Internazionale

I Curdi della Siria di fronte alle manovre delle varie potenze

Da “Lutte de classe” n° 193 - luglio-agosto 2018

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La situazione per i Curdi, oppressi e privati di diritti nazionali da oltre cent’anni, può sembrare sia migliorata nel corso delle guerre che hanno devastato l’Iraq da un quarto di secolo e la Siria più recentemente. Regioni autonome sono gestite da forze armate nazionaliste curde quali i peshmerga di Barzani e di Talabani nella parte irachena e le YPG, Unità di protezione del popolo legate al partito PYD nella parte siriana. Queste regioni, relativamente estese fino all’estate 2017, sono state sotto attacco ed in parte mutilate, una nell’ottobre 2017 dall’esercito iracheno e l’altra dall’esercito turco all’inizio del 2018.

Il Kurdistan autonomo iracheno esiste di fatto dal 1991 ed ufficialmente dal 2005. Ha beneficiato di una crescita economica attorno alla sua capitale Erbil grazie al petrolio. Più recentemente, a partire dal 2012, anche i Curdi della Siria hanno potuto gestire un territorio autonomo, il Rojava, un nome che in curdo significa Ovest, poiché costituisce la parte occidentale del Kurdistan rivendicato dai nazionalisti. È venuto in primo piano in particolare durante la battaglia di Kobané nel 2014-2015, quando i combattenti delle YPG hanno resistito alla pressione dell’Isis e durante l’attacco contro la città di Afrin, tra gennaio e aprile 2018, quando invece sono stati respinti dall’esercito turco.

Rojava, l’isolotto curdo siriano

Al momento di massima estensione del territorio dell’Isis (la cosiddetta organizzazione dello Stato islamico), i combattenti curdi si sono mostrati i più determinati nella battaglia contro le milizie jihadiste. Essi hanno potuto beneficiare dell’esperienza militare acquisita durante numerose lotte e, contrariamente alle reclute degli eserciti iracheni e siriani, hanno avuto gli onori della stampa internazionale. Quest’ultima ha dedicato numerosi servizi che mostravano i gruppi di combattenti, in particolare quelli costituiti da donne. L’immagine era decisamente diversa di quelle di strade senza donne, o con la presenza di sole donne velate, immagini oggi tanto frequenti in Siria e in Iraq.

Il Rojava contrasta con ciò che vive il resto della regione. Questo piccolo territorio, le cui dimensioni variano, a seconda delle battaglie, attorno a 30 000 km2, è gestito dal PYD (Partito dell’unione democratica), vicino al PKK (Partito dei lavoratori curdi), di tradizione stalinista e principale formazione politica curda della Turchia. La sua resistenza di fronte alle diverse milizie jihadiste, a cominciare da quelle dell’Isis, è stata notevole. Lo è stata tanto di più dal momento che le autorità del Rojava portano avanti non soltanto, è ovvio, i diritti dei Curdi, ma anche il diritto ad ogni differenza linguistica e religiosa, così come il diritto delle donne all’uguaglianza e quello di tutti ad una casa ed all’istruzione. Nella situazione quasi inestricabile della regione, diventata un gigantesco pantano segnato dal conflitto bellico e dalla guerra civile tra campi uno più reazionario dell’altro, le autorità del Rojava, ribattezzato dal 2016 Federazione della Siria del Nord, mirano a salvare l’autonomia del territorio. Ma fino a quando sarà   possibile?

Il nazionalismo curdo, sebbene attenuato ed esteso a ciò che i dirigenti del Rojava chiamano il confederalismo democratico, rimane comunque una via senza uscita. I nazionalisti curdi sono stati sempre sballottati a seconda delle mutevoli scelte delle potenze che intervengono nella regione, che siano locali come Turchia, Siria, Iran e Iraq, o più lontane come la Russia o i paesi imperialisti occidentali. Nell’attuale contesto di un Medio Oriente dominato dall’imperialismo, l’idea di darsi uno Stato o anche solo di creare una regione autonoma curda stabile e duratura rimane illusoria. Lo è altrettanto l’idea di un piccolo territorio autonomo che possa affermare il proprio multiculturalismo e dove la popolazione potrebbe vivere in pace e preservare a lungo le sue condizioni di vita e le sue libertà di fronte agli Stati siriano, turco e iracheno,

Un popolo senza Stato, lasciato in disparte nel Novecento

Il popolo curdo conta dai 30 ai 40 milioni ed è disperso su parecchi paesi, principalmente Turchia, Iraq, Iran e Siria. Esso, caratterizzato dalla sua lingua, aveva un’esistenza un po’ più riconosciuta prima del 1918, poiché beneficiava di una certa autonomia nell’ambito dell’impero ottomano, prima che questo venisse smembrato dopo la Prima guerra mondiale da cui uscì tra gli sconfitti. Le potenze imperialiste responsabili di questo smembramento, Regno Unito e Francia, avevano promesso un territorio ai Curdi, ma di fronte alla nuova Turchia di Mustafa Kemal scelsero un’altra soluzione. I Curdi, come gli Arabi, furono spartiti tra nuovi Stati costituiti apposta per tutelare al meglio gli interessi delle due potenze occidentali che si spartivano la regione in zone d’influenza.

I Curdi, però, a differenza degli Arabi, erano soltanto una minoranza all’interno di questi vari Stati, ossia attorno al 20% in Turchia e in Iraq, i due paesi dove erano in proporzione più numerosi. Da allora, i governanti, prima le potenze coloniali, poi i regimi arabi e quelli turco e iraniano, hanno represso le aspirazioni di questa minoranza per consolidare il loro potere ed il nazionalismo sul quale si appoggiavano. I Curdi furono costantemente vittime di discriminazioni, a cominciare dalla negazione delle loro specificità e dal divieto di parlare la propria lingua fino alle ondate di repressione sanguinosa e agli spostamenti di popolazione.

I movimenti di protesta dei Curdi non sono mai cessati. Sono stati segnati da numerosi scontri armati ed anche da una guerriglia quasi permanente in Iraq e in Turchia. Ma se gli Stati iraniano, iracheno o siriano non tolleravano alcun movimento curdo all’interno, a volte ne sostenevano uno dall’altra parte del confine contro i loro vicini e rivali. I movimenti curdi quindi si svilupparono separatamente, in ogni paese, ogni qualvolta che lo Stato contrapposto al loro aveva interesse ad armarli… per poi abbandonarli. Fu il caso dell’Iran dello Scià, che sostenne per qualche anno i Curdi iracheni prima di riconciliarsi con l’Iraq nel 1975. Mustafa Barzani, padre di Massud, l’attuale dirigente curdo iracheno, dovette allora scappare precipitosamente dall’Iraq con 100 000 curdi.

Il PKK della Turchia, da parte sua, ha beneficiato a lungo della protezione di Assad in Siria, dove aveva potuto insediare la sua base a partire dal 1979. Nel 1998, però, il governo siriano cambiò atteggiamento. Per migliorare le relazioni con la Turchia, accettò di espellere il dirigente del PKK Öcalan. Così i militari turchi lo poterono rapire in Kenia, con l’appoggio dei servizi americani. Da vent’anni è in carcere, dal 2016 in totale isolamento.

Dalla destabilizzazione del regime iracheno all’autonomia del Kurdistan d’Iraq

La situazione è cambiata in seguito alle guerre dell’ultimo quarto di secolo che hanno scosso i regimi dell’Iraq e poi della Siria. Esse hanno avuto per effetto secondario quello di dare uno spazio ai Curdi di questi paesi con l’accordo delle potenze imperialiste. Nel 1991, l’attacco guidato sotto l’egida dell’ONU dagli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein ha innescato un’insurrezione curda. I dirigenti americani avevano chiamato il popolo iracheno a sollevarsi contro il regime, ma poi hanno preferito lasciare che quest’ultimo schiacciasse l’insurrezione. Solo quando furono sicuri che ogni rischio rivoluzionario era allontanato, i dirigenti americani protessero il Kurdistan iracheno creando una no-fly zone a nord del 36° parallelo. Ciò permetteva l’autonomia di fatto di un territorio attorno alla città di Erbil. Il Kurdistan iracheno fu poi dilaniato negli gli anni ’90 da scontri tra i fedeli di Barzani, che controllavano a nord la zona di Erbil, e quelli di Talabani, che controllavano a sud quella di Souleimaniyé. La conseguenza fu la divisione del Kurdistan iracheno fino al 2006 in queste due zone.

Nel 2003, il secondo attacco americano contro l’Iraq, spinto questa volta fino al rovesciamento e all’esecuzione di Saddam Hussein, ha permesso ai peshmerga di estendere il loro territorio e di controllare quasi tutte le zone curde del paese. Nel 2005, l’Iraq è ufficialmente diventato federale, con il riconoscimento del Kurdistan autonomo a nord, diretto dal GRK (governo regionale del Kurdistan) con Massud Barzani come presidente, mentre Jalal Talabani diventava presidente della Repubblica d’Iraq. I dirigenti americani ritenevano di poter controllare meglio il paese attraverso l’insediamento di vari poteri. Nel resto dell’Iraq si sarebbero serviti delle milizie sciite. Nel biennio 2014-2015, i progressi dell’Isis e il conseguente crollo dell’esercito iracheno consentirono al Kurdistan autonomo di includere ancora altre zone, fra cui la grande città di Kirkuk ed i suoi dintorni ricchi in petrolio. In seguito, gli arretramenti dell’Isis, avvenuti dal 2015 in poi, allargarono nuovamente lo spazio del GRK.

Dal 2003, le autorità curde irachene hanno sfruttato, senza l’accordo di Bagdad, il petrolio della regione, in cooperazione con società straniere. L’esportazione mediante l’uso di un oleodotto che passa per la Turchia ha permesso un flusso finanziario importante. Barzani e il GRK si accordavano con il governo turco ed accettavano in cambio di non dare alcun sostegno al PKK.

La città di Erbil non ha più smesso di crescere, grazie ai profughi ma anche ad uno sviluppo economico che alcuni non esitavano a paragonare a quello di Dubai. Nel luglio 2017, i peshmerga sono stati le principali truppe attive nel togliere Mossul alle milizie dell’Isis. Il Kurdistan iracheno, godendo dell’autonomia de facto da ventisei anni e ufficialmente da dodici, appariva quindi, ancora nell’estate 2017, come un polo prospero, stabile e potente.

L’attacco governativo dell’ottobre 2017

Nel settembre 2017, il governo regionale di Barzani è giunto al punto di organizzare un referendum sull’indipendenza. L’intento era quello di consolidare la situazione dei territori acquisiti nella guerra? Fare pressione su Bagdad che a poco a poco cercava di rimettere in discussione il carattere federale del paese? In ogni caso questa decisione si scontrava con l’opposizione del governo centrale iracheno, dei dirigenti occidentali e del presidente turco Erdogan che definiva il referendum un tradimento.

Il voto stesso fu un successo per Barzani, con il 92% a favore dell’indipendenza del Kurdistan. Ma non solo questo successo non portò all’indipendenza, ma già alla fine di ottobre Bagdad inviava le sue truppe per riprendere le regioni di Kirkuk e del Sinjar. Il Kurdistan autonomo tornava ad essere quello del 2003, privato della metà delle sue risorse petrolifere.

Le grandi potenze, Russia compresa, non si sono opposte all’azione del governo iracheno, nonostante l’accordo per l’acquisto di petrolio curdo firmato nel giugno 2017 dalla società Rosneft. Esse non vogliono un cambiamento delle frontiere ufficiali in questa regione e ora che l’Isis è ormai relegata in poche zone di resistenza non hanno più bisogno dei combattenti curdi come prima. In quanto alle potenze regionali quali la Turchia e l’Iran, queste vogliono evitare il contagio che l’esistenza di un Kurdistan indipendente potrebbe provocare tra i Curdi turchi ed iraniani. Così, ancora una volta, i nazionalisti curdi sono stati abbandonati dai loro sostenitori.

In Siria, un’opportunità per il Rojava

Dal lato siriano, il Rojavayê Kurdistanê, o Kurdistan occidentale, è autonomo solo dal 2012 e ha assunto un altro volto, segnato da idee di sinistra o socialisteggianti. Un motivo è che in Siria le tradizioni socialiste sono più durature, trasmesse da un movimento comunista che è stato forte. Gli ex partiti stalinisti siriani, che sostengono più o meno il regime, sono stati tollerati da Assad. D’altra parte, nonostante l’espulsione di Öcalan, il PKK turco aveva mantenuto collegamenti importanti nelle città del Kurdistan siriano. Costituitosi nel 2003, il PYD è il partito curdo di gran lunga più influente oggi in Siria ed è un’emanazione del PKK, di cui riprende le idee e gli orientamenti, a cominciare dal riferimento costante al capo Öcalan, detto Apo (lo zio). Le regioni curde della Siria sono il prolungamento di quelle turche ed irachene, molto più estese. Si contano tra i 150000 e i 300000 i curdi siriani privati, dopo il 1962, della loro cittadinanza dal regime col pretesto che sarebbero giunti illegalmente dalla Turchia. In questa situazione da vero rompicapo, essi non potevano lavorare per lo Stato o nelle imprese pubbliche, né viaggiare all’estero. Fra le altre malefatte contro i Curdi, occorre segnalare la repressione violenta di Qamichli nel 2004, quando, in occasione di una partita di calcio contro una squadra araba, i cui tifosi avevano manifestato il proprio razzismo anti curdo, vi erano state sommosse. La repressione fece dieci morti e causò manifestazioni in tutte le città curde, che si conclusero con 43 morti e centinaia di feriti. Negli anni successivi, il PKK/PYD, che avrebbe subito 1500 arresti tra i suoi militanti, conquistò numerosi giovani e fu l’organizzatore di alcuni attacchi contro i commissariati di polizia, senza però osteggiare realmente il regime, che, d’altra parte, lasciò spazio allo sviluppo di associazioni culturali curde. Nel marzo 2011, quando, sulla scia della “primavera araba„ le manifestazioni si estesero alla Siria, anche i giovani curdi manifestarono, in particolare a Qamichli. Tuttavia, la maggior parte dei partiti curdi, tra cui il PYD, decise di non schierarsi col movimento.

Il regime di Bachar al-Assad fece la scelta, in tale situazione di contestazione, di risparmiarsi quell’opposizione. Nell’aprile 2011, furono date ai curdi apolidi la nazionalità siriana e la possibilità ufficiale di organizzare corsi di lingua curda. Un anno dopo, nel luglio 2012, il regime ritirava una parte dell’esercito dal Nord, per concentrarlo attorno ad Aleppo e a Damasco per difendere queste città. Si trattava anche di rispondere al regime turco di Erdogan che, dopo aver definito Bachar al-Assad “suo fratello”, ormai sosteneva gruppi armati che lo combattevano. Assad, quindi, diede spazio alla creazione del Rojava, lasciando esplicitamente ai gruppi armati del PYD/PKK il compito di controllare una striscia al confine con la Turchia. Questo partito, il più preparato al compito di costituire una forza armata, convinse una parte dei giovani mobilitatisi nel 2011 a limitarsi alla battaglia per l’autonomia curda, anziché combattere il regime stesso. Ciò fu ancor più facile, visto che il Rojava autonomo si presentava, fin dall’inizio, come un paese decentralizzato, pronto alla collaborazione e rispettoso delle diversità etnica e religiosa della regione. Tra l’altro, si usarono tre lingue nel settore dell’amministrazione e nelle scuole: l’arabo, il curdo ed il siriaco.

Una situazione originale ma precaria

Nel 2014, il PYD rendeva ufficiale l’autonomia di questo territorio come confederazione di tre distretti composti da 4 000 comuni, mentre lo Stato siriano continuava a pagare i funzionari e conservava alcune unità armate in qualche città.

Questo nuovo territorio autonomo, a maggioranza e a direzione curde, è coesistito con il vicino GRK iracheno tra sostegno reciproco e rivalità: ogni tanto i peshmerga del GRK bloccano l’accesso al Rojava. Essi tendono piuttosto a collaborare con il governo turco di Erdogan, che subito si era mostrato ostile a questo potere curdo autonomo siriano.

Nel 2014 e nel 2015, quando in Iraq l’Isis attaccò i villaggi yezidi, una minoranza religiosa curda, moltiplicando massacri e rapimenti, furono le YPG, ossia le milizie del PYD, a dare un aiuto efficace a queste popolazioni, salvandone buona parte ed organizzando campi per i profughi. Così nell’aiuto ai Yezidi PYD e YPG furono ben più utili dei peshmerga di Barzani, sebbene questi ultimi fossero più vicini geograficamente.

All’apice della lotta contro l’Isis, tra il 2014 e l’estate 2017, i dirigenti della coalizione, americani in particolare ma anche francesi, che non volevano inviare truppe di terra, si sono sempre più appoggiati ai combattenti delle YPG. Hanno posizionato commando nei distretti di Kobané e di Djézireh per orientare il fuoco degli aerei, formare i combattenti o discutere con loro di alcune operazioni. Oggi, tuttavia, gli Stati Uniti ne hanno certamente meno bisogno, anche se sembrano favorevoli a mantenere in essere questo territorio, che dipende dal loro sostegno e che permette di conservare alcune truppe americane in Siria, soprattutto ad est dell’Eufrate ed attorno a Manbij.

Afrin sotto l’attacco dell’esercito turco… e abbandonato dalle altre potenze

All’inizio del 2018, il presidente turco Erdogan, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali turche del 24 giugno, ha visto in un attacco contro il Rojava un’opportunità per tentare di ricreare l’unione nazionale attorno a sé. Questi, dichiarando come sempre che i nazionalisti curdi non erano altro che “terroristi”, ha lanciato in gennaio il suo esercito in una spedizione nella zona di Afrin. Questa operazione militare, chiamata spudoratamente “Ramo d’ulivo”, era stata preceduta da una prima incursione in territorio siriano. Tra l’agosto 2016 e il febbraio 2017, l’operazione “Bersaglio dell’Eufrate” aveva permesso ai soldati turchi, sostenuti allora dagli Stati Uniti, di occupare una zona tra Kobané ed Afrin, respingendo le truppe dell’Isis ma anche le YPG. L’esercito turco e le milizie siriane che lo accompagnavano volevano impedire che si stabilisse una continuità tra i territori del Rojava.

L’attacco del 2018 contro Afrin colpiva invece solo le YPG per costringerle ad evacuare una vasta zona alla frontiera. Erdogan ha utilizzato le forze aeree e l’artiglieria turche, ma a terra si è appoggiato su distaccamenti arabi siriani, formati essenzialmente da milizie jihadiste, di cui alcuni elementi pare provenissero dall’Isis. I battaglioni delle YPG, aiutati da alcuni gruppi arabi entrati nelle FDS (Forze democratiche siriane), hanno resistito due mesi. Tuttavia, in mancanza del sostegno della coalizione filoamericana e della protezione da parte della Russia, non potevano reggere. Essi, pertanto, hanno dovuto abbandonare Afrin e ripiegare sul resto del Rojava. Erdogan, a quel punto, ha parlato di un proseguimento dell’attacco verso Manbij o addirittura ad est dell’Eufrate, ma i dirigenti americani non lo hanno accettato. Da allora, l’esercito turco continua ad inviare i suoi aerei e i suoi droni, ma anche i suoi commando (aiutati dall’amministrazione del GRK...) contro le basi del PKK sui monti Qandil, ai confini di Iraq ed Iran.

La fragilità del potere del PYD nella Siria del Nord è dunque confermata. Da questo punto di vista, le due zone autonome si trovano nella stessa situazione. I gruppi nazionalisti curdi sono riusciti a conquistare posizioni quando c’era un vuoto lasciato da uno degli Stati, vuoto necessariamente provvisorio, o quando erano sostenuti almeno da una potenza terza, che poteva essere una grande potenza o una regionale. Ciò è stato spesso pagato al prezzo di concessioni, a volte contro l’interesse di altri gruppi curdi. Con quale risultato? L’esperienza dimostra che i Curdi non possono fidarsi degli Stati borghesi vicini che scelgono temporaneamente di sostenerli contro un proprio rivale. Queste potenze non tardano a fare altri calcoli, nei quali i Curdi, popolo relativamente poco numeroso e soprattutto senza uno Stato, hanno poco peso. Lo si è visto di nuovo in questi mesi. Le potenze imperialiste, Stati Uniti al primo posto, hanno permesso che sia i peshmerga iracheni sia le YPG siriane subissero aggressioni e perdessero una parte del loro territorio. Le potenze regionali, dal canto loro, hanno sempre diffidato di questa minoranza da poter utilizzare qualche volta, ma che, innanzitutto, vedono come una forza che può minacciare il proprio potere.

Nazionalismo curdo o confederalismo democratico?

Davanti a questo vicolo cieco, con l’impossibilità di una vittoria militare della guerriglia in Turchia e la reclusione del loro principale dirigente, i dirigenti del PKK hanno cambiato dottrina ufficiale. Hanno abbandonato l’etichetta leninista e marxista ed anche una parte del loro credo nazionalistico, dichiarandosi contrari agli Stati nazione. Possono così provare a dimostrare ad Erdogan o ad Assad che non sono necessariamente un pericolo per il loro potere. Ciò si è già visto altrove, ad esempio in Messico, dove gli zapatisti del Chiapas hanno abbandonato il riferimento al guevarismo. Da quando l’URSS non esiste più, i riferimenti al socialismo sono meno diffusi. Accontentarsi del riferimento ad un confederalismo democratico, al femminismo e all’ecologia sociale permette inoltre di mostrare che lì non c’è una minaccia contro l’ordine internazionale delle grandi potenze.

Tra il 2012 ed il 2014 si sono svolti dei negoziati tra il potere di Erdogan e il PKK, che hanno fatto sperare a quest’ultimo di ottenere qualche concessione da parte dello Stato turco. Dal 2015, però, il regime di Erdogan esercita una violenta repressione anti curda e né il PKK né i partiti legali curdi come l’HDP (Partito democratico dei popoli) possono sperare di gestire in modo duraturo città o regioni in Turchia, mentre il PYD può continuare a farlo nel Rojava della Siria.

Nel Rojava ogni assemblea deve contare almeno il 40% di donne. Il distretto di Djezireh prova con mezzi rudimentali a raffinare il suo petrolio. Il PYD presenta questa situazione come una rivoluzione, come l’instaurazione di una società nuova, senza classi, la cui esemplarità dovrebbe nel tempo avere un effetto di contagio. Ciò seduce una parte dell’estrema sinistra internazionale, al punto che un centinaio di militanti di vari paesi sarebbero partiti per combattere a fianco delle YPG, alcuni dei quali sono morti sotto le bombe dell’Isis o dell’esercito turco, come il francese Olivier Le Clainche nel febbraio 2018.

Quali prospettive per i territori autonomi curdi?

Nella Siria del Nord, il PYD dirige un piccolo territorio, certamente molto più vivibile per i suoi abitanti che non quelli che lo circondano, turbati da un contesto di guerra e di barbarie. I suoi dirigenti si dicono coscienti di essere bloccati dalla situazione e costretti a concentrarsi innanzitutto sulla mera sopravvivenza. Il mantenimento della loro federazione dipende solo dai calcoli delle potenze imperialiste e dalle relazioni di queste con gli Stati vicini. L’esistenza di questa zona autonoma conviene per il momento al regime di Bachar al-Assad, per fare da cuscinetto con la Turchia. Essa conviene ancor di più agli Stati Uniti ed ai loro alleati, poiché consente loro di conservare una presenza in Siria, anche se in modo limitato. Ma tutto ciò può cambiare molto rapidamente.

Se il Rojava riuscisse a durare, che ne deriverebbe? Il suo mantenimento, come quello del Kurdistan iracheno, potrebbe conseguire solo da una scelta delle potenze imperialiste. Queste potrebbero opporre un tale piccolo Stato curdo agli Stati circostanti, nello stesso modo in cui l’imperialismo utilizza Israele come minaccia permanente contro gli Stati arabi o contro l’Iran. Si può notare che, all’inizio, una parte importante dei sionisti rivendicava ideali socialisti e che ciò non ha dato molto fastidio all’imperialismo, dal momento che questo riferimento non minacciava per niente il suo dominio. In quanto all’eventualità che si trattasse di una concessione di Assad al PYD ed alla piccola borghesia curda, ciò potrebbe costituire soltanto una situazione precaria e provvisoria.

Da più di un secolo, i movimenti nazionalisti curdi lottano e si difendono per tentare di darsi uno spazio in mezzo ad un Medio Oriente che è stato balcanizzato in funzione degli interessi dell’imperialismo, una regione le cui divisioni ed i conflitti non fanno che aggravarsi. Nel corso di tutta la loro storia, essi hanno potuto conquistare alcuni spazi di libertà soltanto quando ciò coincideva con gli interessi di una delle potenze presenti, e soltanto finché tali conquiste non fossero rimesse in discussione dall’evoluzione dei vari regimi e delle loro alleanze.

I Curdi non sono l’unica minoranza i cui diritti ad un’esistenza nazionale sono stati calpestati dal dominio dell’imperialismo. Si può paragonare la loro situazione a quella dei Palestinesi e di molti altri popoli. Queste situazioni non fanno che sottolineare chiaramente in quale vicolo cieco portino le politiche strettamente nazionalistiche di organizzazioni che, anche quando si tingono di marxismo, mirano soltanto a tentare di conquistare uno spazio per questa o per quella minoranza.

Certamente, andare oltre significherebbe rimet­tere in discussione il dominio dell’imperialismo, e infine l’imperialismo stesso, cioè il sistema di dominazione economica, politica e militare del capitale finanziario che ha depredato il mondo intero nel disprezzo assoluto della vita dei popoli.

L’unica forza che abbia realmente la possibilità di rovesciare questo sistema, forza esistente su scala mondiale, è il proletariato. Porre fine al dominio dell’imperialismo implica la necessità di agire sul suo terreno portando avanti una politica di classe, quella dell’internazionalismo proletario. Questo non è mai stato il progetto dei partiti o delle organizzazioni curde d’Iraq, di Siria e d’Iran, e nemmeno di partiti turchi quali il PKK o l’HDP. Eppure fu la via intrapresa dai rivoluzionari russi dell’inizio del Novecento, in una situazione le cui difficoltà non erano di certo minori rispetto a quelle del Medio Oriente attuale. Non c’è un’altra strada per quelli che vogliono non solo far valere i diritti nazionali dei popoli, ma fermare l’evoluzione verso la barbarie che segna il dominio dell’imperialismo in regioni del mondo sempre più estese.

19 giugno 2018


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