Internazionale

Basta con le false chimere dei piani industriali di Fca

Per gli azionisti la certezza di dividendi da capogiro, per gli operai quella della cassa integrazione e delle uscite “incentivate”. Il futuro lavorativo non può essere garantito da accordi sindacali che inibiscono la capacità di lottare uniti

Il cielo sui lavoratori diFca è sempre più plumbeo. Nel 2018 la produzione è calata del 6,8 (se consideriamo solo le auto -10,2%) rispetto al 2017. L’aumento dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione è stimato tra il 12-15%.Sono i dati riportati daFim-Cislin un comunicato del 6 gennaio scorso. Questo sindacato firma tutto ora esprime, bontà sua, alcune preoccupazioni sul fatto che, a fronte del calo produttivo registrato in quasi tutti gli stabilimenti, «l’effetto sull’occupazione nel 2018… non è andato nella direzione auspicata dal passato piano industriale di Fca, cioè l’azzeramento dell’uso degli ammortizzatori sociali negli stabilimenti italiani».
Dov’è finito l’ottimismo ostentato in occasione della presentazione del piano 2014-2017 in era Marchionne? In realtà, i timori di Uliano, il segretario nazionale Fim autore del comunicato, riguardano soltanto gli effetti negativi chel’ecotassa varata di recente dal governo giallo-verde potrebbe provocare sul nuovo piano industriale 2018-2022. Ci riferiamo a quello presentato nel novembre scorso dal nuovo amministratore delegato Mike Manley, che Uliano e il suo sindacato continuano a giudicare positivo. Gli sbandierati 5 miliardi di investimenti e l’obiettivo del raggiungimento della piena occupazione entro la durata del piano sono ritenute promesse credibili, messe in forse soltanto dal provvedimento governativo che tassa le auto più inquinanti. Eppure, anche le promesse del piano precedente non sono state mantenute, come lo stesso comunicato rileva. Ciò che si dimentica di rilevare è che allora non c’era stata alcuna misura penalizzante ad impedire la sbandierata crescita produttiva.
Le preoccupazioni di questo sindacato qui iniziano e qui finiscono. Pochi giorni prima del lamentoso comunicato, la Fim è stato tra i firmatari di un accordo sulle uscite incentivate per i 1050 operai di Mirafiori e di Grugliasco che matureranno entro luglio i requisiti alla pensione con quota 100. L’intesa, siglata il 19 dicembre scorso, riguarda i lavoratori «con limitate capacità produttive e con significativi gap rispetto ai profili professionali richiesti dall’evoluzione tecnologica delle future attività»e, pertanto, ritenuti “in esubero”.
Gli incentivi vanno da 4000 a 38000 euro lorde, somme commisurate alla fascia retributiva e al tempo di permanenza in Naspi. In questo periodo di disoccupazione, l’azienda dovrebbe versare all’Inps i contributi necessari per accedere alla pensione anticipata, la cosiddetta Ape. In cambio, il lavoratore rinuncerà per il futuro ad esercitare qualsiasi rivalsa economica e ad impugnare il licenziamento. In poche parole, chi non può o non vuole accettare un’organizzazione del lavoro massacrante imposta dalpadrone prenda quei pochi soldi e se ne vada a casa! Il fatto che nell’intesa si precisi che la procedura di licenziamento avverrà solo su base volontaria non è certamente un fattore tranquillizzante, visto il clima di ricatto e di pressione a cui gli operai sono continuamente sottoposti nei reparti di Fca.
Si afferma che «potranno essere definite possibili rivendicazioni economiche connesse all’intercorso rapporto di lavoro». Un lavoratore può davvero credere di poter imporre qualcosa all’azienda in una conciliazione basata sul piano individuale? Questafinta contrattazione è solo una trappola, dove l’unico vero vincitore è il padrone.
Si legge poi che si vogliono porre «le premesse per futuri possibili cambi generazionali». Qui la sfacciataggine dei firmatari raggiunge il suo culmine. Costoro, nel siglare simili intese, non fanno che rendersi complici della politica di Fca, che alle vuote promesse di “piena occupazione” affianca concrete azioni di smantellamento della produzione e dismissione di interi comparti (vedi Magneti Marelli).La rabbia diventa incontenibile se pensiamo che Fca quest’anno distribuirà 3 miliardi di dividendi agli azionisti (da Il Sole24Ore del 22/02/2019) in un contesto dove gli operai continuano a subire cassa integrazione, contratti di solidarietà, reparti confino, trasferimenti coatti, aumento degli infortuni e delle malattie professionali, licenziamenti degli operai degli appalti. In febbraio, nove operai diPsa, consorzio di aziende della logistica operante nel reparto di verniciatura Cataforesi di Mirafiori, hanno perso il lavoro nel cambio dell’appalto.
La Fiom, dal canto suo, si prodiga in continui appelli ad Fca per impegni precisi su investimenti e nuove produzioni. Lo si legge in un comunicato diffuso durante il presidio davanti allo stabilimento di Mirafiori dello scorso 21 febbraio, in cui la Fiom chiama in causa gli Agnelli affinché non dimentichino di essere ancora “una famiglia torinese” (sic!). Il tutto condito con patetiche esortazioni alle istituzioni locali a mostrare «più decisione, più orgoglio, maggior impegno per difendere il lavoro, l’occupazione e il nostro tessuto economico».
Si continua così a far credere possibile un’azione solidale con chi non vuole e non può darla per un evidente conflitto tra gli interessi del padrone e di chi lo serve e quelli degli operai. Questi ultimi, invece,non hanno altra scelta che contare sulla propria forza, quella che può derivare soltanto da una ritrovata capacità di lottare uniti per un lavoro ripartito tra tutti a parità di orario e a salario pieno.

M.I.


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