Internazionale

La situazione politica internazionale

Da “Lutte de classe” n° 196 - dicembre 2018 - gennaio 2019


Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière – Dicembre 2018

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La persistenza di tensioni nelle relazioni internazionali è l’espressione della durata e dell’approfondimento della crisi del capitalismo. Sembra lontano il tempo in cui, dopo il crollo dell’Unione sovietica, gli esponenti politici delle grandi potenze e gli scribacchini al loro servizio annunciavano un futuro di pace, e persino, per quelli più stupidi, la fine della storia.

L’opposizione tra i due blocchi nascondeva all’epoca il fatto che la vera ragione della continua messa in discussione dell’ordine mondiale imperialista risiedeva nella natura stessa di questo ordine, basato sull’oppressione dei popoli e più fondamentalmente sullo sfruttamento capitalistico e sulla concorrenza.

L’Unione sovietica è stata presentata in Occidente come il principale fattore di disturbo dell’ordine mondiale, nonostante la burocrazia dominante ne fosse uno dei suoi gendarmi, pur cercando di preservare i suoi interessi particolari.

Un quarto di secolo dopo la scomparsa dell’Unione sovietica, le relazioni internazionali non si sono affatto placate. Lo scontro di interessi tra le stesse potenze imperialiste diventa oggi palese. Per quanto riguarda le relazioni tra queste potenze imperialiste e la maggioranza sottosviluppata o semi-sviluppata del pianeta, esse non hanno mai smesso di essere e di apparire come relazioni di dominio.

I dirigenti delle potenze imperialiste di seconda classe affermano costantemente il multilateralismo di cui Macron vorrebbe mostrarsi campione. Con il termine “multilateralismo”, questa gente non intende mai il diritto alla parola di altre nazioni capitaliste più piccole. La formula esprime, in termini diplomatici, le lamentele dei leader politici degli imperialismi meno potenti che sono sottoposti ai diktat degli Stati Uniti. Trump si limita a esprimere, con la brutalità che caratterizza questo personaggio, la lotta di potere tra le potenze imperialiste stesse.

Spese militari e minacce di guerra

Per il momento la guerra commerciale è più verbale che reale, data la grande interdipendenza economica dei paesi capitalisti. Le misure previste o già adottate dagli Stati Uniti per proteggere alcune categorie di imprese capitaliste sono dannose per altre, che traggono vantaggio dai loro subappaltatori o fornitori di materie prime dell’estero.

Tuttavia, il semplice annuncio di misure protezionistiche o la loro parziale attuazione ha un impatto sugli investimenti e sui movimenti di capitale nell’economia finanziarizzata globale, e contribuisce a rendere l’economia più caotica.
Le guerre commerciali, anche limitate agli aumenti delle tasse, all’aumento delle barriere doganali e dei contingenti all’importazione, alimentano a loro volta le tensioni nelle relazioni internazionali. Queste tensioni non si limitano alla diplomazia.
Nel 2017, la spesa militare globale ha raggiunto 1,7 trilioni di dollari, il che rappresenta 230 dollari per ogni abitante del pianeta. Le spese d’armamento ne costituiscono una parte importante. Questa fantastica somma è in crescita ed ha raggiunto un livello mai conosciuto all’epoca della guerra fredda.

La produzione di armamenti è sempre stata un aspetto importante dello sviluppo del capitalismo. “Il militarismo - diceva Rosa Luxemburg - accompagna tutte le fasi storiche dell’accumulazione (del capitale)„. Gli ordini statali per le armi e le infrastrutture militari sono sempre serviti ad espandere il mercato per le imprese capitaliste e, in molti periodi, ne sono stati la forza trainante. Con il capitalismo giunto allo stadio imperialista, per citare Rosa Luxemburg, "il capitale utilizza sempre più spesso il militarismo per assimilare, attraverso il colonialismo e la politica mondiale, i mezzi di produzione e le forze lavoro di paesi e società non capitalistici". I periodi di crisi economica esacerbano questa tendenza.

A livello mondiale, la produzione e il commercio di armi costituiscono da molto tempo uno sbocco per i monopoli che dominano la produzione di armi. L’imperialismo francese è uno dei principali trafficanti di armi al mondo.

Uno degli aspetti principali del commercio delle armi è che partecipa al saccheggio dei paesi sottosviluppati a vantaggio delle potenze imperialiste. Si tratta di una nuova forma di commercio triangolare: le potenze imperialiste (e alcune altre) gestiscono la loro industria delle armi per vendere ai dirigenti dei paesi sottosviluppati di che tenere a bada il loro popolo. Questi dirigenti fanno pagare alla loro popolazione i carri armati, aerei ed altri missili d’avanguardia che contribuiscono a mantenere il profitto delle industrie legate al settore militare. Le astronomiche spese per gli armamenti di numerosi stati di paesi poveri alimentano le banche e i trust di armi dei paesi imperialisti.

Interventi militari delle potenze imperialiste contro popoli dominati, guerre di rivalità tra potenze regionali o guerre civili di oppressori locali contro il proprio popolo... tutte guerre non hanno mai cessato di esistere su questo pianeta dalla fine della guerra mondiale. Costituiscono uno sbocco costantemente rinnovato per i capitalisti degli armamenti, e allo stesso tempo un banco di prova per le loro produzioni. Le industrie legate alla guerra rappresentano una parte importante dello spreco delle risorse del pianeta e della creatività della mente umana.

Invece di dedicare una parte crescente dell’intelligenza collettiva dell’umanità al miglioramento delle condizioni di vita umana e alla garanzia di un futuro sicuro per questo pianeta, questa stessa intelligenza collettiva è diretta contro l’umanità. Segno allo stesso tempo delle immense capacità umane e della loro diversione contro gli interessi dell’umanità: dopo la trasformazione dello spazio in un terreno di manovra militare, ecco le guerre informatiche che diventano uno degli aspetti della strategia militare.

L’accelerazione generalizzata della corsa agli armamenti è un serio indicatore delle tensioni crescenti nel mondo. La minaccia di guerra non è solo una possibilità derivante dalla natura stessa anche del capitalismo, ma è una possibilità concreta, almeno agli occhi dei responsabili politici e militari borghesi.

Sarebbe inutile speculare sulla questione di quale guerra locale potrebbe diffondersi.
L’aereo russo abbattuto il 17 settembre 2018 in Siria dai suoi alleati del campo Assad è certamente solo un incidente, ma per quanto tutti i protagonisti abbiano cercato di minimizzarlo, è nondimeno emblematico della situazione in Medio Oriente ,dove bande armate, aerei e missili sia dell’esercito ufficiale siriano che dei ribelli e/o dei partecipanti israeliani, russi, turchi o americani, si incrociano costantemente. Questo ciò non significa, naturalmente, che qualsiasi incidente può generalizzarsi, ed ancora meno che sia suscettibile di portare ad una conflagrazione mondiale. Affinché l’attentato di Sarajevo conducesse alla prima guerra mondiale, era necessaria un’opposizione di interessi tra imperialismi, molto più potente della persona insignificante del principe ereditario asburgico.

Per il momento nessuno è in grado di individuare una linea di frattura così visibile come quella che dal 1933, cioè dall’arrivo dei nazisti al potere in Germania, indicava non solo l’inizio della marcia verso una guerra mondiale, ma anche la configurazione dei campi che si sarebbero scontrati.

I trattati di Versailles che pretendevano di chiudere la prima guerra mondiale avevano contemporaneamente annunciato la seconda, come denunciato allora dall’Internazionale comunista dell’epoca. L’imperialismo tedesco, in quanto grande perdente, è stato in un certo qual modo spinto, nel contesto della crisi economica, a prendersi la rivincita per recuperare le aree di influenza perdute.

La storia non si ripete mai nello stesso modo. L’escalation bellica potrebbe consistere in un’espansione delle guerre locali, come è avvenuto in Medio Oriente.

Molte aree di tensione si mantengono in tutto il mondo e nuove minacce di guerra stanno emergendo. Basti ricordare, nella stessa Europa, le recenti guerre nei Balcani o i conflitti tra gli Stati sorti dalla dissoluzione dell’Unione sovietica, in particolare Russia e Ucraina, o Armenia e Azerbaigian. Su scala molto più ampia, l’India e il Pakistan sono ancora in uno stato di belligeranza, che nel Kashmir si traduce periodicamente in scontri armati nel. L’equilibrio imperialista viene costantemente messo in discussione.

Contro la regressione reazionaria, il risveglio politico del proletariato

L’evoluzione reazionaria delle cose, che si riflette in una spinta verso l’estrema destra, in diversi paesi, in particolare in Europa, si è appena concretizzata in America latina con la vittoria elettorale di Bolsonaro, che sarà intronizzato come presidente del Brasile il 1° gennaio 2019. In un paese che ha sofferto per tanti anni di una feroce dittatura militare agli ordini dell’imperialismo e a favore dei privilegiati, della grande borghesia e dell’aristocrazia dei proprietari terrieri, questo ex-paracadutista di estrema destra è stato eletto grazie ai voti di una parte considerevole dell’elettorato povero, compresi elettori che in precedenza avevano sostenuto Lula.

La responsabilità della sinistra in questo passo indietro è immensa! Il partito dei lavoratori di Lula e di Dilma Rousseff, al potere da tredici anni, ha deluso e tradito le speranze che le masse povere avevano riposto in lui. Non solo li ha disarmati politicamente, ma li ha spinti verso i loro nemici peggiori. Di fronte alla crisi economica ed alle sue conseguenze, la sinistra riformista al potere ha fatto il lavoro sporco di gestire lealmente gli affari della grande borghesia e dell’imperialismo. Il lavoro svolto, ad un oscuro politico di estrema destra non rimaneva che incassarne il beneficio. E la gerarchia militare, responsabile di vent’anni di dittatura feroce, appare assolta dai suoi crimini e può persino permettersi il lusso di porsi a garante della costituzione e della democrazia.

Ricordiamo anche la responsabilità di gran parte dell’estrema sinistra che, seguendo il Partito dei lavoratori, lo ha legittimato a lungo, anziché avvertire le classi sfruttate contro un potere che si sosteneva di difendere i lavoratori mentre li tradiva a vantaggio dei possidenti.

A prescindere da ciò che sarà la politica del futuro governo, il successo elettorale di Bolsonaro rappresenta già una minaccia immediata. In questo paese segnato da rapporti sociali violenti, incoraggerà le bande armate, quelle ufficiali della polizia, quelle nelle favelas, quelle dei grandi proprietari terrieri nelle campagne, ad attaccare coloro che contestano il loro ordine, sindacalisti, contadini senza terra, coloro che sono combattivi o che sembrano opporsi al regime.

In molti paesi poveri, gli sviluppi reazionari della situazione si riflettono nella rinascita e, sempre più spesso, nell’insediamento di forze reazionarie, etniche o religiose per incarnare, controllare e dominare l’opposizione latente all’imperialismo.
L’ondata rivoluzionaria del 1917-1919, che portò il proletariato al potere in Russia, fu un’onda d’urto nei paesi oppressi dell’epoca. Le speranze aperte da questa ondata rivoluzionaria del proletariato avevano cristallizzato intorno alla Russia rivoluzionaria le molteplici forme di rivolta contro l’oppressione imperialista.

Ricaduta l’onda rivoluzionaria, lo stalinismo ha trasformato su scala internazionale le speranze suscitate in illusioni nei confronti di correnti nazionaliste radicali. Per un certo tempo, per ingannare le loro masse popolari, queste correnti si sono nascoste dietro la bandiera del comunismo. Una prima generazione di leader nazionalisti, educati direttamente o indirettamente dallo stalinismo, come Mao Zedong, Ho Chi Minh o Kim Il Sung, hanno fornito, al momento dell’ascesa al potere, un metodo per molti imitatori venuti dalla piccola borghesia nazionalista, dall’Asia all’America latina passando per l’Africa, per controllare, guidare e incanalare le rivolte del loro popolo.
Dopo che lo stalinismo ha compiuto la sua opera, la piccola borghesia contestataria dei paesi oppressi ha respinto le parole stesse del comunismo e del socialismo ed è evoluta verso le forme più reazionarie e anacronistiche del nazionalismo. Tale evoluzione si è svolta nel corso di molti anni, attraverso numerose guerre d’emancipazione, guerriglie vittoriose o meno, dall’America latina all’Africa (Algeria in particolare). La rivolta popolare contro lo scià dell’Iran nel 1979 è stata la prima a vincere sotto la guida di forze reazionarie di provata efficacia. La parte povera ed oppressa del pianeta ha subito da allora molte altre forme di ritorno al passato, con cui quest’ultimo si impadronisce del presente (fondamentalismo religioso, etnismo, comunitarismo). Sotto la loro ispirazione, e in caso di successo sotto la loro guida, la contestazione dell’imperialismo è al massimo sterile, ma molto più spesso forgia nuove catene per gli oppressi.

Solo la rinascita del comunismo rivoluzionario e quella delle lotte consapevoli del proletariato può dare una prospettiva favorevole alla lotta contro l’oppressione imperialista.

Oggi, un certo numero di intellettuali, più o meno consapevoli del deterioramento delle relazioni internazionali e della minaccia di guerre che ciò comporta, si perdono in congetture nel tentativo di indovinare intorno a quale asse si svolgerà il prossimo conflitto mondiale.

Qualcuno nota, più di un quarto di secolo dopo il crollo dell’Unione sovietica, che il campo occidentale si sta ricostituendo sotto la guida degli Stati Uniti, reinventando più o meno la guerra fredda contro la Russia. Va ricordato che l’Alleanza atlantica (NATO) è stata creata contro l’Unione sovietica, ma non è scomparsa dopo il crollo dell’URSS. Dopo avere integrato le ex-democrazie popolari poi i paesi baltici, non ha mai smesso di essere attiva nei confronti di altri paesi che ne sono sorti, in particolare Georgia e Ucraina. La NATO rimane uno degli strumenti della ripresa di una forma modernizzata della politica di contenimento degli Stati Uniti nei confronti della Russia.

Altri vedono nella Cina la principale rivale degli Stati Uniti. Dalla vittoria della rivoluzione che ha portato al potere il regime di Mao, la Cina è stata senza dubbio un problema per l’imperialismo americano. Non intendiamo ripercorrere qui l’evoluzione delle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti negli ultimi sette decenni. Oggi non rimane niente delle illusioni degli anni in cui il regime di Mao affermavava di incarnare il vero comunismo di fronte al revisionismo di Krusciov e dei suoi successori. Pur conservando l’etichetta comunista ed avendo alla testa dello Stato un partito che continua a rivendicarla, il regime cinese ha finito per abbandonare in gran parte ciò che faceva la sua originalità: il suo rifiuto di sottomettersi al dominio delle potenze imperialiste.

Negli gli ultimi trent’anni, la Cina è passata da un’economia statale e chiusa nei confronti dell’esterno ad un’economia relativamente aperta ai capitali delle potenze imperialiste. Pur mantenendo una forma dittatoriale, il regime consente o addirittura favorisce l’accumulo di capitale privato.

La Cina è riuscita ad assicurarsi una presenza notevole sul mercato mondiale. Tuttavia la sua integrazione nell’economia capitalista mondiale è stata realizzata in gran parte tramite lo stesso apparato statale che le ha permesso di resistere a lungo al dominio delle potenze imperialiste.

Qualunque fossero stati la politica e i discorsi dei suoi dirigenti, lo Stato cinese non è stato creato da una rivoluzione proletaria. È sempre stato lo strumento della difesa degli interessi politici della sua borghesia nazionale, anche quando ne sembrava tagliato fuori, quando difendeva i futuri interessi generali di questa borghesia contro gli interessi particolari di alcuni dei suoi membri.

Eredità del passato maoista, o più esattamente della rivolta popolare principalmente contadina che aveva portato Mao al potere, la borghesia cinese che rinasce dispone oggi di un apparato statale in grado di resistere a molte pressioni dell’imperialismo. Più che la sua etichetta comunista, in cui nessuno più crede (e le potenze imperialiste meno di chiunque altro), è la capacità dello Stato di un paese ancora in gran parte sottosviluppato di resistere all’imperialismo, che fa il suo peccato originale agli occhi di quest’ultimo.

Sono lo statalismo e la centralizzazione che oggi consentono alla Cina di sviluppare la propria economia e di essere tra i primi sulla scena internazionale. È questo statalismo che, poggiando sulla popolazione più numerosa del pianeta, le consente non solo di diventare una potenza militare e diplomatica, ma anche di estendere la sua influenza in molti paesi poveri, in particolare in Africa, in concorrenza a livello commerciale con le ex-potenze coloniali.

Il progetto di di ripristino della Via della Seta, la crescente presenza economica della Cina in Africa, le sue basi militari all’estero, in particolare a Gibuti, alimentano le fantasie per cui esisterebbe un imperialismo cinese minaccioso per la pace mondiale. La minaccia non viene però dalla Cina, bensì dall’imperialismo, in particolare americano. Non sono navi da guerra cinesi ad incrociare di fronte a New York o Seattle, ma navi americane che solcano il Mar Cinese.

Anche se l’omologo asiatico della NATO, l’alleanza militare SEATO, è stato sciolto, la Cina è ancora circondata da un sistema di alleanze sotto l’egida degli Stati Uniti che comprende tutta una parte dell’Asia orientale, da Taiwan al Giappone passando per la Corea del Sud o le Filippine.

L’evoluzione delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord sembra attenuare le tensioni in questa regione, teatro di uno scontro militare che ha quasi portato alla guerra mondiale nel 1950-1953.

Vestigia della guerra di Corea e soprattutto della divisione del mondo in due blocchi, il regime nordcoreano, dittatura divenuta ereditaria della famiglia Kim, ha saputo resistere alle pressioni imperialistiche, basandosi sui sentimenti anti imperialisti della sua popolazione.

Situata all’incrocio delle rispettive zone d’influenza di tre grandi potenze - Cina, Unione sovietica, ora Russia, e Stati Uniti -, quel che sembrava una debolezza costituisce una forza per i leader del regime. L’ultimo rampollo della famiglia Kim al potere, Kim Jong-un, ha tentato e finora ha vinto una scommessa dotandosi di armi nucleari per affermare la sua determinazione a non cedere agli Stati Uniti. La scommessa riguardava allo stesso tempo la sua popolazione, contando sul fatto che il nazionalismo avrebbe giustificato una politica che le chiedeva sacrifici. È probabile che lo abbia fatto per trovare, un po’ come il regime castrista a Cuba, una forma d’integrazione nell’ordine imperialista, ma con la preoccupazione di non esserne troppo vittima. Nel mondo imperialista, i paesi che appaiono deboli vengono schiacciati senza pietà..

Il futuro dirà se questo calcolo sarà riuscito. Ma, ancora una volta,, più della sua piccola bomba atomica, ciò che garantisce la sicurezza dello Stato nordcoreano è il fatto che la Cina, la Russia e persino l’imperialismo americano non hanno interesse, almeno per il momento, a correre il rischio di una crisi che coinvolgerebbe in primo luogo tre grandi potenze, per non parlare del Giappone, che è in prima fila. Nonostante la pubblicità che circonda l’incontro tra Trump e Kim Jong-un, questa regione rimane una delle aree di tensione più gravi del pianeta.

Medio Oriente e Magreb

Il Medio Oriente rimane al centro di tensioni enormi. L’appetito delle varie potenze per le sue ricchezze ed i loro interventi militari ne hanno fatto un campo di battaglia permanente, sullo sfondo di distruzioni materiali, regressioni e sofferenze per le popolazioni.

La guerra civile siriana sembra essere entrata nella fase finale con l’offensiva del regime sulla regione di Idlib, dove si sono concentrate le varie milizie ribelli, compresa la maggioranza dei gruppi jihadisti. L’offensiva militare si combina con il dialogo tra il regime di Bashar al-Assad, la Russia e la Turchia, per indurre quest’ultima a ritirare il suo sostegno a questi gruppi ed eventualmente ad accoglierli sul suo territorio, probabilmente in concomitanza con un nuovo contingente di profughi.

La guerra sta quindi per finire con la presa di controllo da parte del regime di Damasco su quasi tutto il territorio siriano. L’intervento della Russia a partire dalla fine del 2015 le ha permesso di ristabilire la sua situazione militare e di evitare che il paese cadesse completamente nelle mani delle milizie, comprese quelle dell’Isis, e quindi in una situazione totalmente incontrollabile di cui Afghanistan o Libia danno l’esempio. La Russia ha aiutato gli Stati Uniti a salvare l’ordine imperialista, anche se i leader americani non la ringrazieranno.

Se questo intervento ha evitato agli Stati Uniti e ai loro alleati europei che la Siria e la regione sprofondassero in un caos totale, il prezzo da pagare per loro è un rafforzamento dell’influenza della Russia e dell’Iran, alla quale tentano di opporsi. Le proteste dei dirigenti americani ed europei sotto pretesti umanitari, i loro avvertimenti alla Siria a proposito di un impiego reale o immaginario di armi chimiche, non sono il segno di una qualche preoccupazione per la sorte delle popolazioni. Mirano solo a garantire la presenza delle potenze occidentali in Siria e nella regione.

I leader imperialisti hanno preferito evitare un nuovo intervento militare diretto in Medio Oriente, dopo le sconfitte subite in Afghanistan e Iraq. Si sono appoggiati temporaneamente sulle milizie curde in Siria e Iraq, che avevano le proprie ragioni per opporsi all’avanzata delle milizie jihadiste, senza mostrare pertanto la minima intenzione di andare verso un riconoscimento dei diritti nazionali del popolo curdo. L’imperialismo continua a contare innanzitutto su potenze locali come Israele, ma anche l’Arabia Saudita ed i suoi alleati.

Il regime saudita vuole affermare il suo ruolo di potenza regionale alleata degli Stati Uniti, in particolare contro l’Iran. Ha interrotto i rapporti col Qatar, accusato di compiacenza nei confronti dell’Iran con il quale condivide lo sfruttamento di notevoli giacimenti petroliferi e di gas. Anche i leader sauditi continuano a sostenere le milizie jihadiste presenti in Siria, e soprattutto proseguono in Yemen, con l’aiuto degli emirati, una guerra catastrofica per le popolazioni. Per ciò hanno goduto del sostegno aperto dell’imperialismo americano e di Trump in particolare, ma anche del sostegno più ipocrita della Francia. Sotto il pretesto di opporsi all’influenza crescente dell’Iran, un intero paese viene ancora una volta distrutto, diviso in zone d’influenza che le varie milizie si contendono, mentre la popolazione sprofonda in una tremenda miseria. Le ONG valutano a più di cinque milioni il numero dei bambini che vi sono minacciati di carestia.

Nella decisione di Trump di rimettere in discussione l’accordo sul nucleare iraniano al quale era giunto il suo predecessore, c’è innanzitutto la preoccupazione di ostacolare un rafforzamento dell’Iran e della sua influenza. Questo paese ricco di petrolio, con la sua popolazione numerosa ed istruita, sta cercando, sin dalla caduta del regime dello Shah, di condurre una politica relativamente indipendente. La ripresa delle relazioni economiche con i paesi occidentali, resa possibile dall’accordo sul nucleare, non poteva che rafforzarlo ulteriormente. Decidendo di stravolgere l’accordo, l’imperialismo americano impone le sue scelte ai suoi partner occidentali, ma anche ai suoi alleati locali. Così la Turchia, che da diversi anni cerca di adottare una politica di equilibrio tra Washington e Mosca, si è vista intimare l’ordine di interrompere le relazioni con l’Iran, anche se sono decisive per la sua economia. Trump vi ha aggiunto sanzioni, imponendo tasse sulle importazioni di acciaio e di alluminio turchi negli Stati Uniti. Pur simbolico che sia questo gesto, dato il poco peso di queste importazioni, mira anche a indicare alla Turchia e agli altri regimi che l’imperialismo americano intende rimanere il padrone di questa regione.

Il trasferimento, deciso da Trump, dell’ambasciata americana in Israele da Tel-Aviv a Gerusalemme è stato certamente motivato soprattutto da ragioni di politica interna, tali da soddisfare l’elettorato ebreo e soprattutto evangelista. Ma si tratta anche di affermare brutalmente il sostegno degli Stati Uniti a coloro che considera come i suoi alleati più affidabili in Medio Oriente. Così Trump non vuole neppure più far finta di ricercare una soluzione equilibrata alla questione palestinese, attraverso un processo di pace diventato da tempo fittizio. La conseguenza è di incoraggiare ulteriormente l’intransigenza del governo Netanyahu e dell’estrema destra israeliana, e di rafforzare l’arroganza dei fautori della colonizzazione e dell’annessione totale della Cisgiordania. Per il popolo palestinese la prospettiva del riconoscimento dei propri diritti e del proprio Stato diventa così ancora più remota. A Gaza, l’isolamento del territorio e la politica punitiva dei dirigenti israeliani rendono la situazione ancora più drammatica per la popolazione.

In Turchia, la decisione del presidente Erdogan di indire elezioni anticipate nel giugno 2018 riflette il suo timore dinanzi al deterioramento della situazione economica e la sua paura di perdere il potere se queste elezioni si fossero svolte alla data prevista. Erdogan ha vinto le elezioni ma non ha evitato la crisi economica, che ha portato al crollo della valuta turca durante l’estate. Alla mancanza di fiducia nelle prospettive economiche si aggiungono il nuovo embargo imposto da Trump nelle relazioni con l’Iran e le tensioni con gli Stati Uniti. Dopo anni di crescita in gran parte trainata dai prestiti bancari, i capitali lasciano la Turchia provocando una svalutazione monetaria simile a quella vista in altri paesi detti emergenti. Molte aziende indebitate in dollari o in euro sono ora in fallimento. L’improvviso calo del potere d’acquisto e l’aumento dei licenziamenti hanno portato un rapido deterioramento delle condizioni di vita della popolazione. La dittatura di Erdogan non ha completamente soffocato le reazioni dei lavoratori.

In realtà, il peggioramento della situazione sociale è percettibile in tutta la regione. La fine 2017 e l’inizio 2018 sono stati segnati in Iran da una vampata di rivolte che ha colpito principalmente gli strati popolari. In Iraq durante l’estate la popolazione del settore di Bassora ha reagito contro una situazione divenuta insostenibile, attaccando persino i partiti e le milizie sciiti che controllano la regione. Nella stessa Giordania, un paese poco abituato alle contestazioni, manifestazioni e scioperi si sono svolti durante il mese di giugno per protestare contro il deterioramento delle condizioni di vita, che hanno portato alle dimissioni del Primo Ministro. Le guerre, le distruzioni materiali, il caos economico stanno causando un peggioramento a volte drammatico della situazione delle masse popolari in tutta la regione. Gli scontri nazionalisti, comunitari o religiosi non possono essere sufficienti ad arginare una protesta che si sta ora manifestando nel campo sociale.

Sette anni dopo, la “primavera araba„ ha condotto in un vicolo cieco. In Tunisia, invece di rivoluzione, c’è stato un cambiamento di facciata del regime che ha portato al massimo alcune libertà, ma nessun miglioramento della situazione sociale. Questa situazione si sta aggravando nei tre paesi del Magreb (Tunisia, Algeria, Marocco), provocando rivolte in alcune regioni, mentre una parte della gioventù si avvia verso l’esilio. In Egitto, la dittatura di Mubarak è stata sostituita da quella ancora più dura di al-Sissi. In Siria, il tentativo di rimettere in discussione la dittatura di Assad ha condotto ad una guerra civile tale che oggi la vittoria del regime può apparire come un male minore. In Libia, la contestazione del regime di Gheddafi è stata seguita da un intervento imperialista che, col pretesto di salvare la popolazione dal massacro, ha fatto sprofondare il paese nel caos. La Libia è così diventata un terreno di scontri tra milizie, dietro i quali si profilano rivalità tra imperialismi, in particolare francese e italiano. In tutta la regione, per imporsi contro i popoli, la politica delle potenze imperialiste ha favorito le forze più reazionarie, al punto da rischiare spesso di perderne il controllo.

Nuove esplosioni sociali sono inevitabili. È impossibile prevedere quando e dove potrebbero prodursi ma, in assenza di forze rivoluzionarie proletarie che agiscano per strappare il potere politico dalle mani delle borghesie locali e che mirino a rimettere in discussione l’ordine imperialista nell’intera regione, rischiano di condurre a nuovi vicoli ciechi.

(...)

L’Unione europea tormentata dalla crisi

Più di sessant’anni dopo che il Trattato di Roma ha istituito il mercato comune europeo il 25 marzo 1957, nel tentativo di superare alcune delle conseguenze della frammentazione dell’Europa tra Stati nazionali, che soffocava le loro economie di fronte ai loro rivali con vasti territori, in particolare gli Stati Uniti, la cosiddetta costruzione europea ha dato vita solo a un miserabile nanerottolo, una caricatura ridicola di ciò che l’unità dei popoli d’Europa poteva e doveva essere.
Finché la concorrenza tra borghesie imperialiste d’Europa e degli Stati Uniti non è stata esacerbata dalla crisi finanziaria del 2008, l’Unione europea ha funzionato alla meno peggio. Ma è proprio in tempi di crisi e di concorrenza aggravata che le borghesie europee dovrebbero unirsi per resistere a rivali più potenti. Tuttavia, non solo subiscono interamente la legge del più forte, in questo caso gli Stati Uniti, ma la cosiddetta costruzione europea si sgretola da tutte le parti. Anche la valuta comune, presentata all’epoca della sua creazione come un passo decisivo, ha dimostrato durante la crisi dell’euro che era comune solo in teoria e che i fondi speculativi potevano giocare l’euro dei paesi imperialisti, Germania e Francia in particolare, contro l’euro greco o portoghese, e forse domani contro quello italiano.

Dalla crisi del 2008, l’Unione europea è sempre stata tra due crisi. La crisi finanziaria, nonostante sia partita dagli Stati Uniti, ha colpito ancora di più l’Europa. La crisi dell’euro, l’austerità imposta alla Grecia, la contestazione di Bruxelles da parte dei leader degli stati d’Europa orientale del gruppo di Visegrad, il Brexit e le sue conseguenze, la cosiddetta crisi dei migranti, cioè le diverse ma spregevoli reazioni degli stati dell’Unione europea intorno al rifiuto di accogliere i migranti... la facciata unitaria si altera a vista d’occhio, sia nel campo economico che in quello politico.
L’Europa è ora unita soprattutto dalla crisi economica e dalle sue conseguenze sociali e politiche. Ovunque la borghesia è in offensiva contro la classe operaia, con un’intensità variabile a seconda dei paesi che compongono l’Unione. Ovunque la povertà di coloro che sono diventati disoccupati a causa della crisi capitalista sta peggiorando.

C’è ovviamente una differenza tra la situazione dei paesi imperialisti d’Europa e gli altri. L’uguaglianza formale tra i paesi dell’Unione nasconde fino ad un certo punto, senza porre fine, alle relazioni di dominio dei paesi della parte imperialista dell’Europa. La Grecia ne è un esempio: le sue classi lavoratrici sono state dissanguate nel corso di una politica di austerità i cui principali beneficiari sono state le banche tedesche, francesi e britanniche.

In Francia i nazionalisti o i protezionisti di ogni genere fanno periodicamente l’esempio dell’idraulico polacco, oppure del camionista bulgaro o rumeno. Ma sono molto meno eloquenti sul fatto che, dopo avere rilevato le grandi aziende delle ex democrazie popolari che sembravano loro proficue, i capitali delle grandi aziende, tra cui Renault, PSA, Mercedes o Toyota, continuano ad approfittare, nei paesi dell’Est, di una manodopera competente, ma pagata due a tre volte meno che nei paesi imperialisti.

Da oltre un secolo, l’economia europea soffoca all’interno degli stretti confini degli stati nazionali. Un secolo fa Trotsky denunciava l’incapacità degli stati europei di unificare il continente come l’espressione dell’incapacità della borghesia di fare qualcosa che andasse nel senso del progresso per l’umanità.
L
’Europa ha pagato con due guerre mondiali la rivalità tra le sue borghesie imperialiste, quando ogni campo cercava di imporre con la forza e la violenza bellica l’unificazione del continente richiesta dall’evoluzione economica.

Lo stato attuale dell’Europa, lo scontro di interessi nazionali, l’incapacità degli stati, che stentano non solo a prendere decisioni unitarie, ma anche ad opporsi alla dislocazione, illustrano a che punto la costruzione europea del mezzo secolo scorso sia stata superficiale, fragile, perché contraddittoria e sempre sul punto di esplodere.
I comunisti rivoluzionari militano nella prospettiva di un’unificazione dell’Europa, per la soppressione di tutte le frontiere che la dividono. Ciò non è contraddittorio, anzi, col far sì che tutti i popoli d’Europa siano responsabili del loro futuro, pur collaborando con tutti gli altri. Ma la storia dimostra ancora una volta che questa prospettiva non può realizzarsi tramite trattative tra borghesie nazionali, bensì con il rovesciamento rivoluzionario della borghesia in tutti i paesi del continente e la conquista del potere da parte del proletariato.

I dibattiti politici che si svolgeranno in occasione delle elezioni europee sono orientati verso l’opposizione di due campi, l’uno per spingere ulteriormente l’Unione europea, e l’altro contro. Sarà una discussione così fasulla come quella che in Francia opponeva la sinistra alla destra e fungeva da dibattito democratico. I due campi politici che si affronteranno si preoccupano tanto poco dell’Europa quanto dei loro popoli.

Va notato qui che la differenza tra i leader di Ungheria, Polonia, Slovacchia, Austria e recentemente Italia che rifiutano di accogliere i migranti sul loro territorio, e coloro che, come Macron, si danno un’immagine più umanista, è solo la maggiore ipocrisia di questi ultimi. Se Orban erige filo spinato sul percorso terrestre dei migranti, “l’umanista„ Macron rifiuta di permettere l’attracco nei porti francesi delle navi umanitarie che soccorrono i migranti. Macron non ostenta il becero sciovinismo di un Orban. Ma subordinare l’accoglienza dei migranti all’adozione di una posizione comune europea significa, in altre parole, farla dipendere dall’autorizzazione esplicita di tutti i capi di stato dell’Unione, Orban compreso.

Difendere la libertà di circolazione e di insediamento in qualunque paese d’Europa per tutti, nati o meno sul territorio europeo, è una delle esigenze dei diritti democratici elementari. Ben al di là di questa fondamentale espressione di solidarietà, i comunisti rivoluzionari devono combattere il rifiuto dei migranti come una delle espressioni della decadenza e della putrefazione dell’organizzazione capitalista della società. Devono fare campagna per l’integrazione dei migranti nella classe operaia e nelle sue battaglie.

L’incapacità dell’Europa di unirsi non è quella di un uomo, di un partito o di un campo politico, ma quella della borghesia. Questa classe sociale non è più in grado di portare qualcosa di progressista alla società. L’impotenza stessa della borghesia alimenta fantasie sovraniste in generale e l’estrema destra in particolare.
I comunisti rivoluzionari combattono tutte le istituzioni della borghesia, che siano nazionali o europee, in nome degli interessi politici del proletariato e dell’internazionalismo. Presentare ai lavoratori, direttamente o indirettamente, lo Stato nazionale borghese e la sua sovranità come una protezione contro l’Europa borghese, per non parlare di flirtare con i partiti borghesi che si dichiarano sovranisti, è una stupidità reazionaria. Uno degli aspetti più reazionari del regno della borghesia è la frammentazione tra stati nazionali, mentre l’economia è sempre più socializzata su scala mondiale. È precisamente questa socializzazione a livello mondiale che rende la rivoluzione comunista non solo possibile, ma indispensabile per un futuro sviluppo controllato della società umana.

Costruire il partito comunista e l’Internazionale rivoluzionaria

La crisi persistente del capitalismo non è un’ennesima crisi ciclica dell’era della libera concorrenza, da cui il capitale riesce ad uscire. Non era già più così all’epoca descritta da Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo: “Non è più la vecchia libera concorrenza tra imprenditori sparsi, che si ignoravano a vicenda e producevano per un mercato sconosciuto. (…) Viene socializzata la produzione, ma l’appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un piccolo numero di individui. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l’oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione sta diventando cento volte più gravosa, più tangibile, più insopportabile. (…) Lo sviluppo del capitalismo è giunto a tal punto che la produzione di merci, sebbene ancora "dominante" e considerata come base di tutta l’economia, è di fatto già minata, e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l’immenso progresso compiuto dall’umanità, che ha progredito verso tale socializzazione, va a vantaggio... degli speculatori”.

La crisi attuale è una crisi di civiltà. Si frantuma tutto, dalle relazioni internazionali ai comportamenti individuali. Rispondendo agli scettici della sua epoca che sostenevano che “le condizioni storiche non sarebbero state ancora "mature" per il socialismo„, Trotsky affermava nel Programma di transizione: “Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno addirittura cominciato a marcire„.

Il capitalismo è sopravvissuto alle due guerre mondiali che ha causato. Ma la rapidità con cui la seconda guerra mondiale ha seguito la prima mostra quanto fosse stata provvisoria la remissione. La crisi attuale che, con i suoi alti e soprattutto i suoi bassi, si protrae dai primi anni ‘70, la lenta e soffocante discesa nel ristagno economico e politico testimoniano il carattere altrettanto provvisorio della remissione seguita alla seconda guerra mondiale.

Ma se da una remissione all’altra il capitalismo sopravvive a se stesso, la vita sociale, invece, muore. Nel mondo 700-800 milioni di donne, uomini e bambini sono condannati alla malnutrizione, con carestie endemiche, anche se l’umanità avrebbe tutti i mezzi per porvi fine. La concentrazione delle ricchezze nelle mani di una minoranza di parassiti che monopolizzano i principali mezzi di produzione non è mai stata così schiacciante. Indice fra molti altri delle catastrofiche conseguenze di questa situazione: negli Stati Uniti, fiore all’occhiello e perfetta incarnazione del capitalismo, che negli anni ‘60 detenevano il record mondiale della speranza di vita più lunga, essa comincia a diminuire al punto di essere inferiore a quella di molti paesi asiatici perché, negli Stati Uniti come in Europa, la nozione stessa di protezione sociale sta perdendo ogni significato.

L’umanità ha sopravvissuto ai circa 100 milioni di morti e alle distruzioni immense della seconda guerra mondiale grazie allo statalismo, che è poi stato la scelta di molti stati borghesi. Per uscire dalla catastrofe, sono stati costretti a sostituirsi al funzionamento normale del capitalismo, alla concorrenza individuale ed alla proprietà privata. Era in un certo modo l’omaggio del vizio alla virtù, l’espressione della tendenza profonda dell’evoluzione economica e sociale verso soluzioni collettive.
Di fronte all’aggravarsi della crisi del 2008 e alla minaccia del crollo finanziario, gli stati sono ancora una volta intervenuti per salvare il capitalismo, contro le conseguenze letali della finanziarizzazione che il suo normale funzionamento aveva causato. Tuttavia, nonostante la terapia statale sempre più brutale, la cancrena del capitalismo continua a peggiorare.

L’umanità non è più minacciata solo dalle guerre locali, o più o meno diffuse. Lo è dalla sua propria attività anche quando non ha obiettivi di distruzione. Gli scienziati suonano il campanello d’allarme per avvertire dei pericoli risultanti dal riscaldamento globale, dall’inquinamento degli oceani, dalle distruzioni irresponsabili ed irrime­diabili dell’ambiente naturale, dall’innalzamento del livello del mare, al punto da temere per la sopravvivenza stessa dell’umanità se non si adottano le misure necessarie. Ma chi potrebbe adottare queste misure?

Anche gli ambientalisti più sinceri, che citano queste minacce, non sanno rispondere. Una risposta potrà solo risultare dalla volontà collettiva di un’umanità che controlli la propria vita sociale. Ma questo si scontra sempre, a un livello o all’altro, con la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’anarchia congenita del modo di produzione capitalista.

Mai nella sua storia l’umanità si è trovata a tal punto confrontata a problemi che saranno risolti solo a livello dell’intera comunità umana. Mai i progressi della scienza e della tecnologia, da internet alle comunicazioni quasi istantanee, hanno dato alle persone così tanti modi per prendere e attuare decisioni collettive. Mai prima d’ora la contraddizione tra interessi collettivi e privati ha avuto conseguenze tanto minacciose per tutta l’umanità.

Lo stesso proletariato è stato in gran parte contagiato dalla morale, dall’individualismo, dai riflessi comunitari di ogni genere, trasudati dal capitalismo in putrefazione. Lenin constatava già: “L’ideologia imperialista penetra anche nella classe operaia, che non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese„. Faceva questa osservazione ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, in piena guerra mondiale. Era la primavera del 1916, solo un anno prima della rivoluzione in Russia e della successiva ondata rivoluzionaria.

Allo stesso tempo, il proletariato rimane, come lo era ai tempi di Marx, l’unica classe sociale i cui interessi propri la oppongono alla borghesia e al sistema capitalista, anche l’unica classe che sia obiettivamente orientata al collettivismo. Esso solo può essere portatore di soluzioni collettive per vincere le sfide alle quali l’umanità è confrontata.

Queste espressioni del Programma di transizione rimangono di grande attualità: “Tutto dipende dal proletariato, cioè fondamentalmente dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria„.

La ricostituzione di questa avanguardia rivoluzionaria è oggi vitale. Ricostruire partiti e un’Internazionale comunisti rivoluzionari, cioè la IV Internazionale, è il compito fondamentale della nostra epoca. Entrambi emergeranno dalla stessa consapevolezza: sarà allo stesso tempo l’indice e lo strumento del suo approfondimento attraverso la lotta delle classi sfruttate contro gli sfruttatori. Questa lotta di classe dovrà andare fino alla fine, fino al rovesciamento del potere politico della borghesia su scala mondiale, fino alla sua espropriazione, per porre le basi di un nuovo ordine sociale senza classi, nel quale l’umanità avrà finalmente il controllo della propria vita sociale.

3 novembre 2018


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