Internazionale

Contro l’imperialismo e i preparativi di guerra, evviva l’internazionalismo!

Dal sito di “Lutte de classe”

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Intervento di Nathalie Arthaud alla festa di Lutte ouvrière, lunedì 21 maggio 2018

Come è di tradizione il lunedì, saluto in particolare i nostri compagni venuti dalla Guadalupa e dalla Martinica, dall’isola di La Réunion, dagli Stati Uniti, da Haiti, Costa d’Avorio, Belgio, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Turchia.

La nostra festa non è soltanto quella di Lutte ouvrière ma anche la festa dell’Unione comunista internazionalista, la nostra tendenza internazionale. Infatti, la nostra classe non è solo il proletariato della Francia, ma il proletariato mondiale.

Essere comunista rivoluzionario, è essere internazionalista. Non è soltanto una posizione morale ed un’aspirazione alla fraternità dei popoli. Non è soltanto opporsi a tutte le forme di sciovinismo, di xenofobia e di razzismo. L’internazionalismo del movimento operaio corrisponde alla convinzione che si può cambiare l’ordine sociale, rovesciare il potere della borghesia, espropriarla definitivamente e riorganizzare l’economia senza proprietà privata, soltanto su scala mondiale.

È la convinzione che potremo costruire una nuova organizzazione economica, il comunismo, solo su scala internazionale perché un’economia superiore al capitalismo si potrà sviluppare soltanto se si mettono in comune le risorse e le materie prime sparse su tutto il pianeta, gli scambi e la cooperazione dei lavoratori del mondo intero.

Il capitalismo è la guerra tra i capitalisti, la concorrenza e le rivalità che oppongono non soltanto le nazioni tra loro ma anche gli sfruttati gli uni agli altri. Politicamente, la borghesia se ne serve per dividere la classe operaia. E i politici, che pretendono di difendere gli interessi dei lavoratori francesi contro i lavoratori stranieri o immigrati, sono suoi nemici.

Coloro che, pur negando di essere nazionalisti, parlano soltanto dal punto di vista dei francesi o della Francia lo sono ugualmente. I padroni della PSA e gli operai della PSA, i padroni di Carrefour e le cassiere che vi lavorano hanno forse la stessa carta d’identità francese, ma hanno interessi opposti e quando i politici evocano gli interessi della Francia, potete essere sicuri che sono gli interessi di Bolloré, di Arnault o di Peugeot che difendono.

Qualunque sia il paese, la lingua o la cultura, quando si fa parte del mondo del lavoro, si ha in comune la condizione di dipendere dalle decisioni prese dal padronato, di essere di fronte alla lotta di classe, allo sfruttamento ed al parassitismo del capitale sul proprio lavoro.

In seno allo stesso paese, come è anche il caso della Francia, dall’ingegnere alla donna delle pulizie precaria o a chi piomba nella disoccupazione, la classe operaia raccoglie donne ed uomini che vivono realtà ben diverse. È vero, a maggior ragione, su scala internazionale. Non a caso la Francia appare come un Eldorado per i minatori marocchini di Jerada, per i braccianti maliani o per le operaie del Bangladesh, anche se i candidati all’esilio sanno di diventare con ogni probabilità operai nell’edilizia o spazzini!

Tuttavia, al di là delle differenze della condizione operaia, e nonostante il veleno nazionalistico abbondantemente distillato, tutti appartengono alla classe operaia, una classe internazionale accomunata dagli stessi interessi e dalle stesse battaglie. Allora più che mai facciamo propria la parola d’ordine di Marx ed Engels, “proletari di tutti i paesi, unitevi!”.
 
No alla guerra contro il popolo palestinese!

Questa concezione internazionale fa sì che i marxisti ed i comunisti rivoluzionari hanno sempre ragionato in funzione degli interessi del proletariato internazionale. Oggi continua ad essere essenziale capire non soltanto la situazione nel paese in cui viviamo, ma anche quella dei nostri fratelli di classe ovunque nel mondo.

E per cominciare, ci tengo a denunciare i massacri dell’esercito israeliano a Gaza. Chi non è stato scandalizzato dalle immagini di lunedì scorso? Da un lato, il governo Netanyahu ed i rappresentanti di Trump stappavano bottiglie di champagne, tutti sorridenti, per il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme; dall’altro, il grido disperato di una gioventù condannata a vivere in un carcere a cielo aperto e che viene ammazzata a freddo dai cecchini di un esercito superequipaggiato.

In quel solo giorno ci sono stati 60 morti e 2.400 feriti. E cosa ha dichiarato il governo francese? Ha criticato “le violenze„! Sono parole scelte a proposito, volute per non parlare dei crimini e del terrorismo dello Stato d’Israele! Ma è una realtà che resterà incisa nella carne delle migliaia di feriti, una realtà che già esiste a Gaza, distrutta per tre quarti dalla guerra del 2014 e asfissiata da un blocco senza fine.

Questa repressione si inserisce nella continuità della politica dei governi israeliani, che da 70 anni alimenta la legittima rivolta dei palestinesi e che, ancora oggi, consiste nel cacciare i palestinesi dalle loro terre e nel colonizzare i territori che dovrebbero costituire il futuro Stato palestinese in Cisgiordania. Più passa il tempo, più si allontana la possibilità per i palestinesi di disporre del loro proprio Stato. Il trasferimento simbolico dell’ambasciata americana a Gerusalemme è stata soprattutto una ulteriore provocazione, un modo per dire ai palestinesi che non hanno nulla da aspettarsi né dai dirigenti americani, né dallo Stato d’Israele, né da nessun altro. Lo è si è visto bene con l’assenza di reazione delle altre potenze.

A partire dalla creazione d’Israele, i dirigenti americani hanno dato un sostegno indefettibile allo Stato israeliano, che è per loro un alleato privilegiato, gendarme dell’ordine imperialista nella regione. Tuttavia, i dirigenti israeliani, con l’assegnare al loro popolo il ruolo di carceriere per conto dell’imperialismo americano, lo condannano a vivere in modo permanente sul piede di guerra e a trasformarsi in guardie carcerarie o in boia.

Le grandi potenze sono incapaci di arrestare un processo che esse stesse hanno innescato e alimentano in modo permanente. Trump, per dare nuove garanzie ai suoi alleati, quali l’Arabia Saudita e Israele, ha rotto l’accordo sul nucleare iraniano. Trump, infatti, al di là delle sue opinioni brutali, alle sue ridicole spacconate ed alla sua demagogia oscena, è il custode degli interessi dell’imperialismo americano.

Il nostro piccolo ministro dell’economia, Le Maire, che non sa come fare per garantire che i grandi gruppi continuino i loro affari in Iran nonostante il ristabilimento dell’embargo americano, si lamenta perché gli Stati Uniti si ergono a padroni del mondo. Per sua fortuna, di ridicolo non si muore!

Gli Stati Uniti, con le molteplici provocazioni di Trump, forse daranno il via ad una nuova guerra che insanguinerà la regione. In fondo, a loro importa poco: per imporre la sua dominazione ad ogni costo, l’imperialismo, che sia americano, francese o altro, è pronto a ciò, perché è pronto a schiacciare i popoli sotto il suo tallone di ferro, perché non può vivere senza aizzare gli uni contro gli altri. Allora abbasso la guerra senza fine contro il popolo palestinese! Abbasso la dominazione imperialista!
 
No alla guerra! Abbasso il capitalismo!

La dominazione del capitalismo è già costata all’umanità due guerre mondiali. E dalla seconda guerra mondiale, le armi non hanno mai taciuto. I dirigenti americani o europei, mentre si vantavano di promuovere la pace e la democrazia, dall’Indocina all’Algeria conducevano le guerre coloniali, suddividevano il pianeta in zone d’influenza, insediavano i regimi che garantivano loro il saccheggio di una regione, moltiplicavano gli interventi militari a migliaia di chilometri dal loro territorio per preservare i loro interessi.

E tutto questo prosegue tuttora. Come è dimostrato dagli ultimi bombardamenti degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia sulla Siria, le grandi potenze si autoproclamano sempre i gendarmi del mondo. È sempre con le armi che si impongono, che l’intervento sia del loro esercito o per eserciti o milizie interposti.
Dopo il crollo dell’URSS, il nemico numero uno ha preso via via il nome di Saddam Hussein, di Bin Laden, di Gheddafi e poi dell’Isis, che innalza la bandiera del terrorismo islamista. Il fatto che un’ideologia così medievale e reazionaria sia riuscita ad attirare giovani combattenti da tutte le parti del pianeta indica in quale baratro morale e politico sprofondata la società capitalistica.

Ma qual’è stato il risultato degli ultimi interventi dei paesi imperialisti? Dal 2003, le principali città dell’Iraq, della Libia e della Siria sono state praticamente distrutte. Queste guerre miravano falsamente a lottare contro il terrorismo, hanno invece prodotto solo desolazione, miseria e sofferenze, il terreno sul quale prosperano, appunto, le milizie terroristiche.

Gli Stati Uniti, per intervenire in Afghanistan contro i talebani, avevano addotto a pretesto la difesa dei diritti delle donne. Ma oggi, a Kandahar o a Kabul, le donne sono più libere? In Iraq e in Libia, si trattava di difendere i diritti umani! Le bande armate oggi vi dettano legge, i campi di tortura, i campi di lavoro forzato e la schiavitù progrediscono, le potenze europee chiudono gli occhi e addirittura pagano le milizie libiche perché impediscano ai migranti di varcare il Mediterraneo, come faceva Gheddafi!

Il capitalismo è venuto al mondo “trasudando fango e sangue da tutti i pori”, diceva Marx; e sopravvive allo stesso modo. I popoli oppressi possono cambiare nome, può succedere anche che alcuni popoli da vittime si trasformino in boia, ma l’oppressione resta, perché il capitalismo si mantiene solo aizzando i popoli gli uni contro gli altri.

Dietro a quelli che ci vengono presentati come conflitti etnici o religiosi, non è tanto difficile trovare il retaggio o la stessa mano dell’imperialismo. In Africa, in Costa d’Avorio, in Ruanda o nel Mali, è la mano dell’imperialismo francese che interviene.

Oggi la classe operaia non è nella situazione di impedire le manovre e le guerre di brigantaggio che i dirigenti borghesi pretendono di condurre in suo nome. Ma denunciarle è un suo interesse politico. I nostri sfruttatori non diventano i nostri amici quando inviano truppe per garantire il saccheggio delle loro ex colonie. Allora, abbasso gli interventi francesi! Truppe francesi fuori dall’Africa!
 
L’Europa in preda ai nazionalismi ed alla reazione

L’Unione europea, che rappresenta una delle parti più ricche del pianeta, pretende di essere fra le più civili, ma non ha lezioni da dare. Putin ha fatto del nazionalismo grande russo, della corruzione e dell’assassinio di oppositori e di giornalisti, un modo di funzionamento. Ma che dobbiamo dire dei regimi autoritari e reazionari ungherese o polacco? Non solo fanno demagogia anti migranti per servirsi delle paure ma, ancora più pericolosamente, attizzano il nazionalismo e le rivendicazioni territoriali in questa regione dell’Europa orientale, dove le frontiere nazionali sono state spesso spostate e dove i popoli si sono mescolati, permettendo la coesistenza di numerose minoranze nazionali.

Si è visto in Ucraina con quale rapidità questi sentimenti sciovinisti potevano essere strumen­talizzati per conto di questa o quella grande potenza e condurre di nuovo i popoli a fungere da carne da cannone.

Stati mafiosi come Malta, che vende la sua nazionalità al miglior offerente ed il cui primo ministro è sospettato di avere ordinato l’assassinio di una giornalista troppo curiosa, paradisi fiscali, demagogia nazionalista, crescita della destra estrema: l’UE, ostentando la sua faccia pulita, fornisce il suo contributo di putrefazione reazionaria e di bombe a scoppio ritardato.

Se Alba dorata in Grecia e Jobbik in Ungheria sono ancora i soli a rivendicare apertamente il nazismo, quanti militanti dello stesso genere conta la AfD, che è diventata in Germania la terza forza politica? Quanti ne contano la Lega, che in Italia sta arrivando al potere grazie ad un’alleanza con il Movimento 5 stelle, o la FPÖ, che fa parte della coalizione governativa in Austria? E questo senza dimenticare coloro che in Francia sono conosciuti sotto il nome di identitari e che gravitano attorno al Fronte nazionale.

E il peggio deve ancora venire, poiché la realtà è che l’economia si è impantanata da decenni in una crisi e nella disoccupazione da cui non può più uscire. La disperazione crescente delle masse popolari che non vedono la fine di questa evoluzione conduce a crisi politiche più o meno acute. Qui, è il rifiuto crescente dei partiti politici la cui periodica alternanza fungeva da vita democratica. Là, è il ripiegamento su se stessi che si è espresso tramite la Brexit e in Scozia, o con la crescita del nazionalismo catalano al sud dei Pirenei.

Ovunque si guardi, si vedono forze che militano per il tornare indietro nel campo morale, sociale o dei costumi.
 
È stato il capitalismo ad unificare il mondo

La visione nazionalistica, che consiste nell’analizzare questa o quella situazione a livello nazionale e cercare soluzioni per il proprio paese, è completamente superata. Il capitalismo, che si è esteso su tutto il pianeta e non ha smesso di perfezionare i mezzi di comunicazione e di trasporto, ha fuso l’umanità e gli sfruttati in una sorte comune.

Masse contadine cacciate dalle campagne verso le città per concentrarsi nelle carceri industriali fin dal Settecento; commercio triangolare che sradicò più di 10 milioni di Africani neri e li trasportò nelle Americhe; colonizzazione di ogni angolo del pianeta ad opera delle prime potenze industriali… Nel 1848, nel Manifesto comunista, Marx ed Engels scrivevano: “spinta dalla necessità di sbocchi sempre nuovi, la borghesia invade l’intero globo. Le occorre insediarsi ovunque, sfruttare ovunque, stabilire ovunque relazioni„.

Essi descrivevano, già a quel tempo, i meccanismi di un’irresistibile globalizzazione. Da allora, questa non ha fatto altro che accelerare. Basti osservare gli oggetti che utilizziamo nel quotidiano, riflettere sull’origine delle materie prime: la maggior parte di esse ha richiesto l’intervento di migliaia di lavoratori di molti paesi sparsi su vari continenti.

Il capitalismo, nel ricercare nuovi mercati e nuove fonti di profitto, ha spinto al massimo livello la divisione internazionale del lavoro ed ha intrecciato strettamente le economie dei vari paesi. Ma non siamo tra quelli che lo deploriamo.

Contestare la divisione internazionale del lavoro è una stupidaggine enorme. Questa divisione del lavoro accompagna tutta la storia dell’umanità perché fa parte integrante della condizione umana, essa si impone agli uomini come si impone la legge di gravità. Chi può immaginare di superare il capitalismo facendo a meno degli scambi internazionali, delle risorse naturali, delle fonti di energia indispensabili alla vita economica?

È sulla base di questa interdipendenza, sulla base della concentrazione dei mezzi di produzione e degli aumenti di produttività che essa genera, che si può progettare una società capace di sopperire alle necessità vitali di tutta l’umanità. Abitiamo sulla stessa terra, condividiamo i mari e la stessa atmosfera. Siamo tutti dipendenti gli uni degli altri.

Mettere in comune gli immensi mezzi di produzione che l’umanità ha sviluppato, gestire razionalmente su scala mondiale le risorse energetiche o le materie prime come beni appartenenti a tutti, far lavorare insieme i ricercatori su scala planetaria, far circolare le idee e la cultura senza ostacoli, permettere a tutti, e non più soltanto ai ricchi, di viaggiare, ecco cosa farebbe fare un balzo in avanti a tutta l’umanità.

Dunque, nella globalizzazione capitalistica, il problema non è la globalizzazione ma il capitalismo!

Il capitalismo, un sistema superato

La borghesia ha globalizzato l’economia a suo modo, selvaggiamente, barbaramente. Il suo solo obiettivo era, e rimane, la ricerca del profitto per una piccola minoranza. Il risultato è un’economia e delle scelte sempre più irrazionali dal punto di vista dell’umanità nel suo complesso.

I dirigenti del pianeta si vantano di aver fatto arretrare la povertà estrema perché il numero di esseri umani che vivono con meno di due dollari al giorno è sceso sotto la soglia del miliardo! Il fatto che sia il solo progresso di cui possano vantarsi è significativo della barbarie sociale in cui stiamo sprofondando.

È vero, alcune megalopoli dei paesi poveri si sviluppano. Ma quando all’estremità di una città sorgono costruzioni e quartieri moderni, nell’altra vi sono le discariche all’aperto sulle quali vivono centinaia, migliaia di bambini, di donne, di uomini. Quando c’è sul pianeta un miliardario di più ogni due minuti, un bambino muore di malaria, principalmente nell’Africa subsahariana. La società capitalistica è capace di fornire un telefono cellulare a quasi tutta l’umanità, ma non l’elettricità, l’istruzione, e neanche l’acqua potabile.

Si può vedere, come in Francia ad esempio, persone che spendono migliaia di euro per una borsetta. E a poche ore d’aereo, nel Kivu della Repubblica democratica del Congo, nell’ex-Congo belga, uomini e bambini estraggono i minerali metalliferi preziosi, a rischio della loro vita, per una manciata di soldi.

La miseria, l’oppressione, le guerre costringono milioni di donne e di uomini a fuggire o a prendere la strada dell’esilio. Il mondo ha conosciuto molti campi profughi, anche solo per il fatto che le due guerre mondiali hanno causato gli spostamenti di decine di milioni di persone. Oggi, su scala mondiale, ci sarebbero almeno 65 milioni di persone costrette all’esilio, tanto quanto la popolazione del nostro paese, e più di quanto il mondo ne ha avuti a partire dalla seconda guerra mondiale. Milioni di questi profughi vivono in campi, alcuni da 50 anni o più, come i palestinesi, della cui condizione ho già parlato.

I reazionari di ogni genere urlano contro alcune decine di migliaia di Siriani, di Afgani o di Sudanesi che cercano un rifugio qui. In realtà, la stragrande maggioranza dei profughi, che vengono da paesi poveri, devastati dalla guerra o sottomessi a dittature feroci, è accolta in paesi altrettanto poveri. Tre milioni di profughi in Turchia, un milione in Libano, più di un milione in Pakistan! E in Africa se ne contano ancor di più. Sono milioni di donne e di uomini che passano da un paese all’altro alla ricerca di qualche nutrimento e di un po’ di sicurezza. E spesso vi trovano un’accoglienza più umana di quella che trovano in questa Francia che si reputa la patria dei diritti dell’uomo!

Come qualificare, se non come criminale, la politica delle grandi potenze che, dopo aver saccheggiato, rovinato e contribuito a seminare guerra e terrore in numerosi paesi africani e del Medio Oriente, rifiutano di aprire le loro porte alle donne ed agli uomini che fuggono dalle devastazioni e dalle guerre, alzano barriere di filo spinato e torri di sorveglianza per poterli respingere?

E domani, cosa avverrà quando città come Bangalore o Nuova Delhi in India, saranno evacuate perché non vi si potrà più respirare? Quando gli abitanti del Bangladesh o delle isole del Pacifico vedranno il loro territorio allagato per l’innalzamento delle acque? I dirigenti, dopo aver causato una catastrofe ecologica, se ne laveranno le mani come fanno oggi con la miseria che hanno seminato in tutto il pianeta? Ergeranno filo spinato ed altri muri ancor più alti?

Quali nuovi crimini, quali nuove guerre pagheremo per non aver rovesciato questo sistema cieco ed i suoi dirigenti incapaci di offrire un pezzo di terra a milioni di donne e di uomini perché possano viverci dignitosamente?

Rovesciare il capitalismo che ci spinge sempre più nella barbarie è la sola prospettiva. Ma oggi, da un semplice punto di vista umano, occorre battersi per la libera circolazione di tutti! Allora abbasso le espulsioni! Abbasso l’Europa fortezza!

Coloro che presentano le migrazioni, questa mescolanza degli uomini e dei popoli, come una minaccia per i lavoratori, sono i nostri peggiori nemici. Il problema, certamente, non viene da questi futuri proletari, ma dal fatto che non c’è un movimento operaio vivo, capace di accogliere questi nuovi arrivati e di associarli alle battaglie quotidiane.

La maggior parte dei migranti che riescono a penetrare nelle cittadelle imperialiste sarà trasformata in proletari, i nostri futuri fratelli d’armi. È questa la principale ragione per cui li dobbiamo accogliere non come concorrenti, ma come fratelli di classe. Il problema è di costruire partiti comunisti rivoluzionari, un’internazionale rivoluzionaria per inserirli nella battaglia della classe operaia, perché il rovesciamento del potere della borghesia diventi il compito di tutti gli oppressi di questa terra.

Il capitalismo è incapace di risolvere nessuno dei problemi che ci troviamo di fronte. Persino una questione così elementare come l’oppressione delle donne non trova soluzioni, neanche nei paesi più ricchi, neanche negli ambienti privilegiati che ci vengono presentati come la crema della crema. Sì, la sporca misoginia, le violenze fatte alle donne si nascondono anche dietro i luccichii di Hollywood e sotto il tappeto dei gradini del festival di Cannes. Perché anche in quel mondo le relazioni umane sono regolate dal potere del denaro.

Che dire allora della condizione delle donne delle classi popolari? L’oppressione delle donne è ovunque una realtà. Più si è semplici dipendenti o operaie, e più questa realtà è dura e violenta, che si viva in India, in Afghanistan, in Nigeria, in Sudan o in Arabia Saudita. Ovunque, però, le relazioni tra gli uomini e le donne sono corrotte, deformate, snaturate perché il capitalismo si fonda su relazioni di dominazione. Perché esso si fonda sull’oppressione degli uni e la sottomissione degli altri. Perché il denaro permette di comprare tutto, inclusi i corpi e le coscienze.

Duecento anni fa, uno dei primi socialisti, Charles Fourier, diceva che il grado d’avanzamento di una società è commisurato al grado d’emancipazione delle donne. Se usiamo questa misura, rileviamo che il capitalismo del 2018 non è molto avanzato. Ancor oggi, la battaglia contro l’oppressione delle donne non si può scindere dalla battaglia contro il capitalismo.
 
1968, un clima rivoluzionario su scala mondiale

Lo ripeto, nessuno dei problemi che si pongono all’umanità può essere risolto a livello di un solo paese, che si tratti della crisi economica, del sottosviluppo, delle guerre o dell’inquinamento. Ma la classe operaia, che è una classe internazionale, ha gli stessi interessi e deve condurre ovunque la stessa battaglia contro la classe capitalistica. E ne è capace.
Ciò è tanto vero che tutte le rivoluzioni di massa, quali la rivoluzione borghese del 1789, le rivoluzioni del 1848 oppure le rivoluzioni operaie scoppiate nell’Ottocento o nel Novecento sono state internazionali. Lo scoppio della rivoluzione russa del 1917 in piena guerra mondiale fu un fulmine a ciel sereno per il mondo intero. Partita dalla Russia, l’ondata rivoluzionaria si propagò in Finlandia, in Germania, in Ungheria, in Italia e minacciò il sistema capitalistico mondiale.

La crisi del 1929 provocò una crescita delle lotte operaie negli Stati Uniti come in Europa, con scioperi di massa e insurrezioni che solo il fascismo, il nazismo, il franchismo, lo stalinismo e la seconda guerra mondiale riuscirono a soffocare. Dopo la seconda guerra mondiale, il movimento d’indipendenza dei paesi colonizzati, diretto da dirigenti nazionalisti, fu anch’esso un movimento contagioso, che oltrepassava le frontiere.

E anche se gli avvenimenti del 1968, che ho citato ieri, non ebbero la profondità di una rivoluzione sociale, loro stessi si inserirono in un’ondata di contestazione che si espresse su scala mondiale. Da Berlino al Messico, passando per Praga, Varsavia, Roma, Madrid e Barcellona, senza dimenticare gli studenti americani e giapponesi, ovunque le università furono il teatro di lotte violente e spesso prolungate. Furono lotte contro la guerra del Vietnam, contro l’imperialismo, ma spesso anche contro le tare più generali del sistema capitalistico.

Nello stesso modo in cui Macron non vede i punti comuni tra il malcontento attuale dei ferrovieri, quello del personale ospedaliero, dei pensionati e degli studenti, molti diranno che ciascuna di queste contestazioni era specifica. Si può discutere per ore sugli eventi che furono all’inizio del movimento in questo o in quel paese, senza vedere l’essenziale. Senza vedere che da entrambi i lati di ciò che si chiamava all’epoca “la cortina di ferro„, all’Est e all’Ovest, la gioventù esprimeva lo stesso rifiuto, quello di un ordine basato sull’oppressione e lo sfruttamento, la violenza e la dittatura.

Il fatto che tutta questa gioventù si fosse riconosciuta nel combattimento del popolo vietnamita, la cui determinazione a conquistare la libertà contro l’esercito più potente al mondo, non era frutto del caso. Il popolo vietnamita resisteva accanitamente contro ciò che questi giovani odiavano di più, il militarismo e l’ordine imperialista.

Sì, le aspirazioni della gioventù e dei lavoratori erano le stesse, e ciò può sorprendere soltanto i nazionalisti. Le crisi economiche, le guerre, ovunque scoppino, finiscono sempre per estendersi e diventare il problema di tutti. Alle discriminazioni ed all’oppressione degli uni fanno eco quelle vissute dagli altri.

È per questo che in quegli anni, il pugile Cassius Clay, alias Mohamed Ali, in sostegno alla rivolta degli americani neri ed alla mobilitazione contro la guerra del Vietnam, aveva dichiarato: “non ho problemi con i Vietcong. Nessun Vietcong mi ha mai dato dello sporco negro„. Ed è per questo che uno degli slogan più ripresi nelle piazze di Parigi, che alludeva agli insulti antisemiti ed anti tedeschi rivolti a Cohn-Bendit, era “siamo tutti ebrei tedeschi„!

Dunque sì, siamo convinti che le prossime rivolte, che scoppino in Asia, in Africa o in America, non rimarranno limitate alle rispettive frontiere. Si ripercuoteranno da un paese all’altro e ciò si riprodurrà finché gli oppressi non riusciranno a rovesciare l’ordine capitalistico mondiale.
 
Mantenere le prospettive rivoluzionarie

Per fare arretrare le forze ed i comportamenti reazionari di cui si vede lo sviluppo a livello mondiale, occorre certamente denunciarli, difendere una società più solidale e più umana, più rispettosa dell’ambiente. Ciò lo faremo insieme a molti altri e troveremo tanti alleati.

Più la politica è dura contro i migranti, più donne e uomini si impegnano per aiutarli. Più le diseguaglianze crescono, più l’indignazione si diffonde. Più si moltiplicano i segni che l’ecosistema si sfalda, più sorgono le domande sul futuro della società.

Occorre, tuttavia, essere coscienti che tutte queste battaglie si dovranno ricominciare finché non si rovescerà la società capitalistica. Ed occorre diffondere la coscienza comunista rivoluzionaria. Per questo compito possiamo contare soltanto sulle nostre piccole forze.

È una battaglia che esige la consapevolezza che resteremo minoritari e contro-corrente finché non ci saranno nuovi sviluppi rivoluzionari. Ma è la nostra ragion d’essere. E, per concludere a tale proposito, bisogna continuare con tenacia ed entusiasmo senza lasciarsi sviare da questo obiettivo.

L’unica soluzione economica, realizzabile e degna della nostra epoca, è l’organizzazione della produzione su scala mondiale, nell’interesse dell’umanità intera. È ciò che i fondatori del movimento socialista chiamavano rivoluzione socialista mondiale. Dunque, amici e compagni, oggi come ieri, “l’Internazionale sarà il genere umano„!


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