Internazionale

L’ondata di contestazione nei paesi arabi

Da “Lutte de classe” n° 134 – Marzo 2011

L’incendio delle rivolte popolari sta toccando buona parte del mondo arabo, questo semicerchio a sud e ad est del Mediterraneo delimitato dal Marocco da un lato e dallo Yemen e Oman dall’altro. Questo incendio ha già portato alla caduta di Ben Alì, dittatore della Tunisia per 23 anni, e a quella di Mubarak che è stato dittatore dell’Egitto per trent’anni. La contestazione dei regimi del posto ha scosso più o meno fortemente l’Algeria, la Giordania, lo Yemen, il minuscolo stato del Bahrein, la Mauritania, Gibuti e la Libia.

In questo ultimo paese la contestazione ha preso un volto particolarmente violento con la repressione sanguinosa di Gheddafi, portando ad una guerra civile di cui non si può prevedere il risultato.

Ma anche laddove i regimi hanno dovuto fare concessioni, ci sono stati morti, morti che però non impediscono il proseguire del movimento.

Il contagio si è propagato facilmente tra paesi che hanno la stessa lingua e la stessa cultura. Ma c’è anche il fatto che, al di là della diversità, fra i paesi toccati dalla rivolta c’è una grande similitudine sia delle loro strutture sociali, sia della loro situazione politica: sono dittature appoggiate all’esercito, regimi polizieschi fortemente corrotti, con l’assenza di libertà e dei diritti democratici elementari.

Tutte queste dittature poggiano su un’economia sottosviluppata che dipende dall’esterno, cioè sottomessa all’imperialismo, e strutture sociali caratterizzate da disuguaglianze sociali spaventose tra la classe privilegiata e le classi mantenute nella miseria. La varietà delle ricchezze naturali come il petrolio, o create dall’uomo come il Canale di Suez, assicura o meno ai dirigenti dello stato una rendita sufficiente per potere eventualmente accettare di fare qualche concessione.

Ma non tutte dispongono di questa possibilità, e anche i paesi che ne dispongono non sono nella stessa situazione quando si tratta di un paese di più di 80 milioni di abitanti come l’Egitto, o quando si tratta di emirati ritagliati a seconda delle rivalità tra le varie compagnie petrolifere. Ma a parte alcuni di questi ricchi emirati, dove tra l’altro il mondo del lavoro è composto da lavoratori immigrati dalle condizioni di semi-schiavitù, le strutture sociali sono simili e gli stati polizieschi impongono le disuguaglianze a colpi di manganello e eventualmente di mitra.

Anche solo per il fatto di assumere questa funzione, e qualunque sia peraltro la loro politica estera, questi stati servono l’ordine imperialista mondiale. Fanno da cani da guardia ai grandi gruppi dei paesi imperialisti che dominano l’economia, che siano direttamente presenti oppure che prelevino la loro parte di profitti negli scambi internazionali.

Anche la Libia di Gheddafi, che per qualche anno ha agitato una demagogica fraseologia antimperialista, non è stata di meno a questo ruolo fondamentale rispetto ai suoi simili apertamente legati alle grandi potenze imperialiste. Il dittatore libico non ha avuto difficoltà a rientrare nella fila. Lo stato francese si è distinto, come lo fa spesso, con il modo particolarmente schifoso con cui ha celebrato l’amicizia ritrovata del dittatore che oggi massacra il proprio popolo con le armi vendute dalle “grandi democrazie” dell’Occidente.

La parte orientale di questi territori, il Vicino Oriente, è una regione particolarmente sorvegliata dalle potenze imperialiste, sia per le sue risorse petrolifere che per la sua collocazione geografica e strategica. Nella maggior parte di questi paesi la dipendenza del regime nei confronti dell’imperialismo si concretizza in modo particolarmente vistoso con il fatto che il loro esercito, i cui quadri superiori sono stati educati nelle scuole militari di Francia, Inghilterra o Stati Uniti, mantiene legami stretti con gli eserciti di queste potenze.

Le radici profonde dell’ascesa della rivolta nei paesi arabi stanno lì, nella grande miseria delle masse sfruttate. Gli operai hanno salari irrisori: i salari che in Egitto sono quattro volte inferiori a quelli della Turchia incitano le imprese di questo paese, in generale con capitali occidentali, a delocalizzare sulle rive del Nilo. I contadini sono miserabili. Una buona parte della piccola borghesia intellettuale, anche piena di diplomi, non trova lavoro. Questa categoria di “disoccupati diplomati” sembra tra l’altro avere una parte importante nella rivolta, a cominciare dall’uomo diventato simbolo della rivolta in Tunisia, il giovane diplomato Muhammad Buazizi che faceva il fruttivendolo e, quando si è dato fuoco in seguito all’ultima delle mille umiliazioni imposte dai poliziotti, ne ha dato il segnale.

Oltre questo, interviene la crisi dell’economia capitalista. Le sue conseguenze sono già catastrofiche per le classi sfruttate dei paesi imperialisti. Ma il rialzo del prezzo di qualunque prodotto alimentare, in paesi dove una parte della popolazione già sta al limite della sopravvivenza, può farla sprofondare nella carestia.

Gli inconvenienti del sistema per la borghesia

Questo sistema però, costituito da regimi militari più o meno travestiti, non ha solo vantaggi per la borghesia e neanche per l’imperialismo. Quando l’esercito assume il potere da cinquant’anni, come nel caso dell’Egitto, ha una tendenza naturale ad accrescere anche la sua potenza economica. La gerarchia militare egiziana occupa un posto considerevole nell’economia, controlla direttamente interi settori, non solo nel campo degli armamenti e della tecnologia militare ma anche in campi così variegati come l’industria agroalimentare, l’industria della plastica, la costruzione edilizia, i lavori pubblici, il turismo, ecc. Tra l’altro, buona parte degli stabilimenti della zona turistica di Sharm-El-Sheikh appartengono al clan di Mubarak. E anche in settori in cui non c’è questa presenza dell’esercito, l’accesso della borghesia locale alla mangiatoia è subordinato alle sue relazioni con il potere politico.

Inoltre il dittatore stesso, soprattutto quando rimane in posto durante decenni, tende anche naturalmente a favorire la propria famiglia e i propri alleati. Il clan al potere occupa una parte dello spazio economico della stessa borghesia. Gli ultimi anni del potere di Ben Alì sono pieni di storie in cui il suo clan, in particolare la famiglia Trabelsi, dal nome della sua moglie, ha allontanato alcuni membri della borghesia dagli affari più interessanti.

La difesa dell’ordine borghese porta così ad un potere mafioso di cui la stessa borghesia finisce col pagare il prezzo. Non si tratta solo di borghesi locali. Anche la potente compagnia Nestlé, servita tanto bene dalla dittatura di Ben Alì che manteneva così bassi i salari dei lavoratori tunisini, è stata costretta di regalare alla famiglia Trabelsi un pacchetto di azioni delle sue filiali locali. Non solo costa caro mantenere il cane da guardia, ma di più si permette di mordere le gambe dei suoi maestri!

In Egitto si stima la fortuna della famiglia Mubarak tra 40 e 70 miliardi di dollari, quindi dello stesso ordine di quella di dinastie borghesi tra le più anziane e più ricche del mondo. Questa fortuna enorme viene dalle casse dello Stato, dalla rendita del Canale di Suez e da molte altre fonti dello stesso genere. Soldi che non sono stati intascati dalla borghesia.

Come lo spiega in Le Monde l’economista Lahcen Achy dell’Istituto Carnegie del Medio Oriente a Beirut che, da buon teorico liberale della borghesia d’affari iscrive al passivo delle dittature del Medio Oriente il fatto che i "i semplici cittadini" desiderosi di investire ne sono impediti dall’esercito o costretti a collaborare, cioè a lasciargli una parte del guadagno: "così si è creata un’economia di mercato che è solo di facciata". E prosegue i suoi lamenti (dossier Economia - Le Monde dell’8 febbraio 2011): "La privatizzazione delle imprese si è svolta a vantaggio delle personalità del potere che hanno ottenuto monopoli o quasi-monopoli, un accesso privilegiato ai mercati pubblici, o addirittura un cumulo di posizioni economiche e politiche che consentono loro di orientare le decisioni economiche o fiscali a vantaggio delle loro sole imprese." E constata amaro che "in tali condizioni un semplice cittadino che vuole investire o intraprendere deve affrontare l’assenza di accesso ai crediti, la corruzione e l’inefficienza delle amministrazioni, la posizione dominante delle imprese in posto, la brutalità della giustizia, le difficoltà ad accedere agli aiuti dello stato".

Già! In tutt’altro contesto, in un ricco paese imperialista, nella Germania dei tempi di Hitler, il rampollo di una vecchia dinastia borghese probabilmente si lamentava nello stesso modo quando era costretto ad invitare a pranzo l’ex macellaio diventato generale delle SS! A maggior ragione se gli doveva rendere conti. Ma la borghesia tedesca non aveva altra scelta: aveva bisogno di questo regime per preservare il suo dominio di classe.

Non era esattamente la stessa cosa per la Tunisia di Ben Alì e per l’Egitto di Mubarak. I rapporti della borghesia con i dirigenti dello stato che difende i suoi interessi non sono gli stessi in un paese imperialista come la Germania, con una borghesia ricca e potente, e in un paese sottosviluppato con la sua borghesia altrettanto avida della precedente ma senza la stessa base nella società. L’onnipresenza del clan del dittatore e il costo per mantenerlo guastavano però il piacere degli investitori di trovare in questi paesi dei lavoratori che si potevano sfruttare a volontà per salari miseri. In un’intervista televisiva la presidente della confederazione padronale francese Laurence Parisot esprimeva, dopo la partenza del dittatore Ben Alì, un sospiro di sollievo e osservava che nell’ultimo periodo stava diventando decisamente più difficile fare affari in Tunisia!

Questa opinione è condivisa da Christophe de Margerie, amministratore delegato del gruppo petrolifero Total e a questo titolo molto interessato da tutti gli avvenimenti del Medio Oriente: "la partenza del presidente Ben Alì è piuttosto una buona cosa." E aggiunge a proposito della Tunisia e dell’Egitto che "la caduta di questi regimi non ci destabilizza, non dobbiamo credere che i padroni siano mascalzoni che preferiscono lavorare con i dittatori". Certamente, certamente...

Queste grandi compagnie si accontentano di comportarsi da mascalzoni solo quando i loro interessi sono direttamente e immediatamente minacciati, come lo pensavano a torto o ragione la compagnia delle banane United Fruit nel Guatemala di Arbenz, oppure quelle del petrolio nell’Iran di Mossadeq, quelle del rame nel Cile di Allende e molte altre. In questo mondo dove non bisogna cercare tanto per trovare, dietro un colpo di stato contro un regime parlamentare, la mano della C.I.A. americana e il denaro delle multinazionali.

Il viso parlamentare dell’imperialismo

L’imperialismo stesso e in particolare il suo capofila statunitense, che fu tante volte all’origine di colpi di stato militari e i cui servizi segreti hanno protetto tante dittature, ha fatto col passare degli anni l’esperienza che regimi più o meno parlamentari potevano essere altrettanto convenienti.

Butros Butros-Ghali, ex segretario generale dell’Onu, ex ministro di Mubarak e inoltre fautore del suo regime fino all’ultimo momento, dichiarò quando le prime manifestazioni si svolsero al Cairo che l’unica cosa che rimproverava a Mubarak di cui era un sostenitore, era di avere esageratamente truccato le precedenti elezioni politiche e di non avere lasciato alcun posto all’opposizione. Aggiungeva in sostanza: questo avrebbe consentito che il malcontento si esprimesse nel Parlamento invece che nelle piazze.

Questo vecchio servitore dell’imperialismo forse ha torto di attribuire troppe qualità al parlamentarismo, versione paese povero, perché le sommosse forse sarebbero scoppiate comunque. Infatti tra i motivi della rivolta contro Ben Alì non c’era solo l’assenza di libertà ma anche la disoccupazione e il carovita. Le rivolte sono numerose in India, in questo paese che la borghesia chiama affettuosamente "la più grande democrazia del mondo"! Ma lo stesso c’è una parte di verità nella sua constatazione. Comunque, dopo un lungo periodo in cui l’imperialismo, americano come francese o altro, non tollerava alcun regime anche vagamente parlamentare nei paesi sotto il suo dominio economico diretto, il suo atteggiamento si è ammorbidito.

Ai tempi in cui il movimento operaio era o poteva diventare una minaccia, la borghesia non poteva accettare di lasciargli la tribuna che poteva rappresentare un Parlamento, anche bidone. Da molto tempo però la minaccia del movimento operaio rivoluzionario si è allontanata. Poi, ai tempi dell’Unione Sovietica e della guerra fredda ci fu il rischio che elezioni moderatamente truccate avessero potuto portare al potere un regime filo sovietico. Durante gli anni ’60, di fronte a questo rischio rafforzato dalla minaccia di contagio a partire da Cuba, gli Stati Uniti furono i primi ad imporre dittature dappertutto in America Latina. L’imperialismo francese fece altrettanto nella sua sfera d’influenza costituita dalle sue ex colonie d’Africa. Dalla Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny alla Repubblica Centrafricana dell’ex imperatore Bokassa 1° e molte altre, gli anni ’60 furono anni di dure dittature, in Africa come dappertutto nella parte sottosviluppata del mondo. E anche in Europa, bisogna ricordare Franco e Salazar, anche se erano sopravvissuti ad un’altra epoca, ma ai quali si aggiunsero nel 1967 i colonnelli greci.

Anche prima dello scioglimento dell’Unione Sovietica era apparsa la moda di questa caricatura di democrazia quale il multipartitismo. I paesi d’Africa in quanto a loro erano venuti negli anni ’80 a questa forma di parlamentarismo che lasciava ad un sottile ceto privilegiato la possibilità di giocare alle elezioni, in generale truccate certo, e non sempre accettate dagli sconfitti, ma elezioni lo stesso. Le masse sfruttate pertanto non avevano più libertà e diritti democratici, rimanevano sottomesse all’arbitrario dei poliziotti o dei militari, ricattate, terrorizzate, ma almeno ciò che si chiamavano le élite di questi paesi erano autorizzate a concorrere per i posti e le posizioni.

Questa evoluzione dei regimi dei paesi africani ha lasciato da parte il Maghreb. Il Marocco è rimasto dominato dal "nostro amico il re" Hassan, e poi dal suo figlio. In Tunisia il vecchio dittatore Burghiba è stato messo in disparte dal suo ministro degli interni Ben Alì. E in Egitto Mubarak ha dato il cambio a Sadat non grazie ad elezioni, pure truccate, ma grazie alle scelte dello Stato maggiore.

La scelta strategica delle grandi potenze a favore di regimi più o meno parlamentari, comunque multipartitici, non andava però fino al punto di licenziare dei despoti che servivano tanto bene i loro interessi. Tutt’al più se ne sbarazzavano quando il potere di questi ultimi sapeva di cleptomania o megalomania furiosa come nel caso di Mobutu o di Bokassa. Alcuni dittatori diventavano decisamente troppo ingombranti.

L’attualità dimostra però benissimo che, nel caso tunisino, l’imperialismo francese si accontentava perfettamente del regime di Ben Alì nonostante i suoi aspetti mafiosi. I capitalisti francesi continuavano a cercare buoni affari in Tunisia. Grazie ai profitti sostanziosi ricavati grazie ai bassi salari dei lavoratori, si potevano distribuire prebende ai dirigenti dello stato. I ministri ed altri servitori politici della borghesia e le loro famiglie avevano il piacere di accettare i piccoli regali del dittatore.

Stessa cosa in Egitto: oggi Obama si meraviglia della transizione democratica, molto relativa poiché incarnata da un maresciallo, ma Mubarak è stato sostenuto; finanziato dagli Stati Uniti per trent’anni ed è stato sacrificato solo quando questo è diventato necessario per cercare di calmare la rivolta contro di lui.

Se l’ammorbidimento della politica dell’imperialismo non va fino al punto di sbarazzarsi di un dittatore che lo serve bene, la transizione verso il parlamentarismo è però tollerata quando permette di cambiare la testa per non cambiare il resto.

Sia detto qui che questo cosiddetto cambio democratico, non solo non cambia nulla nelle disuguaglianze sociali spaventose, nel potere economico della classe privilegiata locale e nell’imperialismo dietro di essa, a danno di una popolazione mantenuta nella povertà, ma non cambia neanche granché rispetto alla dittatura. Infatti la dittatura, cioè l’oppressione da parte dell’apparato di stato, della polizia, dell’esercito, dell’amministrazione statale, non risulta solo dal monopolio del potere al vertice da parte di un uomo solo. Nel campo dell’oppressione dei più poveri, degli sfruttati, il regime parlamentare dell’India non è di meno rispetto alle peggiori dittature.

Anche se c’è in questo paese un Parlamento eletto che, al contrario del vicino Pakistan, non è mai stato sciolto e neanche minacciato da un colpo di stato militare, la stabilità in una società indiana profondamente disuguale deriva anche dall’integrazione nel sistema parlamentare moderno di anacronismi ereditati dal passato qualche volta lontano, in particolare le caste. Cosa significa per esempio l’ammissione nel Parlamento di alcuni singoli che appartengono alle cosiddette caste inferiori, addirittura a quella degli “intoccabili” quando il sistema delle caste, dalla disuguaglianza codificata, protetta dalla religione, grava a tutti i livelli della società?

L’imperialismo ha sempre saputo integrare ed associare al mantenimento dell’ordine strutture sociali anacronistiche. Il carattere fasullo del parlamentarismo in Costa d’Avorio non si limita alle frodi elettorali ed è illustrato dall’episodio dell’opposizione Ouattara-Gbagbo.

Tale parlamentarismo si è sempre accomodato con i capi tradizionali, con i reucci, con la nobiltà delle micro regioni, con tutta una serie di autorità tradizionali che una volta il potere coloniale era andato a levare dalla naftalina e si mantennero nella Costa d’Avorio indipendente.

Le democrazie dei ricchi paesi imperialista poggia in gran parte sulla distruzione delle forme sociali anacronistiche da parte della borghesia all’epoca rivoluzionaria. Ma bisogna aggiungere che anche lì, anche in queste democrazie moderne, rimangono ridicole vestigia come testimonia in Gran Bretagna l’istituzione reale con i suoi palazzi, le sue carrozze, i suoi matrimoni di principi.

Ma se in Inghilterra questo è più comico che tragico -anche se l’istituzione monarchica ha un costo- la democrazia di questi paesi imperialisti poggia innanzitutto sulla loro ricchezza. Per riprendere un’espressione di Trotsky, la democrazia borghese in Gran Bretagna si è mantenuta e consolidata con il saccheggio del suo immenso impero coloniale. Si può dire altrettanto della Francia. Quanto agli Stati Uniti, la loro democrazia si radica nel saccheggio del mondo intero, a cominciare dall’America Latina.

Finché nei paesi sottosviluppati i poveri rappresentano masse immense, non vi è posto per una autentica democrazia. Anche nella Cina che ha saputo, grazie alla rivoluzione contadina del 1948 sotto direzione di Mao, sbarazzarsi delle espressioni più anacronistiche delle disuguaglianze sociali di una volta, oggi si vede come con il capitalismo liberato aumentano sia la povertà che le disuguaglianze sociali e, al tempo stesso, l’oppressione per “tenere buoni” i poveri. E il vero problema, anche in Cina, non è solo il monopolio del partito unico al vertice e la dittatura dello stato centrale, ma anche l’arbitrario, l’onnipotenza delle feudalità locali. Non ci cambia nulla il fatto che questo possa passare dai canali di un partito che si chiama “comunista”.

La portata dei movimenti di contestazione

I movimenti di contestazione nel mondo arabo rappresentano incontestabilmente un fatto politico importante, che potrebbe modificare la fisionomia politica di questi paesi. A modificare la situazione c’è l’intervento di una frazione della popolazione. Però per coglierne la dinamica, è importante capire quali sono le forze sociali che vi prendono parte, quali sono gli interessi degli uni e degli altri e quali sono le loro relazioni reciproche.

Dietro l’espressione "transizione democratica" si ritrovano le aspirazioni confuse di larghe masse sfruttate a più libertà e più diritti, a cominciare da quello di mangiare a sufficienza, ma anche la volontà di cambiamento della borghesia stessa.

"Né ridere, né piangere, ma capire". Nessuno può prevedere lo sviluppo del movimento di contestazione che percorre i paesi arabi e neanche se ci sarà uno sviluppo ulteriore. Sarebbe stupidamente pessimista fissare in anticipo dei paletti ed affermare che esso non potrà fare niente altro che fornire energia per “fare fuori” alcuni dittatori invecchiati che, comunque, anche la sola età avrebbe scartati a breve scadenza, e dare alle grandi potenze imperialiste l’occasione di dipingere queste dittature ai colori rosei del parlamentarismo.

Sarebbe altrettanto stupido battezzare pomposamente il processo in corso nei paesi arabi col nome di “rivoluzione”. Forse il movimento lo diventerà, perché le masse imparano nel movimento, nel confronto delle classi sociali, e possono imparare solo in questo modo.

Allora, finché c’è movimento c’è anche speranza. Bisogna solo ricordare che la classe operaia di Russia, sulla quale già pesavano tutte le tare di una società feudale e l’oppressione dello zarismo, era entrata nella rivoluzione nel gennaio 1905 cantando canti religiosi dietro un pope, con l’unico desiderio di fare arrivare allo zar i suoi “rispettosi lamenti”. Certamente alla fine fu schiacciata da una forza armata superiore, ma nel frattempo aveva imparato ad armarsi, a fare tremare una monarchia vecchia di parecchi secoli e innanzitutto ad inventare i consigli operai, questi “soviet” che annunciavano per tutto il periodo storico ciò che può essere l’organo di un potere operaio. Così aveva potuto entrare nella rivoluzione del 1917 ritrovando sin dall’inizio sia la capacità di armarsi che la volontà di rivolgersi ai soldati della base per aizzarli contro la gerarchia militare. E innanzitutto aveva naturalmente ridato vita ai soviet. Per passare dal febbraio all’ottobre del 1917, cioè alla presa di potere cosciente da parte del proletariato, c’era voluto un partito, il partito bolscevico. Senza questo partito la rivoluzione dell’ottobre 1917 certamente non sarebbe esistita. Ma il partito bolscevico non avrebbe potuto fare un granché nel 1917 senza questo apprendistato collettivo fatto dall’insieme degli sfruttati nel 1905 e nel febbraio 1917.

Parecchi paesi arabi hanno avuto in un passato più o meno lontano la ricca esperienza di un movimento operaio combattivo. La classe operaia è sorta sulla scena politica negli anni ’30 in Palestina, in Iraq. Vi è tornata all’indomani della seconda guerra mondiale in Egitto, fino agli anni ’50 e alla presa di potere da parte di Nasser. Il movimento che si riferiva al comunismo era potente in Iraq e nel Sudan.

Il movimento operaio organizzato però era già dominato su scala mondiale dallo stalinismo, una cattiva scuola per una classe operaia che cercava la sua strada. Le migliaia di militanti operai politicizzati che sorgevano allora erano non solo vittime della repressione, in particolare da parte delle grandi potenze inglese e francese che all’epoca dominavano il Nord Africa e il Vicino Oriente, ma anche pervertiti dallo stalinismo. Quest’ultimo, soffocando la voce comunista rivoluzionaria, apriva un varco alla generazione di giovani ufficiali che da Nasser in Egitto a Kassem in Iraq e a vari ufficiali in Siria incarnavano un "nazionalismo progressista", cioè dittature più o meno paternaliste all’inizio e sempre meno in seguito che portarono al potere dell’esercito. L’ascesa islamista portò a termine questa evoluzione.

Il proletariato dei paesi arabi e però molto più numeroso e ben più giovane che nel periodo che va tra le due guerre a fin dopo la seconda guerra mondiale. Deve imparare tutto, ma può imparare tutto, in particolare se in seno alla gioventù intellettuale di questi paesi, certamente piena di diplomi ma lasciata in balìa alla disoccupazione, si troveranno gli elementi capaci di ricollegarsi alle tradizioni del comunismo rivoluzionario.

Se la contestazione attuale conquisterà alcune libertà e le consoliderà un po’, bisognerà che questa generazione le colga per ricollegarsi a questo passato comunista rivoluzionario, partendo anche dai libri, per coltivare e trasmettere le sue idee alla classe proletaria. Se questo sarà fatto, sarà possibile la speranza per Il futuro di una autentica "rivoluzione araba", cioè la rivoluzione dei proletari e degli sfruttati di questi paesi.

23 febbraio 2011


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