Internazionale
Algeria

Gaïd Salah cerca di porre fine alla protesta

Sabato 4 maggio, il capo di stato maggiore dell’esercito algerino, Gaïd Salah, ha arrestato tre potenti personaggi, emblematici della "banda" denunciata dalla popolazione in lotta: Said Bouteflika, il fratello minore del presidente caduto, e due ex capi dei servizi segreti, Mohamed Médiène e Athmane Tartag.

Considerato l’uomo forte del regime e particolarmente odiato nel paese, Said Bouteflika è stato oggetto nelle manifestazioni di numerosi slogan che ne chiedevano l’arresto. Da parte sua, il generale Mediene, noto come "Toufik", capo dei servizi segreti per 25 anni, è stato accusato da Gaïd Salah qualche settimana fa di aver complottato contro l’esercito. Il generale Tartag, noto come "Bashir", capo della direzione dei servizi di sicurezza, ha lasciato il suo incarico lo stesso giorno in cui il presidente Abdelaziz Bouteflika si è dimesso, il 2 aprile. Tutti e tre sono stati incarcerati e perseguiti per "violazione dell’autorità dell’esercito" e "complotto contro l’autorità dello Stato". Così il 3 maggio, 11° venerdì di mobilitazione e vigilia del Ramadan -il mese di digiuno-, il capo dell’esercito ha inferto un duro colpo al clan Bouteflika.

Un tentativo per salvarsi

Da settimane Gaïd Salah denuncia le azioni di una "banda" all’interno dei vertici statali, accusata di voler interrompere le manifestazioni, di compromettere la transizione "costituzionale" e di aver coperto gli atti fuorilegge di molti oligarchi. Così, il capo di stato maggiore ha incoraggiato l’arresto di diversi uomini d’affari noti per essere vicini al clan Bouteflika, come Ali Haddad, capo del CFE, l’equivalente della Confindustria, o dei fratelli Kouninef, padroni del gruppo di lavori pubblici KouGC. Anche Issad Rebrab, miliardario a capo del gruppo agroalimentare Cevital, sospettato di essere vicino al generale Toufik, è in carcere dal 22 aprile. L’ex primo ministro Ahmed Ouyahia e l’ex capo della polizia Abdelghani Hamel sono stati ascoltati dal procuratore per i casi di corruzione.

Indossare l’uniforme del vigilante è un modo per Gaïd Salah di far dimenticare che egli stesso è stato un pilastro del "sistema", un fedele sostegno di Bouteflika fino all’ultimo momento, prima di spingerlo a dimettersi sotto la pressione della piazza. Così, se il Capo di Stato Maggiore ci tiene ad apparire come solidale con lo Hirak (il movimento), è per salvarsi la testa. D’altra parte, non vuole che sia rimessa in discussione la "tabella di marcia" decisa a seguito delle dimissioni di Bouteflika, che prevede l’organizzazione di elezioni presidenziali il più presto possibile per evitare un vuoto costituzionale. Come dirigente di uno Stato al servizio delle classi dirigenti, il nuovo uomo forte del regime vorrebbe incanalare la rivolta popolare e impedire che diventi più radicale.

La mobilitazione continua

Non è affatto sicuro che i dimostranti, ancora molto numerosi ad Algeri venerdì 3 maggio come in altre grandi città del paese, saranno ingannati da questa operazione "mani pulite". Quel giorno, molti slogan e striscioni erano chiaramente diretti contro il capo dell’esercito. "Gaïd Salah, vattene da qui!” "Gaïd Salah, camaleonte, non sottovalutare il popolo". La popolazione mobilitata rifiuta ancora massicciamente lo svolgimento delle elezioni annunciate per il 4 luglio. Rifiuta di dialogare con dirigenti rappresentativi del sistema come il governo l’ha invitata a fare, chiedendo sempre le dimissioni dei 2 B (Il capo di Stato provvisorio Abdelkader Bensalah e il Primo Ministro Noureddine Bedoui). In tutto il paese, i manifestanti hanno denunciato i tentativi di dividere il movimento, con alcuni leader politici che cercano subdolamente di fomentare il razzismo contro i cabili (la minoranza berbera) e altri il regionalismo degli stessi cabili. Con grande morale e grande determinazione i dimostranti hanno gridato per strada "non ci fermeremo, neanche durante il Ramadan".

La popolazione rimane mobilitata, determinata a non dare tregua e a mantenere alta la pressione per "farla finita con il sistema". Perché questo slogan, tante volte ribadito in queste settimane, possa diventare realtà, ci vorranno ancora molte lotte e soprattutto la coscienza, da parte dei lavoratori, del ruolo che vi dovranno assumere come classe.

M N


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