Internazionale
Editoriale

Nessun credito ai portavoce “populisti” del capitale!

Di Maio e Salvini, ognuno a suo modo, sono uomini della borghesia. È una banale verità. Ma non è banale scriverlo e ribadirlo. La lotta politica viene presentata di continuo in modo mistificato, ingannevole. Indicare la sostanza di classe dei partiti e delle loro politiche, indicare quali siano i veri contrasti di interesse nella società, significa tornare coi piedi per terra. Il decennio che ha seguito l’inizio della grande crisi ha aumentato in tutti i paesi le disuguaglianze sociali. Oggi in Italia il quinto più ricco della popolazione detiene due terzi della ricchezza nazionale netta. Da chi è composto questo 20% di più ricchi? Dalla borghesia capitalista. Ci sono i grandi e medi imprenditori, i banchieri, i finanzieri, i puri e semplici rentier, ovvero gente che vive di rendita.Questa classe, nella maggioranza dei suoi componenti, è passata dalla crisi non solo senza impoverirsi ma arricchendosi. È una classe abituata a comandare e ad esercitare direttamente o indirettamente il proprio potere sullo Stato. Una classe che però sa benissimo che occorre trovare gli strumenti politici più adatti ad impedire che il malcontento popolare, in particolare quello dei lavoratori, si trasformi in una forza tanto destabilizzante da mettere in discussione la massa dei profitti e delle rendite. I cosiddetti partiti “populisti” servono proprio a questo. Promettendo redditi di cittadinanza, diminuzione dell’età pensionabile, meno tasse e condoni per tutti, abbracciano il malcontento di tutti gli strati sociali. Ma se è tollerabile che qualche briciola possa andare alla piccola borghesia commerciale e artigiana, per la massa dei lavoratori le briciole saranno ancora di meno. Lo si è visto con il cosiddetto Decreto Dignità, che ha completamente tradito le promesse elettorali dei Cinque Stelle e ha lasciato intatto il regime dei licenziamenti stabilito dal governo Renzi. Lo si vedrà con tutto il resto.

Ora questa stessa grande borghesia manifesta una certa irritazione, come nella recente assemblea dell’Assolombarda, che unisce gli industriali della regione più ricca del Paese. Sulla manovra finanziaria del governo giallo-verde gli imprenditori lombardi si dicono “attendisti ma con una serie di pregiudiziali“.Uno dei problemi più grossi è il mantenimento delle agevolazioni fiscali varate dai governi di centrosinistra, denominate Industria 4.0, in favore degli industriali.Un osso che i padroni non hanno nessuna intenzione di mollare. Il giudizio sull’intera manovra economica è stato riassunto dal presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, con queste parole: “Questa manovra consta di due pilastri: uno è quello delle promesse elettorali…flat tax, pensioni e reddito di cittadinanza, questioni legittime ma di parte. L’altro è la crescita, argomento di interesse nazionale, che tiene in piedi il primo, su cui si basa la sostenibilità della manovra e la credibilità del governo” (Sole 24 Ore, 19 ottobre). Per “crescita” Boccia intende il fiume di denaro pubblico, che esce prevalentemente dalle tasche dei contribuenti salariati e pensionati, che finisce nelle tasche degli imprenditori come ammortamento per le spese di rinnovo degli impianti. Perché, e questa non è una novità, gli industriali sono tutti ferocemente antistatalisti ma senza i soldi e la protezione dello stato non farebbero un passo. Gli esponenti della Lega, i più legati agli interessi degli industriali, hanno il difficile compito di rassicurarli e di chiedere loro di pazientare almeno fino alle elezioni europee di maggio nelle quali sperano di veder ribaltati i rapporti di forza con il partito di Di Maio. Nel frattempo, si assisterà al trionfo di tutte le fanfaronate dei due coinquilini, dall’abolizione della povertà annunciata al balcone di Palazzo Chigi, alla dieta di Salvini a base di “pane e spread”. Sempre che le ripercussioni sulle borse e sul debito pubblico non li costringano prima a ritornare sui propri passi.

Intanto la disoccupazione, la precarietà e i bassi salari permangono. Sono il risultato di un capitalismo a cui è stata lasciata ogni libertà nei confronti dei lavoratori. E soltanto i lavoratori hanno veramente l’interesse a rovesciare questo stato di cose. Certo non lo faranno seguendo la demagogia dei Di Maio o abbeverandosi alla fonte di Salvini, avvelenata dal nazionalismo e dalla xenofobia.


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