Internazionale
Brasile

Bolsonaro, frutto marcio della crisi economica e politica

Da “Lutte de classe” n° 195 – Novembre 2018

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Jair Bolsonaro, eletto al secondo turno delle elezioni presidenziali brasiliane col 55% dei voti per essere presidente del Brasile a partire dal 1° gennaio 2019, pochi mesi fa era quasi uno sconosciuto. Niente nel passato di questo politico incolore di 63 anni lo predestinava ad un tale successo.

Bolsonaro, uscito nel 1977 dalla scuola militare, ebbe qualche difficoltà con la sua gerarchia perché rivendicava migliori salari. Eletto consigliere comunale di Rio de Janeiro nel 1988, lasciò l’esercito col modesto grado di capitano. Eletto deputato federale dal 1990 fino ad oggi, non si fece particolarmente notare, molto rappresentativo della massa dell’Assemblea, quella che viene chiamata “il basso clero„, e neanche fu fedele ad un partito, essendo passato, nel corso dei suoi sette mandati, per sette partiti diversi, tutti di destra.

L’ascensione tardiva di un politico incolore

Bolsonaro, lungi dal mostrarsi in partenza un nemico del Partito dei lavoratori (PT) di Lula, fu dal 1999 al 2010 un suo sostenitore in seno all’Assemblea, che nel riferirsi a lui usava espressioni come “il nostro caro Lula„ e che lo votò alle presidenziali. Solo all’inizio del 2018 ha aderito al Partito social-liberale che lo ha candidato alle ultime elezioni. Se non è stato coinvolto negli scandali politico-finanziari che coinvolgono molti deputati e senatori, non vuol dire che non sia stato finanziato da gruppi capitalisti. Così, quando era nel Partito popolare, ricevette 200 000 reali dalla JBS, una delle principali compagnie mondiali della carne e dell’alimentazione, ma poi trasferì la somma al partito che in seguito gliela restituì come finanziamento della sua campagna elettorale, in modo quindi che non fosse formalmente finanziato da questa ditta. D’altra parte, seguendo l’esempio di molti eletti brasiliani, Bolsonaro gestisce la politica come un affare familiare: i suoi tre figli sono rispettivamente deputato federale, deputato di Stato e consigliere comunale.

Questo deputato incolore ha avuto però qualche difficoltà con la commissione d’etica dell’Assemblea, per opinioni misogine e omofobe. Non è tuttavia uscito dall’anonimato prima del voto contro la presidente PT Dilma Rousseff del 31 agosto 2016. Votò a favore della sua dismissione come i tre quarti dei suoi colleghi, ma offrendo il suo voto al colonnello Ustra, il torturatore più famoso della dittatura militare che durò dal 1964 al 1985. In tal modo si pronunciava in difesa della dittatura nel momento in cui alcuni gruppetti d’estrema destra cominciavano ad farci riferimento nelle manifestazioni.

Il suo personaggio si è poi costruito progressivamente. Bolsonaro ha moltiplicato le dichiarazioni razziste, contro i neri e gli indiani. Non ha mancato occasione di prendere posizione contro le donne e contro gli omosessuali. Ha attaccato i poveri e gli “assistiti„. Ha denunciato l’insicurezza ed il banditismo, accusando i governi di non volerlo combattere. In nome di Dio, della patria e della famiglia, ha ripreso tutti gli stereotipi cari alla piccola borghesia bianca, agiata e conformista. In essa ha trovato un gruppo di sostenitori molto attivi sulle reti sociali, che non esitavano a bombardare Facebook o WhatsApp con false notizie in suo favore e buttando fango sui suoi oppositori.

La campagna elettorale ha portato Bolsonaro in primo piano. Il candidato del PT Lula, presidente dal 2003 al 2010, era di gran lunga in testa nei sondaggi, ma è rimasto in carcere sotto l’accusa di corruzione e gli è stato vietato di candidarsi. Anche i politici più conosciuti dei grandi partiti di destra avevano difficoltà con la giustizia e condividevano il discredito del PT, anche se non avevano governato con esso.

Bolsonaro ha avuto così l’aiuto delle chiese evangeliche. Ricche, presenti su tutto il territorio e fortemente rappresentate all’Assemblea nazionale, costituiscono un potente gruppo di pressione che agisce in senso reazionario. Difendono la famiglia, concepita come famiglia patriarcale, autoritaria, che tiene in pugno donne e bambini come si deve. Femminismo ed omosessualità sono i loro bersagli. A Rio, il vescovo Crivella, appartenente alla Chiesa universale del regno di Dio e sindaco della città, cerca di osteggiare il tradizionale carnevale. Un altro loro nemico è il comunismo, e qualunque organizzazione della classe operaia. Un terzo dei brasiliani sarebbe influenzato da queste chiese, rivali tra loro ma alleate nel sostegno alla candidatura di Bolsonaro, il quale, nonostante il suo professarsi cattolico entusiasta, si è fatto battezzare in una setta evangelica.

Bolsonaro è allora apparso, paradossalmente, come un uomo nuovo, un candidato antisistema in grado di rispondere ai problemi del paese: corruzione, violenza e crisi economica. Il suo elettorato è andato ben oltre quella minoranza di uomini giovani, bianchi, laureati, dai redditi piuttosto elevati, che costituiva il suo elettorato di partenza, per allargarsi infine alla maggioranza meticcia e povera della popolazione, nelle zone popolari, nelle favelas, riscuotendo consensi anche fra le donne. Infatti i suoi temi di campagna rispondevano ai problemi di questa maggioranza.

La crisi economica

Il Brasile è rimasto a lungo fuori dalla crisi economica mondiale. Anche quella del 2007-2008 lo ha solo brevemente toccato. Il paese esporta in tutto il mondo le sue materie prime minerarie e agricole: ferro, zucchero, soia, carne di manzo e pollo, succo d’arancia, i cui prezzi restavano elevati. Ogni anno, attirati da tassi bancari molto rimunerativi, continuavano ad affluire tra 80 e 100 miliardi di dollari di capitali, che equilibravano i conti del paese.

Questo periodo di prosperità prese fine nel 2014-2015. I prezzi delle materie prime caddero durevolmente, gli investimenti esteri si ridussero. La valuta si abbassò rispetto al dollaro, l’inflazione ripartì, anche se lontana dall’iperinflazione dell’inizio degli anni 1990.
La grande borghesia bancaria, terriera ed industriale, non perse nulla della sua prosperità, facendo pagare la crisi ai lavoratori a colpi di riforme che intaccavano i diritti sociali, la sanità, l’istruzione. Quanto alla piccola borghesia, che da vent’anni aveva un ampio accesso al credito e ad un consumo degno di un paese sviluppato, temeva ormai di ricadere nella miseria e accusava di ciò confusamente i poveri, gli assistiti, gli operai, la sinistra, il PT ed il comunismo, anche se il PC del Brasile è un partito molto riformista, costante alleato del PT al governo, che non rivendica più niente della guerriglia che predicava cinquant’anni fa.

Fu contro la classe operaia che la crisi si scatenò. La disoccupazione tocca oggi 13 milioni di lavoratori dipendenti (il 13%). Nelle città si è visto il ritorno della miseria, in un paese dove dagli anni 1960 si era piuttosto limitata alle campagne e dal 2003 era stata combattuta dai programmi d’assistenza varati dai governi del PT. Con le riforme attuate in questi ultimi anni, padroni e governatori si sono abbandonati ad una vera guerra sociale, a tal punto che una parte dei lavoratori ha votato Bolsonaro nella speranza che questi avrebbe preso provvedimenti in loro favore. È caratteristico che la metà dei suoi elettori si trovi nella parte più industrializzata del paese, attorno a Sao Paulo, Rio e Belo Horizonte.

Bolsonaro però non propone nulla contro la crisi. Non si sa neppure se ha un programma economico. Per molto tempo è sembrato piuttosto favorevole all’intervento dello Stato, come il PT che sosteneva. Oggi promette la privatizzazione completa delle imprese statali. Poco fa parlava del ritiro del paese dall’accordo di Parigi sul clima. Senza proporne la soppressione, dichiara che i programmi sociali “nutrono una popolazione di banditi e di pigri„. Ha preso come consulente economico un ex-banchiere, Guadi, fautore del liberalismo e del non intervento dello Stato. Ma se per Bolsonaro Guadi funge da garanzia nei confronti del grande padronato, nessuno sa fino a che punto siano d’accordo tra di loro, né fino a quando lo saranno.

Bolsonaro piace a molti borghesi, ma è lungi dal renderli unanimi fra loro. La destra di Cardoso e la sinistra di Lula-Rousseff hanno fatto la loro prosperità quando erano al governo. Bolsonaro rappresenta un’incognita, quindi un rischio, nonostante le sue ovvie buone disposizioni nei confronti dei possidenti.

In mancanza di un programma economico, Bolsonaro sbandiera l’immagine mitizzata della dittatura. Essa ha corrisposto ad un periodo di rapida industrializzazione, che richiedeva sempre più manodopera, con bassa disoccupazione e salari in relativo aumento. A questa immagine mitica di un periodo equivalente ai “trenta gloriosi„ anni del dopoguerra europeo, Bolsonaro aggiunge alcune brutte dichiarazioni antioperaie, ad esempio contro le leggi sociali accusate di essere micidiali per l’occupazione.

La tattica di Bolsonaro consiste nell’attacco ogni volta che viene interrogato su un punto del suo programma. Inoltre, ha rifiutato ogni dibattito e si sottrae il più possibile alle interviste, preferendo farsi rappresentare da un suo assistente. Interrogato sull’economia, attacca il socialismo ed il comunismo, ritenuti essere rappresentati dal PT, anche se la dottrina e l’azione governativa di questo partito non hanno mai avuto niente di socialista o di comunista. Denuncia il Venezuela di Chavez e Maduro, la cui attuale miseria sarebbe, secondo lui, il risultato delle malefatte del comunismo, dal quale pretende proteggere i Brasiliani. Questo anticomunismo prende un colore xenofobo ed anti migranti per il fatto che alcune decine di migliaia di profughi venezuelani sono arrivati in Brasile e a volte sono stati vittime di violenze. Naturalmente attaccare i profughi venezuelani non è affatto una garanzia per i lavoratori brasiliani, al contrario, ma ciò non toglie che alcuni hanno votato Bolsonaro per esprimere la loro rabbia e per dire: “Bolsonaro è il Lula di una volta„.

Una società violenta

La violenza è onnipresente nella società brasiliana, in cui nel 2017 si sono contati 64 000 assassinii, uno ogni otto minuti. Questa violenza risale al periodo della schiavitù, durato fino al 1888, e del sistema semi-feudale che gli è succeduto, in cui i “colonnelli„, grandi proprietari e dirigenti politici, avevano diritto di vita e di morte sui loro contadini e su tutta la popolazione. Il paese rimane poco centralizzato, ogni Stato della federazione ha le proprie leggi, la propria polizia, le proprie dinastie dirigenti. Nelle campagne, dove ogni anno la polizia federale libera centinaia di lavoratori ridotti in schiavitù, impera sempre la legge dei jagunços, i sicari dei grandi proprietari il cui compito è di uccidere sindacalisti agricoli o indiani recalcitranti.

Nelle città, dove vivono i tre quarti della popolazione, la violenza domestica si esercita contro i bambini e le donne, a tal punto che ogni anno 6500 donne muoiono sotto i colpi del loro coniuge. Una discussione, un litigio tra vicini possono concludersi a colpi di coltello o di fucile. Le armi sono dappertutto, anche se nel 2004 una legge ha mirato a proibirle. Il gruppo parlamentare “della pallottola„, cioè delle armi, è vicino a quello dei “ruralisti„, i grandi esercenti di canna da zucchero, soia, bestiame, ecc. e questi due gruppi di cui Bolsonaro fa parte, riuniscono insieme circa la metà di deputati e senatori.

A ciò si aggiunge la violenza della polizia e delle gang. La polizia brasiliana uccide molto. Quelli che uccide nelle strade e nelle favelas sono facilmente definiti come delinquenti o come banditi, e le loro famiglie hanno soltanto il diritto di piangere. Spesso anche dei poliziotti sono assassinati per vendetta e i membri delle forze di repressione si sentono minacciati, preferiscono sparare subito, in particolare sui giovani neri delle zone popolari, come succede negli Stati Uniti.

Infine, le gang sono potenze riconosciute. Centralizzate, gerarchizzate su scala nazionale, dotate di una direzione, queste società della droga e dei traffici spesso cercano di limitare la violenza, che non è buona per gli affari. Ma devono anche intimidire, eliminare gli outsider, difendere o allargare il loro territorio. Così, a volte, si scontrano con lo Stato, quando esso pretende di espellerli da alcune favelas di Rio con l’aiuto di elicotteri e di carri armati. Il più delle volte scendono a patti, ma possono anche ricorrere ad una dimostrazione di forza, come quando una gang volle imporre la libertà di comunicazione dei suoi dirigenti in prigione interrompendo l’elettricità in tutta Rio e distruggendo decine di autobus.

I lavoratori e le loro famiglie subiscono ogni giorno questa violenza. Vittime di furti, aggressioni e stupri, dell’insolenza della polizia, delle pallottole vaganti negli scontri tra le gang o tra la polizia ed i banditi, cercano pace e protezione. Bolsonaro è stato pugnalato il 6 settembre da uno squilibrato.

Su questo tema, gioca un ruolo la sua immagine di ex soldato, uomo d’ordine per definizione. Dice che restaurerà l’autorità dello Stato, aumenterà i finanziamenti dell’esercito, abolirà la legge che limita teoricamente il possesso di armi, darà ogni licenza ai poliziotti per sparare sui delinquenti. Riprende l’espressione popolare che dice: “un buon bandito è un bandito morto„ per gli stupratori di donne propone la castrazione chimica, promessa che potrebbe farlo riconciliare con quelle donne che ha scioccato con attacchi contro il congedo maternità e con la giustificazione dei bassi salari femminili. Tali dichiarazioni possono certamente piacere sia ai poliziotti e ai soldati che alle vittime della violenza, poiché ciascuno vi può trovare ciò che desidera.

Ma se molti militari apprezzano il personaggio e le sue dichiarazioni, non per questo lo Stato maggiore è convinto di schierarsi con lui. Bolsonaro ha scelto un generale come vicepresidente, ma l’ha dovuto far tacere in seguito a numerosi errori, come per esempio l’avere proposto, alla vigilia del primo turno, di sopprimere la tredicesima, col rischio di provocare l’ostilità di 100 milioni di lavoratori dipendenti.

Anche in materia di violenza, Bolsonaro si riferisce “ai bei tempi„ della dittatura. Ma, anche se all’epoca l’esercito e la polizia avevano licenza di torturare ed uccidere, né la violenza domestica né il banditismo erano scomparsi. Al contrario, erano apparsi gli “squadroni della morte„, che si incaricavano di liberare le città e la gente onesta dai mendicanti, dai senza fissa dimora e dai bambini delle strade.

La corruzione politica

Come la violenza, la corruzione politica è una tradizione brasiliana. Sulla trentina di partiti presenti all’assemblea, solo due somigliano ai partiti europei: il PT di Lula e il PSDB dell’ex presidente Cardoso, e sono molto minoritari. I partiti servono innanzitutto a riunire fondi per arricchire un piccolo gruppo di eletti, il più spesso attorno ad un capo regionale. Sono associazioni private, senza idee né programma. Per avere una maggioranza per governare, il presidente e il consiglio dei ministri devono ottenere il favore di un numero sufficiente di questi politici e di questi partiti, cioè comprarli con posti, proficue sinecure… o con molti dollari. Le grandi imprese sono sempre pronte a fornire il denaro necessario, in cambio di mercati lucrativi, in particolare di contratti con lo Stato.

Il PT, dalla sua fondazione nel 1980, prometteva di instaurare un governo onesto, in rottura con le élite e le consuetudini nazionali, ma certamente non voleva cambiare la società. Nell’avvicinarsi al potere nei municipi, negli Stati, nelle assemblee regionali e in quella nazionale, dovette siglare accordi con gli altri partiti, i notabili, i padroni. Allo stesso tempo, perse gran parte dei militanti che avevano fatto la sua forza e si trasformò in un apparato di funzionari organizzato per esercitare il potere, con gli stessi meccanismi dei partiti tradizionali. Quando arrivò al potere centrale nel 2003, riprese per il proprio tornaconto la pratica delle raccolte di fondi presso le imprese al fine di comprare i voti dei deputati.

Gli scandali arrivarono rapidamente. Nel 2004 fu quello del Mensalao, “la grande mensilità„ pagata in contanti e in dollari a più di cento deputati. La prosperità economica non cessava e Lula mantenne il suo prestigio, ma la direzione del PT e del governo subì numerose purghe, a tal punto che esso dovette scegliere come successore Dilma Rousseff, non coinvolta negli scandali. Ella fu eletta, ma lo scandalo del Mensalao tornò alla ribalta con il caso Petrobras: la società petrolifera nazionale siglava contratti sopravvalutati per consentire al PT di finanziarsi. Lula questa volta fu messo in discussione e Dilma Rousseff fu la vittima indiretta della caccia ai corrotti lanciata da alcuni giudici di destra, destituita per un’irregolarità contabile da una Camera e da un Senato pieni di autentici corrotti che avevano governato con lei per sei anni.

Fu la crisi economica crescente a mettere in rilievo gli scandali e a suscitare la rabbia in tutti gli strati della popolazione, compresa la classe operaia. La destra esitò a lungo ad incoraggiare questa rabbia che poteva rivolgersi contro essa stessa. Ma quando finalmente decise di servirsene, fu incapace di riconquistare i favori dell’opinione pubblica. Tutti i politici erano screditati, essendo tutti compromessi in un modo o nell’altro. Il PT conservava un appoggio popolare nel Nordeste, dove i programmi d’assistenza ai poveri gli valevano una clientela, come la borsa famiglia che aiuta quelle che inviano i figli a scuola. Invece, nella ricca regione del Sudeste, con gli Stati di Rio, Sao Paulo e Minas Gerais, che negli anni 1980-1990 avevano fatto la forza del PT, praticamente non ha più elettori e Bolsonaro ha preso la metà dei voti.

Su questo tema della corruzione, l’unica cosa che poteva favorire Bolsonaro era il fatto di non essere coinvolto in alcuno scandalo e di potere promettere di liberare il paese dai politici corrotti di destra come di sinistra. Anche lì invocava il mito della dittatura, presentata come onesta e senza compromissioni. È una menzogna, ma poca gente si ricorda ancora della dittatura e dei suoi aspetti poco attraenti. I militari si dedicavano a numerosi traffici con la copertura della legge marziale.

Bolsonaro non è il primo a presentarsi come un signore dalle mani pulite. Nel 1990, Collor, figlio di un cacicco del Nordeste, si fece eleggere contro Lula pretendendo “di dare la caccia ai maharaja„, cioè ai corrotti. Due anni dopo fu sorpreso a scambiare le finanze dello Stato con le sue e diede le dimissioni prima di essere destituito. Oggi non si può dire come Bolsonaro governerà, ma il suo partito è molto minoritario e, senza cambiamento radicale del sistema politico ed elettorale, dovrà fare accordi con deputati, senatori e governatori poiché gli intrallazzi e la corruzione sono come il pane quotidiano. Anche se numerosi eletti del 7 ottobre fanno riferimento a lui, non sono cambiati e non si potranno accontentare di acqua fresca.

Certamente, una politica reazionaria

Ai maggiori problemi posti ai brasiliani, crisi sociale, violenza e corruzione, Bolsonaro oppone solo dichiarazioni d’intenti e l’esempio mitizzato della dittatura. Pretende di essere un uomo provvidenziale, rappresentante diretto della patria e di Dio. È certamente un reazionario della peggior specie e, tra l’altro, la sua elezione incoraggia tutti i misogini e gli omofobi che già moltiplicano le aggressioni.

Sapere ciò che farà è un’altra questione. Su molti punti, non si sa neppure cosa pensa. Essere per Dio e la patria non è un programma. Dice di essere favorevole all’esercito, alla polizia e all’armamento della popolazione, cosa che annuncia più violenza e più arbitrarietà. Vuole ridimensionare la legislazione del lavoro e proseguirà certamente le riforme volute dal padronato, in particolare quella delle pensioni, iniziata da Dilma Rousseff, proseguita dal suo successore Temer e sempre incompiuta. La violenza delle sue dichiarazioni nasconde spesso il vuoto del suo programma, ma l’affermazione del pugno duro e della necessità di una società più autoritaria, il cui modello lo trova nella dittatura, sono anche, in qualche modo, un programma.

Ciò che farà davvero Bolsonaro, più di un eventuale programma, saranno la crisi ed i suoi sviluppi a deciderlo. Le misure che prenderà saranno certamente dirette contro la classe operaia ed i suoi interessi immediati e lontani. Questa classe è forte di 100 milioni di lavoratori. Nonostante la sua attuale apatia, in passato ha condotto importanti lotte contro il padronato e, a suo tempo, contro la dittatura. La classe operaia, se si mobilita per i propri interessi economici e politici, è l’unica in grado di aprire una prospettiva aldilà della crisi che ha portato un Bolsonaro alla presidenza della sesta potenza economica mondiale.

19 ottobre 2018


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