Internazionale
Francia

Le confederazioni sindacali e il movimento di lotta contro la riforma delle pensioni

Da “Lutte de Classe”, mensile francese dell’Unione
Comunista Internazionalista (trotskista) – n° 130, ottobre 2010

Al contrario dell’autunno del 2009, il rientro dalle vacanze quest’anno in Francia è stato segnato dal succedersi di giornate di scioperi e manifestazioni, organizzate con un appello unitario dall’insieme delle confederazioni sindacali. La prima giornata di scioperi e manifestazioni si è svolta il 7 settembre, altre iniziative il 15 settembre, fra cui un presidio di fronte all’Assemblea Nazionale a Parigi, dove i deputati stavano votando le leggi di riforma delle pensioni. C’è stato un nuovo appello per il 23 settembre, e poi già l’indomani, sempre con l’unità delle confederazioni, c’è stata la doppia proposta di una giornata di manifestazioni il 2 ottobre - cioè un sabato - per consentire la partecipazione di salariati che non erano ancora pronti a scioperare per partecipare, oppure che, dopo aver partecipato alle manifestazioni precedenti, non erano pronti a perdere ancora una giornata di salario per scioperare. Questo sabato 2 ottobre è stato seguito da una giornata di scioperi e manifestazioni martedì 12, seguito da nuovi appelli per sabato 16 ottobre e martedì 19, mentre in vari settori, come le raffinerie e i trasporti, sono cominciati scioperi ad oltranza. Al tempo stesso i giovani delle scuole e gli studenti universitari si sono uniti al movimento, considerando giustamente che da questo movimento possa dipendere il loro futuro.

Bisogna ricordare che, all’epoca delle giornate di scioperi e manifestazioni del 29 gennaio e 19 marzo 2009, le confederazioni sindacali unite si guardarono bene dal presentarle come le tappe di una mobilitazione più ampia. Eppure i lavoratori che avevano risposto massicciamente a questi appelli le avevano ritenuti tali, prima che le confederazioni seppellissero la mobilitazione con una manifestazione rituale il 1° maggio. Anche se ci sono state ancora manifestazioni il 13 giugno 2009, molto meno partecipate, sono state in realtà le ultime espressioni del fronte sindacale comune, senza che nessuna delle confederazioni si sia data neppure la pena di dare una spiegazione pubblica per la scomparsa della mobilitazione.

La CGT, cioè la confederazione più influente, si è ripiegata sul cosiddetto "calendario", il che consisteva nel proporre giornate d’azione limitate ad una categoria o un’impresa, in momenti diversi, sparpagliando le lotte, rendendole categoriali e insignificanti anche quando si trattava di obiettivi che riguardavano tutti i lavoratori, come la lotta contro i licenziamenti e le soppressioni di posti di lavoro.

Questa tattica stupida ha segnato l’autunno del 2009 anche prima che la CGT decidesse di coronare questo periodo di quasi aperta passività con l’appello a partecipare alla commedia degli "Stati generali dell’industria" organizzati da Sarkozy.

C’era di che disorientare o demoralizzare molti militanti, anche tra quelli che a priori non avevano prevenzioni nei confronti della confederazione.

Ne è risultato un clima di contestazione che ha toccato gran parte dell’ambiente militante.

Questa volta, al contrario dell’appello al 1° maggio dell’anno scorso, le giornate di manifestazione dei sabati 2 e 16 ottobre, giorni non lavorativi, non sembravano un’ultima impennata, poiché erano seguite dopo pochi giorni da nuove giornate di scioperi e manifestazioni.

Si può constatare comunque, al momento attuale di questo movimento, che i lavoratori hanno risposto agli appelli sindacali. Inoltre le manifestazioni hanno incontrato una grande simpatia, non solo nella classe operaia ma anche in gran parte della popolazione. Questa volta il governo non è riuscito a dividere e ad opporre chi era nella lotta direttamente e chi non lo era.

Certamente la maggioranza della classe operaia è ben lontana dall’essersi mobilitata. Le grandi imprese, in particolare le roccaforti della classe operaia, si sono mosse solo poco. La maggioranza del mondo del lavoro, segnato dalla pressione della disoccupazione, da anni di delusione nei confronti della sinistra politica, ma anche delle direzioni sindacali, per ora sta ad osservare ciò che succede, a farsi delle domande sugli attacchi che lo colpiscono. I lavoratori hanno tutti i motivi di chiedersi se questa volta sia quella buona, e se vale la pena perdere parte del salario o incorrere nella minaccia del licenziamento. Non c’è niente di strano.

I regressi degli anni scorsi pesano sul presente e sul futuro. E la politica precedente delle confederazioni sindacali, che hanno accettato quasi tutto, e lo hanno addirittura legittimato, sul problema delle pensioni e su molti altri, pesa sugli animi. A maggior ragione, dato che i sindacati lasciano i lavoratori senza prospettiva di fronte all’offensiva del padronato e dello Stato accentuata dalla crisi.

Detto questo, un certo numero di indicatori, tra l’altro il rafforzamento del numero di manifestanti provenienti dalle aziende private, la partecipazione di lavoratori di piccole imprese, o di settori come la grande distribuzione che spesso sono gli ultimi a muoversi, dimostrano che le iniziative sindacali trovano un certo riscontro.

È inutile chiedersi, nell’eventualità in cui le confederazioni sindacali proseguissero la loro tattica attuale, se il succedersi delle giornate d’azione riuscirà a trascinare un numero crescente di lavoratori. Bisogna che i militanti facciano di tutto perché questo avvenga. Ma le direzioni sindacali proseguiranno la stessa politica?

I motivi dell’attuale politica delle direzioni sindacali

Le direzioni e gli apparati sindacali certamente non sono cambiati tra il maggio 2003, quando la CFDT firmò in compagnia della CGC un vergognoso accordo sulle pensioni, mentre il dirigente della CGT Thibault raccomandava un "sindacalismo propositivo". La loro preoccupazione era e rimane fondamentalmente essere accettati come gli interlocutori privilegiati del governo nei negoziati che riguardano il mondo del lavoro. Appunto.

L’atteggiamento della CFDT è probabilmente quello più significativo. La firma nel 2003 di un accordo sulle pensioni che era una capitolazione aperta davanti a Fillon, allora Ministro del Lavoro, provocò un’ondata di dimissioni e di allontanamenti dalla CFDT verso altri sindacati, Sud, UNSA o CGT. Le perdite sono stimate a circa 30 000 aderenti.

Eppure la CFDT non è stata connivente più di quanto lo sia stata la CGT nella preparazione delle attuali leggi sulle pensioni, in realtà non lo è stata affatto. Quando, prima dell’estate, il ministro del lavoro Woerth cominciò a rendere pubblico il progetto del governo, ebbe il cinismo di affermare che le misure proposte dal governo erano il risultato di una lunga concertazione con le organizzazioni sindacali. Sia Chérèque per la CFDT, sia Thibault per la CGT si sono uniti per protestare e denunciare questa menzogna perché, affermavano, in realtà non avevano mai incontrato i ministri e gli alti funzionari responsabili del progetto!

Di tutti i capi sindacali, il segretario della CFDT Chérèque è sicuramente quello che esprime di più la sensazione di non avere ricevuto alcuna contropartita in cambio della propria politica.

Come rappresentanti della burocrazia sindacale, le direzioni confederali non sono più decise oggi di quanto non lo erano prima, nel fare la politica necessaria a mobilitare la classe operaia contro l’offensiva della borghesia. Hanno però i loro propri interessi da tutelare.

Il disprezzo con cui il governo ha allontanato i sindacati da ogni negoziato, anche sulle questioni secondarie collegate alle pensioni, come la questione dei lavori usuranti oppure quella dell’andata in pensione a tasso pieno delle donne che per anni hanno allevato bambini, neanche ha lasciato ai dirigenti sindacali un piccolo osso da rosicchiare.

Le confederazioni sindacali hanno bisogno di ritrovare credito nei confronti dell’insieme del lavoratori, e magari ancora di più nei confronti della propria base, nei confronti dei militanti responsabili di sindacati aziendali o di organizzazioni territoriali, che non hanno apprezzato la loro svolta dopo il maggio dell’anno precedente, e protestano sempre più apertamente contro questa politica moderata.

Questo è il motivo fondamentale, dal punto di vista delle direzioni sindacali, della prova di forza in cui si sono impegnate. Per di più, il periodo è favorevole. L’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e politiche della primavera del 2012 crea un nuovo contesto politico. La maggioranza di governo di destra arriva indebolita a questo inizio di campagna elettorale, mentre Sarkozy crolla nei sondaggi e i dirigenti del Partito Socialista cominciano a credere alla possibilità dell’alternanza.

L’eventualità di una vittoria della sinistra porta a una confluenza d’interessi fra le direzioni sindacali e la sinistra di governo. Le direzioni sindacali, mantenute in disparte dal governo di destra, possono sperare che un governo di sinistra si mostrerà più disponibile nei loro confronti. E la sinistra di governo da parte sua può sperare che, con l’aiuto delle direzioni sindacali, potrà trasformare la questione delle pensioni in un argomento elettorale e incanalare a suo profitto il movimento attuale.

Il modo in cui la questione delle pensioni è stata posta sin dall’inizio si presta perfettamente a questo gioco. L’età della pensione, o più precisamente il suo mantenimento a 60 anni, crea un terreno d’accordo fra il Partito Socialista e le confederazioni sindacali. E questo terreno d’intesa riguarda un obiettivo che, pur legittimo che sia -il rifiuto del prolungamento fino a 62 anni del periodo di lavoro- al tempo stesso non rappresenta un pericolo per il grande padronato.

Le direzioni sindacali rimangono silenziose sul fatto che, anche se il Partito Socialista - tramite alcuni dei suoi dirigenti più rappresentativi quali Ségolène Royal o la stessa Martine Aubry - ha promesso di riportare a 60 anni l’età della pensione, al tempo stesso afferma che non si può abbandonare l’obiettivo di prolungare la durata dei contributi. In altri termini, anche se il Partito Socialista mantiene la sua promessa - e in passato ha dimostrato molte volte che le sue promesse erano un impegno solo per chi ci credeva - i salariati potranno andare in pensione a 60 anni, ma col rischio di percepire una pensione misera.

Quindi, nell’alternativa tra la riforma delle pensioni in salsa Sarkozy, e quella che potrebbe essere votata da una maggioranza socialista, non c’è niente che possa preoccupare la borghesia e il gran padronato. La loro principale preoccupazione non è l’età in cui si avrà il diritto di andare in pensione. Basti ricordare quante grandi imprese hanno utilizzato il sistema dei prepensionamenti per sbarazzarsi dei lavoratori troppo anziani.

La loro preoccupazione è di evitare che il padronato possa essere costretto a contribuire per pagare una parte del disavanzo delle casse pensionistiche, ma non solo: la borghesia vuole ancora essere certa di poter continuare a servirsi in vari modi - come si serve oggi - della cassa di previdenza malattia, poiché i molteplici sgravi sotto i pretesti più vari rappresentano regali finanziati importanti.

Di fronte alla crisi della sua economia, la borghesia capitalista si batte con tutte le forze perché una parte crescente delle finanze dello Stato finisca nelle sue tasche. Vuole che sia la stessa cosa per tutte le casse pubbliche, anche quelle finanziate essenzialmente dai salariati. È la pressione permanente della borghesia capitalista in questa direzione a costituire la trama della politica economica e sociale di tutti i governi che si succedono. È questo il fondo comune di tutti i provvedimenti più vari, più diversi, di questa politica. Se non ci sono abbastanza soldi per gli ospedali, se un numero crescente di medicine sono mal rimborsate, se si diminuiscono le spese indispensabili ai disabili, se i salariati anziani devono lavorare due anni di più se hanno un posto di lavoro, oppure lasciare il lavoro con una pensione decurtata, è solo perché bisogna dirigere sempre più fondi verso la borghesia capitalista.

Ricordiamo a questo proposito che il sistema di pensionamento per ripartizione che sia la sinistra, sia la destra, pretendono di preservare, e le organizzazioni sindacali pretendono di difendere, è una trappola per i lavoratori. Consiste in effetti nel far pagare dai lavoratori in attività la pensione di quelli che non lo sono più.

La rivendicazione tradizionale del movimento operaio organizzato, ai tempi in cui lottava ancora per gli interessi dei lavoratori, era che la pensione fosse pagata dal padronato. Tocca al padronato, che si arricchisce con lo sfruttamento dei lavoratori durante tutti gli anni della loro vita attiva, pagare la pensione di chi è stato usato da questo sfruttamento.

Questa battaglia per una pensione pagata in totalità dal gran padronato fu quella sia della CGT all’origine, sia del Partito Socialista di Lafargue e Guesde. Oggi non se ne parla nemmeno.

Se alcuni dirigenti del Partito Socialista parlano qualche volta di far partecipare alla spesa i redditi da capitale, questa idea appare solo ai margini, per colmare una parte del disavanzo. Viene evocata solo a proposito dei redditi accessori del capitale, quali le stock options.

C’è quindi una convergenza obiettiva di interessi tra il Partito Socialista, che può sperare di aumentare il proprio capitale elettorale nel pubblico popolare, con promesse rispetto ad un problema in cui gli interessi del gran padronato non sono minacciati, e le burocrazie sindacali, che chiedono che sia meglio riconosciuta la loro funzione di negoziatori e avvocati accreditati della classe operaia.

Ovviamente le confederazioni sindacali non parlano di elezioni, e non formulano apertamente la loro speranza di vedere la sinistra sostituirsi alla destra. Ma tutti lo capiscono. E le future elezioni appariranno necessariamente sempre di più, ed appaiono già, come il prolungamento politico del movimento sociale.

Il Partito Socialista può permettersi di riapparire nelle manifestazioni di lavoratori contro i provvedimenti di Sarkozy sulle pensioni. Eppure, anche su questo stretto terreno esso non ha niente di cui vantarsi riguardo al suo passato atteggiamento davanti ai lavoratori. Il “Libro bianco sulle pensioni” del socialista Rocard fu uno dei primi scritti politici ad evocare, a suo tempo, la necessità di riformare il regime delle pensioni. Le leggi di Balladur del 1993 sulle pensioni non furono tirate in ballo dal governo della sinistra plurale di Jospin, tra il 1997 e il 2002. E per il futuro le promesse del Partito Socialista riguardano solo l’età del pensionamento, e per niente la durata dei contributi e l’ammontare delle pensioni.

I lavoratori che si mobilitano nelle manifestazioni non lo fanno solo per le pensioni ma anche, in modo meno esplicito, meno chiaramente espresso, per far conoscere il loro malcontento contro gli attacchi alle loro condizioni di esistenza: i licenziamenti, la demolizione delle tutele sociali, il degrado del potere d’acquisto.

Su tutte queste questioni i lavoratori non possono sperare alcuna protezione da un eventuale cambio di governo. Un eventuale governo socialista sarà sottomesso alle stesse esigenze del gran padronato che, in questo periodo di crisi, non fa alcun regalo alla classe operaia. La sinistra al governo ubbidirà come ha sempre fatto, e vorrà utilizzare le confederazioni sindacali per far passare la sua politica, che sarà inevitabilmente antioperaia.

Partecipare alle azioni proposte dalle confederazioni, ma senza spargere illusioni

Qualunque siano però le motivazioni della burocrazie sindacali, e anche se l’ascesa del malcontento contro le misure di Sarkozy-Fillon-Woerth favorisce gli interessi elettorali del Partito Socialista, l’interesse della classe operaia è che la mobilitazione sia riuscita e si allarghi. Solo una classe operaia che combatte è in situazione tale da poter evitare le trappole che i suoi falsi amici le stanno preparando.

Per questo i militanti rivoluzionari possono e devono utilizzare il quadro fornito dalle confederazioni sindacali per aprire la strada a una mobilitazione crescente. Ma dovranno al tempo stesso superare, almeno nelle discussioni, il quadro stretto che esse propongono, spiegare che le misure contro le pensioni fanno parte degli attacchi del gran padronato e della borghesia contro il mondo del lavoro, ma ne sono solo uno dei numerosi aspetti; che la posta in gioco va ben oltre il diritto di andare in pensione a 60 anni, soprattutto se si tratta di lasciare il lavoro solo con una pensione incompleta. Dovranno spiegare che il vero obiettivo della mobilitazione futura della classe operaia sarà di dare una battuta d’arresto a questa offensiva, cambiando il rapporto di forze con il gran padronato e il governo, di mostrare come i vari aspetti dell’offensiva della borghesia si intrecciano, per indicare gli obiettivi che il mondo del lavoro avrà interesse a portare avanti quando si muoverà.

Oggi solo una parte della classe operaia è pronta a combattere la battaglia necessaria. Ma sempre più i lavoratori sentono che nuovi colpi si preparano, e si chiedono come fronteggiarli.

Di fronte all’indebitamento dello Stato, invocato per giustificare gli aumenti di tasse e gli attacchi contro la previdenza sociale, è indispensabile spiegare che tocca alla borghesia pagare per i debiti che lo Stato ha contrattati a suo solo profitto.

L’attacco in corso contro le pensioni non deve nascondere ciò che rappresentano i licenziamenti, le soppressioni di posti di lavoro, comprese quelle da parte dello Stato stesso, e il livello catastrofico della disoccupazione. Su questa questione, è indispensabile affermare l’obiettivo del divieto di licenziamento, e quello della ripartizione del lavoro tra tutti senza diminuzione di salario.

Non si deve neanche dimenticare il problema del crollo del potere d’acquisto del mondo del lavoro, sia per l’aumento dei prezzi e in particolare degli affitti, sia per la diminuzione delle tutele sociali e il degrado dei servizi pubblici. Di fronte a questo attacco che riguarda l’insieme dei salariati, bisogna portare avanti l’obiettivo della scala mobile dei salari e delle pensioni sulla base di un livello decente.

Contro la speculazione che s’intensifica ancora più di prima della crisi finanziaria, bisogna espropriare le banche senza indennizzo né riacquisto, unificarle e sottometterle al controllo della popolazione.

Di fronte al parassitismo di un sistema economico in cui una parte crescente del profitto è sviata dagli investimenti produttivi verso le operazioni finanziarie, bisogna strappare al gran padronato il suo potere assoluto sulle imprese, sottomettendo la contabilità quotidiana e i progetti delle imprese industriali e commerciali al controllo dei lavoratori e della popolazione.

Il periodo attuale apre, davanti ai rivoluzionari, le migliori possibilità di difendere gli obiettivi indispensabili al mondo del lavoro, per far fronte alla crisi e alle sue conseguenze. Allora bisogna coglierle!

Ottobre 2010


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