Internazionale
Giappone

Dopo la catastrofe nucleare di Fukushima: Il nucleare, gli ecologisti e il capitalismo

Da “Lutte de Classe” – n° 135, aprile 2011

La catastrofe della centrale nucleare di Fukushima, appena venticinque anni dopo quella di Černobyl’ le cui conseguenze sulla salute si fanno ancora sentire, ha rilanciato il dibattito sull’utilizzo dell’energia nucleare. Ma le preoccupazioni e gli obiettivi di quelli che se ne servono sono spesso molto distanti dalla sorte delle vittime giapponesi come del nucleare stesso.

In Germania, dove l’opinione pubblica è fortemente opposta al nucleare, Angela Merkel ha annunciato precipitosamente, alla vigilia di elezioni nel Baden-Wurtemberg, una nuova moratoria sulle centrali nucleari. Questo voltafaccia tardivo non le ha impedito di perdere queste elezioni, vinte dai Verdi che fanno più che raddoppiare il loro risultato. Almeno in parte grazie all’emozione sollevata dalla catastrofe di Fukushima essi potranno dirigere per la prima volta uno dei Länder tedeschi più grandi e... più industrializzati.

In Francia, dove il nucleare rappresenta il 76% della produzione elettrica, i portavoce di questo settore, quelli della Areva, della EDF ed anche il direttore dell’autorità di sicurezza nucleare (ASN) si sono precipitati verso i mass media per ripetere che tutto andava bene. Il ministro dell’industria Éric Besson non ha riprodotto la balla delle nuvole radioattive di cui si era detto nel 1986 che si fossero miracolosamente fermate al confine francese, ma ha cominciato col negare che si trattasse di una catastrofe nucleare. Alcuni giorni più tardi, Sarkozy dichiarava che "la Francia è il paese dal settore nucleare più sicuro del mondo." Gli uni e gli altri non nascondevano i loro timori che il settore nucleare si fosse screditato e quindi che non possano più continuare ad esportare le loro centrali.

Da parte loro, i dirigenti dell’ecologia politica, da Cécile Duflot a Daniel Cohn-Bendit, passando per Nicolas Hulot o Eva Joly, tutti e due opportunamente convertiti all’idea dell’uscita dal nucleare, hanno approfittato della catastrofe per richiedere a Sarkozy "un grande dibattito ed una moratoria" sul nucleare. Per il partito francese Europe Ecologie, come per i Verdi tedeschi, Fukushima è diventato il principale argomento di campagna elettorale. E la soddisfazione ostentata dalla dirigente ecologista francese Cécile Duflot la sera del 27 marzo per essere riuscita a raddoppiare il numero degli eletti del suo partito non era tanto in rapporto con lo sdegno espresso pochi giorni prima di fronte alla catastrofe nucleare in Giappone.

Ricordiamo che prima di essere nucleare, la catastrofe che si sta svolgendo in Giappone dall’11 marzo scorso è anzitutto la conseguenza di un terremoto dalla magnitudine eccezionale, seguito da uno tsunami di una forza mai vista con onde da 8 a 10 metri di altezza. Tutti hanno potuto vedere queste immagini di profughi privati di tutto, errando sotto la neve nelle rovine di città interamente devastate dallo tsunami, alla ricerca di parenti o di tracce delle loro case distrutte.

Eppure il Giappone era preparato ad un terremoto di grande potenza. Gli esercizi d’allarme regolari e soprattutto le norme antisismiche applicate nella costruzione dagli anni venti hanno innegabilmente permesso di limitare il numero delle vittime, pure su un litorale molto popolato. Finora si contano quasi 28000 persone morte o scomparse. È un bilancio enorme, ma tuttavia inferiore ai 250.000 o 300.000 morti registrati in occasione del terremoto del 12 gennaio 2010 in Haiti, di potenza 7, cioè cento volte meno di quello giapponese classificato alla potenza 9. Questa disuguaglianza dinanzi alla devastazione, tra il Giappone sviluppato e la misera Haiti, dimostra ancora una volta che le peggiori catastrofi naturali sono anzitutto... sociali.

E tuttavia, anche in Giappone, non tutti sono nella stessa situazione, e il governo ha scelto le sue priorità. Da un lato, centinaia di migliaia di disastrati hanno passato parecchi giorni nel freddo, senza acqua né viveri né elettricità, a volte senza vedere neanche un solo soccorritore. Sono state soprattutto la solidarietà elementare tra vicini e le iniziative delle autorità locali senza grandi mezzi a consentire di salvare vittime. Dall’altro, fin dal 14 marzo, mentre il paese è già il più indebitato del mondo industrializzato, la banca centrale ha iniettato circa 131 miliardi di euro nel sistema bancario. In altre parole, i disastrati dovevano aspettare, ma per le banche e il grande capitale, bisognava agire in fretta!

La catastrofe nucleare di Fukushima

A tutte le conseguenze drammatiche del sisma e dello tsunami si aggiunge la catastrofe nucleare. O piuttosto le catastrofi, poiché i tre reattori in servizio al momento del sisma sui sei della centrale di Fukushima-Daïchi, sono fusi più o meno completamente, e le piscine contigue che contengono una grande quantità di combustibile nucleare usato conservato là in attesa di smaltimento, sono fortemente danneggiate.

Al momento in cui scriviamo, la centrale è sempre fuori controllo e i rigetti radioattivi continuano ad aumentare. Lo scenario che terrorizzava i governi di tutto il mondo - un’esplosione seguita come a Černobyl’ da un incendio violento di uno o più cuori dei reattori nucleari, causando il rigetto massiccio nella media atmosfera delle particelle più radioattive - non si è verificato. Ma nulla garantisce che il peggio non possa ancora succedere. I recinti di relegazione di molti reattori, completamente o parzialmente fusi, comportano delle crepe e lasciano fuoriuscire il combustibile radioattivo: un miscuglio di plutonio e uranio contamina ormai i dintorni della centrale e l’oceano vicino.

Infatti l’incidente di Fukushima è una catastrofe nucleare di prima importanza.

Il governo giapponese, che dall’inizio ha cercato senza vergogna di sminuire la gravità della situazione, ha rivalutato la catastrofe dal livello 4 al livello 5, mentre l’autorità francese di sicurezza nucleare, alcuni giorni dopo l’inizio dell’incidente, la valutava da parte sua al livello 6, un livello intermedio tra la catastrofe di Three Mile Island in Pennsylvania (USA) del 1979 e quella di Černobyl’ del 1986. Queste valutazioni, più mediatiche che scientifiche, in gran parte arbitrarie, permettono innanzitutto di classificare la gravità degli incidenti gli uni rispetto agli altri.

Se non è possibile, finora, valutare tutte le conseguenze della catastrofe, sono già gravissime nella regione di Fukushima se non in una grande parte del Giappone. La flora e la fauna, i corsi d’acqua, le falde freatiche, la produzione agricola, i pesci del vicino Pacifico sono contaminati. Tassi anormalmente elevati di iodio e cesio radioattivi sono stati misurati nell’aria e la rete d’acqua potabile di Tokyo, situata a 250 chilometri. Dopo lunghe esitazioni il governo giapponese ha fatto evacuare tutti gli abitanti in un raggio di 20, poi di 30 chilometri attorno alla centrale. Secondo molti esperti occorrerebbe estendere questo raggio a 100 chilometri. Quanto alla Areva, il gruppo francese primo del mondo nel settore nucleare, esso ha chiesto ai suoi dipendenti presenti sul sito di lasciare la centrale fin dall’inizio dell’incidente. È da immaginare che il gruppo Areva sia ben informato sulla situazione.

Non è il caso della popolazione giapponese poiché l’esercente della centrale diffonde le informazioni solo con il contagocce, con ritardo e minimizzandole. Quante persone, dopo una fortissima esposizione alle radiazioni, svilupperanno malattie, tumori, leucemie e ne moriranno? Ci vorranno anni per saperlo, tanto più che gli effetti dell’esposizione alla radioattività possono apparire ben più tardi. Quale superficie di territorio attorno alla centrale è diventata inabitabile ed incoltivabile, forse per secoli?

I lavoratori di Fukushima in prima linea

Sin dall’inizio, la corsa contro il tempo per circoscrivere la catastrofe e riprendere il controllo dei reattori ha poggiato sul sacrificio di alcune centinaia di lavoratori della centrale di Fukushima, che si danno il cambio quasi senza interruzione per tentare di rimettere in funzione ad ogni costo il raffreddamento degli impianti. Alcuni sono morti nello tsunami, altri sono stati seriamente feriti dalle esplosioni dell’idrogeno che hanno spazzato due dei fabbricati che proteggevano i reattori, tutti sono stati contaminati.

I "liquidatori" per riprendere il termine utilizzato a Černobyl’, questa cinquantina di lavoratori che non hanno mai lasciato il sito, raggiunti da alcune centinaia di operai, vigili del fuoco, ingegneri, accumulano in poche ore quantità di radiazioni più elevate di quelle accettabili in un anno. Giorno dopo giorno, vanno oltre le soglie tollerabili. Secondo Annie Thébaud-Mony, specialista all’Inserm (istituto delle ricerche mediche) delle questioni di salute al lavoro e specialmente nel settore del nucleare: "con tali quantità accumulate, una distruzione massiccia delle cellule, in particolare quelle del midollo osseo, della mucosa intestinale, come pure delle cellule di base della pelle, si produce rapidamente." Molti sono stati già evacuati, bruciati e fortemente irradiati, ma irrimediabilmente danneggiata è la salute di tutti loro, se non la loro vita.

E si scopre, un giorno dopo l’altro, che alcuni di loro non sono attrezzati in modo permanente con un dosimetro individuale, e che di più subiscono il razionamento dell’acqua e del cibo!

Il governo giapponese, anziché proteggere questi lavoratori e nonostante la situazione di emergenza nella quale tutto il paese è immerso, con un cinismo inqualificabile ha appena spostato la soglia legale d’esposizione dei lavoratori di Fukushima, da 100 millisievert (mSv) ogni due anni a 250 mSv. Perché tale urgenza legislativa? Paul Jobin, che ha studiato per anni la situazione degli operai del nucleare in Giappone, ritiene che "sia un modo per legalizzare la loro morte prossima ed evitare di dovere versare indennità alle loro famiglie, poiché con dosi di 250 mSv, i rischi di cancro, di danni mutageni o sulla riproduzione sono molto elevati". Non è necessario fare commenti.

Conosceremo certamente un giorno le condizioni in cui questi lavoratori della centrale di Fukushima hanno condotto questa lotta per evitare il peggio. Che siano stati volontari in piena coscienza dei rischi incorsi o che siano stati sottoposti a forti pressioni morali, questi lavoratori hanno dato prova di un senso collettivo e di un’abnegazione che rafforzano la fiducia nelle capacità dell’umanità di gestire collettivamente la società per il vantaggio di tutti.

Una catastrofe prevedibile, se non inevitabile: le menzogne e le falsificazioni della Tepco

Del senso dell’interesse collettivo, gli azionisti ed i dirigenti della Tokyo Electric Power Company (Tepco), la società privata che possiede e gestisce la centrale di Fukushima, sono completamente sprovvisti. Portano una responsabilità diretta e principale nella catastrofe.

Questa società, fondata nel 1951 in occasione della privatizzazione della produzione d’elettricità, fornisce il terzo della corrente elettrica dell’arcipelago giapponese. La Tepco è il quarto produttore mondiale d’energia elettrica. Possiede anche filiali nella televisione, l’elettronica ed il trasporto marittimo di idrocarburi. È uno dei grandi gruppi industriali giapponesi e i suoi dirigenti sono legati da molti fili con la potente METI, il ministero del commercio e dell’industria. Come in Francia quelli della Areva, della EDF, della Gdf-Suez, della Veolia e molti altri, gli alti dirigenti della Tepco alternano le funzioni nei ministeri e le responsabilità nei grandi gruppi privati. Vale a dire che i dirigenti di questo gruppo non temono i controlli e le ingiunzioni del NISA, l’autorità giapponese di sicurezza nucleare.

Tutta la storia della Tepco è segnata da dissimulazioni e debolezze. Tra il 1978 ed il 2002, non meno di 97 incidenti nelle centrali nucleari giapponesi, fra cui una ventina considerati critici, sono stati denunciati dalla NISA. Nel 2002, la rivelazione pubblica di falsificazioni di rapporti d’ispezione che segnalavano, tra l’altro, crepe nei recinti di relegazione di molti reattori nucleari, aveva costretto l’amministratore delegato e il presidente del consiglio d’amministrazione a dimettersi. Furono sacrificati affinché nulla cambiasse: nel 2007, un sisma vicino alla centrale di Kashiwazaki, proprietà della Tepco, causò fuoriuscite d’acqua, l’inizio di un incendio e rigetti radioattivi nel mare del Giappone. La Tepco non aveva proceduto ad alcun cambiamento nelle sue procedure di sicurezza e prese tempo prima di rendere pubblico l’incidente, ritardando così l’informazione o lo sgombro dei residenti.

La centrale di Fukushima, da parte sua, fu costruita all’inizio degli anni settanta. Era da considerarsi vecchia. La Tepco tuttavia era stata autorizzata a prolungare il funzionamento di molti reattori oltre il limite di trenta anni dopo il quale la radioattività accelera l’invecchiamento degli impianti, proprio mentre le debolezze nei sistemi di sicurezza erano state individuate. Alcuni giorni prima del sisma, la Tepco confessava alle autorità che una carta d’alimentazione di una valvola di controllo della temperatura di un reattore non era stata verificata da undici anni e che il controllo degli elementi relativi al sistema di raffreddamento e al gruppo elettrogeno d’emergenza era insufficiente. Sono precisamente questi motori diesel di soccorso che non si è riuscito ad avviare.

Erano progettati per resistere ad uno tsunami di sei metri. Sfortunatamente, quello dell’11 marzo ha superato sette metri in questo punto della costa! Eppure, se c’è un posto nel mondo dove il rischio sismico e quello di uno tsunami sono conosciuti, è certamente il Giappone. Se i sismologi non potevano prevedere la data, tutti sapevano che un incidente poteva prodursi un giorno o l’altro.

Tuttavia, in occasione dell’attuale catastrofe, il giornale Le Figaro del 17 marzo rivela che la AIEA, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, che certamente non è un’organizzazione antinucleare, bensì un’emanazione dei paesi nuclearizzati, aveva molto ufficialmente informato il governo giapponese, nel 2008 durante un vertice del G8, che le sue norme antisismiche erano completamente superate e che le sue centrali rischiavano di non resistere ad un sisma di magnitudine superiore a 7 sulla scala di Richter. Nel 2006, un sismologo di Kobe si era dimesso dal comitato di esperti incaricati di rafforzare le norme, per protestare contro la noncuranza di questa commissione.

Un incidente nucleare importante era quindi prevedibile, se non inevitabile, a Fukushima o in un’altra centrale. Il pubblico oggi scopre stupito queste pratiche ordinarie degli industriali privati, anche in un settore così sensibile come il nucleare. Ma erano perfettamente conosciute dai dirigenti giapponesi come da tutti i responsabili mondiali del settore nucleare che se ne sono lavato le mani fino a che la catastrofe non si fosse verificata. Dimostrano che, in questo settore come in tutti gli altri, coloro che comandano sono gli azionisti, gli industriali, mentre i ministri e i governi obbediscono loro.

Anche la gestione della catastrofe, completamente lasciata a questo gruppo privato, è eloquente quanto al peso rispettivo del governo e dei dirigenti dell’impresa. Questi ultimi hanno cominciato col rifiutare l’aiuto proposto dall’esercito americano. Due giorni dopo il sisma, il primo ministro giapponese ha dovuto muoversi personalmente alla sede della Tepco per ottenere informazioni precise sulla gravità dell’incidente o i tassi di radioattività all’esterno. Molte fonti, fra cui il deputato del Partito comunista giapponese Hidekatsu Yoshii, affermano che la Tepco avesse ritardato l’iniezione d’acqua di mare nei reattori in fase di surriscaldamento, sperando di evitare una condanna definitiva della centrale. Temendo che la radioattività anomala fosse individuata, i suoi dirigenti avrebbero aspettato fino al limite prima di rilasciare il vapore d’acqua radioattiva accumulatosi nel reattore, causando in questo modo l’esplosione dei due edifici. "Mentre le esplosioni venivano filmate da tutte le televisioni, avete impiegato più di un’ora per informarne il governo", avrebbe dichiarato il Primo ministro al dirigente del gruppo. Solo due settimane dopo l’inizio della catastrofe, la Tepco accettò l’aiuto tecnico proposto da società straniere specializzate nel nucleare.

Questa catastrofe dimostra fino alla nausea la minaccia che fanno pesare sui lavoratori e sulla popolazione questi capitalisti che hanno come religione il profitto.

Il settore nucleare francese non è né più sicuro, né più trasparente

L’opacità e la ricerca del profitto imperano sia nel settore nucleare francese che in quello giapponese. In occasione della catastrofe di Černobyl’, i dirigenti del settore avevano dichiarato senza vergognarsi che tale incidente non poteva prodursi nelle loro centrali perché possiedono recinti di relegazione. L’incidente di Fukushima dimostra che questi recinti, invecchiati e mantenuti male, possono lasciare passare la radioattività.

Anche se l’Europa non ha conosciuto terremoti o tsunami dell’importanza di quelli giapponesi, le catastrofi naturali sono possibili anche qui. E le centrali della EDF non sono al riparo dei loro effetti. In occasione della tempesta che si era abbattuta sul sud-ovest della Francia alla fine del 1999, certamente una tempesta storica ma ben lungi dall’essere uno tsunami, due sezioni della centrale nucleare di Le Blayais furono inondate, e il loro sistema di sicurezza e di raffreddamento fu messo fuori servizio durante molte ore. Solo dopo l’incidente i residenti furono informati della minaccia. Questa centrale, in teoria, era stata concepita per resistere ad un "superamento millenario della marea". Errore di calcoli o risparmi durante la sua costruzione? In ogni caso, la EDF, intimata di rialzare le dighe più di un anno prima di questa tempesta, aveva sempre rimandato i lavori fino a questo incidente grave.

In modo permanente e nella maggior parte delle centrali, "incidenti" di gravità variabile sono segnalati, ma non resi pubblici. Ogni anno l’autorità di sicurezza nucleare (ASN) registra un piccolo centinaio di “incidenti" nelle centrali o nelle fabbriche di trasformazione del combustibile. Alcuni si accompagnano con perdite di materie radioattive nell’ambiente. Secondo la ASN, nel 2005, 34 dei 58 reattori nucleari francesi presentavano un rischio di debolezza al livello delle pompe di raffreddamento dei reattori. Nel 2008, diverse fuoriuscite di rifiuti radioattivi o di combustibili si verificarono a Pierrelatte e Tricastin, nelle centrali o presso subappaltatori della Areva. Spesso queste fuoriuscite, che a volte causano una contaminazione del personale, sono individuate solo per caso, e comunque in ritardo. Tanto più che se la ASN è teoricamente indipendente dalla EDF o dalla Areva, è completamente dipendente dallo stato che bada agli interessi di tutto il settore nucleare francese.

L’industria nucleare non sfugge ai metodi dell’industria in generale: stessa mancanza di precauzioni, stessi ritmi, stesse scadenze da rispettare, stesse pressioni per fare fare il lavoro più rapidamente possibile, anche a costo di farlo male. E occorre aggiungere: stessa ricerca permanente del minor costo.

Per la manutenzione dei suoi 58 reattori nucleari, la EDF ricorre al subappalto e al lavoro interinale come tutti gli industriali. I lavoratori chiamati in Francia "i nomadi del nucleare" si muovono da una centrale all’altra a seconda degli arresti di produzione per la manutenzione. Sono assunti da società che si fanno concorrenza per ottenere il mercato, e ovviamente lo fanno riducendo i loro costi, cosa che si riflette sulle condizioni di lavoro e di sicurezza dei lavoratori.

Secondo Annie Thébaud-Mony, già citata, "tra 25.000 e 35.000 lavoratori della manutenzione (idraulici, specialisti della decontaminazione o dell’isolamento calorico, meccanici, elettricisti, agenti di controllo) intervengono in cosiddette zone "controllate" (cioè radioattive) per effettuare le verifiche, riparazioni, modifiche necessarie al funzionamento regolare dei reattori e dei circuiti di raffreddamento. Più una centrale invecchia, e più la contaminazione radioattiva è intensa, e più l’intervento è "costoso in quantità di radiazioni". Così gli esercenti francesi del nucleare sono stati portati a dare in subappalto questi compiti pericolosi e ad organizzare un sistema di gestione dell’occupazione secondo la quantità di radiazioni ricevute."

Sono quindi questi lavoratori del subappalto a subire l’80% delle radiazioni, pur subendo meno controlli medici e più forti pressioni dei loro datori di lavoro. Dopo venti o venticinque anni d’esposizione, alcuni sono colpiti dal cancro, e devono condurre una battaglia vera e propria per farlo riconoscere come malattia professionale. Annie Thébaud-Mony considera che per questi lavoratori del nucleare si stia avvicinando una catastrofe sanitaria paragonabile a quella dell’amianto.

La difesa ad ogni costo del settore nucleare francese

Di fronte alla preoccupazione causata dalla catastrofe di Fukushima, il governo ha appena deciso un vasto controllo delle centrali francesi che riguardi "i rischi d’inondazione, di sisma, di perdita delle alimentazioni elettriche e di perdita di raffreddamento". Prove identiche sono programmate nei 143 reattori nucleari europei. Sarkozy ha rilanciato impegnandosi a chiudere tutte le centrali che non superino le prove di resistenza dell’Unione europea.

Questi annunci sono al meglio un polverone per tranquillizzare l’opinione pubblica. Ma innanzitutto sono una dimostrazione d’irresponsabilità: come mai si devono verificare urgentemente punti così importanti se, come affermavano i ministri e le autorità del settore, le centrali francesi erano le più sicure del mondo?

In questo caso, la preoccupazione principale del governo è di difendere gli interessi dell’industria nucleare francese contro il rischio di fermo della costruzione di centrali nucleari nel mondo dopo l’incidente di Fukushima. Come evidenziato nel rapporto Roussely sul futuro dell’industria nucleare francese, commissionato nel 2010 dal governo a questo alto funzionario presidente onorario della EDF: "Il nucleare è probabilmente l’unica industria il cui futuro è in gran parte determinato dall’opinione pubblica". E quindi si tratta di tranquillizzarla.

Fin dalle sue origini, nei primi anni settanta, questa industria sviluppata a marcia forzata sotto l’egida dello Stato fu una miniera d’oro per una manciata di gruppi industriali privati. Dall’estrazione dell’uranio alla sua trasformazione per produrre un combustibile utilizzabile dai reattori, dalla costruzione e dalla manutenzione dei reattori e degli impianti fino alla trasformazione dei combustibili usati e allo stoccaggio dei rifiuti, il nucleare rappresenta un’intera catena industriale, nonché un lucroso mercato. Durante gli anni di costruzione del parco nucleare francese, questo settore ha arricchito gli azionisti della Framatome diventata poi Areva, quelli della Alsthom o della Péchiney, senza dimenticare i re del calcestruzzo Bouygues e soci. Oggi, la Areva conta innanzitutto sull’esportazione per riempire il suo portafoglio ordini.

In questo settore ancora più che negli altri lo stato ha avuto una parte centrale, assumendo la ricerca e tutti gli investimenti non redditizi, lasciando i profitti alle imprese private e organizzando la promozione e il servizio dopo la vendita delle centrali.

A monte, lo stato ha sempre garantito l’approvvigionamento in materia prima, cioè l’uranio. Quando le miniere della regione francese del Limosino furono esaurite, la Cogema, ex società pubblica ora integrata al gruppo della Areva, andò a fare prospezioni nel Gabon e nel Niger. Così la Areva gode di un accesso esclusivo all’uranio del Niger per un prezzo inferiore di un quarto ai prezzi del mercato internazionale.

Grazie alle pressioni del governo francese sul Niger, Areva ha ottenuto il rinnovo della sua esclusiva sull’uranio per quarant’anni, accettando solo un aumento del 50% del prezzo pagato. Un effetto collaterale di queste pressioni sul governo del Niger è stato la presa in ostaggio di dipendenti della Areva. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro e di vita intorno alle miniere di Arlit e Imouraren, esse assomigliano a quelle in vigore nelle miniere di metalli preziosi o nei pozzi di petrolio di tutta l’Africa. Un rapporto del 2009 della Criirad (associazione indipendente di misura della radioattività) ha indicato che ad Arlit l’acqua utilizzata per il lavaggio del cibo aveva un "alto tasso di contaminazione", che "enormi quantità di rifiuti radioattivi [...] sono lasciate a cielo aperto" e che "rottami contaminati sono utilizzati dalla popolazione per costruire case ".

È ancora lo stato a svolgere la parte di rappresentante di commercio per vendere le centrali nucleari francesi nel mondo, dal Sudafrica alla Finlandia, alla Corea o alla Cina. Sarkozy è pure riuscito a vendere un progetto di centrale elettrica nucleare a Gheddafi durante il suo soggiorno a Parigi nel 2008, come se la Libia avesse un problema di approvvigionamento energetico.

La sicurezza, troppo costosa

La Francia si vanta di proporre centrali nucleari più sicure, cosiddette di terza generazione, con un doppio recinto di contenimento e, in linea di principio, sistemi di sicurezza più avanzati, le centrali EPR (European Pressurized Reactor). Anne Lauvergeon, amministratrice delegata della Areva, ha avuto l’indecenza di dichiarare nei primi giorni del disastro: "Se ci fossero gli EPR a Fukushima, non ci sarebbero fuoriuscite nell’ambiente, qualunque sia la situazione". Questo è a dir poco presuntuoso, in quanto nessuna centrale EPR è ancora in funzione. Molti impianti di questo tipo sono in costruzione, tra cui Flamanville (Francia) e Olkiluoto in Finlandia. Ma l’uno come l’altro accumulano i ritardi nella costruzione. Oltre alla complessità di un tale cantiere, le autorità di sicurezza nucleare di parecchi paesi hanno evidenziato una serie di carenze nei sistemi di sicurezza originariamente proposti. L’altra causa di ritardo è che una sicurezza rafforzata comporta ovviamente un costo di costruzione più alto.

È proprio uno dei problemi incontrati dall’EPR: costa troppo caro. Oggi, colmo del cinismo, la Lauvergeon vorrebbe trasformare in un vantaggio ciò che ieri era un problema. Il rapporto Roussely, il cui obiettivo era di proporre una serie di misure per rilanciare la competitività del settore nucleare francese, si lagnava delle differenze nel livello di sicurezza imposto da un paese all’altro e della concorrenza sleale di produttori meno scrupolosi. Meno di un anno fa, scriveva: "la crescita continua delle esigenze di sicurezza non può essere la sola logica ragionevole". Proponeva la costituzione "di un gruppo di lavoro la cui missione sia di formulare proposte in attesa di combinare al meglio le esigenze di sicurezza e i vincoli economici" affinché "il settore nucleare raggiunga una competitività attraente per l’investimento privato". Non si può annunciare più chiaramente le intenzioni.

Con la liberalizzazione del mercato dell’energia, la Gdf-Suez o altri operatori privati potevano essere interessati dalla manna del nucleare. Ma poiché non vogliono assumere il costo della sicurezza, il governo si preparava a ridurre questi vincoli.

Per rassicurare la popolazione, tutti i governi hanno sempre sostenuto che le centrali nucleari restavano sotto il controllo rigoroso dello stato, gestite da un operatore pubblico, la EDF, con "una cultura della sicurezza". Ma lo statuto pubblico della EDF, se ha limitato alcune derive come quelle della Tepco, non ha impedito le ricerche di risparmi e non ha migliorato la trasparenza.

Anche ammesso che la cultura della sicurezza abbia potuto esistere nei primi anni dello sviluppo delle centrali nucleari, il ricorso sistematico al subappalto, spesso tramite le filiali di grandi gruppi, ha lasciato apertamente il posto alla cultura del profitto. Queste imprese fatturano a prezzo d’oro i loro interventi nelle centrali, pur facendo pressione sui loro fornitori e loro dipendenti per ridurre i costi.

L’apertura del capitale della EDF ha accelerato questo fenomeno già vecchio. La EDF deve ormai fruttare profitti per i suoi azionisti. Secondo il settimanale satirico Le Canard Enchaîné, la EDF ha fruttato un miliardo di euro di beneficio nel 2010 ma ha distribuito due miliardi di euro agli azionisti grazie ad un prestito. Il giornale precisa che la EDF dal 2002 ha dedicato solo 200 milioni di euro alla manutenzione del parco nucleare, mentre un rapporto interno raccomandava di investire 1,9 miliardo.

Il nucleare, reso pericoloso dal capitalismo

Sì, il nucleare nelle mani dei capitalisti è pericoloso, anzi mortale. Non possiamo fidarci degli irresponsabili che dirigono attualmente l’industria energetica, gli azionisti delle Tepco, Gdf-Suez, E-On, RWE, Areva, EDF e tante altre. E non possiamo neanche fidarci dei governi presunti controllare questo settore, perché difendono a tutti i costi gli interessi dei primi. Gli uni e gli altri fanno prendere rischi permanenti, prima ai lavoratori del nucleare, e poi alla popolazione più o meno vicina agli impianti.

Porre il problema in termini "di uscire" o "non uscire" dal nucleare, a prescindere dalle condizioni sociali e economiche in cui viviamo, è al meglio un vicolo cieco, al peggio una diversione.

È un vicolo cieco poiché la catastrofe di Fukushima è una nuova illustrazione, tragica, non tanto dei pericoli del nucleare, quanto dei pericoli mortali del capitalismo. La ricerca del profitto trasforma in veleni l’agricoltura e l’allevamento, come gli scandali delle farine animali e della mucca pazza lo hanno mostrato tempo fa. Gli eccessi della pesca industriale sono una fuga in avanti catastrofica che svuota gli oceani di specie intere, rovina milioni di piccoli pescatori. E chi può garantire che l’allevamento intensivo di pesci, nutriti alle farine... di pesce, non prepara un nuovo dramma sanitario? Quando non svuota i mari e gli oceani, il capitalismo li inquina. È stata l’irresponsabilità e l’avidità dei dirigenti della BP, dello specialista delle trivellazioni petrolifere Halliburton, con il beneplacito dell’agenzia federale americana presunta controllare l’estrazione petrolifera, a causare l’incidente della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nell’aprile 2010 al largo della Louisiana. Il risultato fu undici morti e 780 milioni di litri di petrolio riversati durante tre mesi, causando una delle peggiori maree nere della storia. Tutto ciò per fare più profitto possibile.

Nella società capitalista, tutta la produzione industriale è pericolosa per i lavoratori che la fanno, per i residenti, per i consumatori, per l’ambiente.

Ben prima dell’era nucleare, il gruppo chimico giapponese Chisso ha riversato del mercurio, per più decenni a partire dal 1932, nel golfo di Minamata, avvelenando la popolazione e facendo migliaia di vittime in particolare fra i pescatori, trasformando questo golfo in un "mare della morte". La catastrofe industriale più grave del Novecento fu nel 1984 l’esplosione e l’emissione di una nuvola di gas mortale a Bhopal in India, in una fabbrica chimica dell’impresa americana Union Carbide. Questa catastrofe uccise ufficialmente 3.500 persone, ma certamente tra 20.000 e 25.000 secondo le associazioni di vittime, più credibili. L’ultimo incidente industriale grave in Francia, quello della AZF di Tolosa che fece 31 morti, si è prodotto in una fabbrica chimica, non in una fabbrica nucleare. Ogni volta, i risparmi sulla sicurezza, la ricerca del profitto, le mancanze di manutenzione e spesso il disprezzo assoluto per la popolazione vicina spiegano questi incidenti.

Per rimanere nel settore dell’energia, se il 15% dell’elettricità prodotta nel mondo è d’origine nucleare, il 40% è prodotto da centrali termiche al carbone. Ma il carbone uccide. È meno spettacolare dell’incidente di una centrale nucleare, ma ogni anno, secondo cifre ufficiali che sminuiscono la realtà, più di 3.000 minatori muoiono nelle miniere cinesi. Secondo l’agenzia internazionale dell’energia, la Cina conta più di 600.000 minatori malati dei polmoni a causa della loro professione. Il carbone ha ucciso 100.000 minatori americani nel corso del Novecento e l’inquinamento atmosferico uccideva ogni anno da 50 a 60.000 britannici negli anni cinquanta a causa dei problemi respiratori!

È possibile che le leggi del mercato rimettano il carbone alla moda per produrre elettricità. È oggi uno dei combustibili meno costosi, che non è utilizzato solo in Cina. La Danimarca, campione europeo dell’energia eolica, che ha bandito il nucleare, produce il 60% della sua elettricità con centrali termiche al carbone. Uno degli effetti secondari della catastrofe di Fukushima è stato una vampata speculativa dei corsi del carbone e del gas in previsione della domanda che inevitabilmente verrà dal Giappone.

Ciò mostra che, finché si lasceranno l’industria, l’agricoltura, i trasporti, cioè tutta l’economia tra le mani di gruppi privati, l’umanità e il pianeta saranno minacciati.

Dirigenti ecologisti pronti a gestire il capitalismo

Ciò mostra innanzitutto l’ipocrisia degli ecologisti, che chiedono a gran voce l’uscita dal nucleare, pur essendo difensori incondizionati del capitalismo. Non parliamo qui dei militanti delle associazioni di base che denunciano le menzogne della EDF o della Areva, rendono pubbliche le informazioni sugli incidenti e le fuoriuscite radioattive quando ne hanno conoscenza, pubblicano le misure fatte in modo indipendente, denunciano le condizioni di stoccaggio, di trasporto e di smaltimento dei rifiuti radioattivi che ancora non si sa come conservare senza pericolo a lungo termine. Condividiamo molte preoccupazioni di questi militanti e siamo solidali con alcune delle loro battaglie, come lo siamo stati, e lo saremmo di nuovo, delle popolazioni che rifiutano la costruzione di una centrale nucleare, di un impianto di smaltimento, o il sotterramento di rifiuti nelle loro vicinanze.

Parliamo dei dirigenti dell’ecologia politica, che aspirano al potere. Si appoggiano oggi alle preoccupazioni legittime causate da tutte le devastazioni, sempre più gravi - poiché amplificate dal gigantismo dell’industria e dall’unificazione del mercato mondiale - che il capitalismo causa per la sanità pubblica o l’ambiente. Ma diventati ministri, forse un giorno capi di Stato, difendono tranquillamente gli interessi degli industriali e dei banchieri.

Quelli sono per l’ecologia, per la difesa dell’ambiente e del pianeta, ciò che Blum o Mitterrand furono per il movimento operaio e il socialismo. L’ecologia per loro è l’impresa commerciale con cui sperano di arrivare al potere.

Dal 1997 al 2002, Dominique Voynet fu ministro dell’ambiente nel governo Jospin, che difendeva gli interessi del settore nucleare. Fu questo governo a creare la Areva con in particolare la riunione della Cogema, impresa pubblica, e della Framatome, società privata. Fu ancora lui a lanciare il programma EPR. Dominique Voynet non fu mai indignata dall’esistenza di strumenti di guerra nucleare. Ha chiesto un referendum sul nucleare, ma non ha mai sbattuto la porta di fronte al rifiuto ripetuto di Jospin.

Un referendum, è ciò che hanno richiesto alla metà marzo tutta una serie di organizzazioni e di partiti attraverso un "appello solenne" al governo. Ma accontentarsi di chiedere un referendum, che si tratti della privatizzazione della Posta o delle scelte energetiche, è solo aria fritta. Non basterà un referendum a togliere la produzione e la distribuzione dell’elettricità, del gas o dell’acqua dalle mani della Areva, della Gdf-Suez o della Veolia. E anche se Sarkozy si degnasse di organizzare tale referendum e che sia una vittoria par gli oppositori al nucleare, che cosa cambierebbe?

Il partito dei Verdi tedeschi ha ottenuto, in occasione della loro partecipazione al governo Schröder (1998-2005), una moratoria sulla costruzione di nuove centrali e l’impegno ad uscire dal nucleare. Ma diciassette centrali nucleari, tutte vecchie, continuano a funzionare in Germania sotto controllo di esercenti privati. Ciò perché il loro smantellamento (che non era stato realmente studiato prima della loro costruzione) è molto complesso, richiede tempo e, più ancora, perché non si può sostituire facilmente l’energia così abbandonata.

Il nuovo ministro, presidente Verde del Baden-Wurtemberg, Winfried Kretschmann, confermerà forse la sospensione progressiva, in dieci o venti anni, delle centrali nucleari di questo Land. Ma Kretschmann, che si presenta come un "ecologista conservatore", inventore del "realismo in ecologia" che vuole "conciliare ecologia ed economia", si metterà al servizio degli industriali, in primo luogo quelli del potente settore automobilistico stabilitosi nella regione di Stoccarda. L’ecologia è diventata da tempo una buona insegna pubblicitaria per i capitalisti. In nome dell’ecologia gli industriali dell’auto sono oggi impegnati in una corsa mondiale all’automobile elettrica. Il Presidente della Volkswagen dichiarava recentemente: "per riuscirci, occorre assolutamente diventare leader nel settore ecologico". Poco importa se la produzione dell’automobile elettrica sarà proficua solo grazie alle sovvenzioni, se aumenterà i fabbisogni di elettricità ed esigerà l’estrazione di più metalli pesanti, terre rare e componenti tossici per produrre le batterie.

Per ridurre il consumo globale d’energia ed inoltre quello d’elettricità, gli ecologisti ripetono che occorre "migliorare la sobrietà e l’efficacia energetiche".

I comunisti rivoluzionari che siamo noi, fautori di una pianificazione e razionalizzazione della produzione sotto il controllo permanente della popolazione, non hanno atteso gli ecologisti per difendere questo programma. Porre un termine agli sprechi innumerevoli legati all’organizzazione capitalista della società, allo spreco d’energia legato al trasporto stradale e al lavoro “a flusso teso” nelle imprese, smettere di trasportare merci in una direzione mentre si trasportano le stesse merci nell’altra direzione, eliminare la produzione d’armamento o qualsiasi altra produzione inutile, fa parte da sempre del programma comunista! Ma un preliminare è di togliere tutti i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti.

Mettere in pratica, in una società di classi, lo slogan degli ecologisti si traduce inevitabilmente con la sobrietà per i poveri, che vengono costretti a ridurre il loro consumo tramite l’aumento incessante delle tasse e dei prezzi, e l’abbondanza per quelli che possono pagare.

La cosiddetta energia rinnovabile costa - oggi e certamente per non poco tempo - molto più caro dell’energia termica o nucleare. Una società che scelga in piena coscienza le tecniche per soddisfare le sue necessità potrebbe scegliere di pagare, collettivamente, più caro per evitare un pericolo industriale. Ma in un mercato capitalista dominato da alcuni grandi gruppi energetici, è ovviamente l’utente finale a pagare la fattura. L’ultimo aumento di tariffe imposto nel gennaio scorso in Francia è stato precisamente giustificato dall’obbligo fatto alla EDF di riacquistare l’eccesso di corrente elettrica prodotto dall’eolico o dal fotovoltaico.

Quanto alle sovvenzioni richieste dagli ecologisti per incoraggiare le energie rinnovabili, sono anzitutto una bella occasione per i fabbricanti e gli installatori, senza ridurre realmente il costo di produzione dell’elettricità fotovoltaica o eolica.

Tutto ciò, i dirigenti politici dell’ecologia lo sanno perfettamente e spesso lo rivendicano apertamente. Nicolas Hulot richiedeva, nel suo "patto ecologico" scritto nel 2006, un aumento delle tasse sull’acqua e sui rifiuti domestici, oppure il ristabilimento di una tassa di circolazione proporzionale all’inquinamento dei veicoli; tassa che i proprietari di grossi Suv pagheranno senza problema, ma che colpirà anche coloro che non hanno i mezzi per cambiare la loro vecchia automobile. Ma di questo Hulot, Duflot ed altri dirigenti ecologisti se ne fregano poiché i poveri non fanno parte del loro elettorato privilegiato.

Noi non scegliamo tra i vari tipi d’energia che l’umanità potrà utilizzare in futuro. Controllate male, tutte possono rappresentare una minaccia. Affinché possano essere messe al servizio dell’uomo, senza riserva, sarebbe vitale controllare non solo la tecnologia, ma anche le condizioni di produzione. Questo è impossibile in un’economia in cui le decisioni sono prese, completamente o parzialmente, in funzione del profitto.

Allora, è urgente porre un termine alle devastazioni e alle minacce che fanno pesare, sul pianeta e sull’umanità, gli irresponsabili che controllano tutta la società. La minaccia peggiore è infatti l’organizzazione capitalista della società. È il controllo di tutti i mezzi di produzione, quelli del settore energetico come tutti gli altri, da parte di proprietari privati avidi di profitti. È urgente strapparlo dalle loro mani per organizzare una pianificazione razionale, sotto il controllo cosciente e illuminato della popolazione e su scala planetaria.

Ovviamente, ciò non risolverà automaticamente tutti i problemi. Ciò non farà né scomparire tutti i pericoli, né scaturire come da una bacchetta magica le fonti d’energia inesauribili. Ma l’umanità potrà confrontarsi con i problemi in modo cosciente. Potrà discutere, collettivamente, del modo di produrre la sua energia, su scala planetaria e senza rinchiudersi in una ricerca dell’indipendenza energetica che fa costruire centrali nucleari nella regione più sismica del mondo. Potrà finalmente fare delle scelte tenendo conto dell’insieme dei parametri, quelli legati alla sicurezza come quelli legati alla natura.

L’energia nucleare, se la si controllasse realmente, incluso lo smaltimento dei rifiuti, potrebbe risultare più efficace (e più ecologica!) di altre fonti d’energia. Il fuoco fa a volte devastazioni drammatiche, ma il controllo del fuoco ha rappresentato un salto in avanti innegabile per l’umanità. A meno che l’energia nucleare sia sostituita da altre tecniche che non mancheranno di essere perfezionate o inventate.

Lenin disse, in circostanze molto particolari e in una formula accorciata: "il comunismo, sono i Soviet più l’elettrificazione". Lo si potrebbe parafrasare dicendo: "per produrre elettricità senza pericolo, occorre costruire i Soviet."

2 aprile 2011


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