Internazionale
A dieci anni dall’inizio della crisi

Dalla crisi dei “subprimes” alla crisi tout court

Il 15 settembre 2008 a New York, la banca d’affari Lehman Brothers falliva, causando la paralisi del sistema finanziario e il panico dei governi di tutto il mondo. La crisi, cominciata un anno prima nel settore immobiliare americano, si allargava e si aggravava divenendo rapidamente mondiale. L’economia internazionale non ne è ancora uscita.

“La situazione equivale ad uno stato di guerra”, dichiarava il 15 settembre il segretario di Stato al tesoro, Henry Paulson, al presidente degli Stati Uniti, Georges W. Bush, chiedendogli “poteri d’eccezione”. Per milioni di lavoratori nel mondo, le conseguenze di questa crisi furono in effetti quelle di una guerra. Negli Stati Uniti stessi, milioni di famiglie si ritrovarono sul lastrico. In ogni parte del mondo decine di milioni di posti di lavoro furono distrutti e numerose imprese chiusero i battenti. I piani d’austerità attuati in tutti i paesi, i tagli di bilancio nei servizi pubblici utili alla popolazione si moltiplicarono.

La crisi del settore immobiliare

La crisi era cominciata con lo scoppio della bolla speculativa del settore immobiliare americano. Approfittando dei bassi tassi d’interesse decisi dalla riserva federale (la banca centrale degli Stati Uniti), le società immobiliari avevano venduto in maniera massiccia case a credito. Con l’utilizzo dei cosiddetti crediti subprime a tassi variabili e garantiti dall’ipoteca sulla casa, si erano indebitate famiglie sempre meno solvibili. Finché i prezzi del settore immobiliare crescevano, le famiglie potevano in teoria rivendere la casa per liberarsi del loro debito quando non lo potevano più pagare. Ma, con troppe case costruite rispetto al potere d’acquisto delle famiglie, i prezzi cominciarono a calare all’inizio del 2007, provocando la crisi.

Impossibilitate a pagare le cambiali, milioni di famiglie vennero espropriate, rimanendo senza casa eppure ancora indebitate poiché il loro immobile non valeva più nulla. Poteva essere solo una crisi nel settore immobiliare, drammatica ma settoriale, ma la finanziarizzazione dell’economia ne fece una crisi bancaria generale.

Il parassitismo della finanza

Dalla metà degli anni 1970, dopo gli anni di crescita incentivati dalla ricostruzione del dopoguerra, l’economia mondiale era entrata in una nuova fase critica. I capitalisti riducevano i loro investimenti nella produzione che non fruttavano, stando a loro, profitti sufficienti. I capitali si orientavano sempre più verso il settore finanziario, che a sua volta si trovava in mancanza di sbocchi. Secondo i periodi, cercava di prestare denaro ai paesi poveri, di comprare e rivendere valute o beni immobili, azioni di start-up o di imprese dell’economia digitale, ecc.

Periodicamente, queste operazioni di borsa portavano ad un crollo. Ogni volta, i lavoratori licenziati e la popolazione dei paesi la cui moneta crollava, l’Argentina nel 1989, la Russia nel 1998, subivano un arretramento brutale del tenore di vita. Invece gli speculatori se la cavavano indenni. Ad ogni crisi, gli Stati e le banche centrali intervenivano per impedire ai più grandi di fallire, iniettando nuovi capitali nel sistema, abbassando i tassi d’interesse pur aprendo nuovi campi alla speculazione. Alla vigilia della crisi del 2008, le operazioni finanziarie erano giunte a rappresentare il 98% delle transazioni mondiali mentre il commercio e l’industria ne rappresentavano solo il 2%.

La crisi si generalizza a tutte le banche

Col tempo, gli speculatori hanno costruito una “industria finanziaria” sempre più sofisticata. Hanno inventato la “titolarizzazione” che consiste nel mescolare crediti di origini diverse per fabbricare un nuovo titolo emesso sul mercato. Così le banche di tutto il pianeta detenevano titoli dalle origini sconosciute e dal valore incerto. Quindi lo smaltimento dei titoli legati al settore immobiliare americano ebbe fin dall’estate 2007 conseguenze sui bilanci delle banche. Tutti gli istituti finanziari che possedevano prodotti finanziari contenenti subprimes persero miliardi di dollari. Col pubblicare il loro bilancio, le banche rivelavano le loro perdite.

Nel settembre 2008, una nuova ondata di fallimenti si verificò negli Stati Uniti, tra cui quello della banca Lehman Brothers. In possesso di titoli incerti, diffidando le une delle altre, le banche rifiutavano di effettuare tra esse le multiple transazioni quotidiane indispensabili, e tutto il sistema bancario si trovò così paralizzato. Dalle banche, la crisi si estese alla borsa ed alle grandi imprese. I grandi azionisti, i fondi d’investimento, cercando di salvarsi senza preoccuparsi delle conseguenze, ritiravano brutalmente i loro capitali ed acceleravano la caduta delle azioni delle imprese. Alla fine del settembre 2008 si stimava che 25 000 miliardi di dollari di capitalizzazione borsistica erano scomparsi. Questo capitale distrutto era alla fonte di chiusure di fabbriche e soppressioni di posti di lavoro, e poi di “piani di competitività” per fare risalire i corsi borsistici.

Gli Stati in aiuto delle banche e dei capitalisti

Henry Paulson, ex dirigente della banca Goldman Sachs, aveva rifiutato di intervenire per impedire il fallimento della Lehman Brothers. Ma di fronte all’asfissia di tutto il sistema bancario causato da questo fallimento, decise in fretta di iniettare centinaia di miliardi di dollari di denaro pubblico nelle altre banche.

Da Paulson a Merkel, i “liberali” dirigenti del pianeta, gli stessi che di solito affermano che lo Stato non deve intervenire nell’economia, aprirono crediti illimitati ai banchieri. Le banche centrali riacquistarono i loro titoli marci. Durante i mesi successivi, col pretesto di piani di rilancio dell’economia, tutti i governi, Obama negli Stati Uniti, Sarkozy in Francia, moltiplicarono gli aiuti e le sovvenzioni ai loro capitalisti. Questa politica fece esplodere il debito degli Stati. In nome del rimborso di questo debito, oggi ancora i governi moltiplicano i piani d’austerità e gli attacchi contro la popolazione. Questo debito, creato per salvare le banche, è ancora fonte di profitti per loro grazie ai prestiti che concedono per finanziarlo di nuovo.

Dieci anni sono passati ed oggi la borsa di New York ha superato il suo livello del 2008. La massa dei capitali in circolazione nel mondo è ancora aumentata, generalmente senza contribuire a produrre ciò che sarebbe utile alla società. Servono a realizzare fusioni-acquisizioni giganti o riacquisti di azioni. Sempre in cerca di nuovi campi di speculazione, minacciano la società di un nuovo crollo… peggiore del precedente.

X. L.


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