Internazionale

Armi e quattrini

La morte è, da sempre, uno degli affari più sicuri per il capitalismo. E non parliamo evidentemente solo delle imprese funebri. L’Italia, decimo paese al mondo per l’export di armi è immerso fino al collo nel commercio dei mezzi di sterminio. Sono italiane molte delle armi che Arabia Saudita ed Emirati Arabi utilizzano contro lo Yemen e fanno stragi di civili.

Nessuno può dire quali conseguenze avrà lo scandalo dell’uccisione del giornalista Khashoggisui rapporti con l’Occidente e, in genere, con i paesi più sviluppati. Quello che si può dire è che l’importanza dell’Arabia Saudita per le potenze occidentali è tale che nessuna considerazione “morale” o “umanitaria” può metterle realmente in discussione.

A mano a mano che le indagini della polizia turca proseguono, vengono fuori dettagli sempre più raccapriccianti. Che sia tutta una provocazione orchestrata dai nemici del principe erede al trono Mohammed bin Salman, o che sia semplicemente la conseguenza di anni di completa impunità dei servizi segreti sauditi in Turchia e altrove, non cambia molto. La ferocia e la viltà dell’esecuzione del giornalista arabo appartengono in tutto e per tutto al potere politico saudita.

Diversi paesi e diverse grandi imprese, per salvare la faccia, hanno deciso di non partecipare alla cosiddetta “Davos del deserto”, ovvero alla conferenza Future InvestmentInitiative, che si è svolta a Riyadh. In ogni caso, così riportano le agenzie di stampa, erano presenti importanti corporation occidentali e asiatiche. La Total francese, la Halliburton americana, la Hyundai, la Toyota, per fare qualche nome più famoso. Nel complesso sono stati stipulati 25 accordi per 50 miliardi di investimenti, ai quali ne seguiranno sicuramente molti altri.

Tra gli affari che si fanno con i sauditi primeggia la vendita di armi. Poco importa se queste stesse armi vengono impiegate poi contro la popolazione yemenita. Il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato un interessante reportage sul commercio delle armi verso Ryiadh da parte delle imprese europee del settore. Il titolo dell’articolo è “Timido imbarazzo dei paesi europei sulle vendite di armi”.L’Arabia Saudita è il secondo importatore mondiale di armi. Tra il 2001 e il 2015 le aziende europee le hanno venduto armi per 57 miliardi di euro. A quel momento il 60% circa dell’armamento saudita era di provenienza europea. In seguito allo scoppio della guerra con lo Yemen, nel marzo 2015, dovendo almeno fingere il rispetto dei trattati che vietano le esportazioni di armi verso paesi in guerra, si è continuato a commerciare mezzi di sterminio ma con più discrezione. Londra ha venduto, secondo una fonte citata dal quotidiano francese, una quantità di caccia bombardieri, bombe a guida laser, missili, per 5,2 miliardi di euro. E questo dopo il 2015. Ma non sono da meno paesi come la Francia per la quale, con le parole di Macron, “l’Arabia Saudita non è un cliente ma un alleato”. Al momento della visita del principe ereditario saudita a Parigi, lo scorso aprile, alcune organizzazioni non governative hanno protestato ricordando che le vendite di armi da parte delle imprese francesi proseguivano. 56 deputati hanno chiesto, al momento senza risultato, la formazione di una commissione d’inchiesta parlamentare. Da parte sua il Ministro della Difesa, la “socialista” Florence Parly, ha detto: “Per quanto ne sappia, gli equipaggiamenti terrestri venduti all’Arabia saudita sono utilizzati non per fini offensivi ma per fini difensivi, alla frontiera tra lo Yemen e l’Arabia saudita”. Una bella faccia di bronzo! Ma non più del Ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell, che giustificando le esportazioni di armi della Spagna verso Ryiadh, non ha trovato di meglio che sostenere che queste sono “di una precisione straordinaria, di meno di un metro”, pertanto non producono “effetti collaterali”.Da ridere, se l’argomento non fosse drammaticamente serio. E l’Italia? Certo non è da meno. Lo scorso settembre, di fronte ai dubbi “twittati” dal Ministro della Difesa a quello degli Esteri, il sottosegretario leghista di quel ministero, Guglielmo Picchi, dice: “Il processo autorizzativo italiano per l’export di materiali di difesa con l’Arabia saudita è rigoroso e coinvolge pienamente il ministero della Difesa. Se cambia indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale”. Questo prima del caso Khassoggi, quando già da tempo era stato denunciato il commercio di bombe che partivano dalla Sardegna per Ryiadh. Ventimila bombe solo nel 2016, per 410 milioni di euro. Dopo l’omicidio del giornalista nell’ambasciata saudita in Turchia, di fronte all’annuncio tedesco di “sospendere” le esportazioni di armi verso la monarchia saudita, il Ministro degli Esteri Enzo Moavero ha promesso di “approfondire la cosa”. Una vera giostra di dichiarazioni di una ripugnante ipocrisia accompagna, come sempre, la vendita di strumenti di morte.
R.Corsini


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