Internazionale

Niente di nuovo sul fronte padronale

A partire dagli inizi di gennaio, le cronache testimoniano di un significativo aumento dell’intensità dei fenomeni repressivi da parte dello Stato nei confronti del proletariato delle logistiche, specialmente nei distretti milanesi, oltrepadani e piacentini.
L’ 8 gennaio il coordinatore nazionale del Si Cobas ed alcuni attivisti del Centro sociale Vittoria, hanno subìto pesantissime condanne, comprese fra 1 anno e 8 mesi e 2 anni e 6 mesi, in merito allo scioperotenutosi nel marzo 2015 davanti ai cancelli della DHL di Settala. Il 23 gennaio, dodici facchini della Fedex-Tnt di Le Mose (Piacenza), gran parte dei quali iscritti all’Usb, sono stati colpiti dal provvedimento di divieto di dimora a Piacenza per aver minacciato i responsabili della sicurezza del magazzino. I lavoratori sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, svegliati alle prime luci dell’alba da un vero e proprio piccolo esercito, composto dagli agenti della squadra mobile della questura, coadiuvati dai colleghi delle province limitrofe e dal reparto prevenzione crimine di Reggio Emilia. Lo stesso giorno, dieci lavoratori che il 24 gennaio 2018 avevano partecipato allo sciopero presso la logistica Gdn di San Cipriano Po, in provincia di Pavia, sono stati condannati al pagamento di una multa di 750 euro cadauno per aver gridato in modo minaccioso «Via, via!» ai crumiri che volevano entrare e per aver «almeno in un caso» preso a calci la carrozzeria dell’auto di un dipendente. Il 29 gennaio, 32 lavoratori della Gls iscritti all’Usb sono stati licenziati per motivi disciplinari dalla società Seam che gestisce la forza lavoro dell’hub di Montale (Piacenza), e altri sei lavoratori sono stati sospesi. Infine, nel solo numero del 13 febbraio del quotidiano piacentino Libertà, compaiono le cronache di ben tre distinti processi a carico di operai delle logistiche, iscritti ai sindacati di base. Il primo, per manifestazione non autorizzata e interruzione di pubblico servizio, a carico di alcuni lavoratori che hanno manifestato in mezzo ai binari della stazione di Piacenza in occasione dell’uccisione di AbdElsalamEldanf, operaio travolto da un camion nel settembre del 2016 durante un picchetto alla Gls. Il secondo (per diffamazione) per aver indicato in un manager della Gls il provocatore che incitò il camionista ad investire Eldanf. Il terzo,infine, per aver acceso,durante un corteo sindacale nel 2016, alcuni fumogeni.
A fine febbraio, invece, la stampa locale ha dato conto di come la protesta dei lavoratori delle ditte Angeleri (azienda agricola e magazzini) si sia spostata dalla bassa Valle Scrivia a Tortona (provincia di Alessandria). La Provincia Pavese riportava come ai lavoratori non fossero state pagate quattro mensilità più la tredicesima. I sindacalisti della Cub che hanno organizzato la mobilitazione raccontano di lavoratori allo stremo, costretti a rivolgersi ad enti e istituzioni per avere cibo e vestiario. Insomma, se da un lato ormai anche minimi segnali di insofferenza o di combattività da parte dei lavoratori sono puniti con draconiana severità, dall’altro situazioni di lavoro bellamente non pagato possono protrarsi per mesi, con padroni che possono permettersi di dilatare i propri comportamenti omissivi da un incontro con le istituzioni all’altro e ridurre sul lastrico chi ha fornito loro la propria forza-lavoro. Non c’è nulla di nuovo in questo scenario, anzi ne proviene un acuto lezzo di vecchio. Anni e anni di insulse prediche sulla fine della lotta di classe, se non delle classi tout court, di ciarlatanesche profezie sui miracoli generalizzati della cosiddetta globalizzazione, di resa, complicità e prostituzione politica spacciate come ammodernamento della sinistra e del mondo sindacale, ed oggi siamo di fronte alla repressione delle benché minime forme di resistenza proletaria allo strapotere padronale, ormai dato per acquisito come condizione di natura. I pifferai magici del liberalismo e del capitale senza confini, i sobri “tecnici” in servizio permanente della classe dominante, i rottamatori delle residue tutele per i lavoratori hanno per il momento lasciato la ribalta ai demagoghi dell’italico primato. Passeranno tutti o si ricicleranno. L’importante per loro è rispettare la consegna di sempre: assicurare e favorire i profitti per la borghesia e farsi garanti dello sfruttamento, della precarietà e dell’inganno del proletariato. Questo era ed è il capitalismo. Quando gli argini posti dalla resistenza della lotta proletaria si riducono, la natura di questo sistema si può manifestare in tutta la sua virulenza, per di più ammantandosi di una soffocante aura di normalità. Quello che la borghesia e i suoi tirapiedi stanno cercando di fare, dietro le formule e la retorica del nuovismo e della condanna delle “vecchie” concezioni classiste e della “vecchia” lotta di classe degli sfruttati, è spacciare come sorpassato e assurdo ogni tentativo della classe dominata di reagire, inducendola a dimenticare e rinnegare una storia ormai secolare di lotta e di organizzazione autonoma, una storia ricca invece di fondamentali insegnamenti per il presente e per il futuro. Niente di nuovo sul fronte padronale. E di fronte al brutale rinnovarsi di questa vecchia condanna si ripropone, con forza per nulla intaccata e con ancor più pressante urgenza storica, la scelta: o con gli sfruttati o con gli sfruttatori. Il capitalismo non lascia spazio alla neutralità.

Pr. Ma.


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