Internazionale

Leggi, padroni e black list

Hanno avuto ragione in tribunale, ma la realtà dei rapporti di classe ha emesso un altro verdetto. E quest’ultima sentenza ha un peso e una forza che si basano sui rapporti reali della società capitalistica, non può essere ignorata.
Nel mese di settembre si è concluso l’iter giudiziario che ha visto pienamente riconosciute le vessatorie condizioni imposte ad un gruppo di lavoratori extracomunitari impiegati in un’azienda agricola del Tortonese, provincia di Alessandria: dieci ore di lavoro al giorno, anche di notte, senza il diritto a giorni di ferie o indennità in caso di malattia, senza attrezzatura antinfortunistica.
Un lieto fine all’insegna della giustizia che supera e sana le contraddizioni e le iniquità della società capitalistica? Tutt’altro. Con il patteggiamento, non solo l’imprenditore non sconterà alcuna pena detentiva, ma – sottolineano gli attivisti del Presidio permanente di Castelnuovo Scrivia, interpellati dall’edizione locale de La Stampa – di fatto i lavoratori vengono esclusi dal risarcimento richiesto sulla base delle ore lavorate e non pagate e ad essi non è stato nemmeno concesso il permesso di soggiorno umanitario previsto in caso di grave sfruttamento lavorativo
Ma tutto questo non è tutto. Il legale dei braccianti ha aggiunto come sul futuro dei suoi assistiti pesi un’ombra molto concreta: sono entrati nella “black list”. Difficilmente troveranno lavoro dopo che hanno ricevuto il marchio dei “piantagrane”.

Sono molte le considerazioni che si possono formulare intorno a questa piccola storia ignobile, simile a tante altre. Ci si potrebbe dilungare sull’immonda ipocrisia di soggetti e ambienti sociali in cui oggi impazza la retorica sovranista, in cui dilagano umori razzisti e circolano abbondantemente slogan del tipo “prima gli italiani”. Ambiti e strati sociali che sanno molto bene, come da tradizione di padroni e padroncini del Belpaese, unire un ripugnante vittimismo di “poveri” italiani alla più fredda capacità di cogliere le occasioni di incremento dei profitti grazie ad una forza-lavoro immigrata, solitamente dipinta nei termini dell’ “invasione”, stigmatizzata come presenza pericolosa e nociva da rispedire il prima possibile nei Paesi di provenienza. È fin troppo chiaro, e il caso della provincia alessandrina è solo uno dei tanti, come il buon borghese, oggi così sensibile al risveglio della nazione, quando si tratta di andare al sodo degli interessi della propria azienda, sappia approfittare a piene mani della presenza di lavoratori stranieri, opportunamente discriminati e resi ricattabili. Ci si potrebbe soffermare sul ruolo nella società divisa in classi dell’ordinamento giuridico che, anche qualora fosse espressione della più compiuta democrazia borghese e quand’anche fosse rappresentato dai magistrati più corretti e sensibili alle tematiche sociali, non può slegarsi da quei basilari rapporti sociali di cui è in ultima analisi espressione.

Ma ciò che ci preme sottolineare è la grande lezione storica che risulta confermata in questa fetta di campagna della Bassa Valle Scrivia. Il ricorso alla via giudiziaria, l’appellarsi alle istituzioni che non possono che essere inscritte nelle dinamiche della società del capitale, non può sostituire la lotta di classe a sostegno degli interessi della forza-lavoro, non può supplire alla mancanza di una forza che, nella concretezza dei rapporti tra classi, sappia sorreggere le rivendicazioni e le esigenze dei lavoratori. Certo, la strada della costruzione dell’organizzazione di classe, la strada per superare le divisioni tra lavoratori che il capitale instancabilmente alimenta, la strada attraverso cui tornare ad alzare la testa di fronte alle logiche di sfruttamento del capitale, è lunga, irta di difficoltà, aspra e difficile. Ma indicare scorciatoie come quella di affidarsi esclusivamente alla delega ad una dimensione giuridica raffigurata come estranea e superiore alla natura capitalistica della società – deriva che ha intossicato fino all’inverosimile la sinistra borghese oggi allo sbando – significa solo consegnare il proletariato, di ogni nazionalità ed etnia, alle più amare disillusioni, indebolendone ulteriormente la capacità di reazione e di lotta.
Al cuore della capacità di difesa e di rivendicazione della classe che nella società borghese non può avere santi in paradiso deve essere la sua coscienza, la sua forza autonoma.

Quelle che oggi si chiamano “black list” non sono certo una novità. La prassi di mettere all’indice i lavoratori che pretendono di difendere la propria dignità umana e migliorare le proprie condizioni è nata con gli stessi rapporti capitalistici. È stata ed è una pratica che ha spinto famiglie sul lastrico, indotto lavoratori alla disperazione e persino al suicidio. Non è stato il semplice appellarsi alla giustizia, che nella società borghese non può che essere giustizia borghese, a far rimangiare ai padroni le loro liste di proscrizione. Quando questo è successo – è successo, può e deve succedere di nuovo – è stato fondamentalmente perché i lavoratori colpiti hanno trovato una vasta solidarietà di classe. Perché il capitale ha scoperto a sue spese che gli uomini e le donne che condannava all’emarginazione lavorativa non erano emarginati, ma parte di una classe capace di lottare, di dotarsi di forme di organizzazione autonome, di sfidare quel potere del capitale che, se lasciato libero di agire a suo piacimento, condanna inevitabilmente ogni comunità, ogni collettività alle leggi disumanizzanti del profitto.

Corrispondenza Alessandria


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