Internazionale

Contro il caos dell’imperialismo in via di putrefazione, il programma di lotta della classe operaia

Da “Lutte de classe” n° 194 – Settembre-ottobre 2018

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Esiste un legame profondo, organico, tra i vari elementi della caotica situazione mondiale, tanto nella sua economia, nelle relazioni internazionali e nell’evoluzione politica delle potenze imperialiste quanto nell’incapacità dell’umanità di affrontare le conseguenze ecologiche della sua attività, dal riscaldamento del pianeta alla trasformazione degli oceani in pattumiere.

La realtà che si esprime tramite tutti questi fatti ed eventi multiformi è la presente crisi dell’economia capitalista mondiale, con i suoi caratteri particolari.

Da quando è nata l’economia capitalista le crisi hanno segnato periodicamente il suo sviluppo e costituito in un certo qual modo il suo regolatore normale. Trotsky, parlando delle crisi “ordinarie„ del capitalismo, dichiarava in occasione del terzo congresso dell’Internazionale comunista nel giugno 1921: “finché il capitalismo non sarà stato rovesciato da una rivoluzione proletaria, vivrà gli stessi periodi di crescita e di calo, conoscerà gli stessi cicli. Le crisi ed i periodi di miglioramento sono propri del capitalismo fin dal giorno della sua nascita e lo accompagneranno fino alla sua tomba„.

Egli, al contempo, faceva questa constatazione: “Nei periodi di sviluppo rapido del capitalismo, le crisi sono brevi ed hanno un carattere superficiale (…). Nei periodi di decadenza, le crisi durano a lungo e le crescite sono momentanee, superficiali e basate sulla speculazione„.

Non da oggi l’evoluzione di fondo è segnata dal peso determinante della finanza, con “la  trasformazione degli azionisti in parassiti sociali„ (Trotsky, Cos’è il marxismo, 1939), e dalla decomposizione dell’economia capitalista. Così anche la finanziarizzazione dell’economia, di cui la crisi attuale sottolinea chiaramente i danni.
Tale constatazione aveva portato Lenin, già un secolo fa, a parlare dell’imperialismo come “fase senile„ del capitalismo e Trotsky, nel Programma di transizione, a parlare di “agonia del capitalismo„. Questa agonia dura molto più a lungo di quanto Lenin e Trotsky avevano sperato. Ma la durata di un’organizzazione sociale non si misura sulla stessa scala della vita umana. L’umanità ha pagato questa lunga agonia dell’organizzazione capitalista della società con due guerre mondiali durante il secolo scorso.

È sembrato che il capitalismo abbia conosciuto nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale una fase di ripresa, che però è rimasta limitata e superficiale. È durata soltanto una ventina di anni, meno del periodo che va dalle crisi successive all’inizio degli anni 1970. Il crollo del sistema monetario internazionale ha aperto un lungo periodo di scosse finanziarie più o meno violente, sullo sfondo di una stagnazione globale della produzione e di una disoccupazione di massa, da cui l’economia capitalista stenta ad uscire.

Ciò significa che il mercato, cioè la capacità d’acquisto di gran parte della popolazione, delle classi popolari e, principalmente, dei lavoratori dipendenti, non cresce o arretra, a tal punto che le imprese non possono garantire ai loro proprietari ed azionisti risultati in aumento grazie ad un allargamento delle vendite.

Lotta tra capitalisti per il plusvalore…

La scienza e le tecniche continuano a progredire nonostante tutti gli ostacoli rappresentati dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e nonostante la concorrenza tra i monopoli. Ma da questi progressi risulta un ulteriore inasprimento di una delle contraddizioni fondamentali dell’economia capitalista, quella tra le possibilità illimitate della produzione ed i limiti del mercato.

La produzione nel suo complesso non conosce la crescita che potrebbe garantire l’aumento del plusvalore globale prodotto dallo sfruttamento dei lavoratori partecipanti al processo di produzione, plusvalore che i capitalisti si appropriano.

In un’economia basata sul profitto privato, ciò significa che diventa più dura e più selvaggia la lotta tra i capitalisti stessi per appropriarsi di una parte individuale maggiore del plusvalore globale. Questa guerra tra capitalisti, la cui legge generale è che i più forti schiacciano i più deboli, a sua volta grava sulla produzione. Gli interessi particolari dei capitalisti si oppongono non solo agli interessi collettivi della società, ma anche al loro proprio interesse in quanto classe sociale.

Nei confronti della classe sfruttata, i capitalisti si comportano come una classe con interessi collettivi. Ma allo stesso tempo, alla base delle relazioni tra capitalisti impera la legge della giungla. Lì stanno i due aspetti di una stessa realtà, e questa opposizione dialettica tra gli interessi individuali di ogni capitalista e l’interesse globale della sua classe è aumentata a causa della finanziarizzazione dell’economia.

Fra tutte le forme di reddito della borghesia, quella che prevale è sempre più il reddito finanziario. La produzione frutta ai grandi capitali in misura minore delle operazioni finanziarie. È il motivo per cui il grande capitale vi investe sempre più, mentre nella produzione sempre meno.

La crescente finanziarizzazione significa che la finanza attinge in maniera sempre più cospicua dalla massa totale dei profitti creati. Ciò che la stampa chiama “crescita„ è soprattutto quella del profitto finanziario e del profitto delle imprese più potenti, che garantiscono la fortuna dei loro padroni ed azionisti. Il capitale finanziario ha preso il comando dell’economia capitalista sin dalla sua fase imperialista. Più l’economia è finanziarizzata e più la finanza agisce da parassita su tutte le altre forme concrete dell’attività economica.

Certamente, dietro tutte le altre forme dell’attività economica c’è lo stesso capitale ed in particolare lo stesso grande capitale monopolizzato dalla grande borghesia, ma questo non cambia nulla al fatto che tutta l’economia deve pagare il suo tributo alla finanza. Il parassitismo della finanza corrode tutta l’economia capitalista dall’interno, sullo sfondo di una guerra di classe spietata fatta agli sfruttati.

Infatti, la concorrenza tra gruppi capitalisti per la divisione del plusvalore globale si svolge nel contesto della loro guerra alla classe operaia per aumentare questo plusvalore complessivo. In quanto sfruttati, i lavoratori occupati subiscono l’aggravarsi dello sfruttamento e i lavoratori disoccupati subiscono le gravi conseguenze di questa situazione. In quanto utenti dei servizi pubblici, degli ospedali, delle case di riposo, delle scuole, dei trasporti pubblici, tutti subiscono il deterioramento che deriva dai prelievi crescenti dello Stato per alimentare la finanza.

La finanziarizzazione porta l’anarchia dell’orga­nizzazione capitalista dell’economia al massimo ed aumenta la concorrenza tra le imprese e tra le nazioni capitaliste. Quando la quantità degli ossi non aumenta, i cani lottano più ferocemente tra di loro e sono i più selvaggi, i più furbi e soprattutto i più potenti a cavarsela meglio, a spese dei più piccoli e dei più deboli. In ultima analisi, è questa situazione economica a dettare tutta l’attualità politica, sia su scala nazionale che su quella internazionale.

In tutti i paesi, oltre alla varietà delle situazioni e delle appartenenze di chi governa, ovunque si assiste a politiche antioperaie ed a misure d’austerità. Le denominazioni politiche cambiano, ma ovunque l’obiettivo è di aumentare la parte dell’alta borghesia nel reddito nazionale, schiacciando la condizione operaia, ma anche diminuendo i redditi della borghesia piccola e media. A livello internazionale, è questa situazione di crisi che favorisce lo sviluppo dei protezionismi, cioè gli interventi degli Stati per proteggere la propria classe capitalista dalle concorrenti: guerre commerciali degli Stati Uniti contro la Cina e contro tutta l’Europa, e guerre più discrete tra Stati europei, anche quelli dell’Unione europea (UE); guerre commerciali di tutte le potenze imperialiste contro paesi più poveri, in cui anche il termine guerra non è dei più appropriati tanto essa viene condotta a senso unico e le armi non sono di eguale misura. Ma è vero che in materia anche le potenze imperialiste di secondo ordine hanno poco peso nei confronti dell’imperialismo americano, in particolare a causa delle loro divisioni. Basti osservare le misere lamentele dei dirigenti europei di fronte al rullo compressore americano che impone loro il boicottaggio totale o parziale dell’Iran, della Russia, senza parlare di Cuba e di altri paesi.

Queste guerre commerciali sono ancor più complicate – e si potrebbe dire tanto più assurde se l’assurdità in materia non fosse che un aspetto di quella del sistema capitalista nel suo complesso – visto che le economie sono interdipendenti a tal punto che molte misure protezioniste di un paese contro una nazione capitalista concorrente si rivolgono contro i propri capitalisti, i cui capitali operano in questa nazione. È certamente il motivo per cui Trump parla più di quanto non agisca e le sue minacce protezionistiche sono, in molti campi, più minacce verbali che non atti. Ma, in un’economia mondiale dove i capitali si muovono in gran parte con obiettivi speculativi, le minacce virtuali hanno conseguenze reali ed imprevedibili.

I conflitti militari, manifestazione delle guerre economiche

I conflitti militari, per il momento locali, sono un’espressione, diretta o indiretta, delle guerre economiche. Lo sono in particolare nel Medio Oriente dove la concorrenza tra le grandi potenze è sempre stata forte, in particolare a causa delle risorse petrolifere di questa regione, ma si inasprisce ancor di più in un periodo di crisi. Coloro che muoiono oggi sotto le bombe a Idlib in Siria, o quelli che morivano ieri a Mossul o ad Aleppo, quelli a cui i dirigenti politici non possono nemmeno più proferire la menzogna che morirebbero per la patria, muoiono comunque per questa guerra di interessi. Come ne sono vittime coloro che fuggono le bombe e incrementano il flusso dei migranti che tentano di scappare dalla miseria o dalla dittatura.

La situazione caotica dell’economia si riflette nelle relazioni internazionali e nella vita politica di ogni nazione capitalista. Ma, al tempo stesso, la politica interferisce con l’economia, dove i capitali si muovono alla velocità della luce in cerca di una collocazione profittevole, da un capo del pianeta all’altro. Tra un investimento in mezzi di produzione ed una collocazione puramente speculativa a breve termine non esistono più distinzioni.

L’imperialismo ha imposto il suo domino col sangue e con le sofferenze dei popoli, sottoposti al saccheggio del grande capitale imposto dal paese colonizzatore. Ma le necessità stesse dell’organizzazione sistematica e duratura del saccheggio esigevano di costruire strade, porti, ferrovie, ecc. Il saccheggio da parte dell’imperia­lismo odierno non ha neppure queste ripercus­sioni. Gli spostamenti di capitali hanno un carattere più imprevedibile e caotico. I capitali che si muovono a scopo speculativo si interessano non solo di azioni, variazioni monetarie, o risorse minerarie come il ferro, il rame, lo zinco, o quelle agricole come il legno, il grano e il vino. Essi speculano sugli Stati, sulla loro solvibilità, su paesi interi e sui profitti della loro economia. Si precipitano su un paese a un momento dato, prelevano la loro parte e poi si ritirano più veloci di quando sono venuti. Ma nel passaggio rovinano quel paese.

Una crisi governativa, una decisione politica come la Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’UE, una misura protezionistica di Trump o l’arrivo al potere dell’estrema destra in Italia, innescano scosse speculative che peggiorano ancora la situazione economica. Il caos politico riflette il caos economico e viceversa.

La borghesia stessa teme un crollo finanziario catastrofico, ciò che i suoi economisti a volte chiamano crisi sistemica. Non si tratta di discutere di questa possibilità, ed ancor meno del momento in cui potrebbe succedere. Nessuno lo può presagire, nemmeno i padroni dell’economia, che non controllano nulla.

Un articolo recente di Le Monde (7 settembre 2018) titolava: “i paesi emergenti in zona di turbolenze„, per constatare che “non è ancora la tempesta ma in questo momento i mercati emergenti oscillano pericolosamente„. Segno di un’economia mondiale caotica ed allo stesso tempo interdipendente al punto che le scosse monetarie si producono in modi quasi identici in paesi sparsi in ogni parte del pianeta: “mercoledì 5 settembre, la rupia indonesiana è caduta al suo livello più basso dal 1998, epoca della crisi asiatica. Dopo la lira turca ed il peso argentino ad agosto, il Rand sudafricano, il rublo russo, il real brasiliano ed anche il peso messicano hanno molto sofferto in questi giorni. La volatilità delle valute dei paesi emergenti è quasi ai livelli registrati dopo la crisi finanziaria del 2008„.

Non è la prima volta che si verificano tali scosse, anche solo durante i dieci anni scorsi dalla crisi del sistema finanziario del 2008. Come fare a non vedere lì un avvertimento, uno di più? Come fare a non ricordarsi della constatazione fatta da Trotsky nel 1938 al riguardo della situazione mondiale del suo tempo: “La disoccupazione crescente, a sua volta, approfondisce la crisi finanziaria dello Stato e mina i sistemi monetari sconvolti. (…) La borghesia stessa non vede uscita. (…) Sotto la pressione costante del declino capitalista, gli antagonismi imperialisti hanno raggiunto il limite oltre al quale i vari conflitti ed esplosioni sanguinanti (Etiopia, Spagna, Estremo Oriente, Europa centrale…) devono inevitabilmente confondersi in un incendio mondiale„.

La somiglianza tra la situazione descritta a suo tempo da Trotsky e quella attuale non è fortuita. Nonostante la distanza nel tempo e la differenza delle situazioni, gli spasmi del capitalismo in decomposizione si somigliano, così come i programmi necessari alla classe operaia per affrontare la situazione.

La necessità di un programma di classe per gli sfruttati e di un partito per farlo vivere

Indipendentemente dal suo sviluppo ulteriore, la crisi attuale dell’economia capitalista ha già fatto arretrare le condizioni d’esistenza della classe operaia di parecchi anni indietro. Le sue conseguenze dirette o indirette pesano su tutta la vita sociale, come in occasione della grande crisi precedente che, sin dal 1929, aveva spinto tutta l’umanità verso la barbarie della seconda guerra mondiale.

La crisi attuale che si è palesata a partire dall’inizio degli anni 1970 non è cominciata con un crollo finanziario così brutale come quello del giovedì nero del 1929. È più dispiegata, più strisciante – pur tuttavia con la grave crisi finanziaria del 2008 – ma i suoi effetti per l’umanità minacciano di essere simili.

La questione fondamentale dell’epoca era: quale classe sociale dirigerà la società? La borghesia conduce la società verso il crollo. È la situazione oggettiva che pone nuovamente, in modo acuto, la questione della rivoluzione sociale, una rivoluzione che dovrà distruggere il potere della borghesia, condurre alla presa di potere da parte dei lavoratori organizzati in una classe che, forte di questo suo potere, esproprierà la grande borghesia e trasformerà la società da cima a fondo, ponendo fine alla proprietà privata dei mezzi di produzione, all’economia del profitto ed alla concorrenza.

La classe operaia è l’unica classe sociale capace di compiere questa rivoluzione sociale. Varie volte, in passato, essa si è data un partito il cui obiettivo era quello di rovesciare la borghesia. In Francia, il primo dei grandi partiti che si sono dati tale obiettivo, il partito socialista, è passato da tempo nel campo della borghesia. Al tempo di Trotsky, era già un partito di governo, tuttavia ancora con un piede nella classe operaia. Non è più così. Il PS è diventato un serbatoio di politici devoti alla borghesia ed all’ordine capitalista, prima di affondare completamente come principale partito della sinistra borghese.

Con alcuni anni di ritardo, il PCF, nato però con la volontà di sostituire il PS in via di fallimento, ha seguito la stessa strada. L’unica differenza storica è che, per mettersi al servizio della borghesia, ha cominciato col mettersi al servizio della casta burocratica della defunta Unione sovietica. Il percorso è stato diverso, ma ha condotto allo stesso risultato.

I sindacati, sempre più integrati nello Stato borghese, hanno seguito la stessa evoluzione. Nel 1938, Trotsky, di fronte alla crisi, alle sue conseguenze ed alla marcia verso la guerra, aveva riassunto il periodo affermando: “la crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria„. Questa idea era per lui talmente fondamentale da ripeterla a tre riprese, sotto forme diverse, nel Programma di transizione.

Dalla scomparsa di Trotsky, l’effetto deleterio della società capitalista ha continuato la sua opera distruttiva. I vecchi partiti della classe operaia sono diventati degli strumenti per disarmare l’unica classe sociale in grado di minacciare il potere del gran capitale, facendo svanire la stessa idea di lotta di classe, e soprattutto di lotta di classe condotta coscientemente dalla classe operaia, che può cessare solo con il rovescia­mento dell’ordine capitalista.

Ma la lotta di classe non è soltanto un’idea, è una realtà che ha le radici nelle relazioni sociali del capitalismo e che l’aggravarsi della crisi farà risorgere. Il vero problema dell’oggi consiste nel dare un’espressione politica cosciente a questa realtà profonda qual’è la lotta di classe. È il compito fondamentale della nostra epoca, ciò che condiziona tutto il resto.

Di fronte alla crisi ed alle sue conseguenze, la classe operaia rialzerà la testa. Occorre che lo faccia sotto la bandiera della rivoluzione sociale. Ciò richiede che la classe operaia si dia un programma ed un partito che lo incarnano. Nonostante il tempo trascorso, questa necessità è la stessa che vi era all’epoca di Trotsky. La guida migliore per i militanti comunisti rivoluzionari rimane pertanto, ancora oggi, il Programma di transizione.

Non torneremo qui sui suoi vari aspetti, né sul modo di esprimere oggi ciò che Trotsky chiamava le rivendicazioni transitorie. Non si tratta di un insieme di ricette. È un programma per la classe operaia in lotta. “Le idee diventano una forza soltanto quando le masse se ne impadroniscono„, diceva già Marx. Ma l’approccio dei militanti comunisti rivoluzionari non sta certamente nell’aspettare che ciò si produca spontaneamente. Il loro dovere è di lottare per questo programma e di farlo anche quando ciò sembra lontano dalla realtà e dalla coscienza della classe operaia.

Nel 1938, la soddisfazione dei lavoratori per le conquiste dei grandi scioperi del giugno 1936 non aveva più senso. La guerra era già effettiva in Cina, in Etiopia, e la sconfitta della rivoluzione spagnola annunciava la seconda guerra mondiale. Questa guerra non solo avrebbe cancellato tutte le conquiste precedenti, ma anche fatto sprofondare tutta la società nella barbarie.

Oggi non è in corso alcun meccanismo simile a quello che, a metà degli anni 1930, aveva segnato la linea di rottura lungo la quale si sarebbe svolto lo scontro tra i due campi contrapposti nella guerra mondiale. Ma la storia non si ripete in modo identico. Le molteplici guerre locali mai cessate possono generalizzarsi e diventare globali.

La coscienza della classe operaia è lontana dalle necessità imposte dalla situazione oggettiva del capitalismo. Ma, per riprendere la formulazione di Trotsky in una discussione sul Programma di transizione nel 1938: “il carattere scientifico della nostra attività consiste nel fatto che adattiamo il nostro programma non tanto alle congiunture politiche o all’umore presente delle masse così come sono, ma alla situazione oggettiva rappresentata dalla struttura economica di classe della società„.

Alla fine, sarà la situazione oggettiva ad imporre la necessità di rivendicazioni che esprimano gli interessi di classe dei lavoratori, ma a condizione che queste rivendicazioni siano portate avanti in seno alla classe operaia ed in contrapposizione alle illusioni instillate fra i lavoratori dalla borghesia e dai suoi rappresentanti.

L’unico modo di lottare efficacemente contro la disoccupazione è di imporre la ripartizione del lavoro tra tutti senza diminuzione di salario, cominciando dal divieto dei licenziamenti. L’agitazione attorno a questo problema di importanza fondamentale è tanto semplice quanto indispensabile.

La rivendicazione della garanzia del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni con il loro aumento automatico al ritmo degli aumenti di prezzo è potuta sembrare inutile durante il lungo periodo in cui l’inflazione rimaneva moderata. Può tornare d’attualità, ed i lavoratori della Turchia, che hanno visto recentemente il loro potere d’acquisto crollare brutalmente con la perdita di valore della lira turca rispetto al dollaro, lo potrebbero testimoniare. Il ritorno dell’inflazione è già annunciato ed anche auspicato da alcuni ambienti della borghesia.

La necessità di creare gruppi di difesa operai è apparsa lontana dalle preoccupazioni per molto tempo. Può ridiventare molto rapidamente di un’attualità cocente per i lavoratori se non vogliono subire ciò che hanno subito i lavoratori nell’Italia di Mussolini o nella Germania di Hitler, anche prima dell’arrivo del partito fascista o del partito nazista al potere.

La crescita di un’estrema destra attiva e violenta in Germania rappresenta un pericolo immediato per gli immigrati e per quelli che se ne sentono solidali e ne prendono le difese. È una minaccia per tutti i lavoratori, per le loro organizzazioni, per alcune libertà che esistono nelle democrazie imperialiste. La caccia ai lavoratori immigrati, se non sarà fermata tempestivamente, si trasformerà inevitabilmente in una caccia ai lavoratori in generale. I lavoratori della Germania, a prescindere dalle loro origini, forse saranno di fronte all’obbligo di prevedere i mezzi per difendersi e difendere i loro sindacati, anche se completamente integrati al sistema politico della borghesia.

Le grandi imprese che scelgono di stabilirsi senza preoccuparsi né dell’ambiente della regione, né della vita di chi ci vive (l’insediamento in Guiana di una multinazionale, La Montagne d’Or, ne è un esempio attuale), lo Stato stesso che costruisce alcune infrastrutture (autostrade, aeroporti, ferrovie…) dall’utilità discutibile, e più generalmente le numerose decisioni prese in funzione di interessi privati contrari agli interessi della collettività, suscitano sempre più spesso reazioni da parte della società. Queste reazioni si concretizzano a volte con proteste contro le nefandezze di quell’impianto industriale o di quel progetto d’infrastruttura. Si creano associazioni, alcune per esprimere queste proteste, altre per diffondere le idee di trasparenza o di tracciabilità in numerosi campi, in particolare l’alimentazione,

Tali preoccupazioni, come le associazioni che le esprimono, provengono nella maggior parte dei casi dalla piccola borghesia. Nel merito come nelle formulazioni, portano il segno di questa classe sociale, con la sua visione ristretta dei mali della società, con la sua incapacità come classe di andare alla radice dei problemi e di mettere in discussione il capitalismo. Questa incapacità la porta ad esprimere le sue esigenze nei termini morali del bene o del male. La sua prospettiva si limita, in ultima analisi, a quella, utopistica e reazionaria, di rendere il capitalismo migliore, più preoccupato degli uomini e della natura. Le manifestazioni che ispira politicamente possono portare a successi parziali, far arretrare un governo su questa o su quella questione, in funzione del livello di mobilitazione. Tuttavia, i successi possono, nel migliore dei casi, essere soltanto parziali e condurre in vicoli ciechi, e nel peggiore essere vie verso esigenze individualiste, conservatrici o reazionarie. “L’ecologia politica„, le sue avventure ed i suoi fallimenti evidenziano questa incapacità profonda di tutta una classe sociale di essere all’altezza dei problemi generali dell’umanità, che si tratti del cambiamento climatico o dell’inquinamento degli oceani e dell’atmosfera.

Solo la classe operaia in tutta la sua diversità può, spingendo fino alle ultime conseguenze la lotta per le necessità che derivano dai suoi interessi di classe, trasformare l’idea sdolcinata della trasparenza in controllo reale dei fatti e dei gesti della classe capitalista. È l’unica forza sociale presente nel cuore della produzione di beni materiali, del loro trasporto e della loro distribuzione. È presente, con l’armata dei lavoratori presenti nelle banche, nelle multinazionali dell’assicurazione, ecc., nel cuore degli istituti finanziari. Essa sola può controllare, ma davvero, la classe capitalista là dove risiede il suo potere economico. Il controllo da parte dei lavoratori sulle imprese capitaliste è un primo passo verso l’espropriazione della grande borghesia.

La rimozione del segreto degli affari ed il controllo degli sfruttati sulla produzione e sulle banche, per quanto possano apparire distanti, sono iscritti nella logica delle rivendicazioni, come la ripartizione del lavoro tra tutti o la scala mobile dei salari e delle pensioni. È il controllo che dà loro senso e possibilità. È il motivo per cui occorre formulare queste esigenze, farne il programma di lotta della classe operaia poiché, per dirla come Trotsky, anche se questo programma non è corrispondente allo stato d’animo momentaneo dei lavoratori, lo è rispetto alle necessità oggettive.

Va da sé che i militanti comunisti rivoluzionari devono trovare le formulazioni concrete che possano rendere le loro proposte comprensibili. Occorre partire dalle preoccupazioni del momento, politiche o rivendicative, ma per anticipare il futuro nella prospettiva della mobilitazione della classe operaia. Occorre che i militanti comunisti rivoluzionari imparino ad impossessarsi di tutti i fatti d’attualità, di tutte le manifestazioni concrete dei danni di un capitalismo in putrefazione. Per loro non si tratta di fermarsi a soluzioni parziali ed ancor meno di proporre vicoli ciechi.

L’unica guida in materia deve essere la convinzione profonda che solo il proletariato può rovesciare il potere della borghesia e salvare la società umana da un regresso e da uno sprofondamento, lento o brutale, nella barbarie.

14 settembre 2018


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