Internazionale
Francia

Lutte ouvrière nelle elezioni europee

“Da” “Lutte de classe” n° 198 – Marzo-Aprile 2019

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Alle elezioni del Parlamento europeo del 26 maggio, Lutte Ouvrière (Lotta operaia) presenterà una lista guidata da Nathalie Arthaud e Jean-Pierre Mercier.

Sarà una campagna in cui faremo appello alla coscienza di classe dei lavoratori. Lo faremo a partire dal senso di appartenenza alla classe sociale di coloro che hanno solo il proprio salario per vivere, coloro che non sono padroni delle proprie condizioni di vita, a cominciare dal posto di lavoro, dal potere d’acquisto e da tutto quello che ne deriva.

Questa coscienza parte dall’orgoglio di far parte di coloro che, con la loro attività, fanno funzionare l’intera economia, dalle fabbriche alle banche, dai circuiti di distribuzione ai trasporti, ecc; coloro che sono la base di tutta la vita sociale; coloro che curano, insegnano, trasmettono e forniscono le migliaia di servizi essenziali alla vita della comunità, dagli asili nido alle case per la vecchiaia.

La coscienza di classe comincia con la convinzione che tutti coloro che lavorano hanno diritto ad una vita dignitosa, corrispondente a ciò che è necessario e possibile nel nostro XXI secolo, che non accettano il degrado delle loro condizioni di vita e non si rassegnano alla loro situazione.

La coscienza di classe, a livello politico, è molto più di questo. È la convinzione di appartenere alla classe sociale che ha la possibilità, ma anche la vocazione storica, di incarnare un futuro diverso per l’umanità rispetto ad un’organizzazione sociale dominata dal grande capitale e dalla grande borghesia che lo monopolizza.

Questa coscienza è stata incarnata in passato da partiti il cui obiettivo consisteva nell’emancipazione della classe operaia da raggiungere con gli unici mezzi possibili: la rivoluzione sociale, il rovesciamento del potere della borghesia, la liquidazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la riorganizzazione dell’economia a vantaggio della collettività.

Questa coscienza deformata, distorta e tradita dai grandi partiti che l’hanno incarnata in passato e che facevano riferimento al socialismo e al comunismo, è stata cancellata, lasciando la classe operaia senza bussola o con riferimenti fuorvianti. Il clima deleterio del capitalismo in fase di agonia pesa sullo stato d’animo degli stessi lavoratori e, ancor più, sulla loro visione della società, sui rapporti di classe. Questa non è una novità, la coscienza di classe nel senso politico del termine è sempre stata una lotta contro la pressione corruttrice del capitalismo, dall’individualismo allo sciovinismo.

Questa lotta è stata abbandonata, progressi­vamente o brutalmente, dai maggiori partiti della classe operaia, i parti socialisti e comunisti. A tal punto che le parole più semplici, il linguaggio della lotta di classe - a cominciare da sfruttamento e sfruttati, grande borghesia, grande capitale e classe operaia – hanno assunto un significato completamente diverso da quello trasmesso dalla tradizione operaia. L’influenza marcescente del capitalismo corrompe le parole. La società è ridotta alle "classi medie". Una parte crescente della classe operaia viene definita "autoimprenditrice". E quando il governo parla di riforme, lo fa non per migliorare, anche solo gradualmente, il destino degli sfruttati, ma per dare loro nuovi colpi.

Tocca ai militanti che vogliono ricostruire un partito comunista rivoluzionario cogliere ogni occasione per trasmettere le tradizioni e i valori del movimento operaio, ed anche le parole per esprimerli. Le elezioni e le campagne elettorali sono una di queste occasioni.

Gli Stati nazionali e l’Unione europea: strumenti di oppressione al servizio della grande borghesia

Ricorderemo che il Parlamento europeo, come tutte le istituzioni elette nella democrazia borghese, funge da foglia di fico per un’armata di funzionari non eletti e, dietro di essa, per il dominio del grande capitale. È un’istituzione che afferma di rappresentare i popoli dell’Unione europea (UE). Non li rappresenta più di quanto i parlamenti nazionali rappresentino gli interessi del loro stesso popolo, né sotto Macron né prima. Non può farlo per il motivo fondamentale che gli sfruttatori e gli sfruttati hanno interessi contrapposti e che il cosiddetto "interesse nazionale" esprime, nella società di classe, l’interesse della classe dominante.

L’attuale unione tra gli Stati, che sono tutti al servizio delle loro classi di possidenti, è cementata solo dal comune desiderio di garantire che i propri capitalisti abbiano un mercato più ampio possibile per facilitare la circolazione dei beni e dei capitali. Ma questa comune volontà nasconde la brutalità dei rapporti di potere tra gli Stati imperialisti dell’Europa e la parte meno sviluppata del continente. L’ultimo esempio è la guerra condotta contro le classi lavoratrici in Grecia dalle potenze imperialiste dell’Europa occidentale, dalle loro banche e dai loro dirigenti.

Il rimettere le ex Democrazie Popolari sotto controllo delle grandi società capitalistiche, tedesche, francesi e britanniche, ne è un altro esempio. Dalle automobili agli ipermercati capitalistici e alle banche, l’Europa centrale e orientale, dalla Polonia alla Bulgaria, è tornata ad essere un campo di battaglia per le multinazionali, come lo era prima della seconda guerra mondiale.

L’unione di tutti i popoli d’Europa è una necessità per questo continente con una storia comune che, sebbene i suoi popoli siano tanto intrecciati e le sue economie tanto interdipendenti, è stato spesso dilaniato dalle guerre. Ma l’Unione europea non è un’unione di popoli. È quell’associazione di bande di briganti, costituita dai paesi imperialisti dell’Europa occidentale, i più potenti dei quali, Francia, Germania e Gran Bretagna, si spartiscono la dominazione del continente.

I briganti capitalisti dei vari paesi, che siano associati oppure si scontrino, comunque fanno la guerra a chi ha solo il proprio lavoro per vivere.

Trattandosi di elezioni il cui obiettivo è eleggere il Parlamento europeo e il cui pretesto è il futuro dell’Europa, difenderemo il punto di vista che corrisponde agli interessi politici della classe operaia. L’unificazione dell’Europa fa parte del nostro programma. La frammentazione di questo continente in Stati nazionali rivali, che difendono gli interessi specifici delle borghesie nazionali, è uno degli aspetti più reazionari e più dannosi dell’organizzazione capitalistica della società.

Un secolo fa, Trotsky difendeva la prospettiva degli Stati Uniti socialisti d’Europa. L’incapacità della borghesia che domina l’Europa di realizzarli è l’espressione della sua incapacità di realizzare qualunque cosa che sia progressista, cioè che vada in direzione del progresso della società umana.

È stata la rivalità tra le borghesie imperialiste di Francia, Germania, Regno Unito, Italia, ecc., nel corso di due guerre fratricide divenute guerre mondiali, ad allargare un divario di sangue tra popoli che avevano creato mille legami economici, culturali e umani tra loro nel corso di una storia comune. Questa rivalità tra le borghesie, anche quando non sfocia in una guerra, pesa sui lavoratori. Nell’invocare la concorrenza, la necessità di essere competitive tra loro, le varie borghesie aggravano le condizioni di lavoro e i salari di tutti i lavoratori.

Nel corso dell’ultimo secolo, l’interdipendenza economica è diventata molto più forte. La globalizzazione ha moltiplicato e ampliato i legami in tutto il mondo. Gli Stati Uniti d’Europa devono essere integrati in una federazione mondiale di popoli, affrontando collettivamente le principali questioni globali che riguardano il futuro stesso dell’umanità - riscaldamento del clima, inquinamento marino, minacce per molte specie viventi e quindi per la vita stessa.

Questi grandi problemi non possono essere risolti sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione, della concorrenza e della frammentazione del mondo in Stati nazionali.

L’Europa può essere unificata, garantendo una vita democratica a tutti i suoi popoli, in particolare alle minoranze oggi oppresse, solo se viene rovesciato il potere della borghesia.

Come potrebbe il capitalismo aprire una prospettiva così grandiosa come quella di un’Europa senza frontiere e integrata nella comunità umana nel suo complesso? Non è nemmeno in grado di garantire che i bisogni più elementari di tutti siano soddisfatti, proprio mentre le forze produttive di tutta l’umanità hanno raggiunto un livello in cui tali bisogni potrebbero e dovrebbero essere soddisfatti.

Finché si manterrà l’attuale organizzazione della società, pur militando per il suo rovesciamento, i comunisti rivoluzionari continueranno a difendere il diritto democratico fondamentale di tutti a muoversi e a stabilirsi liberamente, indipenden­temente dalla loro origine, europea o meno. Essi affermano che i lavoratori appartengono alla stessa classe, con gli stessi interessi e con la stessa lotta da portare avanti per la loro eman­cipazione. Opporranno l’internazionalismo a tutte le forme di demagogia nazionalista. Ritengono, inoltre, che il rafforzamento delle frontiere e la caccia ai migranti siano espressioni dell’evolu­zione reazionaria della società e siano mortalmente pregiudizievoli agli interessi dei lavoratori.

I partiti politici della borghesia che competono alle elezioni europee sono divisi tra coloro che presentano l’UE come un’opportunità e coloro che la denunciano come la fonte di tutti i mali. Mentono sia gli uni che gli altri.

Non abbiamo alcuna intenzione di schierarci con nessuna delle due parti. Portare la discussione sulla scelta tra più o meno Unione europea è un falso dibattito per spingere i lavoratori, ancora una volta, a dimenticare i propri interessi di classe.
Contro il grande capitale, il campo dei lavoratori

Lutte ouvrière si presenta in queste elezioni per dare voce agli interessi materiali e politici della classe operaia. Ciò si fa a partire dalle loro esigenze vitali di fronte alla crisi dell’economia capitalistica, che sta spingendo masse crescenti verso l’indigenza e la miseria. Ci presentiamo per dimostrare che anche queste esigenze più elementari non possono essere soddisfatte senza mettere in discussione il capitalismo e il regno della grande borghesia sulla società.

Ci battiamo per difendere il diritto fondamentale della classe operaia ad una vita adatta al XXI secolo, sia nel campo materiale che nel campo immateriale della dignità umana.

Anche per imporre questo diritto, la classe capitalistica va espropriata, la proprietà di grandi fabbriche, banche, catene di distribuzione e grandi mezzi di produzione va tolta ad essa e messa a disposizione della comunità.

La classe operaia potrà accedere a una chiara consapevolezza di questa necessità solo attraverso lotte per la sua sopravvivenza. Ma, affinché queste lotte non vengano deviate su un binario morto o, peggio ancora, non alimentino forze politiche violentemente ostili alla classe operaia, i lavoratori hanno bisogno di un programma di lotta, di obiettivi e di un’organizzazione. Ci vuole un partito operaio rivoluzionario.
Il movimento del gilets gialli, durante il breve periodo in cui si sviluppava esprimendo la disperazione e la rivolta di alcune tra le categorie più schiacciate del mondo del lavoro - piccoli imprenditori, pensionati, disoccupati -, ha sollevato una moltitudine di problemi. Queste domande, ampiamente diffuse, ci dovrebbero orientare nella formulazione concreta dei nostri interventi.

I grandi contingenti della classe operaia, quelli delle grandi imprese, non si sono mossi. Ma si sono ritrovati nei problemi sollevati, perché erano anche i loro, per cui il movimento ha avuto la simpatia dei lavoratori. Ciò spiega perché numerosi lavoratori, anche quelli delle grandi imprese, siano stati attratti dalle manifestazioni e dai blocchi di rotatorie. Spiega anche le numerose discussioni che ne sono scaturite, rompendo il clima di rassegnazione, se non altro perché alcuni hanno osato agire! È stato il principale contributo del movimento dei gilets gialli.

Cosa ne rimarrà nel tempo e con la decrescita del movimento? I problemi rimangono e i futuri movimenti di protesta - ce ne saranno inevitabilmente ancora di fronte agli attacchi della borghesia - ruoteranno intorno alle stesse questioni, dal momento che coinvolgeranno questa o quella categoria del mondo del lavoro. Saranno i problemi legati alla disoccupazione e al potere d’acquisto, sia dei lavoratori attivi che dei pensionati, le questioni relative alle ingiustizie sociali, alla crescente disuguaglianza tra il mondo degli sfruttati e quello degli sfruttatori, le domande sulla politica di governo e sulla mancanza di trasparenza delle sue decisioni.

Le domande poste già sono riprese e strumentalizzate, e lo saranno sempre di più, da correnti politiche che rappresentano varie opzioni per la borghesia e che vanno dalla sinistra riformista tipo Mélenchon all’estrema destra in tutte le sue varianti, compresa quella più apertamente fascista. Nel dare le proprie risposte, tutte queste correnti interpretano, smussano e trasformano le domande.

Il movimento ha fatto emergere un certo numero di militanti "gilets gialli", di cui alcuni non avevano alcun impegno politico precedente, ed altri, sebbene ne avessero uno, se ne erano allontanati. Questo nucleo militante ha un ruolo evidente nell’organizzazione del movimento, nella sua durata. Molti erano disgustati dai partiti istituzionali. Tuttavia, sono approdati alle preoccupazioni politiche in un contesto dominato da idee che, nella migliore delle ipotesi, sono riformiste, ma ben più spesso reazionarie. Il movimento stesso spinge alla politicizzazione. Ma la generazione spontanea non esiste per quanto riguarda le idee e i programmi. La contestazione dell’ordine costituito non indica cosa mettere al suo posto e chi lo farà. Questi militanti si trovano in un vicolo cieco. Se riusciranno a costruire una forza politica, anche solo allo scopo di candidare una lista gialla alle elezioni europee – il che non è scontato -, essa non potrà che somigliare al Movimento 5 stelle d’Italia oppure ad un’altra variante quale Podemos della Spagna.

Per i comunisti rivoluzionari, la campagna per le elezioni europee può e deve essere l’occasione di dare alle questioni sollevate dal movimento le risposte che corrispondono agli interessi della maggioranza sfruttata o oppressa della popolazione, risposte che il movimento non ha potuto fornire a causa della sua composizione sociale e delle politiche proposte dalle forze che cercano di svolgervi un ruolo, nella maggior parte dei casi dietro la maschera dell’apoliticità.
Il potere d’acquisto sembrava essere il denominatore comune della contestazione. Ma questa rivendicazione è stata fin dall’inizio bloccata dal fatto che la sua soddisfazione opponeva i piccoli padroni coinvolti nel movimento ai lavoratori salariati, a cominciare dai propri.

Istintivamente, i gilets gialli hanno cercato di risolvere questa contraddizione ignorandola, cioè evitando ciò che creava difficoltà. Ma l’apoliticità, ampiamente e sinceramente condivisa da molti gilets gialli, non poteva essere una garanzia di crescita per il movimento. Al contrario, è stata uno dei principali ostacoli. In particolare, ha permesso all’estrema destra di avanzare mascherata nascondendo le sue prospettive antioperaie.

Le classi sfruttate non possono prendere coscienza dei propri interessi politici se rifiutano di portarli avanti per paura di dividere il movimento. Tutte le classi lavoratrici stanno subendo il peso schiacciante del grande capitale sulla società. Ma è impossibile prendere coscienza di questa realtà, trarne tutte le conclusioni riguardo ai rapporti di classe, capire quando gli interessi delle classi lavoratrici differiscono e si contrappongono, quando coincidono e come possono condurre a prospettive comuni, se ci si astiene dal parlare di classi sociali o di sfruttamento, tutte cose considerate come "politiche".

La protesta che abbraccia vari strati popolari può portare ad una prospettiva comune ed unificare tutte le categorie popolari vittime della dittatura del grande capitale solo se la classe operaia si mobilita in quanto tale. La classe operaia è al centro del sistema capitalistico. È l’unica a non essere legata in alcun modo a questo sistema dalla proprietà privata e la sola a poter portare la contestazione del sistema fino al punto di rovesciarlo. Lo può fare solo se agisce là dove è forte, dove sono concentrati i principali contingenti di lavoratori: nelle grandi imprese, quelle della produzione, ma anche della finanza, dei trasporti e della distribuzione di massa. Ma così facendo, dovrà essere la miglior combattente, la portavoce di tutte le categorie sociali vittime dell’ordine capitalistico. Lo può fare solo sotto la propria bandiera, con le proprie esigenze e con i propri mezzi.

Bloccare l’economia, o farla funzionare nell’interesse collettivo?

Ciò che più ha entusiasmato i media borghesi al riguardo del movimento dei gilets gialli nei suoi primi tempi è stato il "carattere originale" dei blocchi di rotatorie che hanno sconvolto la vita economica e reso il movimento più visibile. Ma lo ha anche chiuso entro stretti limiti.

La prospettiva politica della classe operaia non è bloccare la vita economica, ma riorganizzarla, farla funzionare in modo diverso. Si tratta di togliere alla grande borghesia la proprietà dei grandi mezzi di produzione e il controllo di tutta la vita economica.

Da questa differenza di prospettiva scaturiscono le differenze nelle risposte a tutte le domande poste all’interno del movimento dei gilets gialli. La questione del potere d’acquisto, per cominciare, è stata comune a varie categorie popolari. I piccoli imprenditori, i pensionati, i disoccupati - lo strato più disperso e più schiacciato della classe operaia - costituivano la maggioranza. Ma per la classe operaia, dietro la questione del potere d’acquisto, ci sono, per parafrasare Trotsky (il Programma di transizione), i "due mali economici fondamentali in cui si riassume l’assurdità del sistema capitalistico, cioè la disoccupazione e l’alto costo della vita".

La trasformazione di un numero crescente di lavoratori in disoccupati, ridotti alla beneficenza pubblica, è un disastro per la società nel suo complesso. Oggi, come ai tempi di Trotsky, l’unico obiettivo che vale la pena perseguire di fronte a questo disastro è la spartizione del lavoro esistente tra tutti i lavoratori, senza alcuna riduzione dei salari. La durata della settimana lavorativa deve essere determinata in base a questa ripartizione.

Per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati contro l’aumento del costo della vita dovuto agli aumenti dei prezzi aggravati dai prelievi statali, l’unico obiettivo utile è quello di aumentare i salari e le pensioni e la loro indicizzazione automatica ai prezzi.

Nell’esprimere il legittimo desiderio di controllare meglio ciò che lo Stato fa con i soldi delle tasse, il movimento dei gilets gialli ha anche sollevato, anche se in modo limitato, estremamente confuso e ambiguo, la questione del monopolio delle decisioni delle cosiddette élite. Per l’essenziale, la risposta su cui quasi tutto il movimento si è ritrovato è stata: "Macron dimissioni!". Poi vi si è aggiunta l’idea del referendum d’iniziativa popolare.

Le élite del potere statale, così ben incarnate da Macron e dal suo disprezzo di classe, non sono però sospese nell’aria. Anche i politici che non sono sorti dalla grande borghesia sono stati educati, addestrati per servire coloro che monopolizzano il capitale, cioè quelli che hanno il vero potere nella società. Attaccare la classe capitalistica non era un obiettivo del movimento dei gilets gialli, se non nella forma innocente consistente nel denunciare l’ingiustizia di alcune misure simboliche come l’abolizione dell’imposta patrimoniale (ISF – Imposta sul patrimonio).

La trasparenza sul come e il perché le decisioni vengono prese è una preoccupazione legittima che solo i lavoratori possono spingere fino in fondo, traducendola secondo i loro interessi di classe; sostituire l’attuale capo di Stato con un altro, o un referendum, per quanto "cittadino" o "popolare", offrono una falsa soluzione ad un problema reale. La domanda fondamentale, confusamente posta dai gilets gialli, è: chi controlla e a vantaggio di chi?

La risposta non può limitarsi alla trasparenza del funzionamento dello Stato. Deve riguardare ancor di più le imprese capitalistiche su cui si basa il funzionamento dell’economia e della società.

La trasparenza nella gestione delle imprese può essere effettiva solo con l’abolizione del segreto industriale e commerciale e con il controllo dei lavoratori sulle imprese. La classe operaia nel suo complesso e con tutta la sua diversità è l’unica in grado di controllare la vita economica.

Anche la classe capitalistica controlla, monitora e domina l’economia solo attraverso i lavoratori. Nelle aziende, per assicurarne il funzionamento, nelle banche e nelle compagnie d’assicurazione, così come nei fondi speculativi, la grande borghesia si avvale dell’intermediazione di un’intera gerarchia di dipendenti, inclusi quelli meno retribuiti.

Insieme e organizzati, cioè legati tra loro, guidati dalla coscienza di classe e da un programma, questi dipendenti non avrebbero difficoltà ad esercitare il controllo; questa volta non nell’interesse di una classe di parassiti, ma nel proprio interesse e in quello delle classi lavoratrici. Insieme, essi hanno i mezzi per puntare il dito non solo su tutti gli intrallazzi, su tutte le appropriazioni indebite individuali di cui l’attualità è piena, ma anche per rivelare come il grande capitale si appropria dell’intera economia e della deviazione delle forze di produzione collettive a beneficio di una minoranza di parassiti.

Agendo come una classe, superando gli interessi locali o corporativi, i lavoratori in lotta, attraverso il controllo, andranno oltre i primi passi verso la completa riorganizzazione dell’economia, per strappare i mezzi di produzione dalle mani dei loro proprietari parassiti, per dare lavoro a tutti e distribuirlo equamente. Il vecchio slogan della classe operaia, "far pagare i ricchi", finalmente assumerebbe tutto il suo significato.

Unità della lotta sotto la guida della classe operaia

Il movimento dei gilets gialli nella sua fase di ascesa, reclutando principalmente negli strati più oppressi del mondo del lavoro, ha trascinato anche altre categorie popolari: liberi professionisti, a volte contadini o artigiani, elementi della vasta categoria degli "imprenditori" che non sfruttano nessuno, persino padroncini.

L’unità del movimento invocata sinceramente da molti gilets gialli non è affatto in contraddizione con l’affermazione, da parte degli operai, delle proprie esigenze e prospettive di classe. Al contrario.

Se i lavoratori non difendono i loro interessi di classe, se non portano avanti la propria politica, la protesta può portare tutt’al più ad una risposta parziale alle domande di categorie della piccola borghesia. Al contrario, con l’affermare una politica di classe, la prospettiva dei lavoratori è, pur difendendo la propria pelle, quella di offrire una politica anche ad altre categorie popolari.

Non solo i lavoratori salariati, ma anche i piccoli agricoltori, gli artigiani e persino alcuni padroncini che riforniscono le grandi catene di distribuzione avrebbero interesse ad unire le forze per controllare le aziende capitalistiche. Il controllo delle catene commerciali dimostrerebbe che, se i prezzi al consumo aumentano mentre i redditi dei fornitori sono in calo, è perché il profitto capitalistico, quello delle catene di distribuzione come quello delle banche, si frappone tra gli uni e gli altri.

Non lasciare il controllo delle banche al grande capitale è l’unico modo di porre fine all’uso del credito a beneficio della grande borghesia parassitaria. Solo così è possibile offrire ai piccoli agricoltori, agli artigiani e ad una moltitudine di altre categorie di piccoli borghesi condizioni di credito più favorevoli, cioè prestiti indispensabili per esercitare la loro professione di imprenditori indipendenti senza generare profitti per la finanza capitalistica. La popolazione lavoratrice mobilitata per esercitare questo controllo sarebbe naturalmente portata ad espropriare le banche e le istituzioni finanziarie private per raggrupparle in un’unica banca statale, posta sotto il controllo dei lavoratori.

Tutto questo sembra oggi lontano e quindi astratto. Ma se il movimento dei gilets gialli mostra qualcosa, se pur su piccola scala ed entro stretti limiti, le cose possono cambiare rapidamente non appena le classi lavoratrici, finora rassegnate, cominciano a muoversi.

In un certo senso, i gilets gialli hanno anche sollevato la questione del partito. Il loro movimento lo ha fatto soprattutto in senso negativo. L’ostilità verso i partiti istituzionali è stato il segno distintivo del movimento nei suoi primi tempi. Qui non si tratta dell’attivismo dei militanti del Raggruppamento nazionale (ex-FN) e simili o dei fautori della Francia ribelle di Mélenchon, nascostisi dietro l’apoliticità. Ma è il movimento stesso a porsi la questione di strutturarsi in vista, soprattutto, delle elezioni europee.

La discussione su questa aspirazione, peraltro confusa e contraddittoria, ci rende più facile affermare che, infatti, non basta respingere i partiti della borghesia, ma che occorre un partito per gli sfruttati, per i poveri. Bisogna anche spiegare che il partito degli sfruttati deve sapere quale classe sociale è la loro nemica, quali sono i possibili amici o alleati. Il partito comunista rivoluzionario può essere costituito solo attorno ad un obiettivo condiviso, attorno ad un programma.

In un contesto di crisi, in una situazione in cui la borghesia è all’offensiva per togliere i diritti concessi ai lavoratori, ogni loro seria rivendicazione sarà oggetto di una dura e difficile lotta. Essi, nel momento in cui lotteranno davvero per i propri interessi di classe, faranno la loro esperienza e si renderanno conto che, finché la borghesia terrà le redini dei grandi gruppi industriali e finanziari, questa non risponderà alle loro domande e che l’unico modo per progredire realmente è quello di controllare cosa succede nelle imprese. Si tratta di sapere quali sono realmente i margini di profitto e dove vanno gli utili, quanto di questi viene investito, quanto va agli azionisti...

A quel punto sorgerà la questione del potere e dell’espropriazione della borghesia, come è già emerso durante le grandi lotte sociali. Allora "la classe operaia si renderà conto della verità che, se vuole vivere, il capitalismo deve morire", per usare un’espressione del Partito comunista quando lo era davvero.

La lotta per le esigenze quotidiane immediate e la lotta per la totale emancipazione dei lavoratori devono essere la stessa cosa. Ebbene, d’ora in poi, i lavoratori più combattivi devono convincersi di questo: fare militanza per gli interessi dei lavoratori è fare militanza per la rivoluzione sociale!

Per un partito comunista e rivoluzionario dei lavoratori

Il movimento dei gilets gialli, nel suo rifluire e nell’assumere una forma di stabilizzazione, sta diventando sempre più un terreno di scontro tra correnti e tra attivisti politici - o addirittura un campo di addestramento paramilitare – con le bandiere già innalzate oppure mascherati dietro la finta apoliticità. Tuttavia, altri movimenti di protesta inevitabilmente sorgeranno.

Ogni opportunità va colta per diffondere le idee e il programma del movimento rivoluzionario dei lavoratori. Bisogna fare di tutto per armare politicamente i lavoratori. Questi devono essere armati non solo per difendere i propri interessi materiali, ma anche per affrontare la minaccia rappresentata dall’attivismo dei gruppi d’estrema destra nel movimento di protesta, la qual cosa è un avvertimento.
Il capitalismo in crisi e le mobilitazioni che esso genera, se è vero che aprono oggettivamente alla classe operaia la possibilità di assurgere ad un più alto livello di coscienza, possono anche rafforzare le correnti favorevoli a soluzioni autoritarie per preservare l’ordine capitalistico.

L’emergere di un partito rivoluzionario dei lavoratori sarebbe l’espressione più concreta della coscienza della classe operaia, nonché lo strumento indispensabile per il suo sviluppo. I sobbalzi sociali di cui il movimento dei gilets gialli ha dato un assaggio possono mettere i lavoratori di fronte a molte altre esigenze, compresa la necessità di difendersi dai gruppi fascisti. Questo non ha nulla a che vedere con la piccola guerra tra gruppi di sinistra e quelli d’estrema destra che si svolge di fronte all’indifferenza e persino all’ostilità dei lavoratori. Queste scaramucce possono essere le avvisaglie di una necessità che s’imporrà ai lavoratori. Ma questa piccola guerra non fa parte della lotta di classe.

Questa ultima, se si sviluppa e si amplia, può far sì che per i lavoratori diventi indispensabile dotarsi dei mezzi atti a difendere se stessi e le proprie organizzazioni. Così è la lotta di classe condotta dal proletariato cosciente, una lotta che può dare prospettive di fronte a tutte le nefandezze che nascono dalla decadenza dell’organizzazione capitalistica della società, come il razzismo in tutte le sue forme.
Solo una ripresa di fiducia della classe operaia in se stessa può garantire anche le libertà democratiche fondamentali, e non gli ipocriti discorsi dei leader politici della borghesia.

Tutte le campagne elettorali ci devono servire per difendere e diffondere le idee rivoluzionarie comuniste, ma anche per permettere a tutti coloro che si ritrovano in queste idee di riconoscersi e di riconoscerci come difensori di queste idee.
È in questo senso che la nostra campagna elettorale è parte integrante dell’obiettivo di ricreare un partito operaio comunista rivoluzionario.

1 marzo 2019


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