Internazionale
Francia

La situazione politica

Da “Lutte de classe” n° 196 - dicembre 2018-gennaio 2019

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière – Dicembre 2018

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Un anno e mezzo di presidenza Macron

Per decenni la democrazia borghese francese aveva trovato, con l’alternativa sinistra-destra, un equilibrio che poteva incanalare le insoddisfazioni verso il Parlamento e le scadenze elettorali. La crisi economica e le esigenze della borghesia, che ne vuole fare portare il fardello alle classi popolari, hanno indotto i governi di destra come di sinistra a confondersi intorno alla stessa unica politica antioperaia che fa a pezzi la mistificazione dell’alternativa.

Eletto alle presidenziali del 2017, Macron ha messo fine alla solita solfa delle alternative sinistra-destra ed ha aperto la prospettiva di una ricomposizione della sfera politica con la pretesa di creare, sotto l’etichetta progressista, un grande polo opposto al Fronte nazionale. Per questo doveva assorbire buona parte della destra e della sinistra ed azzerare la concorrenza dei loro vecchi apparati. È lontano dall’esserci riuscito.

Certamente, il suo colpo da maestro alle presidenziali gli ha permesso di raccogliere numerose adesioni e di assicurarsi una larga maggioranza all’assemblea per governare. Ma il suo potere d’attrazione diminuisce parallelamente alla sua popolarità. I media che avevano contribuito alla sua vittoria ormai si interrogano su ciò che chiamano la gestione Macron. La diffidenza si è insinuata nel suo campo, come hanno evidenziato le dimissioni precipitose dei ministri Hulot e di Collomb. Senza essere una vera crisi del potere, il succedersi di piccole crisi al vertice dello Stato (casi Ferrand, Benalla, dimissioni e difficoltà di rimpasto del governo, esitazioni sulla trattenuta diretta dell’imposta sul reddito…) sottolineano questa sua fragilità.

Il discredito e l’impopolarità non hanno mai impedito ad un governo di proseguire una politica antioperaia. Hollande ha attaccato il mondo del lavoro fino al termine del suo mandato, anche quando era pienamente cosciente di scavare la propria tomba e quella del suo partito nell’elettorato popolare. Macron prende il rischio di scavare la sua soprattutto nel suo elettorato piccolo-borghese.

Macron, infatti, è stato sostenuto al primo turno delle presidenziali dalla borghesia piccola, media e grande, ed ha costruito una maggioranza parlamentare ad immagine di questi battaglioni. Ma è anzitutto l’uomo della frazione dominante della borghesia e del grande capitale finanziario. Da lì derivano le misure che sappiamo contro la condizione operaia (ordinanze lavoro, aumento della CSG -trattenuta sociale generalizzata sui salari-, diminuzione del sussidio per la casa, patto ferroviario, riforma degli assegni ai disoccupati…), ma anche tutte quelle che consistono in tagli nei servizi pubblici e nelle infrastrutture utili a tutta la popolazione (ospedali, scuole, strade…).

Vista la natura del suo elettorato, è probabile che Macron soffra maggiormente dell’aumento della CSG e dei prezzi dei carburanti, della limitazione della velocità a 80 km/h sulle strade, che non della legge lavoro o dei suoi attacchi contro i ferrovieri. La recente creazione di un ministero a pieno titolo per la Coesione dei territori, destinato a riconciliare gli eletti locali con Macron, mostra che il governo è preoccupato delle proteste di questi rappresentanti degli enti locali.

Se Macron vuole essere altro che un semplice prestanome per la borghesia, tutto è ancora da fare. Per ora governa sospeso nell’aria. Per assicurarsi l’esistenza di un apparato presente su tutto il territorio con l’influenza necessaria, deve conquistare un radicamento locale, assicurarsi i servizi di numerosi eletti locali. In questa prospettiva, le elezioni comunali saranno essenziali e la campagna è già stata lanciata in molte città.

Le elezioni europee del maggio 2019

Le elezioni europee del maggio 2019 vanno valutate in questa prospettiva. Di per sé, in termini di eletti al Parlamento europeo e di influenza politica sull’UE, queste elezioni hanno poca importanza. Ma come anticamera delle comunali ne hanno. La sfida per Macron è di ridare fiducia nella sua capacità e di attirare un numero sufficiente di eletti LR o PS che ancora esitano a varcare il Rubicone. Deve uscire dalle europee come vincitore. Se fallisce, il suo progetto sarà compromesso.

Questa prima elezione dopo il 2017 sarà importante anche per i partiti d’opposizione. In un panorama politico segnato dallo sbriciolamento della sinistra come della destra, essa misurerà e forse ridefinirà i rapporti tra le forze politiche. Per il Raggruppamento Nazionale (RN – nuovo nome del FN di Marine Le Pen), la Francia ribelle di Mélenchon (LFI) ed i repubblicani (LR), la sfida consiste nel vincere il titolo di oppositore numero 1. Per gli altri, e già sono molti ad avere annunciato una lista (i Patrioti, UPR, Debout la France, PS, Génération.s, ecologisti di EELV e PCF), si tratta di riuscire a salvare la pelle e di continuare ad esistere in un periodo d’instabilità politica.

Alle elezioni europee del 2014, il Fronte nazionale aveva raccolto il 24,4% dei voti. La Le Pen può ottenere lo stesso risultato, se non uno migliore. Coloro che si sentono rassicurati pensando che si sia screditata nel dibattito tra i due turni delle presidenziali, o che i suoi problemi giudiziari la indeboliranno, sbagliano. Lungi dall’arginarla, l’arrivo di Macron all’Eliseo non ha fatto altro che rinviare la minaccia che rappresenta. Macron, col fare la politica del grande capitale, alimenta la rabbia e la disperazione che aprono la strada all’estrema destra negli ambienti popolari. Gli stessi venti reazionari che hanno portato ai recenti successi dell’estrema destra nel mondo soffiano a favore della Le Pen. La Brexit, l’elezione di Trump e quella di Bolsonaro in Brasile, o l’arrivo di Salvini al potere in Italia danno un nuovo credito all’estrema destra, dimostrando che non è per forza condannata ad una sterile opposizione. Anche se niente nella politica di Orban o Salvini risolve i problemi dei lavoratori e dei disoccupati, costoro appaiono come quelli che, giunti al potere, mantengono le promesse quando si oppongono ai migranti o all’UE. A ciò si aggiunga il fatto che nelle elezioni europee l’argomento del cosiddetto voto utile ha meno peso, dal momento che, per gli elettori, lo scrutinio è proporzionale e pertanto avrà meno conseguenze politiche e permetterà di punire Macron. Tutto fa pensare che il voto a favore di RN e degli altri sovranisti del tipo di Dupont-Aignan o Asselineau sarà importante.

Il partito dei Repubblicani (Les Républicains-LR) arriva alle elezioni europee quando non è ancora riuscito a rimettere insieme i pezzi dopo il fallimento che ha rappresentato, per lui, il primo turno della presidenziale. L’elettorato di LR ed i suoi eletti sono torturati tra l’attrazione esercitata da Macron da un lato e dalla Le Pen dall’altro. Wauquiez, che ha preso la testa del partito, ha deciso per una linea che ricalca quella di RN. Ma si fanno sentire molteplici contestazioni. La campagna delle europee può rafforzare queste tendenze centrifughe.

Se, tra i dirigenti LR, Valérie Pécresse desidera conservare e consolidare l’Europa a 28, Wauquiez, da parte sua, difende il ritorno ad un’Europa a 12, che si limiti ad un mercato comune. Retailleau (presidente del gruppo LR in Senato), a sua volta, rivendica una posizione ancor più sovranista. Attualmente, questo partito non ha ancora definito la sua linea politica, e scegliere un capolista sembra proprio un rompicapo.

Mélenchon ed il suo partito LFI vogliono trasformare lo scrutinio in un referendum anti Macron. Il loro posizionamento sull’Europa sarà nella continuità di ciò che Mélenchon ha difeso nel 2017: la rimessa in discussione ed una rifondazione dei trattati europei, giudicati incompatibili con il programma del partito (piano A) e, in caso di fallimento del negoziato, l’uscita della Francia dall’Unione europea (piano B), posizione riassunta dallo slogan “l’UE, la si cambia o la si lascia„.

Mélenchon è tanto più a suo agio nel navigare sui pregiudizi antieuropei presenti nel mondo operaio in quanto deve solo appoggiarsi sul lavoro compiuto dal PCF. È stato infatti quest’ultimo, con il peso che aveva nella classe operaia, a far passare nel corso degli anni le idee nazionaliste e protezionistiche come idee del movimento operaio.

In effetti, è difficile distinguere le dichiarazioni di Mélenchon contro una “Europa che non lascia spazio ad una sovranità piena ed intera dei popoli„ da quelle della Le Pen. Su queste questioni, con il suo rivendicato nazionalismo, Mélenchon continua ad offuscare la coscienza di classe dei lavoratori.

Altrettanto nocive per la classe operaia sono le illusioni che egli diffonde sulla possibilità di un buon governo per i lavoratori, e quindi sulle elezioni. Nonostante i suoi molteplici tentativi, il più recente dei quali è stato l’appello ad una marea popolare mirante a costituire un nuovo fronte popolare, Mélenchon non ha fatto veri passi avanti verso l’obiettivo di unificare la sinistra attorno a lui.

Pur indeboliti ed in parte deteriorati, i vecchi apparati quali sono il PS e il PCF, con le loro migliaia di eletti locali, resistono ancora alle OPA di Mélenchon. In previsione del prossimo congresso del PCF, la direzione uscente è stata messa in minoranza con un testo maggioritario che vuole che il PCF rifiuti “di essere il portatore d’acqua di Mélenchon„. Ma quest’ultimo, il PCF o l’ex candidato del PS Hamon difendono tutti le stesse prospettive elettoralistiche, contrarie agli interessi dei lavoratori.

La partecipazione dei comunisti rivoluzionari

I comunisti rivoluzionari dovranno essere presenti in queste elezioni. In un periodo segnato dall’ascesa dei protezionismi e dagli atteggiamenti sempre più abietti nei confronti dei migranti, dovremo difendere i valori del movimento operaio rivoluzionario, a cominciare dall’internazionalismo.

Dovremo combattere le idee e le posizioni reazionarie che si esprimeranno anche attorno all’uscita dall’Europa o alla rottura con i trattati europei. Anche presentate sotto una vernice internazionalista, anche portate avanti da partiti di sinistra, queste idee non possono essere distinte da quelle dei sovranisti ed essere capite in altro modo se non come un appello al ripiegamento nazionale. Possono soltanto ingannare i lavoratori sui loro veri nemici e sulle battaglie da condurre.

Macron da un lato e l’estrema destra dall’altro hanno interesse a lasciar credere che ci siano solo due campi: quello dei progressisti europei e quello dei sovranisti. Per i lavoratori è solo il nuovo specchietto per le allodole che si vorrebbe sostituire alla falsa opposizione sinistra-destra, poiché nasconde politici profondamente d’accordo nel difendere l’ordine sociale capitalista, la proprietà privata e la sovranità della borghesia sulla classe operaia.

Le contraddizioni che hanno presieduto alla costruzione europea – approfittare di un mercato più largo pur proteggendo il proprio mercato nazionale – sono sempre presenti e fanno dell’UE l’oggetto di un confronto permanente tra dirigenti borghesi, che inoltre mal sopportano che essa si immischi nella loro politica interna. Ci sono interessi delle varie borghesie europee che divergono ed a volte si oppongono. Ma c’è anche il gioco delle consorterie rivali che esprimono queste divergenze di interessi e le amplificano. Ciascuno vorrebbe che l’Europa servisse prima e innanzitutto i propri interessi.

La rinegoziazione o la rottura con questo o quel trattato riflettono i mutevoli rapporti di forza tra borghesie nazionali e tra fazioni politiche. Sono parole d’ordine borghesi, che non possono per nulla essere una tappa nella lotta dei lavoratori perché non sono in alcun modo sul terreno della lotta di classe.

Come dimostra la Brexit, l’Europa può disgregarsi sotto la spinta di politici demagoghi. Ma la dittatura del capitale sui lavoratori in nessun modo ne sarebbe toccata, perché si basa sull’appropriazione dei mezzi di produzione da parte della minoranza capitalista. Gli stati nazionali e questo fantasma di Stato europeo qual è l’UE non sono all’origine del monopolio della proprietà della grande borghesia sul capitale; non fanno altro che servirlo e proteggerlo.

Tutto il gioco democratico consiste nel mascherare, dietro la varietà dei partiti e delle scelte politiche borghesi, la dittatura della classe capitalista sulla società e la sua responsabilità in un sistema all’agonia. In questo periodo di crisi e di reazione, i comunisti rivoluzionari devono sottolineare il fallimento del riformismo ed aiutare i lavoratori a trarre le necessarie conclusioni rivoluzionarie: per non essere condannati al degrado sociale, i lavoratori dovranno espropriare la borghesia e prendere il potere nelle loro mani.

Nel 1935, Trotsky spiegava, in Dove va la Francia? che “La tesi marxista generale, per cui le riforme sociali sono soltanto i sottoprodotti della lotta rivoluzionaria, assume all’epoca del declino capitalista l’importanza più immediata e più cocente. I capitalisti possono cedere qualcosa agli operai solo se sono minacciati dal pericolo di perdere tutto.

Ma anche le più grandi concessioni di cui è capace il capitalismo contemporaneo, spinto da se stesso in un vicolo cieco, rimarranno poco importanti nei confronti della miseria delle masse e della profondità della crisi sociale. Ecco perché la più immediata di tutte le rivendicazioni deve essere l’espropriazione dei capitalisti e la nazionalizzazione (socializzazione) dei mezzi di produzione. Questa rivendicazione è irrealizzabile sotto il dominio della borghesia? È chiaro ed è per questo che occorre conquistare il potere. (…) Le masse capiscono o sentono che, nelle condizioni della crisi e della disoccupazione, conflitti economici parziali esigono sacrifici inauditi, che i risultati ottenuti non giustificheranno mai. Le masse attendono e richiedono altri metodi, più efficaci. Signori strateghi, imparate dalle masse: sono guidate da un sicuro istinto rivoluzionario„.

Oggi le masse sentono più di quanto comprendano la necessità della rivoluzione sociale. Ma i compiti che si pongono ai comunisti rivoluzionari non si deducono dal morale dei lavoratori in questo o in quel momento. Si fondano sulla realtà oggettiva della lotta di classe e della situazione del capitalismo. Si fondano sul fatto che non c’è niente che vincoli la classe operaia a questa società poiché, come scrivevano Marx ed Engels, essa non ha niente da perdere, fuorché le sue catene.

Nella prossima campagna europea, i comunisti rivoluzionari dovranno imperniare la loro politica sugli interessi materiali e politici della classe operaia, una politica che miri ad “un lavoro e ad un’esistenza dignitosa„ per tutti i lavoratori; occorrono la scala mobile dei salari e delle pensioni e la scala mobile delle ore di lavoro. E dovranno affermare ciò che tale politica implica: la necessità per i lavoratori di lottare contro il grande padronato, con la volontà di contestargli la direzione della società. In altri termini, i comunisti rivoluzionari dovranno dotarsi di una politica imperniata sulle prospettive rivoluzionarie.

Il mondo del lavoro, le sue prospettive e quelle delle organizzazioni sindacali

Nonostante la demoralizzazione e la rassegnazione esistenti in generale nella classe operaia, che derivano tra l’altro dall’insuccesso delle ultime mobilitazioni intercategoriali contro la legge El Khomri nel 2016 o contro le ordinanze lavoro nel 2017, si svolgono numerose lotte locali. Sono poche le chiusure di fabbrica o di reparti ospedalieri di maternità a rimanere senza reazioni del mondo del lavoro. Dagli ospedali alle scuole si osservano permanentemente contestazioni locali.

L’anno è stato segnato in primavera dalla mobilitazione dei ferrovieri. La durata del loro sciopero e la loro volontà, più o meno cosciente, di rivolgersi agli altri lavoratori ha permesso di portare avanti gli interessi generali della classe operaia di fronte all’offensiva governativa e padronale. I ferrovieri impegnati in questo sciopero hanno contribuito, su una scala ben diversa di quella di piccole organizzazioni come la nostra, a diffondere l’idea che i lavoratori hanno gli stessi interessi e che le loro lotte devono congiungersi per opporsi vittoriosamente al padronato e ai suoi arroganti servitori.

Questo sciopero è stato condotto dall’inizio alla fine dalla CGT, quale sindacato maggioritario. La CGT ha saputo servirsi dell’insoddisfazione esistente, pur controllando questo movimento dalla A alla Z. Da un lato, c’erano dichiarazioni radicali con appelli ad uno sciopero duro ed alla disorganizzazione; dall’altro, c’erano i paletti di uno sciopero programmato secondo un calendario preciso, con due giorni di sciopero seguiti da tre giorni di lavoro. La maggioranza schiacciante dei ferrovieri, non pensando minimamente di fare sciopero senza la CGT né di rimettere in discussione la sua direzione autoproclamata e nascosta dietro un comitato intersindacale, ha accettato questo calendario. La CGT trovava così un mezzo sicuro ed efficace per togliere la direzione dello sciopero agli scioperanti, escludendo ogni possibilità che i più combattivi potessero far leva sull’entusiasmo di un giorno di sciopero riuscito per sviluppare la dinamica del loro movimento.

“Negli scioperi a cui si oppongono come in quelli di cui si fanno carico, le burocrazie sindacali hanno lo stesso atteggiamento. Vogliono poter agire in quanto rappresentanti dei lavoratori senza sottoporsi al loro controllo. E, per poter meglio manovrare gli operai, devono disabituarli a decidere in prima persona delle cose che li riguardano„, scrivevano i compagni della nostra corrente all’indomani dello sciopero Renault del 1947. L’esperienza dello sciopero dei ferrovieri lo ha, ancora una volta, appurato.

Grazie alla volontà di alcuni nuclei militanti convinti che lo sciopero dovesse essere diretto dagli scioperanti stessi, assemblee generali hanno però dato ai ferrovieri la possibilità di esprimersi, di prendere iniziative e di organizzarsi per provare a sviluppare il loro movimento. Il loro numero era insufficiente per cambiare la situazione, ma questa prova di democrazia operaia fa parte di ciò che è stato più prezioso in questo sciopero: l’esperienza fatta da una frazione dei ferrovieri che i lavoratori potevano decidere in prima persona.

Nel contesto di rassegnazione che conosciamo, gli apparati sindacali possono qualche volta apparire più combattivi della maggioranza dei lavoratori, e così è stato durante lo sciopero dei ferrovieri. Nondimeno, essi sono agenti della politica padronale nel mondo operaio.

La loro esistenza come ausiliari della borghesia è legata a quel poco di autorità che conservano nella classe operaia. Così come si sottoscrive un’assicurazione solo se essa è in grado di coprire il rischio, la borghesia accetta di pagare per sostentare gli apparati sindacali solo se questi danno prova della loro capacità di incanalare l’eventuale rabbia dei lavoratori. Il mantenere una credibilità presso i lavoratori più combattivi e conservarla anche tra i nuovi strati proletari, pur assicurandosi di saper neutralizzare i lavoratori quando la rabbia scoppia, tutto questo li costringe ad una certa ginnastica. Per questo i burocrati nutrono un’istintiva diffidenza nei confronti dei lavoratori e delle iniziative che potrebbero venire dalla base. Nonostante la bassa combattività che caratterizza attualmente il mondo del lavoro, tale diffidenza non diminuisce perché, in questo periodo di crisi in cui si rafforza la pressione della borghesia sui lavoratori, qualunque situazione può rapidamente diventare esplosiva.

“È precisamente perché il proletariato, come risultato della storia più che centenaria delle sue lotte, ha creato le sue organizzazioni politiche e sindacali, che gli è difficile, quasi impossibile condurre la lotta contro il capitale senza di loro e contro di loro. Ciò che però è stato costruito come strumento dell’azione è diventato un peso morto o un freno„. (Trotsky, Ancora una volta, dove va la Francia?)

Il problema del mondo del lavoro è la mancanza di prospettive. Per giustificare la loro passività e la loro assenza di politica, i burocrati sindacali sono soliti dire che i lavoratori non vogliono lottare. Quel che interpretano come assenza di combattività è anche espressione di una profonda disillusione rispetto alle lotte operaie che in questi anni non hanno portato vittorie, e rispetto ai sindacati che le hanno condotte.

L’eco nella classe operaia degli appelli dei “gilet gialli” a mobilitarsi il 17 novembre contro l’aumento dei prezzi dei carburanti mostra l’importanza del malcontento sulla questione del carovita come sulla questione dei salari e delle pensioni. Col pretesto che l’estrema destra sostiene queste iniziative, le direzioni sindacali si sono affrettate a non proporre nulla. Come i partiti riformisti, sono diventate pesi morti per i lavoratori.

Per parafrasare Trotsky, le masse “capiscono o sentono„ la grandezza del compito e dei cambiamenti da operare, senza sapere come agire. Solo un partito rivoluzionario, purché non tema di mettere in discussione il potere della borghesia e il capitalismo, sarebbe in grado di offrire loro delle prospettive politiche.

Costruire un partito comunista rivoluzionario

Il partito comunista rivoluzionario rimane da costruire. Tutti i periodi, quelli di nuova crescita delle lotte come quelli di regresso, giocano il proprio ruolo e si completano per costruire il partito. Esso si può sviluppare davvero solo attraverso movimenti di massa, facendo nascere tutta una generazione militante. Anche negli altri periodi i comunisti rivoluzionari devono cogliere tutte le opportunità per incarnare, di fronte alla borghesia ed ai suoi politici, una politica che corrisponda agli interessi della classe operaia e porre così le basi di questo partito. Devono partecipare e provare ad avere un ruolo dirigente nelle lotte, piccole e grandi, che emergono nelle imprese e nei quartieri dove sono presenti. Devono altresì partecipare alle battaglie politiche elettorali per diffondere le loro idee, mostrando che queste corrispondono alle necessità della loro classe, per guadagnarsi il rispetto e persino la fiducia dei lavoratori, non fosse che per la fedeltà alle proprie idee e per la determinazione con cui le difendono.

Qualsiasi campagna elettorale fa parte della battaglia politica e si iscrive nella costruzione del partito rivoluzionario. Ogni campagna nazionale permette ai militanti rivoluzionari di rivolgersi all’insieme del mondo del lavoro e di far conoscere la loro politica e le loro prospettive a livello di tutto il paese. Esse permettono, tramite il voto, di stabilire nuovi legami con decine di migliaia di lavoratori. Questi legami sono di un altro tipo rispetto a quelli che i lavoratori possono stabilire quando insieme conducono scioperi in cui la solidarietà e la fiducia reciproca si forgiano nella battaglia comune. Sono legami più tenui, ma non per questo meno importanti, soprattutto in un periodo in cui i lavoratori si sentono abbandonati da tutti gli altri partiti. Votare per un candidato o per una lista comunista rivoluzionaria non significa l’adesione al partito, ma è un segno di fiducia. Ed è a partire da questo primo gesto di riconoscimento che si possono stabilire, con le campagne successive, ravvicinamenti e fedeltà.

Ogni campagna, con le attività militanti, le discussioni e le riunioni di cui è occasione, permette di allargare il numero di donne e di uomini che si preoccupano di militare per le idee comuniste rivoluzionarie e che si plasmano una coscienza politica.

Le elezioni europee sono la nostra prossima scadenza. Visto il contesto di crisi e la gravità della situazione politica, con molti lavoratori disorientati ed alcuni sul punto di volgersi verso i loro peggiori nemici politici, dovremo difendere un punto di vista comunista. Non si tratta di fare una campagna di propaganda sul comunismo, si tratta di sviluppare una politica comunista rivoluzionaria rispetto alla crisi ed alla catastrofe imminente.

Farsi i portavoce delle lotte del momento, lotte che, tra l’altro, non sempre si collocano sul terreno di classe, non può essere sufficiente. Farsi i migliori difensori dei profughi o dell’ecologia non permetterà ai lavoratori di distinguere ciò che separa la politica dei comunisti rivoluzionari dai cosiddetti partiti di sinistra. Il primo obiettivo di questa campagna deve consistere nell’ampliare la nostra area di ascolto su basi chiaramente rivoluzionarie. Ne consegue la necessità di rivolgerci al mondo del lavoro ed imperniare la nostra campagna sulle idee di otta di classe inseparabili dall’internazionalismo proletario, senza svilire questo asse politico in un catalogo di rivendicazioni democratiche ed ecologiste.

Questa campagna deve permettere di identificare i comunisti rivoluzionari come coloro che parlano in nome degli sfruttati ed hanno una politica per i lavoratori. Una politica che, per dirla come Marx ed Engels, non persegue l’obiettivo di fare dei lavoratori dipendenti degli schiavi soddisfatti, ma si prefigge come obiettivo l’abolizione del lavoro salariato, condizione della loro emancipazione totale. È in questa direzione che dovremo impiegare il massimo delle nostre forze.

12 novembre 2018


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