Internazionale

JINDAL VUOLE “UN INVESTIMENTO DI SUCCESSO”…

Aferpi Piombino cambia padrone ancora una volta. Dopo la proprietà Lucchini, i russi di Severstal e gli algerini di Cevital, è la volta degli indiani di Jindal. L’acciaieria che fu proprietà pubblica fino al 1993 sarà il primo investimento in Unione Europea del gruppo indiano, un colosso dell’acciaio

Un investimento di successo: così Sajjan Jindal ha presentato il progetto Piombino durante un incontro pubblico al cinema Metropolitan, al quale erano invitati, oltre alle autorità di rito, anche maestranze e cittadinanza. Che il manager indiano ricerchi il successo nessuno intende metterlo in dubbio, quanto agli esiti finali dell’operazione è un’altra storia. Per adesso, Jindal ha ottenuto la cessione da Cevital dopo mesi di trattativa, con l’intervento del Ministero dello sviluppo economico, che ha sborsato un contributo di 33 milioni di euro per la tutela ambientale, e della Regione Toscana, con 33 milioni per l’efficienza energetica e ambientale del ciclo produttivo e altri 30 milioni per progetti di ricerca e formazione. Quanto abbia pagato materialmente di suo Jindal per ottenere lo stabilimento di preciso non è noto; quanto al piano degli investimenti, molto genericamente ne promette per un miliardo e 50 milioni, la costruzione di due forni elettrici (e forse anche un terzo!) per una produzione di almeno due tonnellate di acciaio. (Il Sole 24 Ore, 24.7.18).
Per quanto ancora una volta si levino cori di sollievo, quando non di esplicito entusiasmo, nemmeno stavolta ovviamente c’è la garanzia degli esiti. I limiti della prospettiva introdotta da Jindal sono ben presenti in chi si confronta da anni con le incertezze delle varie gestioni succedutesi alle acciaierie, che nella sostanza sono state capaci di produrre solo una lunga sequenza di illusioni, molta cassa integrazione e il disastro definitivo in molte ditte dell’indotto. E’ probabile che i lavoratori seduti nella platea del Metropolitan molte illusioni non se ne facessero più; sarà difficile di certo che condividano gli entusiasmi di chi salutò Rebrab come l’uomo dell’anno 2015, dopo averlo presentato come colui che avrebbe trasformato la città dei fumi in un’oasi di verde e di fiori rampicanti sulle ciminiere. Così il giornalino trimestrale locale “Costa Etrusca” aveva mostrato Issad Rebrab, che al suo paese si occupava del settore alimentare, e di produzioni agricole doveva intendersene. Disgraziatamente a Piombino non si sono visti né impianti di trasformazione di generi alimentari né produzione di acciaio propriamente detto. Quindi è difficile che ci fosse qualcuno al Metropolitan disposto a condividere l’ennesima visione edulcorata dello stesso periodico: “Jindal, il “principe salvatore” […] Un uomo elegante dal portamento fiero, sguardo serio ma buono […] lo stesso saluto di Papa Francesco quando venne nominato pontefice […] In India chi lavora in fabbrica fa parte di una grande famiglia […] Una nuova acciaieria nel massimo rispetto ambientale […] Un impianto della stessa bellezza della città per vivere tutti in armonia […]” e via favoleggiando. D’accordo, l’effetto è involontariamente ridicolo e caricaturale, ma questi sono i toni di chi tenta come al solito di convincere una platea recalcitrante ad accettare di “star buona” e accettare probabilmente nuovi sacrifici negli anni a venire.
Per tornare alla realtà, non resta che mettere a confronto le parole e i fatti. Ancora una volta l’associazione dei lavoratori “Camping Cig” ha messo in risalto i punti critici di tutta l’operazione: le promesse riguardanti l’avvio della costruzione di un forno elettrico entro 18 mesi sono subordinate a uno studio di fattibilità, e così anche le opere di bonifica e smantellamento degli impianti vicini alla città. I benefici concessi dalla parte pubblica sono presupposti vincolanti per gli investimenti, ma non sono condizionati alla loro realizzazione da parte di Jindal. In sostanza, la proprietà riceve dal Governo nazionale e dalla Regione precisi impegni e oneri amministrativi e finanziari, ma non deve rispondere di impegni vincolanti e misurabili. In sostanza, secondo l’associazione, per la multinazionale sono previste “mani completamente libere, e un vero salto nel buio per i lavoratori e per la città”. Come darle torto? Sotto l’apparenza di un grande sbocco positivo, c’è sempre la concretezza di un “prendere o lasciare” che resta la sostanza invariata della vicenda piombinese, come di tante altre realtà industriali.
D’altra parte, anche sul piano dell’occupazione non c’è alcuna garanzia del mantenimento dei posti di lavoro: con la cessione sono passati a Jindal i circa 2000 addetti attuali, ma per il momento il progetto si limita a riavviare le attività di laminazione, con semi-lavorati provenienti dall’India e con il rientro in fabbrica di 435 operai avvenuto a settembre. Gli occupati potrebbero arrivare in tempi ragionevoli a 600, con l’avvio delle demolizioni, ma alla fine di tutto il percorso di ripristino della produzione – che nella migliore delle ipotesi potrebbe essere nel 2022 - si potrebbe arrivare comunque a un massimo di 1500 addetti (Il Sole 24 Ore, 24.7.18)…ma nessuno a Piombino se la sentirebbe di scommettere su questa cifra. Sul piano della produzione industriale, e siderurgica in particolare, il nuovo padrone ha competenze sicuramente maggiori di Cevital. Ma anche per Jindal il boccone appetibile resta il porto, con le sue potenzialità, e soprattutto l’opportunità di sbarcare in Europa con una piattaforma stabile.
Intanto è arrivata all’inizio di settembre la prima nave, con un carico da 18.600 tonnellate di prodotti semilavorati, che ha consentito il riavvio della produzione dei prodotti “storici” dello stabilimento piombinese, le rotaie. Pare che a fine ottobre sia prevista anche la ripartenza dei treni di laminazione di barre e vergella. Ora sarebbe importante più che mai che i lavoratori riprendessero nelle loro mani il futuro della fabbrica.

Corrispondenza Piombino


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