Internazionale

Palestina e Israele, tra massacri e colonizzazione

Da “Lutte de classe” n° 193 - luglio-agosto 2018

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Dal 30 marzo 2018, le manifestazioni indette da molte organizzazioni palestinesi riuniscono regolarmente migliaia di persone alla frontiera tra la Striscia di Gaza e Israele. In occasione di ciascuna di queste marce, si riproduce lo stesso scenario: una parte dei dimostranti si avvicina alle barriere di sicurezza e l’esercito israeliano spara a pallottole reali su donne, uomini e bambini disarmati, non esitando a commettere ogni volta un nuovo massacro. Alla fine di giugno, il bilancio delle vittime era già di più di 120 morti e 3.700 feriti.

Questi palestinesi manifestano, come lo fanno del resto ogni anno in questo periodo, per ricordare che la creazione di Israele è stata compiuta con l’espulsione dalle loro terre e dalle loro case di più di 700 000 persone, facendone dei profughi condannati a vivere nei campi sparsi nella regione.

Con questa mobilitazione, gli abitanti di Gaza intendevano anche denunciare il blocco che subiscono da oltre dieci anni. In questa zona franca costiera, lunga 41 chilometri e larga tra sei e dodici chilometri, vivono quasi due milioni di persone. Dopo avere condotto tre guerre nel 2008, 2012 e 2014, ed avere causato innumerevoli distruzioni, le autorità israeliane proibiscono, totalmente o in parte, l’entrata di molte merci essenziali, impedendo qualunque vera ricostruzione e condannando l’80% degli abitanti a vivere di aiuti umanitari. Mancano anche le medicine più indispensabili, l’elettricità è garantita poche ore al giorno e, in seguito alla distruzione delle infrastrutture, in genere l’acqua distribuita non è potabile.

Infine, l’appoggio aperto dato da Trump al governo israeliano fin dal suo arrivo alla Casa Bianca ha ancora aumentato i motivi di collera dei palestinesi. Con il suo annuncio, nel dicembre 2017, del trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, riconosceva a questa città lo statuto di capitale. Questo trasferimento era una delle rivendicazioni dei governi d’Israele da quando, nel 1980, il Parlamento israeliano aveva votato l’annessione della parte orientale della città, occupata dal 1967 e la cui popolazione è per lo più palestinese.

Era anche una delle promesse elettorali di Trump, ma occorre ricordare, per sottolineare l’ipocrisia dei diplomatici americani, che era anche l’applicazione di una legge votata dal congresso americano nel 1995, sotto la presidenza Clinton. Una clausola di questo testo permetteva di rimandare la sua applicazione di sei mesi, rinvio che tutti i predecessori di Trump avevano sistematicamente ricondotto da ventitré anni, per salvaguardare i rapporti con i loro alleati arabi del Medio Oriente.

Il sionismo al servizio dell’imperialismo

Le stragi compiute in questi mesi dall’esercito israeliano si iscrivono nella continuità della politica di terrore e di violenza che, sin dalla sua nascita settanta anni fa, lo Stato israeliano conduce con l’appoggio e la complicità delle grandi potenze imperialiste.

Questa politica risulta dalla sostanza stessa del progetto sionista. L’obiettivo del movimento sionista in Palestina è stato di imporre la creazione di uno Stato ebraico contro la volontà delle popolazioni arabe che vivevano lì. La sua parola d’ordine era: “una terra senza popolo per un popolo senza terra„. Ma i fondatori di questo movimento sapevano molto bene che la Palestina non era “una terra senza popolo„. E sin dall’inizio cercarono di ottenere l’appoggio di una potenza imperialista per riuscire a realizzare il loro progetto. Mentre gli Stati europei erano lanciati in piena conquista coloniale, i fondatori del sionismo si presentavano come possibili aiutanti di questa colonizzazione.

Fu il Regno Unito che, a partire dalla prima guerra mondiale, scelse di appoggiarsi sul sionismo promettendo di favorire la creazione di un punto di insediamento ebraico in Palestina. Ma allo stesso momento, per ottenere il sostegno militare delle tribù beduine dell’Arabia, i dirigenti britannici promisero loro la creazione di un regno arabo in Palestina. Ma i dirigenti britannici intendevano conservare il controllo, di questa terra due volte promessa.. Nel 1916, firmarono con la Francia accordi segreti, gli accordi Sykes-Picot, dal nome dei loro due negoziatori, per stabilire le condizioni di una spartizione di questa stessa regione.

Occorre ricordare questi fatti per comprendere a che punto l’imperialismo, con la sua politica di dominazione e di divisione dei popoli, è all’origine dei conflitti attuali, in questa regione come in tante altre.

Oggi, i dirigenti dello Stato israeliano, come pure la maggior parte di quelli che difendono la sua politica, cercano di assimilare l’antisionismo all’antisemitismo. Contro ciò che costituisce una confusione scandalosa, è necessario ricordare che la maggioranza degli ebrei, fino alla seconda guerra mondiale, non si riconosceva in questo movimento nazionalista che si prefissava l’obiettivo di andare a creare uno Stato ebraico in quella regione povera qual’era la Palestina all’inizio del Novecento. Quando gli ebrei fuggivano le persecuzioni, e quelli di Russia e dell’Europa dell’Est furono numerosi a farlo, la maggior parte di loro tentava di raggiungere gli Stati Uniti. Molto spesso, la loro lotta contro le persecuzioni – ed anche contro lo sfruttamento poiché esisteva una grande classe operaia ebraica in Russia ed in Polonia – ha assunto la forma di un impegno nei movimenti socialisti.

Per fare sì che la disperazione degli ebrei d’Europa spingesse una parte di loro verso i sionisti, ci vollero la vittoria del nazismo in Germania e le persecuzioni antisemite attuate nell’indifferenza delle grandi potenze dell’epoca, che arrivarono a chiudere le loro frontiere agli ebrei che fuggivano il regime hitleriano; poi la massiccia deportazione degli ebrei, spesso con l’attiva assistenza della polizia degli Stati vicini, come fu il caso in Francia e in Italia, e la morte di 6 milioni di loro. Fra i sopravvissuti, molti si ritrovarono nei campi profughi poiché gli alleati si rifiutarono di accogliere tutti coloro che non volevano tornare nel loro paese di origine.

Il cinismo delle potenze imperialiste, il loro disprezzo per i popoli, comprese le popolazioni ebraiche, consentirono alle organizzazioni sioniste di trovare truppe fra gli ebrei in fuga dall’Europa. Promettevano uno Stato che li avrebbe protetti perché sarebbe stato il loro.

Settant’anni dopo la sua creazione, lo Stato di Israele non ha fornito ai suoi abitanti la sicurezza promessa. Sono costretti di vivere eternamente sul piede di guerra in un campo trincerato, sotto la minaccia permanente di nuovi conflitti militari o di un’ondata di attentati terroristici.

Questa situazione deriva dalla politica dei dirigenti israeliani che hanno costruito il loro Stato in una situazione di guerra permanente contro le popolazioni arabe. Questa scelta li ha portati a diventare il braccio armato dell’imperialismo americano in quella parte del mondo.

Gli Stati Uniti hanno scelto di dare un appoggio indefettibile allo Stato israeliano. Hanno avuto così un alleato privilegiato che dipende da loro per la sua stessa esistenza, sul piano economico e militare, e di uno Stato in grado di mobilitare la popolazione durante ogni conflitto militare fino ad oggi, facendole credere che sono in causa la sua sicurezza e la sua sopravvivenza, e che non ci sia altra politica possibile.

Così gli Stati Uniti hanno potuto utilizzare lo Stato israeliano contro gli Stati arabi negli anni 1950 e 1960, in un periodo in cui si sviluppavano movimenti nazionalisti che esprimevano i sentimenti anti-imperialisti che agitavano le masse del Medio Oriente. Alcuni regimi, come quello del nazionalista egiziano Nasser, tentarono di allentare la morsa dell’imperialismo appoggiandosi su questi sentimenti popolari. Attraverso la guerra contro l’Egitto, due volte, nel 1956 in occasione dell’intervento franco-britannico contro la nazionalizzazione del canale di Suez e soprattutto nel 1967 con la cosiddetta guerra dei sei giorni, lo Stato israeliano serviva i suoi propri interessi ma anche quelli dell’imperialismo.
L’ estrema destra israeliana al potere

L’attuale governo israeliano è certamente quello più di destra che abbia conosciuto Israele. Il suo Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, è al potere dal 2009 ma il suo partito, il Likud, dispone solo di un’esile maggioranza al Parlamento israeliano, la Knesset, ed ha potuto mantenere la sua posizione solo con alleandosi a gruppi dell’estrema destra nazionalista e religiosa che, benché molto minoritarie, occupano posizioni chiave nel governo. Avigdor Lieberman, che aveva chiamato “a decapitare con un’ascia gli Arabi israeliani infedeli ad Israele„, è ministro della Difesa da due anni. Svolge così un ruolo decisivo nel governo israeliano mentre il suo partito, Israël Beytenu (Israele nostra casa), aveva raccolto solo poco più del 5% dei voti nelle elezioni politiche del marzo 2015. Con circa lo stesso peso elettorale, i nazionalisti religiosi del partito “Focolare ebraico” detengono anche loro posti importanti come i ministeri dell’Istruzione, della Giustizia e dell’Agricoltura. Sono apertamente a favore della colonizzazione della Cisgiordania e della sua annessione in un Grande Israele.

“Un governo di coloni„, è il giudizio di molti commentatori politici in Israele. Alcuni fanno questa osservazione rimpiangendo l’epoca in cui i padri fondatori d’Israele si definivano socialisti. È vero che l’evoluzione della vita politica è stata segnata dal peso crescente dell’estrema destra che ha di ché preoccupare molti Israeliani. Ma per comprendere le ragioni di questa evoluzione, occorre sottolineare che la politica dei fondatori dello Stato israeliano non aveva nulla di socialista poiché il loro “socialismo„, sempre che questa parola avesse un senso per loro, escludeva le masse arabe. La loro fraseologia era un retaggio dei movimenti socialisti dell’Europa dell’Est, molto influenti fra le popolazioni ebraiche nella prima metà del Novecento. In realtà, l’evoluzione che hanno conosciuto lo Stato, il sistema politico e la società in Israele è l’illustrazione di quanto un popolo che ne opprime un altro non può essere un popolo libero.

La responsabilità del partito laburista

Il partito laburista israeliano, derivato da questi movimenti sionisti socialisti, ha dominato a lungo tutta la vita politica. Attraverso la sua politica, ha promosso il rafforzamento dei religiosi fin dall’inizio dello Stato di Israele, perché è la religione che ha dato il fondamento al sionismo. In Israele, l’anagrafe, per esempio, è in mano ai rabbini. Questi sedicenti socialisti hanno costruito uno Stato in cui la religione gioca un ruolo importante come in molti Stati teocratici, uno Stato in cui non vengono riconosciuti né il divorzio né i matrimoni misti.

La politica di colonizzazione ha contribuito a rafforzare il peso dell’estrema destra. Secondo la principale organizzazione di coloni, il consiglio di Jesha, la popolazione ebraica in Cisgiordania è aumentata del 3,4% nel 2017 per arrivare a più di 435 000 persone, alle quali si aggiungono circa 200 000 coloni nella parte orientale di Gerusalemme. Gli insediamenti in terra palestinese ricevono sostegno materiale e militare dallo Stato di Israele. Alcuni di essi costituiscono vere città di parecchie decine di migliaia di abitanti. Protetti dall’esercito israeliano, i coloni possono operare estorsioni a danni delle popolazioni palestinesi quasi impunemente.

Secondo l’organizzazione israeliana Jesh Din che si oppone alla colonizzazione, dal 2006 al 2014 gli attacchi di coloni contro i palestinesi sono quadruplicati, per arrivare ad un totale registrato di 2 100, cioè uno ogni 36 ore. Si tratta di una vera e propria politica del terrore che mira a negare agli abitanti dei villaggi palestinesi l’accesso alle fonti d’acqua, alle colture agricole e quindi a portare a termine una conquista silenziosa della Cisgiordania. I membri degli insediamenti costituiscono la base attiva e militante dell’estrema destra e le danno i mezzi per influenzare tutta la vita politica.

Se il governo attuale incoraggia apertamente la colonizzazione, furono i laburisti a dare il via a questa politica ed a sostenere la creazione dei primi insediamenti in Cisgiordania e Gaza sin dalla loro occupazione nel 1967.

Dopo gli accordi di Oslo, la colonizzazione continua

Per anni, i governi israeliani hanno dichiarato di condurre un’occupazione umana. La realtà è stata un’altra: repressione, umiliazioni, arresti ogni volta seguiti da attacchi dinamitardi alle case dei militanti, lasciando così tutta la famiglia senza tetto. Tutto ciò non poteva che alimentare la sommossa che esplose nel 1987 con la prima Intifada, la “sommossa delle pietre”, così chiamata perché durante mesi dei giovani, anche giovanissimi, ogni giorno si scontravano con i soldati israeliani, lanciando pietre e cadendo sotto le pallottole.

Fu questa sommossa ad indurre i dirigenti israeliani a cambiare il loro atteggiamento rispetto all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che raggruppava gran parte delle organizzazioni palestinesi. Per molto tempo, i governi israeliani avevano rifiutato di riconoscere i palestinesi, un atteggiamento riassunto dalla prima ministra Israeliana Golda Meïr che aveva dichiarato nel 1969: “I palestinesi non esistono„.

Poiché l’esercito israeliano non era riuscito a domare questa prima Intifada, i dirigenti israeliani accettarono di avviare negoziati con l’OLP ed il suo leader Yasser Arafat. Ciò portò agli accordi di Oslo del 1993 ed all’istituzione dell’Autorità palestinese in Cisgiordania e a Gaza, permettendo ai funzionari dell’OLP di costituire un’ammini­strazione ed una forza di polizia.

In cambio, i governi israeliani si aspettavano che questa polizia palestinese mantenesse l’ordine, ma non hanno mai voluto arrivare al punto di riconoscere l’Autorità palestinese come uno Stato a pieno titolo. La colonizzazione non conobbe neppure una pausa durante gli anni in cui i diplomatici israeliani dichiaravano di essere impegnati “in un   processo di pace„; anzi, si accelerò ulteriormente. Oggi, il governo Netanyahu ha di nuovo assunto l’atteggiamento che prevaleva prima del 1987, rifiutando anche di fare finta di discutere con i dirigenti palestinesi. Di conseguenza non passa un anno senza esplosioni di rabbia, manifestazioni e sommosse.

Il vicolo cieco in cui si trovano oggi le popolazioni palestinesi ed ebraiche è la conseguenza della politica assunta da tutti i governi israeliani da settant’anni, prima laburisti e poi di destra, ma comunque spesso con la partecipazione di ministri laburisti.

Il fallimento delle direzioni nazionaliste palestinesi

Di fronte a questa situazione ed a queste lotte, non siamo neutrali. Siamo dalla parte del popolo palestinese senza condizioni, indipendentemente dai leader che esso si dà. Siamo solidali con lui nella sua lotta per reclamare uno Stato ed ottenere il diritto dei profughi di tornare a vivere sulle terre da cui sono stati derubati. Non sappiamo quale forma potrebbe assumere un tale Stato, né quali soluzioni potrebbero essere trovate per consentire ai due popoli di vivere insieme, ma una cosa è sicura: il fatto che milioni di palestinesi siano condannati da parecchie generazioni a vivere in campi profughi è inaccettabile ed ingiustificabile.

Ma, pur denunciando l’ignominia dei dirigenti imperialisti ed israeliani, è anche nostro dovere denunciare le responsabilità della politica dei leader nazionalisti palestinesi nell’attuale vicolo cieco. I dirigenti palestinesi volevano ottenere la creazione di uno Stato palestinese nell’ambito dell’ordine imperialista e nel rispetto delle divisioni territoriali imposte dalle grandi potenze. Per farlo, contavano sull’aiuto degli Stati arabi, di cui hanno ricercato l’alleanza e che hanno rifiutato di combattere.

Eppure ci fu un periodo in cui la lotta dei Palestinesi avrebbe potuto aprire prospettive a tutti gli sfruttati del Medio Oriente. Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, la sconfitta degli Stati arabi aveva convinto gran parte dei Palestinesi che potevano contare solo su se stessi e sulla propria capacità di organizzarsi, autonomamente rispetto a questi regimi. Nei campi profughi dove vivevano, in Giordania, Libano o Siria, avevano formato milizie armate ed i combattenti palestinesi, i fedayin, si erano guadagnati il rispetto delle popolazioni arabe, che si riconoscevano nella loro lotta. Avrebbero potuto costituire l’avanguardia di una lotta delle masse arabe contro l’imperialismo e contro tutti i regimi arabi presenti, contro le classi dirigenti di questi Stati che opprimevano le proprie popolazioni.

Ma la prospettiva di tutte le organizzazioni nazionaliste palestinesi, Arafat in testa, non era di condurre una tale lotta. Esprimevano le aspirazioni della piccola borghesia palestinese di potere disporre del proprio Stato e così di potere sfruttare per proprio conto i lavoratori e le masse popolari palestinesi. In questa prospettiva, agli occhi di Arafat, il sostegno degli Stati arabi era più importante della sorte delle masse arabe. Ma qualunque fosse la politica dei loro dirigenti, i Palestinesi costituivano una minaccia per questi Stati perché, per il solo fatto che stavano lottando, potevano costituire un esempio. Per questo motivo, i Palestinesi furono vittime varie volte della repressione degli Stati di cui l’OLP ricercava l’alleanza: furono massacrati dall’esercito giordano nel settembre 1970, poi dall’esercito siriano in Libano nel 1976, senza che l’OLP cambiasse la sua politica nei confronti di questi regimi.

Il risultato fu che, non essendo in grado di sconfiggere l’esercito israeliano, i dirigenti dell’OLP non poterono ottenere altro che la creazione dell’autorità palestinese nel 1994, cosa che ha dato loro il diritto di amministrare, in una certa misura, parte dei territori occupati da Israele dopo il 1967.

Il successore di Arafat, Mahmud Abbas, non ha certamente ottenuto il titolo ufficiale di capo di Stato, ma l’istituzione di questa amministrazione autonoma ha permesso ad uno strato di palestinesi di arricchirsi, a cominciare dai quadri del Fatah, il partito di Arafat, che potevano così trovare motivi di essere soddisfatti di questa situazione.

La società palestinese ha conosciuto un’evoluzione parallela a quella dello Stato israeliano: i progressi del sionismo religioso e del razzismo anti-arabo fra gli Israeliani hanno favorito ed alimentato l’influenza dell’islamismo di Hamas, che ha beneficiato del discredito del Fatah al punto di potere prendere il potere durevolmente a Gaza.

Netanyahu ed i suoi ministri di estrema destra da un lato, Hamas dall’altro, incarnano ciascuno a loro modo il vicolo cieco tragico in cui i dirigenti nazionalisti hanno condotto i loro popoli rispettivi. Vi sono stati certamente guidati dall’imperialismo, che ha aizzato ebrei e palestinesi gli uni contro gli altri per assicurare il suo dominio su questa parte del mondo. Il vicolo cieco attuale dimostra che non c’è speranza per questi due popoli nel quadro imposto dalle potenze imperialiste.

18 giugno 2018


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