Internazionale
Intorno ai bassi salari e ai bassi consumi si avvita la crisi che dal 2008 non è mai in realtà finita. Il 12,4% dei giovani che lavorano è a rischio povertà, complici lavoro a termine, lavoro stagionale, lavoro somministrato: lavoro comunque precario. Il reddito di cittadinanza non risolverà i loro problemi, ma per le imprese è troppo anche quello

IL PARADOSSO DEI SALARI

Se ne è accorto anche il giornale di Confindustria: con realismo da faccendieri i commentatori del Sole 24 Ore ci informano che “secondo le stime dell’Istat l’Italia è tornata – dopo qualche anno di modesta crescita – in recessione. Mentre altre nazioni europee hanno superato la crisi precedente e si sono preparate alla successiva, la nostra non è neppure riuscita a recuperare quanto aveva perso dal 2008 in avanti”. (11.2.19) Quindi, aspettando la prossima crisi, non resta che capire perché, secondo lo stesso giornale, l’Italia sarebbe rimasta indietro già dai tempi precedenti alla crisi. E qui a quanto pare, non si fanno passi avanti e risposte non ce ne sono, ma altre considerazioni di un certo interesse sì. I numeri dell’OCSE mostrerebbero che “esiste un’enorme differenza nelle retribuzioni italiane rispetto a quelle degli altri partner europei, e questo è uno dei tanti effetti di decenni di mancata crescita. All’inizio degli anni 2000, per esempio, i salari medi annuali in Italia erano praticamente identici a quelli spagnoli e francesi, ma già superati nettamente dai tedeschi. Da allora però essi sono praticamente rimasti dov’erano, con solo qualche miglioramento marginale, mentre tutti gli altri sono aumentati.” (Il Sole 24 Ore, 11.2.19). Nonostante ciò, con singolare spudoratezza Confindustria è arrivata a lamentare l’introduzione del reddito di cittadinanza, in quanto “i 780 euro mensili che percepirebbe un single potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese” (Il Fatto Quotidiano, 10.2 19).
Con 780 euro al mese non si vive, questo è evidente agli occhi di chiunque. Ma, secondo i nostri imprenditori, sarebbe un deprecabile sperpero anche l’erogazione di una somma del genere, in quanto loro non sono disponibili a sborsare somme molto superiori in cambio di lavoro vivo. Non solo. Per anni ci hanno stressato sostenendo che il peso fiscale sui salari fosse abnorme, e costituisse il maggior intralcio alla consistenza dei salari stessi. Ora siamo arrivati alla conclusione che non è proprio così. Secondo i dati OCSE infatti “tasse e contributi previdenziali mangiano ben il 47% della busta paga lorda di un lavoratore senza carichi famigliari e il 24,2% è a carico del datore di lavoro, ma in Francia il cuneo è praticamente identico (47,6%) e in Germania arriva addirittura al 49,7%.” (Il Fatto Quotidiano, 10.2.19).
Lo stesso giornale ipotizza come colpevole dei bassi salari la produttività stagnante, ma non arriva a spiegare perché, mentre i salari si abbassano e la produttività ristagna, la quota di reddito destinata a profitto e rendita aumenti e le consistenze patrimoniali dei maggiori detentori di ricchezze continuino imperterrite ad aumentare, mentre i redditi da salario, in particolare quelli delle giovani generazioni, entrate più recentemente sul mercato del lavoro, si fermino a un livello appena inferiore alla soglia di povertà assoluta.
Eppure, sembra ormai “sdoganata” come un’elementare ovvietà l’affermazione che per incrementare l’occupazione occorra - senza meno! - offrire consistenti contributi alle imprese; per cui, i sostegni al reddito sarebbero uno spreco, gli sgravi a pioggia sulle imprese una misura dovuta e indispensabile. Non sarebbe uno spreco l’incentivo che prevede la riduzione dei contributi del 50%, per la durata massima di 36 mesi, a favore delle imprese che assumono con contratto a tempo indeterminato lavoratori fino a 35 anni di età; non sarebbe uno spreco la riduzione totale dei contributi del 100% per il primo anno, e del 50% per il secondo e terzo anno, per le assunzioni di lavoratori nelle regioni del Mezzogiorno; non sarebbe uno spreco il taglio dei premi Inail per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, regalone che consentirebbe alle imprese di tagliare le spese del 30% rispetto all’anno precedente. Con la marginale conseguenza che meno soldi dalle imprese significa ovviamente meno soldi nelle casse dell’Inail; meno soldi dalle imprese e meno soldi all’Inail significa la riduzione delle rendite da infortunio e malattia professionale: quindi, alla fine della fiera, le imprese incassano, i lavoratori sono raggirati. Le vittime degli infortuni sul lavoro ringraziano.

Aemme


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