giovani. Ma ovviamente questi ultimi “principi” non reggono a lungo quando entrano in contraddizione con gli interessi dell’organizzazione, e tra l’altro con la necessità di affrontare la concorrenza di altre organizzazioni, che non fanno neanche finta di avere questa morale: fra il rischio di lasciare un “mercato” ad altri e transigere con i principi si fa presto a scegliere.

Tutta questa cosiddetta morale si ispira necessariamente alla storia della società in cui evolvono le bande mafiose, dando ad ognuna la sua specificità. La sua funzione è di dare una certa coerenza alla banda, ma anche una buona coscienza all’”uomo d’onore”, e innanzitutto al suo ambiente personale e familiare. Con l’aiuto di questa sorta di ideologia mafiosa, gli appartenenti a questo ambiente possono dichiarare che il mafioso, quando agisce in un modo che la maggior parte della società considera come criminale, non fa altro che difendere la famiglia e gli amici, conformandosi alle regole tradizionali. Certamente si potrebbero ritrovare regole dello stesso tipo nelle bande di delinquenti di tutto il pianeta. Ma fatto sta che questa banda riesce da più di un secolo a vivere in osmosi con una parte della società, e anche con una frazione importante dei ceti dirigenti.

Mafia ed economia

Il ricorso ai metodi d’intimidazione, all’assassinio, e a tutte le risorse che possono risultare da un’esistenza ai margini della legalità, tutto questo facilitato dalla tolleranza o addirittura dalla complicità delle autorità, hanno consentito alle organizzazioni mafiose di riuscire a conquistare un ruolo economico crescente. Si è visto come in Sicilia la vecchia mafia rurale ha saputo diventare un’autentica mafia d’affari, imperando sugli appalti di lavori pubblici e nella costruzione immobiliare, acquistando un ruolo dominante nel commercio internazionale dell’eroina, prelevando il pizzo su gran parte delle attività economiche, e naturalmente stabilendo legami con il mondo finanziario per avviare il riciclaggio del denaro sporco. Secondo alcuni studi il giro d’affari globale di Cosa nostra sarebbe di almeno 20 miliardi di euro, l’equivalente di un quarto del Pil della Sicilia, e aumenterebbe ancora.

In Campania la spartizione del territorio tra le famiglie della Camorra consente loro di controllare gran parte dell’attività economica. Roberto Saviano, oggi minacciato di morte dal clan di Casal di Principe che egli ha denunciato con nomi e cognomi, ha descritto nel suo libro “Gomorra” il ventaglio delle attività dell’organizzazione criminale.

Così, a partire dalle attività tradizionali di controllo dei traffici di sigarette o di narcotici, dalla pratica del prestito usurario alla prostituzione e all’immobiliare, dai lavori pubblici al pizzo sulle attività del porto, la Camorra è passata a campi più vasti: il controllo delle imprese d’appalto del settore tessile, impiegando gran parte di lavoratori al nero, e adesso il grande business dello smaltimento dei rifiuti, per cui i rappresentanti di commercio della Camorra girano tutta l’Europa per proporre di far scomparire i rifiuti industriali nella campagna napoletana, a prezzi stracciati ma inquinando gravemente e irrimediabilmente il suolo. La morsa della Camorra sul territorio della regione non ha fatto altro che rafforzarsi. L’aumento della disoccupazione e la perdita del lavoro nell’industria, infatti, non lascia più altra prospettiva ad una parte della gioventù, se non quella di accettare di lavorare per la Camorra, ad un livello che spesso è solo quello di aiutanti o di sgherri. Anche lì il giro d’affari complessivo della Camorra sarebbe di almeno 20 miliardi di euro.

Infine la ’Ndrangheta calabrese ha avuto un’estensione più discreta di quella delle sue sorelle siciliana e napoletana, perché più silenziosa e accompagnata da meno regolamenti di conti e assassinii, ma certamente non meno efficace. I fatti di Rosarno, nel gennaio 2010, in cui i suoi uomini hanno organizzato una spedizione punitiva contro i lavoratori immigrati impiegati negli agrumeti, hanno dimostrato in che misura sia una milizia antioperaia al servizio dei proprietari. Ma in realtà essa controlla gran parte del settore agroalimentare, dalla raccolta al trasporto e all’esportazione. Bisogna aggiungere ovviamente l’immobiliare e il racket dei lavori pubblici, illustrato dalle varie inchieste sulle gare d’appalto per l’assegnazione dei lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria alle varie famiglie della ’Ndrangheta. Ma la maggior parte del giro d’affari dell’organizzazione deriva ormai dal controllo che, uscendo dalla sua regione d’origine, ha potuto stabilire sul traffico della cocaina nel Nord, dal quale ricaverebbe il 60% dei suoi redditi. Così, arrivata ad accumulare enormi somme in contanti, la ’Ndrangheta le ricicla investendo nell’immobiliare e creando imprese nel settore edilizio, assicurandosi i mercati tramite la minaccia e il racket, già largamente sperimentati in Calabria per i lavori dell’autostrada già citata. Così una parte della ricca Italia del Nord, intorno a Milano, ormai paga il pizzo ai clan venuti dalla Calabria. Grazie a questo, l’organizzazione sarebbe diventata la più ricca delle organizzazioni mafiose con un giro d’affari che sarebbe di 45 miliardi di euro in Italia. Ma ormai la ’Ndrangheta ha allargato il suo campo d’azione ad altri paesi europei, quali la Germania, la Spagna o la Francia.

Così il giro d’affari annuale complessivo dell’insieme delle mafie italiane potrebbe avvicinarsi a 100 miliardi di euro. Anche la Confesercenti, associazione professionale delle medie e piccole imprese, ha stimato il bilancio complessivo delle mafie italiane a 135 miliardi di euro nel 2009, di cui 78 miliardi di utile netto. Un tale giro d’affari rappresenta più del 7% del Pil italiano. Infatti non c’è più traffico nel quale siano assenti, dal traffico di organi a quello delle armi, o addirittura dei prodotti radioattivi, dal settore sanitario a quello dei giochi, dai night allo sfruttamento delle filiere d’immigrazione clandestina.

Mafia e potere politico

Abbiamo visto come, sin dall’inizio del fenomeno mafioso, i rapporti tra quest’ultimo e il potere politico siano stati rapporti di complicità ben più che di confronto. Per la borghesia siciliana la Mafia era ed è rimasta uno strumento del suo dominio di classe, ed è così anche in Calabria e in Campania. Questo implica che, in un modo o nell’altro, essa penetri il potere politico e ne faccia fino ad un certo punto il proprio strumento, o comunque che questi due poteri paralleli collaborino e qualche volta si confondano.

La collaborazione esiste prima di tutto a livello locale, laddove i politici possono essere eletti solo se dispongono di una clientela elettorale a cui rendono qualche servizio. La Mafia o la Camorra, con il loro radicamento locale, possono fornire una tale clientela, o al contrario ritirare l’appoggio ai responsabili politici che non sono abbastanza comprensivi, o li possono anche semplicemente fare fuori. Gli scandali scoppiano ogni tanto, quando la collusione diventa troppo pubblica, ma in territorio mafioso è permanente e inevitabile.

Era di dominio pubblico, durante il lungo regno della Democrazia cristiana, che questo partito in Sicilia era il partito della Mafia, o comunque quello da essa sostenuto. Il periodo recente, dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato in effetti quello della collaborazione più aperta, fra l’altro sotto il regno dei sindaci democristiani di Palermo, Salvo Lima e poi Vito Ciancimino, anche se d’altra parte lo Stato centrale era portato a combattere le manifestazioni più vistose della Mafia. Aggiungiamo che tra mafiosi e politici borghesi l’anticomunismo e l’antisindacalismo hanno sempre fatto da cemento, i primi tra l’altro essendo in grado di svolgere il lavoro sporco che gli altri non si possono permettere.

Al livello dei dirigenti politici nazionali, ovviamente la collusione non è così aperta, ma è evidente che delle relazioni s’intrecciano tra dirigenti dello Stato e dirigenti mafiosi, fosse solo tramite i politici locali più vicini a questi ambienti. Il caso più conosciuto è quello di Giulio Andreotti, che fu sette volte presidente del Consiglio e comunque membro di quasi tutti i governi dal 1954 al 1992, e oggi finisce tranquillamente la sua carriera politica come senatore a vita della Repubblica. Secondo le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, questo dirigente della Democrazia cristiana, la cui longevità gli ha valso il soprannome di “inossidabile”, non avrebbe esitato ad incontrare direttamente il capo della Mafia Toto Riina a Palermo nel settembre 1987, incontro che si sarebbe concluso con il famoso “bacio”, segno di fiducia alla moda mafiosa fra i due uomini. Le accuse di collusione hanno dato luogo a processi da cui Andreotti è uscito assolto solo grazie al superamento dei termini di prescrizione. In effetti, i termini del giudizio hanno considerato che la “collaborazione attiva” tra Andreotti e Cosa nostra era stata stabilita.

Maggiore capo di Cosa nostra negli anni settanta, Stefano Bontate era in effetti molto vicino a Salvo Lima e Vito Ciancimino, i sindaci di Palermo più compromessi con la Mafia, che inoltre in seno alla Democrazia cristiana erano i migliori sostenitori di Andreotti. Molteplici fatti documentavano quindi la “collaborazione attiva” di cui parla il giudizio. Le cose cambiarono un po’ solo quando, in seno a Cosa nostra, il cosiddetto clan dei corleonesi cominciò a contestare il potere di Bontate. Dopo il suo assassinio nel 1981, fu sostituito alla testa di Cosa nostra da Totò Riina. Questo nuovo “capo di tutti i capi” si dimostrò meno propenso al compromesso, e sotto la sua direzione la collaborazione fra l’organizzazione mafiosa e la Democrazia cristiana divenne più difficile. Eppure, sempre sotto l’influenza democristiana, lo Stato fece un certo numero di gesti in direzione della Mafia, come l’annullamento di alcune sentenze o il visibile abbandono del generale Dalla Chiesa, inviato in missione nell’isola con il titolo di super prefetto, che morì assassinato. In questo contesto, il bacio tra Riina e Andreotti può essere stato un gesto di riconoscimento reciproco fra i due capi. Ci si può anche chiedere, in fondo, quale di questi due era il più mafioso.
Recentemente sono tornati a galla alcuni elementi sulla guerra mafiosa dell’anno 1992, durante la quale i giudici Falcone e Borsellino, impegnati nelle inchieste su Cosa nostra, furono eliminati in attentati spettacolari. L’anno cominciò con l’assassinio di Salvo Lima, apparentemente perché in qualità d’intermediario quasi ufficiale tra la Mafia e lo Stato non era riuscito ad ottenere da quest’ultimo le misure di clemenza che aveva promesso ai padrini. Si sa adesso che Toto Riina fece arrivare al governo, sempre tramite Vito Ciancimino, le sue dodici condizioni per porre fine alla “guerra”, condizioni che comportavano innanzitutto l’ammorbidimento delle procedure lanciate contro Cosa nostra. Gli assassinii stavano lì a dimostrare che Riina non scherzava.

Ovviamente non si conoscono i particolari del negoziato che ne risultò. Si può solo constatare che tutto questo portò alcuni mesi dopo, all’inizio del 1993, all’arresto di Toto Riina, abbandonato a sua volta dal suo luogotenente Bernardo Provenzano. L’arresto certamente non era casuale, poiché Provenzano fu il successore di Riina e con lui si stabilirono rapporti meno conflittuali. Nel frattempo la Democrazia cristiana, minata dagli scandali, cominciava a scomparire dalla scena politica, ma risulta da alcuni documenti e testimonianze che Cosa nostra aveva ricevuto nuove garanzie: il nuovo partito che sarebbe stato lanciato sotto la direzione di un certo Silvio Berlusconi avrebbe dimostrato comprensione verso gli interessi mafiosi, e Cosa nostra raccomandava di votare per lui. Uno degli amici siciliani di Berlusconi, Marcello dell’Utri, che più tardi sarebbe stato condannato per complicità in associazione mafiosa, se ne faceva garante. Grazie a questo, alle elezioni successive del 1994, in Sicilia il voto per il nuovo partito Forza Italia sostituì senza colpo ferire il voto democristiano, e Berlusconi poté diventare Presidente del Consiglio.

Così la Mafia ha evidentemente numerosi canali per influenzare lo Stato, ma anche lo Stato sa trovare i canali per controllare la Mafia, almeno fino a un certo punto. Può per esempio appoggiare un capo-clan contro un altro, oppure decidere di ignorare per anni il nascondiglio di un boss, anche se questo posto non è molto difficile da trovare. Fino al giorno in cui, per un motivo o per un altro, questo accordo tacito s’interrompe e di colpo si trova il nascondiglio del boss, come è successo nel caso di Riina e come poi doveva succedere anche per Provenzano. Questo rapporto ambiguo, nel quale lo Stato e la Mafia si combattono in pubblico ma in realtà si tollerano l’un l’altro, si è mantenuto per anni sotto i governi democristiani e si mantiene oggi sotto Berlusconi, forse con legami ancora più stretti.

Il capitale mafioso

Il giro d’affari delle attività mafiose indicato sopra, e più ancora l’ammontare delle somme, indicano una realtà ancora più preoccupante: esiste un autentico capitale mafioso, il cui tasso di profitto e la velocità di accumulazione superano di gran lunga quelli degli altri capitali. E infatti, se si tratta di 80 miliardi di euro all’anno nella sola Italia, solo una parte di questi guadagni può essere speso in consumi di lusso, acquisto di ville o di auto di lusso. E come si può immaginare, per Cosa nostra come per la Camorra e la ’Ndrangheta, il problema del riciclaggio e del piazzamento dei guadagni è un problema impellente. Esiste quindi in seno alla mafia un dipartimento finanziario, il cui ruolo è innanzitutto di “pulire” il denaro, piazzarlo e reinvestirlo in attività legali o meno.

È l’attività a cui si è dedicato tra l’altro il banchiere Michele Sindona, la cui folgorante ascesa negli anni 1960-1970 fu parallela all’espansione degli affari di Cosa nostra. Legato a Salvo Lima, Sindona lo era anche con la Democrazia cristiana e Andreotti, il Vaticano e la sua banca, l’Ior - Istituto delle Opere di Religione, presidiato dal vescovo Marcinkus, e infine il Banco Ambrosiano e il suo dirigente Roberto Calvi. Sindona, che d’altra parte ostentava un anticomunismo a tutta prova, sembra essere stato innanzitutto un pioniere in materia di riciclaggio di denaro sporco tramite i paradisi fiscali, facendone approfittare amici, clienti e altre relazioni, dai padrini di Cosa nostra ai vescovi e ad altri personaggi incontrati nell’influente loggia massonica P2, covo di cospiratori reazionari di cui faceva parte. Tutto questo senza disdegnare di dedicarsi anche alla speculazione finanziaria, per esempio nel 1973 alla speculazione contro la lira.

Nel 1979 Sindona fece assassinare l’avvocato Ambrosoli, che stava indagando sui suoi affari. Questo non impedì che Sindona e Calvi, i veri banchieri di Cosa nostra all’epoca, finissero assassinati anche loro, il primo dopo avere bevuto un caffè avvelenato nel carcere dove scontava la sua pena per l’assassinio di Ambrosoli, e il secondo impiccato sotto un ponte di Londra. In questi due casi sembra che la mafia si sia vendicata per la gestione rischiosa dei fondi affidati a questi suoi due banchieri.

Nondimeno ciò che si può chiamare "l’accumulazione del capitale mafioso" è poi proseguita. È fra l’altro su questi circuiti finanziari che hanno cercato di indagare i giudici Falcone e Borsellino, assassinati nel 1992 da Cosa nostra. E fatto sta che dopo i casi Sindona e Calvi, che furono in primo piano negli anni 1980, le rivelazioni sui soldi della Mafia sono diventate più rare.

Certamente questo denaro qualche volta torna a galla, almeno in parte. Così il governo Berlusconi ha fatto appello nel 2009 al ritorno dei capitali evasi, con la cosiddetta misura dello scudo fiscale: i possessori di capitali erano invitati a rimpatriarli con il pagamento di una modesta tassa del 5%, senza che si chiedesse loro più informazioni sull’origine dei fondi. Così 85 miliardi di euro sono stati regolarizzati, di cui 35 miliardi sarebbero disponibili per l’investimento in Italia, nel caso i loro proprietari lo vogliano. Forse sta lì una parte del Tesoro della Mafia, anche se è evidente che la maggior parte dei soldi sono stati evasi nei circuiti internazionali della finanza, in qualche paradiso fiscale o altrove, sui conti delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali.

Infatti, da più di vent’anni, la globalizzazione degli scambi finanziari e la soppressione di ogni controllo sugli scambi di capitali hanno aiutato i capitali mafiosi a fondersi nella massa di denaro che ogni giorno circola nelle istituzioni finanziarie del pianeta, senza ormai che sia possibile distinguere il denaro sporco dal denaro pulito, per quanto quest’ultimo esista davvero. Con l’aiuto del segreto bancario, le istituzioni finanziarie, di qualunque si tratti, preferiscono evitare ogni tipo d’inchiesta sui fondi che utilizzano. Il denaro di provenienza illecita che si ritrova sui loro conti è protetto almeno come il denaro che proviene dalle attività lecite o presunte tali.

Dalla delinquenza medioevale a quella del ventunesimo secolo

Certamente le organizzazioni mafiose italiane non sono l’unica "criminalità organizzata" esistente nel mondo. Hanno però ereditato della loro storia una posizione particolare nella società, che ne fa un elemento permanente e spiega la loro longevità. Nel complesso rappresentano probabilmente non più di alcune decine di migliaia di uomini, ma la loro posizione sociale li rende inespugnabili. In Sicilia, ma anche in Calabria e Campania, le mafie beneficiano di un’organizzazione territoriale che, coniugata con i loro mezzi di ritorsione violenta, consente loro di avere un controllo stretto della società, che il potere di Stato non gli contesta. Tanto più facilmente hanno conquistato una posizione dominante in alcuni settori dell’economia. Ne deriva anche una penetrazione in seno agli organi del potere politico, che va oltre la semplice collusione o la corruzione di questo o quel dirigente: si tratta di un’autentica collaborazione, nella quale il potere di Stato e il potere mafioso si completano più che combattersi, aggiungendo i loro mezzi di controllo sociale.

L’abbiamo detto: queste organizzazioni mafiose, sorte direttamente dal passato medioevale e feudale, hanno potuto sopravvivere solo perché la rivoluzione borghese italiana, in particolare nel sud, è stata solo una rivoluzione incompleta. Lo sviluppo economico avrebbe potuto ridurle ad un ruolo marginale, se esso fosse stato abbastanza forte da provocare finalmente gli sconvolgimenti sociali che la rivoluzione del 1860 non aveva realizzati. Ma, al contrario, l’evoluzione ha portato al mantenimento del sottosviluppo relativo delle regioni del sud, e con questo a un terreno fertile per le mafie.

Quindi sono queste ultime che hanno saputo prendere a loro modo il treno dello sviluppo capitalista. La Sicilia e il Meridione davano loro una base e un punto di partenza, dal quale potevano inserirsi nei traffici mondiali. La loro posizione di organizzazioni delinquenziali, ma ben inserite nella società, era un elemento favorevole per sfruttare gli spazi che il commercio locale e mondiale poteva lasciare alle organizzazioni che agivano ai margini della legalità, utilizzando le armi, l’intimidazione e l’assassinio con efficienza, in modo professionale e senza scrupoli. Dall’intimidazione dei contadini siciliani riluttanti a pagare la gabella, le organizzazioni mafiose hanno potuto passare all’estorsione generalizzata e al racket, alla speculazione immobiliare, prima di prendere una posizione dominante nel narcotraffico, nello smaltimento illegale di rifiuti industriali e in molti altri traffici, senza dimenticare la speculazione finanziaria.

Allora, se esiste una compenetrazione dello Stato e dell’economia, c’è anche una compenetrazione dello Stato parallelo mafioso e dei circuiti dell’economia parallela, nazionale e internazionale, fino al livello in cui economia parallela e economia in generale, profitti illeciti e profitti leciti, si raggiungono e si confondono nei canali del sistema finanziario.

Chiaramente, se questa economia parallela può fare la ricchezza di alcuni, essa rappresenta nel suo complesso un enorme prelievo sulla società, di cui tende a mantenere il sottosviluppo e l’arretramento, la brutalità e l’incultura. Si capisce che da una generazione all’altra questa situazione abbia suscitato la rivolta di quelli che non si rassegnavano davanti una società che non propone loro un altro futuro, se non quello di sgherro o di sostegno della mafia. Molti militanti hanno pagato con la loro vita l’impegno contro la mafia. Si può ricordare la figura di Giuseppe Impastato, militante dell’estrema sinistra assassinato nel 1978 dalla mafia per averla denunciata pubblicamente nel suo feudo. Ma bisogna anche parlare dei giudici, poliziotti o giornalisti che, convinti di servire così la causa della democrazia, si sono impegnati in prima persona in questa lotta contro la mafia e ci hanno lasciato la vita, come Falcone, Borsellino e molti altri. Purtroppo essi alla fine hanno fatto da alibi ad uno Stato e ad una borghesia che, lungi dal combattere davvero la mafia, vivono in simbiosi con essa e le permettono di esistere. I politici borghesi hanno bisogno di mantenere il mito dell’esistenza di uno Stato democratico, in cui le leggi sarebbero uguali per tutti e in cui l’illegalità non pagherebbe. La "lotta alla mafia" che dicono di condurre, il sacrificio di quelli che la conducono con sincerità e dedizione, permettono - se non di combattere veramente questa organizzazione criminale - almeno di mantenere l’apparenza che venga combattuta.

La "piovra mafiosa" era una sopravvivenza della società precapitalista, ma ha ben prosperato in seno alla società capitalista moderna, protetta in realtà dallo Stato e dai politici borghesi. Sta ancora meglio oggi, in un’epoca in cui il capitalismo decadente accentua tutti i suoi aspetti parassitari. Per eliminarla non sarà sufficiente niente di meno che una autentica rivoluzione sociale, che porrà fine al sistema capitalista stesso. Si è visto a più riprese in passato la mafia collocarsi in prima fila tra i nemici dei proletari, fornendo anche le truppe d’assalto per massacrarli. Ma proprio per questo sarà solo la lotta del proletariato a eliminare questo cancro della società.


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