Internazionale

Francia: lo sciopero dei ferrovieri

Da “Lutte de classe” n° 193 – Luglio/Agosto 2018

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Dalla sua durata, dal numero di scioperanti mobilitati, il movimento di sciopero dei ferrovieri, iniziato il 3 aprile e durato fino ai primi di luglio, è tra i più importanti di questi ultimi vent’anni alla SNCF (Società nazionale ferrovie francesi). Con la sua forza ed anche i suoi limiti, ha opposto per un periodo di tre mesi una parte significativa dei lavoratori di Francia al governo, sotto gli occhi dell’intera classe operaia. È un movimento ricco di insegnamenti per gli scioperanti di oggi e di domani, nelle ferrovie e negli altri settori.

Non un patto, bensì une dichiarazione di guerra ai ferrovieri

Il patto ferroviario votato il 13 giugno dal Senato e il 14 dall’Assemblea nazionale contiene soprattutto tre misure: l’apertura alla concorrenza del trasporto ferroviario di viaggiatori, con il trasferimento obbligatorio dei ferrovieri al privato pena il licenziamento, la trasformazione dei tre stabilimenti SNCF in società anonime e la fine del reclutamento con uno statuto particolare. Inoltre, è stata annunciata la trasformazione del settore trasporto merci in filiale. Si tratta di una vera e propria offensiva contro i ferrovieri.

Il patto è ancora lungi dall’essere applicato ed altre riforme passate, pure votate e promulgate, sono finite nel cestino, come il contratto di primo impiego per i giovani del 2006. Eppure, molti politici e giornalisti hanno applaudito alla guerra e alla vittoria travolgente del governo definendola una Blitzkrieg, poiché sono passati meno di quattro mesi tra l’annuncio del piano del 27 febbraio e la sua adozione da parte dell’Assemblea nazionale e del Senato.

La preoccupazione dei sostenitori della riforma non era ovviamente per il voto delle Assemblee, bensì quanto accaduto nel 1995, quando lo sciopero dei trasporti aveva paralizzato buona parte del paese e costretto il governo Juppé ad abbandonare la sua riforma delle pensioni.
Malgrado la sua tenacia, il movimento non ha avuto una dinamica ed un’ampiezza tali da potere costringere il governo a mollare. Eppure, sono molti gli osservatori borghesi a ridimensionare questa vittoria e a non nascondere la loro inquietudine.

L’obiettivo da perseguire era quello di mettere KO i ferrovieri coi mezzi adoperati da Macron. Il governo, infatti, ha attaccato il monopolio del trasporto ferroviario della SNCF, trasformandola in società anonima che in seguito si potrà privatizzare. Nello stesso tempo, ha soppresso lo statuto dei ferrovieri, che garantisce loro una certa qual sicurezza del posto di lavoro. In questo modo, il governo voleva dimostrare che non esitava a demolire ciò che ha costituito il quadro quotidiano di generazioni di ferrovieri. Voleva dimostrare alla borghesia e all’insieme dell’elettorato di destra che era capace di affrontare i lavoratori, anche quelli ritenuti combattivi ed organizzati nel sindacato, senza temere le loro reazioni, al contrario di quanto accaduto ai suoi predecessori.

Inoltre, col cercare di aizzare gran parte dell’opinione pubblica contro i ferrovieri, il governo ha orchestrato una campagna di calunnie contro di loro, in particolare contro lo statuto, presentato come un enorme privilegio e come responsabile dei disagi e dei ritardi a ripetizione nelle ferrovie.

I ferrovieri, invece, conoscono bene la vera causa dei malfunzionamenti: la mancanza di personale e lo stato d’abbandono di gran parte della rete. Lo evidenzia la paralisi recente, il 13 giugno scorso, dell’intera rete della stazione di Parigi-Saint-Lazare, a causa di un elemento guasto della segnaletica installato nel 1966, che costava 150 euro e di cui i ferrovieri chiedevano senza successo la sostituzione.

Può darsi che tale campagna di denigrazione sia stata efficace nell’elettorato antioperaio o in quello meno cosciente, ma ha provocato l’ira dei ferrovieri – quadri superiori inclusi – e li ha aizzati contro il governo.

Così, in aprile, il SNCS, sindacato dei dirigenti SNCF, ha scritto in una lettera alla ministra dei trasporti che “per ragioni di strategia politica, lei ha fatto la scelta, con il presidente della Repubblica ed il Primo ministro, di additare i ferrovieri alla pubblica riprovazione”. Poco abituato a rivendicare, questo sindacato faceva notare che si trattava di “difendere la nostra onorabilità, perché il governo colpisce la nostra coscienza professionale”.

Si sono quindi visti in questo sciopero non solo agenti esecutivi e capi reparti ma anche dirigenti che si opponevano alla riforma. Il risultato del “Voto-azione” (organizzato dalla CGT), con il 95% in opposizione al patto e la partecipazione del 61% dei ferrovieri, ha confermato il rifiuto che la partecipazione allo sciopero aveva già indicato.

Lungi dal dividere i ferrovieri, il governo è riuscito ad unirli contro il suo progetto, contro la direzione della SNCF, che da parte sua ha moltiplicato menzogne e provocazioni nei confronti degli scioperanti. Il discorso di Pépy, presidente della società ferroviaria, con l’argomentazione del “diamoci da fare contro la concorrenza per essere i migliori”, lungi dal riuscire a portare i ferrovieri a fianco della direzione, è invece riuscito a mettere molti dirigenti e capireparto dalla parte degli scioperanti in posizione di legittima difesa.

La preoccupazione dei commentatori borghesi

I più coscienti tra i commentatori della borghesia capiscono il problema. Un ex consigliere in relazioni sociali di Sarkozy osservava che “è il metodo giusto per arrivare ad una legge, ma non necessariamente per farla adottare e per coinvolgere tutti i salariati nella sua attuazione” (Les Échos, 12 giugno). Il giornale Le Monde, nel suo editoriale del 18 giugno, rivela da parte sua che “la battaglia della ferrovia non è finita e lascerà tracce alla SNCF (…). L’azienda presenta un aspetto malridotto con relazioni sociali molto degradate”. Un altro giornalista di Le Monde dubita dell’efficacia della riforma: “Per avere una possibilità di riuscire, una riforma deve raccogliere un minimo di consenso da parte dei principali interessati. Da questo punto di vista, la cosa non è scontata. Nel clima deleterio che regna attualmente nell’azienda, si fanno gli auguri a Guillaume Pépy per ricostruire rapporti sociali abbastanza distesi dopo questi tre mesi di sciopero” (Stéphane Lauer, 18 giugno).

Le preoccupazioni di questi commentatori vertono su quello che può già essere motivo d’orgoglio per gli scioperanti: hanno collettivamente rialzato la testa. Le manovre della direzione quali il conteggiare giorni di riposo come giorni di sciopero, l’assumere interinali o pensionati per sostituire gli scioperanti, calunnie, ecc., così come quelle del governo, non solo non hanno dissuaso gli scioperanti, ma hanno rafforzato la loro determinazione e la loro coesione. Il movimento ha coinvolto la maggioranza dei ferrovieri, sia quelli che hanno fatto alcuni giorni di sciopero sia quelli che ne hanno fatti più di trenta seguendo il calendario fissato dal comitato intersindacale, senza che ci fosse una rottura tra gli uni e gli altri. Ed è quasi impossibile trovare un sostenitore della riforma tra i ferrovieri.

I commentatori della borghesia chiamano tutto questo un clima deleterio. Si tratta invece di un clima di lotta, di orgoglio, di solidarietà opposto all’individualismo ed alla rassegnazione che regnavano prima alla SNCF. Questo può essere positivo per il futuro e tutti i borghesi fanno bene a preoccuparsi.

Il disprezzo del governo verso i sindacati

L’altro aspetto spettacolare e poco consueto della tattica del governo è stato il palese disprezzo nei confronti delle organizzazioni sindacali, almeno fino all’inizio del mese di maggio.

Il governo, nell’annunciare il progetto di legge, aveva programmato un calendario di discussioni tra Elisabeth Borne, la ministra dei Trasporti, ed ognuna delle organizzazioni sindacali. Edouard Philippe, il primo ministro, avvertiva però che i tre punti della sua riforma non erano negoziabili. Egli informava, inoltre, della sua decisione di ricorrere alla procedura delle ordinanze e di fare in fretta. Era una provocazione rivolta ai sindacati, abituati ad essere coinvolti, almeno formalmente, in certe discussioni.

Il 3 aprile, Laurent Berger, segretario generale della CFDT, il cui atteggiamento consiste di solito nell’apparire come un bravo negoziatore, si è indignato del fatto che il governo esprimesse “una forma di disprezzo verso gli interlocutori sociali e la concertazione collettiva” (Le Figaro, 3 aprile). Mailly, allora alla testa del sindacato FO (Forza operaia), già collaboratore con il governo al riguardo delle misure della Legge Lavoro del 2016, che temeva di non poter svolgere il suo ruolo di pompiere, così dichiarava il 9 aprile: “quando l’erba è secca, la scintilla si propaga più in fretta”.

Infatti, tutti i sindacati rivendicavano l’apertura di una vera concertazione. Se avevano dubbi, l’inizio delle discussioni con la ministra li ha infine convinti che con loro la discussione era solo formale. Tutti sono rimasti esterrefatti dalla faccia tosta di una ministra che non si dava neanche la pena di offrire un argomento o di dare una risposta alle loro domande. Rémi Aufrère, per la CFDT ferrovieri, diceva il 18 aprile: “Ci interroghiamo perché ci sentiamo davvero umiliati. (…) È controproducente a lungo termine”. Roger Dillenseger, per l’Unsa, un altro sindacato che aveva sostenuto le riforme precedenti, si disperava: “Non ho mai visto un tale metodo di concertazione, se così la si può chiamare”.

Un’altra prova del disprezzo del governo verso le organizzazioni sindacali si è avuta quando queste hanno saputo solo dai giornali la data della fine del reclutamento secondo lo statuto, fissata dal governo al primo gennaio 2020, mentre doveva costituire un punto della trattativa. Erik Meyer, dirigente Sud-Rail, durante la conferenza stampa intersindacale, si è indignato del fatto che la ministra non li avesse informati. È stata la stessa cosa con l’annuncio della trasformazione del settore merci delle ferrovie in filiale. Il governo ha scelto consapevolmente di calpestare le offerte di buoni servigi da parte dei sindacati, anche dei più collaborazionisti. Ciò ha costretto le stesse organizzazioni sindacali, pur di non perdere ogni credibilità di fronte ai ferrovieri, a dar vita ad un fronte unico per tre mesi.
Tale atteggiamento di disprezzo, come rovescio della medaglia, anziché scoraggiare gli scioperanti, ha anch’esso contribuito alla mobilitazione dei ferrovieri e alla sua durata. Il 7 maggio, dopo un mese di movimento di sciopero, Edouard Philippe ha finalmente compiuto un gesto nei confronti delle organizzazioni sindacali, fino ad allora ignorate, accettando di riceverle.

Il fallimento delle basse manovre

Cambiare tono, però, non significava assolu­tamente cedere ai ferrovieri. L’annuncio dell’ac­collarsi 35 miliardi del debito di SNCF Rete da parte dello Stato era un’operazione di diversione, peraltro prevista da tempo, che non riguardava per niente i ferrovieri, anche se i sindacati ne hanno fatto uno dei primi punti di un’eventuale trattativa. Era una rivendicazione dei sindacati, non dei ferrovieri.

Un altro tentativo è stato fatto dalla CFDT, che ha cercato di portare in Parlamento i suoi emendamenti, che però erano troppo ridicoli per poter essere presentati ai ferrovieri.

Era dunque ben difficile per i sindacati, in particolare Unsa e CFDT, ritirarsi dal movimento. Dillenseger dell’Unsa dichiarava, secondo il giornale Les Échos del 12 giugno, che “Il clima è complicato perché non si può fare una trattativa su una regressione sociale”. E aggiungeva: “Se esco dal movimento, tanto vale che faccia harakiri”. Anche perché le elezioni di categoria sono previste per il prossimo autunno. E se la direzione CFDT ha compiuto un passo verso l’uscita, chiedendo ai ferrovieri di “assicurare i treni del quotidiano” durante la settimana degli esami della maturità, è significativo che in numerose assemblee i suoi militanti abbiano rifiutato di difendere questa posizione.

La politica della CGT

La direzione del movimento è stata, in realtà, nelle mani della CGT. Essa è di gran lunga l’organizzazione principale sia in termini numerici che per influenza tra i ferrovieri. Lo ha dimostrato fin dall’inizio del movimento, organizzando la manifestazione nazionale del 22 marzo, che ha raggruppato 25 000 ferrovieri, tra attivi e pensionati. Anche se le altre organizzazioni sindacali vi si sono aggregate, la CGT rappresentava la maggioranza del corteo.

È stata inoltre la CGT, qualche giorno prima, il 15 marzo, a fare approvare dagli altri sindacati il calendario dello sciopero per periodi di due giorni su cinque a partire dal 3-4 aprile, e a dare la sua fisionomia al movimento.

Anche se molti militanti, compresi quelli della CGT, sono stati sorpresi dall’annuncio di questa forma di sciopero a singhiozzo, presto è stato chiaro che ovunque i ferrovieri non erano pronti ad andare oltre. L’assemblea della Gare du Nord di Parigi, ad esempio, il 22 marzo votava il principio di uno sciopero prorogabile a partire dal 3 aprile, ma solo qualche decina di ferrovieri ha scioperato oltre i giorni previsti dal calendario. La stessa cosa è avvenuta anche in altri settori in cui ferrovieri hanno scelto di proseguire lo sciopero tra i due periodi previsti, ma in modo molto minoritario. D’altra parte se una parte dei lavoratori, maggioritaria in particolare tra i macchinisti ed i controllori, ha scioperato ogni giorno del calendario, così non è stato in tutti i settori. Molti ferrovieri hanno deciso il proprio calendario di sciopero… all’interno del calendario intersindacale.

Non si tratta di opporre una tattica all’altra, di contrapporre lo sciopero prorogabile a quello a singhiozzo due giorni su cinque come se fosse una ricetta miracolosa e valida in ogni circostanza, e soprattutto a prescindere da quello che i lavoratori sono pronti a fare. Un movimento può cominciare con una semplice giornata di mobilitazione, come quella del 13 maggio 1968, ed arrivare ad uno sciopero generale senza neanche un appello sindacale. Anche giornate d’agitazione più recenti, come quelle dell’autunno 1995, hanno permesso ai militanti di far leva sui settori già mobilitati per coinvolgerne altri.

Creare una dinamica o bloccarla?

Lungi dal voler creare una dinamica, fin dal 16 marzo, cioè dall’indomani della pubblicazione del “calendario”, la CGT ferrovieri precisava il suo obiettivo in una relazione interna destinata ai segretari di categoria: “Avere una mobilitazione stabile nella durata al fine di superare le tappe della strategia del governo e fargli capire che non può vincere aspettando il logoramento del movimento”. L’obiettivo di una “mobilitazione stabile”, in realtà, consisteva nell’accompagnare il calendario legislativo con quello della concertazione. Non si trattava di dare l’iniziativa ai ferrovieri ma di limitare la loro lotta all’interno di paletti determinati come sostegno alla concertazione sindacale.

La federazione CGT, invece di cercare di convincere i militanti che, prima o poi, sarebbe stato necessario impegnare tutte le forze nella battaglia, sempre nella stessa relazione celebrava lo sciopero a singhiozzo: “Tutti i ferrovieri, sia quelli che vogliono risparmiarsi, sia quelli che vogliono intralciare la produzione, ne saranno soddisfatti”.

La CGT, che voleva bloccare in anticipo ogni iniziativa della base, compresa la propria, così concludeva: “Bisognerà essere chiari, con il minor numero di voci dissonanti possibile. Non possiamo cambiare strategia a seconda del­l’umore, le tergiversazioni dei vari siti. C’è una sola strategia”. “L’umore, le tergiversazioni”, nel linguaggio presuntuoso dei burocrati, sono in realtà l’opinione dei lavoratori. Secondo loro, questi devono avere la capacità di sopportare più di un mese di trattenute sulla retribuzione, ma non quella di decidere in merito al proprio sciopero!La diffidenza raggiungeva gli stessi militanti della CGT poiché la federazione raccomandava di “fare assemblee generali regolarmente, con riunioni degli iscritti alla CGT prima di quelle dei ferrovieri”, affinché il sindacato parlasse con una voce sola. Dopo il successo del 22 marzo, in un’altra nota interna, la CGT vietava ai suoi militanti e tesserati di “prendere parte ad alcuna votazione per prorogare lo sciopero a partire dal 5 aprile”.

Tutto questo dimostra la preoccupazione della CGT di riuscire a rimanere padrona del movimento. Al contrario, è dando vita ad una dinamica che faccia leva sull’entusiasmo e sull’energia degli scioperanti, sul loro numero in modo da moltiplicare per cento le forze militanti, trasformandoli in attori dello sciopero, che un movimento può assumere il carattere incontrollabile di una reazione a catena. Un movimento incontrollabile, però, è anche ciò che temono le direzioni sindacali, e questo sciopero lo ha dimostrato ancora una volta.

La CGT, solo quando ha visto che c’erano poche possibilità che il movimento andasse oltre il quadro sindacale, ha accettato di allentare un poco la briglia, autorizzando, ad esempio, assemblee comuni tra i servizi nei luoghi dove prima vi si era opposta.

È inutile speculare sul fatto che uno sciopero prorogabile avrebbe permesso o meno un’altra dinamica. Sia perché la storia non si rifà, sia perché il ruolo di militanti dediti alla loro classe non è di fare diagnosi a priori e di imporli, ma di partire dalla volontà, dal livello di coscienza e di combattività degli scioperanti, in ogni momento della lotta. “L’emancipazione dei lavoratori sarà opera degli stessi lavoratori” era la formula fondatrice della Prima Internazionale operaia. Ciò ha inizio facendo sì che i lavoratori siano padroni del proprio movimento e l’unica forma di lotta adatta è quella che, in ogni momento, si regge sulla coscienza e la determinazione degli scioperanti.

Questo non ha nulla a che vedere con la posizione assunta dalla federazione Sud-Rail, il cui unico fatto “bellicoso” è consistito nel dare un preavviso di sciopero prorogabile, senza però dichiararlo mai davvero o cercare almeno il modo di arrivarci. Sud-Rail si basava sulla strategia dell’intersindacale, a cui ambiva partecipare, seppur criticandola al contempo nelle assemblee locali, a seconda delle circostanze e delle opportunità.

Fondamentalmente, anche Sud-Rail difendeva innanzitutto i suoi interessi d’apparato sindacale: essere riconosciuto dal governo come interlocutore e parte di una trattativa, mentre manteneva un occhio fisso sulle prossime elezioni di categoria.

Le conquiste del movimento

Il movimento non ha avuto la potenza necessaria per andare oltre il quadro dato dalle organizzazioni sindacali, ed è questo il suo principale limite. Ma in questo ambito, per tre mesi i lavoratori delle ferrovie hanno vissuto molte esperienze. Decine di migliaia di loro hanno partecipato ad assemblee, a manifestazioni, a raduni. Hanno stabilito contatti con lavoratori di altri settori, alla SNCF e altrove.

Il carattere non corporativista del movimento si è espresso con diffusioni di volantini ed incontri con altri lavoratori. Ad esempio, vi sono stati dei ferrovieri che sono andati ad aiutare lavoratori della Carrefour in lotta. Altri si sono radunati il 19 giugno alla stazione Est di Parigi per sostenere i lavoratori della Ford di Blanquefort, che si recavano in Germania per difendere il posto di lavoro. In decine di settori si sono stretti contatti tra militanti e lavoratori di varie aziende. Questi legami sono preziosi per il futuro.

Numerosi lavoratori hanno visto che, nonostante le grida e le minacce, il governo e la direzione SNCF non hanno avuto la forza di imporre la fine dello sciopero. Il suo andamento è stato seguito e commentato, anche soltanto mediante il bollettino informativo sulla circolazione dei treni, che è diventato di uso quotidiano nei media alla pari di quello meteorologico. I ferrovieri, e tanti altri lavoratori, pur lamentando talvolta l’assenza dei treni, hanno potuto constatare quanto la classe operaia abbia un ruolo insostituibile nella società, anche quando a smettere di lavorare c’è una sola categoria di lavoratori.

La lotta continua e, qualunque sia il risultato, ne sorgeranno altre, in circostanze necessariamente diverse, che di nuovo catapulteranno sul palcoscenico lavoratori in sciopero. Questi ritroveranno gli stessi attori, per quanto riguarda sia il governo sia i burocrati sindacali.

È compito dei lavoratori e dei militanti analizzare gli interessi e l’atteggiamento degli uni e degli altri, trarre un bilancio di ogni lotta affinché si possano preparare quelle successive e consentire di andare fino in fondo alle proprie possibilità.

Alcune conclusioni

Fin dalle manifestazioni del 22 marzo 2018, l’attualità in Francia è stata segnata dallo sciopero dei ferrovieri e dalla sua durata, ma anche dalle reazioni politiche che ciò ha provocato. Malgrado la spaccatura del comitato intersindacale che lo ha diretto, spaccatura diventata ufficiale il 19 giugno con il ritiro dell’Unsa (sindacato corporativo) e quello, confermato il 20 giugno, della CFDT, le posizioni della CGT e di Sud-Rail hanno rispecchiato il sentimento di una larga parte degli scioperanti determinati a continuare.

Anche quando lo sciopero sarà terminato, ne rimarrà la memoria tra i lavoratori, per quanto sia ancora difficile dire in quale modo, anche per ciò che riguarda gli stessi ferrovieri. Questi ultimi rimarranno fieri di aver rialzato la testa e di aver reagito contro il piano del governo, oppure manifesteranno scoraggiamento nella convinzione che i loro nemici siano troppo forti o addirittura che lottare non serva? C’è anche da chiedersi che accadrà nel resto della classe operaia, quali aspetti di questo sciopero rimarranno impressi nella sua mente.

Cominciamo col dire qualche parola sul carattere di questo sciopero e sui suoi limiti. Tra gli aspetti positivi, oltre alla durata, c’è il fatto che la lotta, pur non avendo coinvolto altri lavoratori, neanche quelli dei settori collegati quali i trasporti urbani nella regione parigina, è stata comunque vista con simpatia dagli altri lavoratori, nonostante le difficoltà subite in quanto utenti.

Il carattere non corporativistico dello sciopero è stato un altro aspetto positivo. I lavoratori più coscienti non hanno avuto nessuna difficoltà a difendere l’idea che la classe operaia è un’unica entità e che tutte le barriere erette per dividerla a seconda della categoria, della nazionalità, ecc, sono politiche antioperaie.

Bisogna ricordare con quale virulenza il PCF e la CGT, nel 1968, allora egemonici nella classe operaia, avevano innalzato ostacoli non solo tra lavoratori e studenti contestatari, ma anche tra gli stessi lavoratori, cercando di creare divisioni tra una fabbrica ed un’altra, e perfino tra un reparto e l’altro nella stessa fabbrica, come avvenne, ad esempio, alla Renault di Billancourt.

Lo sciopero dei ferrovieri è stato condotto, sin dall’inizio, dalle organizzazioni sindacali e, prima che avvenisse la recente spaccatura sindacale, dalla coalizione dell’insieme degli apparati sindacali, compresi quelli più favorevoli alla concertazione, come Unsa o CFDT.
Del resto, è stata proprio la scelta di Macron di voler sconfiggere i ferrovieri senza cercare il consenso di alcun apparato sindacale, a spingere la CFDT, in assenza di ossa da rosicchiare, a rimanere nello sciopero, allineandosi di fatto alla politica e perfino alle proposte della CGT. Sia detto per inciso che, in fine dei conti, il governo potrebbe alla fine fare alla CFDT una concessione che non c’entra nulla con la questione delle ferrovie, per esempio accettare una concertazione sulla futura riforma delle pensioni.

La direzione della CGT, seguita dalle altre direzioni sindacali, ha inventato la tattica dei due giorni di sciopero seguiti da tre giorni di lavoro per ingabbiare la mobilitazione sin dall’inizio. Essa ha teorizzato lo sciopero a singhiozzo come forma di lotta poco costosa per i ferrovieri. Sì, forse non costa molto… ma nemmeno consente di vincere!

Sud-Rail, dal canto suo, ha cercato di far concorrenza alla CGT contrapponendo alla tattica dello sciopero a singhiozzo quella dello sciopero prorogabile ogni giorno. Ma tale contrappo­sizione esisteva solo a parole e la direzione di Sud-Rail non ha cercato di scavalcare davvero la CGT su questo terreno.

Se si vuole discutere della tattica degli apparati sindacali occorre farlo soltanto in funzione della loro strategia. Scioperi limitati e perfino una semplice petizione possono essere delle tappe nella mobilitazione dei lavoratori che consentano di andare oltre. Oppure possono costituire tattiche per impedire lo sviluppo del movimento. Perciò, insieme agli aspetti positivi ed entusiasmanti dello sciopero dei ferrovieri, si può trarre la conclusione che, di fronte alla borghesia ed al suo Stato, è necessaria una lotta molto più determinata e decisa. I calcoli da bottegaio sulle forme di lotta “che non costano troppo” possono tutt’al più essere giustificate per un movimento che si limiti al voler esprimere un’opposizione alle misure del governo. Non permettono, tuttavia, di andare fino in fondo alle possibilità, né, a maggior ragione, di vincere.

Cercare di costruire una mobilitazione significa andare oltre. È la dinamica del movimento stesso che lo può consentire. Alla direzione della CGT, però, non importa sapere cosa pensano i ferrovieri, né fino a che punto sono pronti a muoversi. Non si è data gli strumenti per saperlo e, per di più, ha cercato con ogni mezzo di impedire ai ferrovieri di esprimersi, di discutere del loro sciopero, del futuro della lotta e di prendere l’abitudine di decidere. Da questo atteggiamento scaturiscono le direttive date dalla direzione della CGT ai suoi militanti all’inizio del movimento: controllare le assemblee generali, inquadrarle, accettare che in queste si voti… a patto che vengano approvate le proposte della CGT.

La direzione della CGT ha cambiato atteggiamento rispetto alle assemblee degli scioperanti, anche se non dappertutto, solo quando ha preso le misure del movimento e non ha più temuto di essere scavalcata.

La strategia della CGT, in realtà, punta allo stesso obiettivo di quelle della CFDT e di Sud-Rail: ottenere per sé una posizione più favorevole nella concertazione. Le direzioni sindacali non vogliono una dinamica che possa sfuggire loro. Non vogliono che lo sciopero porti ad una presa di coscienza collettiva dei lavoratori. Da qui discende l’opposizione della CGT all’espressione di ogni forma di democrazia operaia.

L’organizzazione democratica dello sciopero non è solo un problema di forma. È la condizione necessaria perché la lotta vada fino in fondo alle sue possibilità. Tale condizione, benché necessaria, ovviamente non è sufficiente. La questione essenziale è la determinazione del movimento. La politica della direzione della lotta costituisce però un elemento di questa determinazione. La può rafforzare ispirando fiducia o, al contrario, indebolirla. I lavoratori, anche senza aver vinto, possono uscire da un movimento con il morale più forte, e questo significa anche acquisire più coscienza. Anche una lotta persa può essere ricca di insegnamenti che serviranno nelle battaglie successive, che siano condotte dagli stessi lavoratori o da altri.

La storia del movimento operaio è fatta più di battaglie perse che di vittorie. Quando si commemorano i martiri di Chicago, i fucilati di Fourmies o, a maggior ragione, la Comune di Parigi, non si celebrano vittorie. Nella storia della stessa Rivoluzione russa, è stato l’Ottobre del 1917 a dare senso a tutte le battaglie perse in una moltitudine di scioperi, di lotte politiche, di manifestazioni represse, di scontri con la polizia. Esso ha dato senso a tutti gli arretramenti, a tutte le sconfitte che, alla pari dei successi, hanno contribuito alla formazione dei quadri della classe operaia russa, in primo luogo dei quadri bolscevichi.

Lo sciopero dei ferrovieri non è stato abbastanza potente, determinato ed esplosivo per preoccupare la borghesia. Questa può essere preoccupata solo da vampate non controllate, da minacce contro la sua proprietà. Gli scioperi di massa con l’occupazione delle fabbriche del maggio-giugno 1936 ebbero infatti un’importanza capitale, poiché minacciavano, per citare Trotsky, di “minare i principi della proprietà borghese”.

È vero, la lotta di classe è dura! Bisogna esserne coscienti, misurare la forza dell’avversario. Bisogna farlo non per venire a patti con lui, cercando di fare una lotta che non costi troppo: questa è la strategia dei riformisti. Lo si deve fare perché ogni lotta possa diventare l’occasione per i lavoratori di acquisire un’esperienza più ricca, una coscienza superiore.

Nonostante i militanti rivoluzionari non abbiano avuto i mezzi per influenzare lo svolgimento della lotta e, a maggior ragione, la sua direzione, nonostante la lotta dei ferrovieri non abbia avuto la potenza e la determinazione necessarie per contestarne la direzione agli apparati sindacali, occorreva comunque proporre alla base di organizzare assemblee, comitati di sciopero e cercare di dar loro un contenuto reale. Tra un comitato di sciopero che prende decisioni e le fa eseguire e un comitato intersindacale che, in realtà, è la direzione degli apparati sindacali sotto mentite spoglie, ci sono varie situazioni intermedie. In ognuna di queste, bisogna impegnarsi per creare veri comitati di sciopero, pur sapendo che non si può raggiungere completamente tale obiettivo nell’ambito di un movimento fondamentalmente diretto dagli apparati. I comitati di sciopero, come i consigli operai ad un altro livello, diventano strumenti di combattimento della classe operaia solo se sono allo stesso tempo organi legislativi e esecutivi, solo se prendono decisioni e si adoperano per eseguirle. Questo non si fa con un colpo di bacchetta magica.

È tutto quello che i militanti rivoluzionari devono spiegare a chi è intorno a loro, instancabilmente. Non bisogna accontentarsi di commentare il rancido menu propinato dalle direzioni sindacali. Bisogna spiegare le cose senza dare l’impressione di svelare la strategia degli apparati sindacali riformisti. Più di mezzo secolo fa, il Programma di Transizione (1938) osservava: “In quanto organizzazioni degli strati superiori del proletariato, i sindacati sviluppano potenti tendenze alla conciliazione con il regime democratico borghese”. E aggiungeva: “Gli apparati dirigenti dei sindacati cercano di dominare il movimento delle masse per neutralizzarlo”. Questo non toglie nulla al ruolo dei sindacati nelle mobilitazioni operaie. Tuttavia, ne evidenzia i limiti.


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